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Blog-La voce della poesia
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PIER LUIGI BACCHINI

Contemplazioni meccaniche e pneumatiche

[da "Atelier" n. 32, pagg. 100-101 - dicembre 2003]

* * *

        Punto di riferimento


Lo specchio sfaccettato, e la cameriera

che roteava con lui, moltiplicata

nelle luci riflesse – sprazzi

come stelle – e il bicchiere della mia fantasia,

umiliata in un succo di pompelmo. All'esterno

la strada, auto

dietro i vetri, i passanti: non siamo

come siamo, da non crederci – estesi

più nella memoria e nel pensiero infinito

e nell'ansia amorosa,

che nel breve spazio. Urne

minime. Straniti

nell'osservarci da qui, simmetrici non simultanei,

con orologi atomici

tra moti astrali, velocità incrocianti, orbite nuove.


*

         Nomi


Perché trovarsi nella solitudine disperatissima di viole

                                      o di giunchiglie

e abbandonare questa città

col ricordo gioioso e protettivo

d'un sole meccanico che si riflette, e il frastuono,

i vetri ampi dei bus

rispecchianti facciate in movimento? E il daffare, i ristori

e i tavolini

come cimiteri già fioriti, che spuntano di bacche

e di sorrisi.

Gente che si ritrova

         con memorie così lontane

da sembrare velari trasparenti.

I giorni dei viaggi, quei baci che si scambiano

tra monumenti

e i dipinti nelle gallerie.


Quando l'uomo ha scavato le cripte,

con le pietre enormi di sostegno e le colonne,

con i nomi dei pellegrini antichi nei muri

sotto una mano d'intonaco, allora si amano

le meditazioni,

soltanto allora, in quei luoghi. E le giunchiglie si amano

quando ci si accompagna e si ride

e si beve la bocca dell'altra – così il nome divino

si colora di noi, delle nostre essenze

profumate e artificiali. E' difficile scontrarsi

                            con la città di Dio

a tu per tu

con la sua robustezza selvaggia e l'inafferrabile grazia.


                                      Le nostre anime

sono firme lasciate nel cielo, come i pellegrini,

che le affidano all'ampiezza affrescata

delle cupole e delle absidi.

Ma gli inganni degli uomini a poco a poco ci deludono

- le loro scaltrezze –

e alla fine ci annoiano, e la vita che si cerca

è solo la musica

i grandi cori sinfonici, e il risalire di un violino

e la memoria senza fine antica dei suoni.

***


Vinicio Capossela


Di mare in mare
S.S. Dei Naufragati
-

E venne dall'acqua, e venne dal sale

la penitenza dalla mano del mare

il comandante avanza e niente si può fare

vuole una morte, la vuole affrontare

e lì l'attendeva, dove il sole cala

cala e non muore, e l'acqua non lo lava

e il demone lo duole, sui banchi d'acqua

stregati di olio e petrolio

e il vento non alzava, e il mare imputridiva

legati a un solo raggio, tutti presi in ostaggio

avanzavamo lenti, senza ammutinamenti

e il comandante é pazzo, e avanza nel peccato

e il demone ch'é suo, adesso vuole mio

e brinda con il sangue all'odio ci convince,

che se é sua la barca che vince, dev'essere la mia

e gli occhi non videro, non videro la luce

non videro la messe, che altri non l'avesse

e il cielo fece nero, e urlò la nube al cielo

e s'affamò d'abisso, che tutti ci prendesse

Matri mia, salvezza prendimi nell'anima

Matri mia, le ossa nell'acqua

anime bianche, anime salvate

anime venite, anime addolorate

che io abbia due soldi, due soldi sopra gli occhi

due soldi per l'onore, due monete in pegno

per pagare il legno, la dura voga del traghettatore

e vieni occhi di fluoro, vieni al tuo lavoro

vieni spettro del tesoro

la vela tende, il vento se la prende

la vela cade, le remi allontanate

e accese sui pennoni

i fuochi fatui, i fuochi alati

della Santissima dei naufragati

Matri mia, salvezza prendimi nell'anima

il tempo stremava, l'arsura ci cuoceva

parlavamo alle vare e il silenzio dal mare

e il legno cedeva all'acqua suo pianto

la vela cadde, la sete ci asciugò

acqua, acqua, acqua in ogni dove

e nemmeno una goccia, nemmeno una goccia da bere

e gli uomini spegnevano, spegnevano il respiro

spegnevano la voce, nel nome dell'odio

che tutti ci appagò, il cielo rigò di sbarre il suo portale

il volto di fuoco, dentro imprigionò

lo spettro vedemmo venire di lontano

venire per ghermire, nero di dannazione

vita e morte, vita e morte era il suo nome

Matri mia, salvezza prendimi nell'anima

Matri mia, salvezza prendimi

questa é la ballata di chi si é preso il mare

che lapide non abbia, ne ossa sulla sabbia

né polvere ritorni, ma bruci sui pennoni

nei fuochi sacri, nei fuochi alati

della Santissima dei naufragati

O Santissima dei naufragati vieni a noi che siamo andati

senza lacrime senza gloria, vieni a noi, perdon, pietá.


***


 Wanda Marasco


WANDA MARASCO * ci presenta una poesia sensuale e surreale, dove il sogno sovente si mescola con la realtà, creando un campo di magia, di percezioni, che il poeta tenta di superare per portarsi in attesa, nel tempo dell'attesa. Si tratta di una tessitura di linguaggi e realtà diverse, al limite della teatralità, dell'alterazione della realtà in un assurdo e paradossale dispiegamento di suoni febbrili e spigolature di essi, disposti come fiocine per arpionare l'intrico, la tentazione dell'invisibile - e l'assurdo, appunto - delle parole nell'involucro della memoria, del mito, della natura trasognata:


II.

Come è orribile dirlo:

Vivere senza la traccia dello Spazio

che è poi tentazione dell'Invisibile

(perché poi quante volte spira sogni

la foglia, perché poi quante volte

si corre alle piogge e agli autunni

come al ricordo)

Lei corre in un crine che frusta

ché ora l'inaria solo il vento

in torme dei corvi:


Io ti voglio sognare

Questa undicesima notte ti voglio sognare

Per due bambini che reco in un Notturno

- illuse lune del mio ventre -

e per l'ombra che atterra il volto

all'angolo dei venti...

Qui le nottivaghe

Là il centrisco incarnato

Insieme dove andiamo-ventriloqui

a ripeterci - i bianchi enigmi


Vengono le Orifere

Sono lettighe e colori nunziali

Nelle proporzioni del destino vengono

sotto una morte che non si ripeterà


Io ti voglio sognare

Questa undicesima notte ti voglio sognare

E voglio narrarti nei cerchi delle piogge

e dei legni, alle sette, alla terza siepe

dove c'è per una rugosa fiaba

cavo ad ascoltare l'Origliere della quercia

(da Dionisiache, in «Oltranza», n. 1, cit., p. 16)


* È nata a Napoli nel 1953. Ha pubblicato: Gli strumenti scordati (Vallecchi, Firenze, 1977); L'attrito agli specchi (Bastogi, Foggia, 1979); Deus inversus (Manduria, Lacaita, 1980); Le fate e i detriti (id., 1988); Voc e Poè (Campanotto, Paisan di Prato, 1997). Ha pubblicato anche due romanzi: Madre e figlia (Ripostes, Salerno, 1994); L'arciere d'infanzia (Manni, Lecce, 2003). Si è occupata anche di teatro, dopo aver frequentato il corso di regia all'Accademia d'Arte Drammatica "Silvio D'Amico", sotto la direzione di Ruggero Jacobbi. Per il teatro ha rivisitato Tutti quelli che cadono di Samuel Beckett (1981), L'asino d'oro di Lucio Apuleo (1982), Quei fantasmi del presepe di Eduardo De Filippo (2002).


[fonte: "Risvolti" quaderno n. 16/2007, Quarto (NA)]

***

Ho un angelo che mi guarda dietro la spalla stanca, un angelo senza bilancia non

pesa la mia giornata. Un angelo che non mi condanna quando la rosa ferisco,

quando fuggo la speranza, quando batto la fronte sulla pietra del disinganno,

quando inganno la morte con rondini di carta. Ho un angelo che mi salva dietro

la spalla stanca.

Raffaele Carrieri


***


Roberto Mussapi


Ritorno dal pianeta


Io sono disceso e lo ricordo

il pianeta : a poco a poco si spegnevano le luci

e il sonno saliva dalle finestre, come una marea,

una luce che si spegneva e la radio ancora accesa,

buio e voce.

Chi spossato si addormentava come un animale

Nel Tir simile a un gigante pacificato,

immenso e muto sullo spiazzo dell'autostrada,

vidi gli insonni, la fame, la paura,

la disperazione di chi cercava una dose,

vidi la notte scendere su altri, nel cuore,

corpi che si placavano umidi, abbracciati,

proseguendo il respiro dove le parole hanno fine,

li vidi, addormentati, il molteplice e l'uno,

l'amore dei corpi che si rigenera nel sogno.

E io che credevo di essere luce fui buio,

perché buia era la notte sui mortali e buio il pianto

che da me, come avessi occhi, calava su loro.

Ho guardato, ho visto, credimi, Dio,

non fu inferiore

l'amore tra corpo e corpo, tra persona e persona,

quando abbassarono le persiane cercando un silenzio

più disperato e pieno di tutti i miei voli.

Questo posso testimoniare, questo ho veduto

Su quel pianeta dall'alto più piccolo della mia mano,

e che soffrì le acque, il delfino, il tuffatore,

che conobbe la donna e in essa il dolore,

e strade che imitavano la luce di quel cielo,

l'asfalto le automobili,

dove uno accelera e l'altro si affida,

e ognuno sogna un viaggio senza fine,

ho visto fari spegnersi nella notte e voci ronzare

e uno solo nel silenzio con l'autoradio

(sembrava la mia voce)

Due che chiedevano fino a quando,

fino a quando, amore?

Li ho accarezzati, ho posato

L'ala sulle loro spalle, ho sfiorato le mani,

le mani che si stringevano nel molteplice e nell'uno,

dal fumo della sigaretta che lei aveva appena acceso

io vidi nei suoi occhi il firmamento,

e il roteare eterno verso una sola luce.

Poi mi allontanai, lasciandoli soli,

nel firmamento, nell'abitacolo, nell'uno

che essi avevano scoperto nella valle del pianto e dell'amore,

e il ricordo,

e quel ricordo vela la trasparenza dei cieli.

Questo ti chiedo, il termine, il tempo,

che paghi l'amore e la separazione

se il tempo li generò e rese vivi

più di me.Dio, più del mio volo.


***


In attesa che l'amico torni

Tu non sai cosa sia la notte
sulla montagna
essere soli come la luna;
nè come sia dolce il colloquio
e l'attesa di qualcuno
mentre il vento appena vibra
alla porta socchiusa della cella.

Tu non sai cosa sia il silenzio
nè la gioia dell'usignolo
che canta, da solo nella notte;
quanto beata è la gratuità ,
il non appartenersi
ed essere solo
ed essere di tutti
e nessuno lo sa o ti crede.

Tu non sai
come spunta una gemma
a primavera, e come un fiore
parla a un altro fiore
e come un sospiro
è udito dalle stelle.
E poi ancora il silenzio
e la vertigine dei pensieri,
e poi nessun pensiero
nella lunga notte,
ma solo gioia
pienezza di gioia
d'abbracciare la terra intera;
e di pregare e cantare
ma dentro, in silenzio.

Tu non sai questa voglia
di danzare
solo nella notte
dentro la chiesa,
tua nave sul mare.
E la quiete dell'anima
e la discesa nelle profondità ,
e sentirti morire
di gioia
nella notte.

David Maria Turoldo

***


La nostra paura più profonda

non è di essere inadeguati.

La nostra paura più profonda,

è di essere potenti oltre ogni limite.

E' la nostra luce, non la nostra ombra,

a spaventarci di più.

Ci domandiamo: Chi sono io per essere brillante,

pieno di talento, favoloso? e

In realtà  chi sei tu per NON esserlo?

Siamo figli di Dio.

Il nostro giocare in piccolo,

non serve al mondo.

Non c'è¨ nulla di illuminato

nello sminuire se stessi cosicché gli altri

non si sentano insicuri intorno a noi.

Siamo tutti nati per risplendere,

come fanno i bambini.

Siamo nati per rendere manifesta

la gloria di Dio che è dentro di noi.

Non solo in alcuni di noi:

è in ognuno di noi.

E quando permettiamo alla nostra luce

di risplendere, inconsapevolmente diamo

agli altri la possibilità  di fare lo stesso.

E quando ci liberiamo dalle nostre paure,

la nostra presenza

automaticamente libera gli altri.


Nelson Mandela
 

***

"Agli amici"

Fumeremo nel bastimento della bottiglia

tra le grandi lettere tremolanti sull'acqua

la pipa dei racconti, il dolce odore del legno.

Poi dal clamore esiterà nel nulla

l'ultimo sparo che dondola il capo.

Alfonso Gatto


***

poesia di Cristina

Cristina
a mia madre

Ho smesso da tempo
Il dialogo con l’altro corpo;
Il tuo, mamma.
Madre parola, madre mia,
Madre, mamma...
Ripeto e vibro sul filo del richiamo
Madre quotidiana, testa bianca
Senza bocca né occhi
Madre senza corde vocali né vocaboli
Dal volto deserto in deserta solitudine
Madre rammendo dei miei pensieri
Mai stanca di rabberciarli
Madre banconota faticata
Tra i dolori altrui che ancora strattona
Questo mio utero parlante,
E di pianti e parole e domande e figli
-Quando fu il mio momento di gioia-
Che cosa avrei dato per raggiungerti
Forse capirti e mescolare la tua voce
Con la mia voce, e la tua parola
Come fosse la mia...
Finalmente.
Mia scura percezione,
Parte di te in me ti sei già presa;
Madre della mia parola ombrosa
Corpo che ondeggia nella verticale della vita
Smisurato amore ci scorre nel sangue.
Solo una parola, una sola
Ci metterebbe, finalmente in salvo.

[edizioni altramusa.com 2008]

***


Davide Rondoni


Addosso vienimi, non lasciare
spazio, che l'aria il cielo o cosa
sento fare pasto di me se

non ti stringi, non spezzi con linee
strane il disegno delle braccia, il bavero
il torso

se non disponi con il tuo il mio corpo
ai nuovi assalti del giorno

ferma le piastre del respiro
ho qualcosa di troppo antico nel petto,
radunami da tutte le città del mio volto

sono solo ombra che brucia
se la tua non mi viene
subito addosso.

***


LETTERE DAL MARE


I

Forse accanto a te accrescerebbe

il disordine felice del sangue

e perderei il mio fiato

nell’arbitrio del vento che batte

ai rami del fico.


Ti vedo meglio

nella lucida festa del sogno

mentre l’anima scrive negli echi.


Pochissima cosa il pianto

che replica iridescenze di luna

e nel treno di parole sigilla

distanze disperate di attese.


Tu, delicato corpo

nato per amare nel meriggio

d’un pensiero fedele,

conosci lo sdegno

delle mie notti inquiete

sulla riva sabbiosa di gridi.


Ora la mia lettera al cielo

un seme senza nome violato

nell’ampiezza

del dolore che ha perso

la libertà di morire.


II

Conto gli anni

sulla cintura dell’orto

dove al gusto rozzo delle mani

mi offrivi

fragile rivale il tuo sesso.


Dolce male


Non ti sfiora

la lontananza del borgo

dove la fragola si scioglie

in cuore di labbra

e l’orgasmo non stupra

solitudini di pensieri più giusti.


Perché viviamo

ora tempeste di bucce raccolte

con mani ferite?


Su fili lunghi di albe

parlano bambini non nati

ma serpenti già adulti

nella maestà del tramonto.


A te desiderio lieto come l’ala

dello struzzo che corre

non svelerò il timore

che incide sulle guance

nomi scemati di speranze.

Resto qui.


La grazia del tuo nome

e il cuore si fa casa

del tuo corpo soltanto.


Araldo stanco al crocevia

del viaggio lungo

ti restituirò il mio viaggio di vita

e prenderò altri sguardi

dalla lampada che palpa

l’inverno bianco del muro.


Con il volto nell’ombra diffondo

la sublimità della parola che loda

la tua intelligenza

e l’abisso fresco del cielo

su elefanti di rocce.


Non più sorella buona la morte

spezza lampi di croci

sul palmo della terra

su cui noi piccoli animali lasciammo

rumori di fiato.


III

Abbatti gli olmi

cupole di gabbie per il mio corpo

separato dal mondo.


E’ venuta meno la favola.


Non più il fiore greco

eccelsa verginità sulla collina

insinua il sorriso

sulle nostre labbra e la passione

palpita violini nella gola

dell’aria che resta nel cerchio

di stelle verdi sul borgo.


Bisogna vestirsi di coccodrillo

e battere le monete del ventre

sui passi del fiume

ed uccidere

i sogni infarinati di gioia.


Io non darò più all’anima

i filamenti

di un’alba stordita di sesso

dio che sigilla gli spaventi

della vicina vecchiezza.


Ti guarderò, amore,

con ghirlande di gigli

sugli scorci nudi del ventre

esploso di fuoco.


Mi laverò con l’acqua di neve

per donare agli occhini carne

la tua immagine pura

e alla mente i pensieri inattuali

nei giorni diversi.


Silvio Vetere


***


Gian Luca Favetto, da Mappamondi e corsari, Interlinea 2009,
www.interlinea.com

dalla sezione: Il nome che soltanto il tempo dice

Non c’è luogo dove il tempo sciolga i capelli e perda i secondi a ciocche e rinverdisca gli anni come il tuo cuore.
Non c’è luogo come il tuo corpo che partecipi così facilmente alla geografia,
e di braccia faccia penisole, e di lingue fiumi, e catene montuose di muscoli ardenti, e di occhi vulcani – ogni eruzione uno sguardo.
Non c’è luogo dove sia meglio mettersi a parte come il tuo volto, liscio e permeabile, carta assorbente
in volo attraverso le onde – tracce – fino all’orizzonte, qui, verso di me, incontro, inchiostro ora, verso con me di parole fatto, ubriaco di parole scure, grigio di nebbia a notte, così che la vista appanna.
Riconosco il luogo dove il tempo appartiene ai nomi e agli odori, e si scioglie in vento.

*
dalla sezione: Le parole amano essere usate

Il posto della notte

Un ponte di pietra. Una cappella intitolata alla Madonna delle Nevi, dove l’aria mastica fredda la pelle anche d’estate. Una radura battezzata da un coro di betulle. Una campagna umida di verde con efelidi gialle d’autunno. Un sentiero che tutti i cammini raduna sulla guancia della collina.Il torrente, accanto. Sei fontane. Una chiesa. Una piazza. Due bar. Una teleferica. Quattrocentosedici tetti, quattrocentosedici tombe. Un campo da calcio e uno di bocce. Un monumento ai caduti
. Il mio paese è una libreria di ricordi. Tratta con l’orizzonte il passaggio verso il futuro, come fosse un’asticella da superare in un balzo.
Sul margine del bosco, dove il confine si appanna e in rovi si compatta, poso il mio tempo, il mio paese il mio tempo oso con piccola paura, eccitante, pieno di voglia poso, pieno di attese e inviti a venire tra foglie e rami dalle carnose labbra, lussureggianti fin sulla piazza, muschio, muscoli atti al piacere, cespugli e rampicanti, qui le mie voglie poso e rifocillo, dunque ascolto e annuso, smetto il cammino.
Pulsa il mattino fresco in ogni ora del giorno. Pezzi di me sulle cortecce lascio e recupero di volta in volta movimenti del sangue. Alcuni sono perduti per sempre.
Anche se fosse soltanto un miraggio, il paese nasce con me e io nasco con tutto il suo passato. Non impongo lontananze alle età che mi hanno vissuto. Qui ho conosciuto il miglior posto per la notte. E la notte non lo sa. E nemmeno il paese. E quando finisco di scrivere anch’io ho dimenticato.

*
Domanda

Ora tu chiedi che cosa sia questo morire
nelle azioni quotidiane, alzarsi e sentire freddo
il pavimento sotto i piedi, bere il primo sorso
di caffè a volte, camminare, ripetere il lavoro
che ti paga la vita, ingurgitare cibo, viaggiare,
ogni viaggio da qui a lì ti arena, ritornare a casa,
spendersi, sperdersi a chiacchiere, cucinare
ogni istante perché non finisca e non ceda
a quello successivo, pulirsi di dosso la giornata,
i denti, i piedi, le ascelle, accendere
la luce in camera, infilarsi sotto le coperte
non prima di avere indossato il pigiama,
il nudo per la notte, tenere gli occhi socchiusi
per spiare dove finisca, per scoprire se una volta
puoi vederla brillare nell’angolo da cui rispunta
più tardi, la notte, vederla prima – per una volta,
una volta sola – prima che chiuda gli occhi,
ora tu chiedi che cosa sia: è semplice sopirsi,
aspettare ciò che non viene, semplici sospiri.

Che cos’è questo piccolo harakiri se non tradimento
verso le storie che possiedi?
Invece di scrivere quello che scrivi
per ritardare il tempo, perché non abbandoni la morte
sulla pagina? La pieghi con ordine e mangi,
la mastichi lenta – trentatré morsi almeno
per digerirla – così la diventi, non la subisci.


***


LA MORTE CAMMINA A TACCHI ALTI


Di Tiziana Monari


Sgomente

s'ammassano mille bocche

in attesa del pianto

inermi

contano il sangue di angeli caduti


vaga smarrita

senza approdo

una fiumana

di membra sfollate e pietra.


E' sceso il buio

la morte ha camminato con i tacchi alti

impotente

sbircio la pioggia dietro i vetri.


Vorrei solo

portare a Dio

un altro conto da saldare.

[Fonte:
Stravagario Emozionale - numero 4 aprile 2009]

***


Naufraghi

di Aurelio De Rose


La barcaccia inclinata mulina acqua

dalle falle di prua mentre l’albero è morto
.
Provvedi a coprirli i morti

sulla spiaggia ove hanno lasciato i lamenti

al fragore dell’onda.

Li troverai sepolti da una polvere sottile

con gli occhi spenti

a guardare l’immenso, ma morti.

Provvedi a coprirli i morti

prima che la rugiada afflosci le membra tese

prima che vengano a scavare i granchi.

Le stelle marine hanno segato le gole

ed il nero di seppie ha dipinto

ferite su i petti nudi.

Provvedi a coprirli i morti

prima che le donne bagnino di sangue

il loro dolore sulla soglia

della loro casa con l’albero morto

a simbolo di Cristo


da “Monili”, Napoli, 1979
[fonte: Stravagario emozionale N. 8-9-10/2009]


***


SE…. L’AMORE


Cadde si rialzò ricadde e non mano

era presente non balsamo

non preghiera non chiesa non casa


solo il respiro profondo del vento

raccontava il celato dolore

 

 che tiene ogni fine.


Legato a quel vento ricordo un volo

d’aquilone l’impennata il precipizio

 

 e di nuovo il volo

 

balzelloni stropicciato senza vette

perché si finisce rasoterra

 

 a muso interrato talvolta


il filo rotto il bambino che piange


 la candela che esala


 spenta la fiamma

 

 un fil di fumo scuro

 

Quando l’amore si fa notte del mare

e gorgoglia in rassegnata bassa marea

quando l’amore non brucia non canta

 

 non duole nel petto

 e ti schianta fra ori e silenzi

 

piangi imprechi ed aspetti la sutura

dalla sanata ferita spiccherà il volo

 

 una lingua di fuoco

 un canto nuovo


Narda Fattori


I° Premio Internazionale di Poesia

“Ebbri di Poesia” 2009
[da:”Stravagario emozionale”,  novembre ‘09]


***


BRUNO  VILAR


...E IO TI AMO


Quante sere ti amo senza saperlo

sento le tue mani di carezza

gli occhi segreti

il profumo del corpo che cerco

avvicinarsi come l'onda smisurata

di un mare senza rotta.

Quante sere ti amo senza saperlo

Io sono come una sabbia sola nella notte infinita

un nido di febbre con frecce di fuoco

Il ricordo di te mi accende il sangue

mi ruba la pace fino a urlare

E io ti amo

La tua libertà ha un segreto

verrai anche tu a piangere con me

Annullàti nel nulla di una fame trasparente

Perseguitati dal bisogno d'immense braccia

- idioti e falsi -

nascondiamo ulcere che il sole combatte

Quando viene la sera ti amo senza saperlo

un amore segreto che si stacca dagli occhi

e gira nel buio della luna

Ti vedo

ti sento come la pioggia

entrare nella sabbia infinita

e il ricordo di te mi accende il sangue

mi ruba la pace fino a urlare

E io ti amo

Ti amo sino al dolore di amarti

questo vento mi impollina la morte

rendendola in te vita.

***


DAVID  MARIA  TUROLDO

(1916 - 1992)


Mostrati, Signore

a tutti i cercatori del tuo volto,

mostrati, Signore,

a tutti i pellegrini dell'assoluto,

vieni incontro, Signore;

con quanti si mettono in cammino

e non sanno dove andare

cammina, Signore;

affiancati e cammina con tutti i disperati

sulle strade di Emmaus;

e non offenderti se essi non sanno

che sei tu ad andare con loro,

tu che li rendi inquieti

e incendi i loro cuori;

non sanno che ti portano dentro:

con loro fermati perché si fa sera

e la notte è buia e lunga, Signore.


*

Tutto deve ancora avvenire nella pienezza:

storia è profezia sempre imperfetta.

Guerra è appena il male in superficie

Il grande Male è prima,

Il grande Male è amore-del-nulla.

Per favore, non rubatemi

la mia serenità.


*

E la gioia che nessun tempio ti contiene,

o nessuna chiesa t'incatena:

Cristo sparpagliato per tutta la terra,

Dio vestito di umanità:

Cristo sei nell'ultimo di tutti

come nel più vero tabernacolo:

Cristo dei pubblicani,

delle osterie, dei postriboli,

il tuo nome è colui che-fiorisce-sotto-il-sole.


*


Ti sento, Verbo, risuonare dalle punte dei rami

dagli aghi dei pini dall'assordante

silenzio della grande pineta

-cattedrale che più ami- appena

velata di nebbia come

da diffusa nube d'incenso il tempio.

Subito muore il rumore dei passi

come sordi rintocchi:

segni di vita o di morte?

Non è tutto un vivere e insieme

un morire? Ciò che più conta

non è questo, non è questo:

conta solo che siamo eterni,

che dureremo, che sopravviveremo...

Non so come, non so dove, ma tutto

perdurerà: di vita in vita

e ancora da morte a vita

come onde sulle balze

di un fiume senza fine.

Morte necessaria come la vita,

morte come interstizio

tra le vocali e le consonanti del Verbo,

morte, impulso a sempre nuove forme.

 

*

Non so quando spunterà l'alba

non so quando potrò

camminare per le vie del tuo paradiso

non so quando i sensi finiranno di gemere

e il cuore sopporterà la luce.

E la mente (oh la mente!) già ubriaca,

sarà finalmente calma e lucida:

e potrò vederti in volto senza arrossire.


*


"Anche Tu / finivi con la certezza di essere /

un abbandonato./ Anche Tu / non sapevi!

E hai gridato il perché/ di tutti i maledetti,

appesi / ai patiboli. E non era / desiderio di

sapere la ragione / del morire: non questo, /

non la morte è l'enigma.../ Mistero è che

nessuno comprende / come Tu possa, Dio,

coesistere / insieme al Male..."


(O sensi miei..., p. 606)


*

Liberata l'anima ritorna

agli angoli delle strade

oggi percorse, a ritrovare i brani.

Lì un gomitolo d'uomo

posato sulle grucce,

e là una donna offriva al suo nato

il petto senza latte.

Nella soffitta d'albergo

una creatura indecifrabile:

dal buio occhi uguali

al cerchio fosforescente di una sveglia

a segnare ore immobili.

E io a domandare alle pietre agli astri

al silenzio: chi ha veduto Cristo?


*

Perfino gli ulivi piangevano quella notte,

e le pietre erano più pallide e immobili,

l'aria tremava tra ramo e ramo

quella Notte.

E dicevi: "Padre, se è possibile...".

Così da questa ringhiera

quale un reticolato da campo

di concentramento, iniziava

la tua Notte.

Si è levata la più densa Notte

sul mondo tra questa

e l'altra preghiera estrema:

"Perché, perché... ma perché, mio Dio..."

Notte senza lume: disperata

tua e nostra Notte. "Perché...?"


*

Padre,

non sappiamo più ascoltare;

Padre,

nessuno più ascolta nessuno:

nessuno sa fare più silenzio!

Abbiamo perso

il senso della contemplazione,

perciò siamo così soli e vuoti,

così rumorosi e insensati;

e inevitabilmente idolatri!

Anche quando l'angoscia ci assale

donaci, o Padre, di non dubitare;

o anche di dubitare,

ma insieme di sempre più credere:

di credere alla tua fedeltà,

al tuo amore

al di là di tutte le apparenze;

e con il tuo Spirito

sempre presente

nella nostra storia.


(da "La notte del Signore")


***

Joë BOUSQUET
     
    
FUMAROLA

L’AMORE
nello specchio che affascina gli astri
POVERA
fumarola
SI
preferisce credere di aver sognato il tuo destino
e che nessuno conosca sogno
più esattamente significativo
di una laboriosa digestione
COSÌ
in piedi sulla terra che ti si rotola attorno
e ti stringe con i suoi anelli
ma
i tuoi occhi con i loro tesori
di ricordi e di visioni
subiscono l’attrazione di un astro
invisibile e quell’astro ha una stella
gemella che ti cattura con le canzoni
ch’ella ti fa sentire
e il tuo volto è appeso
alla quadriga stellare
affinché la terra vi entri
con gli orizzonti che ti hanno fatta
e che tu respiri
quando ami
E
tutto ciò che è in questo mondo
ti violenta con i suoi profumi
brucia dentro di te come una lampada
e prende dal tuo cuore delle
ispirazioni amorose
di cui ti ricopre
davvero bisogna che in piedi
seduta o distesa e perfino
con le gambe all’aria
e il sedere al vento tu
tenda dentro di te la ragnatela
ma
questo lavoro da schiavi
fa pietà
NON
si uscirà dunque mai
COME
si comprende il perverso
che vuole essere amato fino alla follia
e imporre all’innocenza
un amore che sia l’oblio
del proprio sesso
ah quello prende il fiore delle sfere
pianta una radice nella vita animale
e subito sente nella sua paura
la vastità e la pesantezza alata
di quella verità che l’occhio
di un uomo non può scorgere
MI
hanno spezzato le ossa affinché diventi
il pensiero la trasparenza di questa verità
e che l’insegni agli uomini
perché essa non può mangiarmi le viscere
L’AMORE
è eterno
come
gli altri amano
delle capre o delle pecore
io
amerò una
BAMBOLA

***

L’OMBRA DI UN’OMBRA
I
     La luce fa spazio alla pura verità dei rumori
che si rintanano. Crepuscolo ansioso in cui, nella camera
di un malato, un ciuffo di giglio si ricorda che è
stato giorno.
     Tutta la calma della sera, tregua di un cielo che
si dipinge le sue rive.
     Ma colui che sa ha degli occhi per vedere il
bianco, il lungo dileguamento in cui le trasparenze
dell’aria sono le sole a sopravvivere, colui che sa che la
bellezza di una donna sogna senza fine quella
felicità che egli ha perduto…
     Ascolta, è dolce, l’estate viene di notte
quest’anno. Ascolta, la canzone si ricorda di un
amore senza troppo sapere se si tratta del tuo…
     Nell’ora strana che si capovolge, il silenzio viene
da per tutto. L’ombra del’anima, dove brillano
debolmente le forme degli esseri che io amo, mi
appare in tutta la sua grandezza rocciosa, e sento
che la mia realtà d’uomo è per un istante come
schiacciata davanti all’altezza di quello che chiamo il
mio sogno. Altezza materiale e sensibile, che ravviva
attorno a sé un orizzonte interiore in cui la purezza
delle forme è così grande da riuscire a dividere le
tenebre sulla propria chiarezza. Comprimo con due
mani il mio cuore che batte, perché, in questo
scorcio aperto su delle tenebre che fanno regnare
soltanto il mio essere su di me, scopro che il
sentimento della mia umanità si perde, e che
davanti a me, tremante, interdetto, sotto il cielo
morto di una fatalità implacabile, la mia vita ascolta
la mia vita.
     Nessuno sa se io dormo. I miei occhi hanno
sognato che non c’erano più lacrime. Nella debole
luce che cade dalle stelle, mi sembra che la mia
anima interroghi il cielo attraverso il pallore del mio
volto che rabbrividisce; e indovino che ogni cosa
vivente si oblia nell’apparizione di una bellezza che,
in me stesso, è silenzio. Solo, come se nessuno
sapesse chi sono, ascolto nella vita dell’ora più
irreale il gemito di tutto ciò che vuol finire e pensa
così di sopravvivere. C’è per me nella macchia scura
di un vetro, sotto i tetti così lontani dalla finestra in
cui mi trattengo, un bambino che scrive il suo diario
senza sapere che egli sarà infelice e che mai una
donna si chiederà che cosa abbia portato dentro il
suo amore.
[...]
 
 
***

da La conoscenza della sera (La Connaissance du Soir, 1947)
traduzione di Annamaria Laserra, in
Poesia Due, Milano, Guanda, 1981.


Passare

Infanzia passata nello spazio
Come un volo inseguito fino a sera
Chiamo piano la tua ombra
Per paura di vederti
Sorella a lutto dalla veste chiara
La tua fuga è l’uccello blu dei giorni
Che con il suo canto rischiara
I gesti sognati dall’amore
Una fanciulla per il tuo incanto
Con il corpo abbozzato nei cieli
Fece sciogliere le città in pianto
Illuminate nei suoi occhi
E avesti il coraggio di rendere
Il mio dubbio più vivo di me
Passarosa dalle ali di cenere
Che mi aprivi il tuo cuore nel vento

*

Il largo

Non è il suo nome a esaltarlo
Ma che piano sia mormorato
Nelle voci che non conosce
Il segreto di un cuore incrinato
Quando ogni lamento gli svela
Di che cosa abbia pianto la pena
L’uomo sente il suo cuore chiamarlo
Nelle voci che l’hanno ignorato
Così vedono tutte le stelle
Avverarsi la notte delle vette
Ventilando nella notte con le ali
La voce di qualcuno che verrà
Lui il suo male è la stessa pietà
Ciò che è lui a sua volta si oscura
E per rendergli quello che ama
Si rivolge alla pena del giorno

*

Madrigale

Dal tempo che era amata stanca di se stessa
Lei aveva giurato d’essere questo amore
E ne fu l’incanto lui ne fu il poema
La terra è leggera a promesse passate
Il vento piangeva gli uccelli migranti
Cullando i mari sulle ali di sale
Prendo la stella con una bella nuvola
Se la pagina bianca ha consumato il cielo
Nell’aria che fiorisce al suo riso
C’è un vecchio cavallo color del cammino
Capisci al suo passo la morte che m’ispira
E che va senza me a chiederne la mano

*

Poema della sera

Su un giaciglio sfinito
Il lampo che oscura un istante
Mette la veste di fumo
E segue il vento distante
Su terre senza memoria
Ogni piede ha la sua scarpa
L’ala è bianca l’ala è nera
Il giorno è solo metà
E su una trama di cenere
Dove l’uomo non è che i suoi passi
Il cuore palpitò per cogliere
Ciò che uno sguardo non vede
E’ la speranza che un mondo a venire
Abbia fatto buio con la nostra ombra
E sorridendoci alla finestra
Abbia solo i nostri occhi per vedersi
Dietro le quartine che lei ispira
Ai giorni che dubitano di te
La vita ha i suoi denti per sorridere
Di ciò che una volta era già stata

*

L’ombra gemella

Varca la notte senza sponde
Se tu sei solo vagamente
L’oblio restituirà il tuo volto
Al cuore da cui nulla è assente
Il tuo silenzio nato da un’ombra
Che a tutto il cielo l’ha unito
Schiude l’amore dove ti abbandoni
Alle braccia di un doppio infinito
E annullandoti sotto i tuoi veli
Presi alla notte da un fiore
Concede occhi alla stella
Di cui la tua ombra è il cuore

*

La fortuna dei giorni

Io so un rosaio dove sboccia una rosa
Non c’è più notte per l’ombra che è
Da un’aiola errante di bagliori chiusi
Dove lo sciame vibrava dei giorni passati
Non c’è fuoco nel buio che il cielo non l’abbia
Con il mio amore morto a tante cose
Tessevo il drappo funebre dei voti sfumati
Era quello di un pianto in cui sboccia una rosa
Alba di una vita estranea ai giorni
L’oblio dell’imprevisto morto dal nostro amore
Dischiude nel fiore la mano che lo stringe
E senza me cogliendo la rosa delle notti
Una sorella di cenere lascia le nostre terre
Rende il corpo lunare ai morti che io sono

*

Giorno e notte

Sul corpo di un uccello di bosco
Inchiodati dalle sue ali immense
I giorni crocifissi alle notti
Aggiungono un nome al silenzio
Passando su lui senza vederlo
Fanno occhi più grandi della vita
All’amante che strugge di sapere
Come si muoia d’essere gradita
I giorni che disfecero i fiori
Per seppellirsi sotto il loro peso
Si sono uniti al cielo nei cuori
Dove s’aprono le ali dell’ombra
Denudandosi sotto le acque
Che la sua trasparenza ha velato
Il mattino che nasce a occhi chiusi
Allibisce di una stella fuggita
La croce che spalanca l’orizzonte
Sente in voci che si chiamano
Due nomi sbocciare un canto
Dove l’alba ride di una rondine
 
***


RAFFAELE  PIAZZA 

Marzo 2009

A rendere il terreno fertile dopo
un fiore di pioggia hanno pensato
gli angeli: dove eravamo già stati,
un freddo di sorgente a toccare
ogni fibra, l’attesa dell’estate
ha sgretolato. Un attimo, una donna
la città in questa altana che non sale
e il tempo a inalvearsi nelle
camere della mente in una festa
per noi in quel battesimo che dà
accensioni

come  di pioggia amniotica in quel
sembiante che torna ad iridarsi
nello specchio
frontale della vita o

sono i morti per abetaie e albereti
sotto specie umana
ad irrigare i tempi le stelle
il lavoro prossimo da realizzare
in quell’agglutinarsi dei cimiteri
in una prospettiva per risorgere e,
vedi Pierpaolo quella tua poesia
in forma di rosa, l’ho trovata stamattina
su una mensola nella spirale
di una conchiglia rosa e

in quell’attimo regalato per
il chiostro maiolicato
di Santa Chiara a Napoli ho trovato
la lettera che dice con il terzo
che ci cammina accanto:
siamo nel 1984 percorre l’auto
nel tempo dell’ebbrezza la strada
fino al Parco Virgiliano dell’amore
secondo natura dicevano i gabbiani:
attenzione.

- - -

Nuovo Febbraio

Serve a molto intessere una trama
di luna, questa notte il
tempo
la donna la città ad agglutinarsi
nella fiorita estasi di
calcinate
pareti a tessere le trame di tramonto
insonne la partita
regola piogge

sul balcone di febbraio dove eravamo
già stat in quella
stasi di conca
di tramonto per giungere alle farmacie

o sono i morti
dall'albereto in forma  umana
ad arrivare all'abbraccio di durate
clessidre dei granelli infiniti

se poi in quel gioco elementare
è
tutto disadorno non chiedermi,

2
Serena che ore sono e la risposta
è
degli uccelli oltre i porticati del
chiostro maiolicato degli angeli
in
eremitica progressione oltre l'argento
della polvere

e vedi quella
chiarità assoluta
di luce di millennio
in quel congiungersi di fiore
appare un nuovo diafano mattino
se è il febbraio consecutivo
e abbiamo
trovato la pianta, la clorofilla
per riemergere

3
in un limbo rarefatto
oltre le pagine
regola  l'aria fredda della macchina
di una brina nella
mente

vedi, Roma ancora esiste.

- - -

Candela nella notte

Candela nella notte se la festa è già
accaduta (Serena ha molti doni e dorme).
Freddo di fuoco la fiamma accende
un sogno su un segnacolo sulla mensola
la conchiglia dell’amato a segnalare
Le muse inquietanti di Sylvia Plath. E’
Il 2009 che scende come una stella

sulla culla dei ricordi dove pianse
come una donna, dove rise, dove
amò e avvenne la rosa.
Siamo nel 1984 percorre Serena la
strada fino al Parco Virgiliano,
il pericolo lo salta il bianco del cavallo,
le loro linfe a non mescolarsi.

- - -

Serena 2009

Vedi, Serena, qui avviene il tempo
rosapesca quel tanto che sporge
dal nulla dove vive l’abetaia del sogno
 
vedi, in quella gioia che la piantina
delle fragole comprata a Capri
sparge il senso della vita la dei giorni
la collezione
 
e il filodendro gioca con le nuvole
nel curarlo in esatte dimensioni
fino a un verde grandioso
a dare quella vita del viale meridiano
dove ho visto le tue mani affilate
in una sera di 5 anni fa
 
vieni Serena, alla gioia delle piante
nella serra della sera
quando spicca in cielo una rondine
azzurra con un filo
d’erba nella bocca e sarà
un pianto di ragazza bionda
che tu non sei
 
ad innaffiare l’azzurro del raro
fiore che dobbiamo nominare
 
senza aprire il catalogo botanico
e della mente.

- - -

da Erodiade


***


da ALBUM - Poesie dell'amore - di Giuseppina Luongo Bartolini
(Book Editore, 2005).
 
                                                            A Pellegrino Bartolini
                                                            mio marito
                                                            in comunione di vita
 
Sola con le cicale mi lasci
e fra poco precipita la notte
Chi a me ti strappa a te stesso
ti toglie ed ogni cosa
rattrappisce il deserto fagocita
il silenzio e la calma improvvisa
Non di scelta né di abbandono
si tratta scompari
e ti conquista la luce più chiara.
 
*
 
Buio da buio né forma né moto
il granito del mondo mi contiene
e mi accerchia dove l’ariosa collina
di San Remo nel primitivo viaggio
tassello di un puzzle inviolato
nel comune passo di marcia
la violenza del giorno composta
tra le sponde sicure di un sogno
progettato la linea d’orizzonte che
tracciavi con ferma mano al nostro
essere in vita
Crollata la diga che ponevi al danno
certo della nostra giornata identica
alla cupa spirale dell’incerto non ho
che il silenzio l’inconsolabile
scommessa del pianto la sconfitta di
una fede costruita nel sangue sul tetto
d’una pelle mortale proiezione dell’
ombra che trascolora splendore
d’invisibile per l’unico momento.
 
*
 
La casa di campagna quella che a te
appartiene e ti vedo gigante
uomo della tranquillità in quel sereno
dei giorni e la teoria dell’esistenza
punto per punto crescita realizzata
vuoto contenitore di memorie
è tutta lì nel limpido scorrere dei giorni
in un abbraccio comprenderla nel vivo
albore di un mattino d’estate oggi mi
chiedo estirparle la forza del sogno in
proiezione di un improbabile domani
e la fede sincera nel progressivo
alternarsi della fortuna palpebra arcigna
d’un meccanico gioco se tutto depone
a favore se il lascito terrifico rientra nell’
ordine mutante del divino nella cupola
cupa dell’universo ingannevole.
 
*
 
Congiungimi alla barbabietola del campo
la verdura innocente banda di foglia larga
che si offre per fame e per tributo agli esseri
della terra condannati al sovrastare innocuo
del sovramondo stellare margine e lingua
di calpestio alla scarpa chiodata
Calami nel fondo radicale della piccola
pianta innominata Signore, nel novero dei
cataloghi di erbari misconosciuti
che il mio amore inveniva nelle scaffalature
degli antichi librai nella ricerca potrebbe
forse egli stesso ritrovarmi nel territorio noto
di un possibile sfondo per la sua mano pietosa
rinverdirmi e l’acqua delle sue lacrime di pura
ossidiana assolvermi in una nuova esistenza.
 
*
 
Ogni cosa toccavi nel chiaro
splendore dell’oggetto
il delicato momentaneo riscontro
col possibile: estrema vigilanza
e delirio nel lieve gioco del tatto
e lo sguardo ti rimaneva estraneo
il possesso e lontano come ogni
desiderio a lungo giostrato
rilanciato nei multipli riflessi
degli specchi al flutto di deriva.
 
*
 
Tenera la gentilezza dei mattini
il caffè del risveglio
sorridente comunione del giorno
spalancato sulla promessa del bene
fonda –ora- la notte che non tralascia
luce di stella riflesso di pianeta
e grezzo il sole rimane
incendio incenerito nel corto-circuito
d’un passaggio voltaico inavvertito.
 
*
 
Non aver fretta sei al tempo
infinito dell’universo
nessun’onda d’acqua o di vento
ti sollecita non dirmi che ferma
e conclusa è la tua storia
come la mia minuta piccola zolla
che una frana brulla scarnifica
sbriciola toglie scrimandola nella
sua forma originaria ridotta
impronta di una scarpa di gomma
E’ solo qui sulla terra il dono dell’
aperto e del chiuso l’eternità
risale un mantice di fisarmonica e
largo suona premendo i tasti divini
un angelo custode che in preghiera
raccoglie rinnova registri e respiri.
 
*
 
Chi si amò più di noi ?
Ruotava il disco del sole
sulla perfezione del Dio
nel merito delle sue età
il fanciullo l’adulto
i capelli imbiancati dagli
anni ma gli occhi dell’antico
celeste cielo brillante
curvo su noi coltre illuminata
dall’indicibile amore fissa
nell’unico momento della fede
giurata bussola direttrice
nell’oceano mutante del
riessere e nell’ineluttabile
frantumazione della caduta.
 
*
 
Spiegami la fioritura
e il declino
il mistero del nascere
e del morire il cedere
d’ogni cosa vivente e creata
al crollo della fine
tu stesso nell’altrove
dei mondi a me per sempre
perduto il caro viso
dolcezza dello sguardo
la dedizione del cuore.
 
*
 
Ho bussato al tuo corpo
al senza tempo dell’eternità
sul vuoto delle radici
nel vento che non s’abbarbica
al ramo lo stecco che non dà
foglia corteccia che più non
brucia al tuo corpo senza
rumore alla tua spalla priva
di consistenza e ti guardo
ti guardo muta pianura senza
mutamento accerchiata
da un campo di verdura.
 
*
 
In nessun luogo tu sei in nessun clivo
corso d’acqua isola dimora
nessun’aria respiri e disegno itinerari
di spazi e di parole
ora che illuse memoria e speranza in
un vuoto pneumatico m’aggiro tra i
fantasmi nei sogni muta rivolgo alla
pura risonanza del mondo il mio volto
oscurato di pietra e di giacinto.
 
*
 
Se la memoria è amore
sgomitolo al presente una sfera
di nastri lacci legamenti e scongiuri
nel vetro trasparente l’acceso della
tua rosa palpita insieme
al mio sangue
in un rapporto di cartapecora
scrittura sbiadita nell’incisione
della mia esistenza
Morte come sorriso
da vivo mi lasciasti in un saluto
nel cielo del tuo ultimo sguardo.
 
*
 
Mia forza mia volontà mia fortuna
la tenacia del cappio che trattiene
il grappolo d’uva al trave del soffitto
tu ora ti volgi mentre degrada il mio
aspetto di folle vagabonda
nel tormentoso sentiero delle domande
senza risposta la mia spettanza tradita –
ha la pergola un largo fogliame ombra
fuggente mi ricuci un vestito di brivido –
esige per diritto d’amore la contropartita
mi devi te stesso nell’obliqua curva
dell’universo nel mare di fuoco
laddove affonda la luce sorella dell’oscuro.
 
*
 
L’amore che mi sfianca la tua presenza
assenza in questa muta casa e
svanisci e mi richiama la tua camicia
celeste e vicino mi possiedi e m’innalzi
dal mio vicolo cieco nella distesa della tua
possanza alba e tramonto catena impervia
dei giorni nel lungo viaggio mi rassereni
e mi sbandi cirrocumulo sospinto dal vento
in alto in alto e tu imprendibile a me non
visibile mi tocchi e mi parli e mi conquisti
nella lacerazione della distanza.
 
*
 
Il cono indefinito del mio tempo
triangolo rettangolo che ruota al
limite del cateto si va chiudendo
nell’altezza del suo sigillo
Dalla circonferenza della base al
vertice la pianta del mio sangue
nel suo punto centrale asse di tutta
la mia natura cuore e midollo
mi fosti anima mia salutare e divisa
dell’esistenza chiusa e circoscritta
in trasparenza d’amore.
 
*
 
Se mare o lago o pozzanghera
specchio mi siete del mio secchio
si stelle e il caro viso perduto oltre
le lacrime e il venir meno del tenero
sembiante se mai t’avessi veduto
mai t’avessi incontrato e mai
la cara voce il tuo sguardo il sorriso
m’avesse aperto ai destini di madre
alle illusioni mirabili che innervano
staccionate di fortuna.
 
*
 
Un giorno o l’altro ti rivedrò
sulla soglia s’inonderà la mia
stanza di luce stringimi nel tuo
abbraccio che sa di latitudini
immense è quest’attesa di te che
mi convince nel guado
dell’assenza ad attizzare i fuochi
dell’inverno a farti posto sulla
panca del nostro cammino ad
approntare il pane l’acqua il sale
avrai attraversato le foreste del
gelo navigato sulle lastre del
ghiaccio dei mari estremi vinto


***


Marcella Artusio Raspo - Prova d'orchestra
Categoria: Scrittura e poesia
MARCELLA ARTUSIO RASPO

Da Prova d'orchestra -
Bastogi Editrice Italiana, 2002


Dalla sezione Il Magma

Il mimo

Una patetica coccarda a pois,
lo sguardo attonito
in un reticolato di rughe infarinate,
mima lentamente il dolore della vita
come un fantoccio di gomma
dimenticato su un piedistallo
di figure grottesche sfumate
in un evanescente sorriso.
Teorie di spettatori fluiscono
e migrano in un velo di solitudine
su marciapiedi di alienata fissità.
Ai bordi della piazza
un'orchestrina ritma malinconicamente
una fuga di note
in una ossessiva ripetitività di gesti.
Il mezzogiorno incombe crudele
e lambisce storie già lontane
in un incastro di muri
persi nel logorio di ore vuote.
La nuvola di una sigaretta
scherma una silhouette di adolescente acerbità
e si perde in un'assorta trasparenza
.
*
I cannibali

Come nei ritratti espressionistici
deformati da appetiti insaziabili
ho visto i consanguinei spolpare l'osso
sino al midollo
in un feroce delirio di istinti tribali,
oscurantismo di massa
coperto dalla viscida maschera dell'ipocrisia
nella Babele dei consumi.
Caino depreda Abele
prima di condurlo ai campi
dove pascolano i lupi
incancreniti dalla febbre dell'oro.
Branchi accecati dall'orgia del potere
vestono i rigorosi abiti del perbenismo
con volti lividi, bocche spalancate
e sguardi taglienti
ammantati di tollerante benevolenza.
Cristo salì sul Golgota
per la salvezza degli uomini,
ma la collina rimbomba nella sua vuota cavità
e spazza via l'eco dell'estremo sacrificio.
La Rozza Bestia si aggira sulle rovine
Di turrite mura
E irradia il fuoco della violenza.
Il fiore dei campi aperti
a stento cerca un varco nella spaccatura
di un'arida terra
e respira di nuda luce nel deserto delle parole.
Si consuma nel marchio originale
il rito quotidiano della follia.

*
I camaleonti

Si mimetizzano come lucertoloni al sole
nell'essiccarsi dell'anima
e strisciano nelle quinte polverose
di un teatro di maschere tragicomiche
immiserite da un vaniloquente copione.
Si arrampicano sui palazzi di vetro
di un onnipotente dio,
truculento Mammona dalle cadenti mascelle
su un trono d'oro
ricoperto di serpentini orpelli
nel luccichio del mondo.
Scalano solitarie cattedrali
sulle aride colline del martirio
e brandiscono simboli
grondanti sangue e abbandono
come spade fiammeggianti
di luminosi messaggi.
Si insinuano nei labirintici corridoi
dei castelli di carta delle umane sorti
e creano mostri di ambiguità
vaganti nel deserto delle idee.
Su scoscesi versanti visionari profeti
puntellano frammenti di rovine
sparse sui selciati della desolazione
e dolenti figli della terra
scavano il solco della sopravvivenza
tra fragili radici di catartiche pulsioni.

*
Il caos
 
Un lavorio di stelle
magma incandescente nell'abisso del cosmo
regolato da invisibili fili,
fucina di Vulcano
nel vorticoso roteare di atomi intelligenti
affatica la materia e risucchia il mio essere
nella ciclicità di velate stagioni
scomparse su orizzonti di fuoco.
L'eco di lontanissime esplosioni
rimbomba nei cimiteri del nulla
e giunge attutita e buia
sulle sponde insanguinate
di questo inquieto pianeta
fiore del male
imputridito dalla cecità dell'odio
nella mostruosa solitudine
di nani e pigmei
stravolti dalla febbre di effimeri traguardi,
polvere del deserto
nelle fumanti macerie del pensiero
oscurato da voraci tarli.
Lucrezio, voce ancestrale della poesia
armonizzò il caos
nella folgorante lucentezza del verso,
nell'eterno flusso della parola.
Noi ci nutriamo di pirotecniche illusioni,
creature senz'anima
in un'intricata foresta di richiami
dal timbro stonato,
vuoto come pietra tombale
e trasvoliamo velocissimi
verso una linea siderale e fredda
che ci uniforma e ci accomuna.
Il pianto delle madri
nudo in neri velami
si eleva invano nella cavità dell'enigma
e sfiorisce in lontananza
nelle pianure del dolore.

*
Oniriche visioni

Statue sulfuree nello specchio lunare
guardano ambigue la piazza deserta
immersa nel bianco sonno invernale.
Un gatto scala i tetti
e sparisce nel nerofumo di un abbaino
in un flebile miagolio
indistinta voce della notte.
In lontananza sfreccia la leggerezza
di veloci sogni.
La città ci avvolge in una magica fissità,
pallido enigma
nei segreti di provvisorie vibrazioni.
Ti cerco in queste brume
che velano la dolcezza del tuo sguardo
nel furtivo sorriso
di un volto sofferto.
Ci amiamo nella solitudine
di vite intrecciate e spaurite
ignari dell'insondabile velo del destino.
Un verso querulo
nascosto tra il fogliame
giunge fino a noi
attutito dall'eco del tempo.
I palazzi dormono
nella fosforescenza del silenzio.

*
La veglia

Occhi di stelle nella vertigine del cosmo
spiano da remote lontananze
il mormorio della notte.
Crepitio di foglia sul vetro terso
della finestra
nella bianca corsia dell'inverno.
Sul viale rami spogliati dalla rapina
del gelo
si aprono come croci sospese
su un'attesa di redenzione.
Tutto tace.
La città si avvolge nei suoi silenzi,
nelle sue penombre di tristezza.
Negli ospedali fruscio di morte
su asettiche pareti.
Sguardi febbrili si spengono nel buio
sul filo dell'estremo traguardo.
Un bambino nasce, fiore purpureo
e afferra vorace la vita sul fluire dei marciapiedi
calpestati dai passi dell'alba.
Nell'isolamento della mia camera
ascolto il ritmo del tempo
dileguarsi nelle caverne del nulla
fragile voce nello stupore di velate piazze,
di palazzi addormentati
dischiusi ai segreti di incompiute parole.
Odore di neve negli inconsci labirinti
di estenuate veglie.

*
Inquietudine

Si è chetato il vento.
Qualche foglia ancora oscilla nel pulviscolo
dei lampioni,
i tetti riverberano la pioggia lunare
nella calma del mistero.
Odo voci lontane, disperse, frantumate,
voci di delirio,
di rabbia lanciata contro un muro di solitudine,
voci di donne vendute,
di coscienze rubate
nel dedalo di vie che si interrompono
dove la striscia dell'alba ingoia ombre incerte
di esistenze giocate sull'estro di una cieca fortuna.
Nel dormiveglia colgo indecifrabili sussurri,
ascolto il fruscio della notte
che fugge lontana verso cosmiche risonanze
nell'uniformità delle ore.
Cerco la tua mano nel buio dell'attesa
e mi assopisco nel pulsare del tuo respiro,
lieve come l'azzurra musica dei cieli
che sovrastano indifferenti la fatica del vivere.
Una rosa sbocciata in un chiarore di neve
si inquadra sul limite del giardino deserto.


Dalla sezione L'Eco

Poiesis

Poesia, diamante solitario
su altura di roccia
nell'abbagliante luce dell'idea,
oscurità di spelonca
nei penetrali di una profetica Pizia,
marea montante nella tragedia del vivere,
quiete di lago
nella pausa di logoranti tumulti,
mi accompagni a sera
quando l'ultimo volo scompare
nelle nebbie del nulla,
mi insegui nell'ambiguo volto
della notte
quando gli impulsi si attenuano
in un nero strato di mistero,
mi illudi e mi abbandoni
come un amante capriccioso,
fuggi su sponde inafferrabili
e ritorni come onda di mare
che si placa nel grembo dei primordi.
Rimbaud, divino fanciullo
ti sconvolse con forza primitiva
e spense la tua eco
nelle orme di lontane terre,
creatura intrisa di canto
che trascendi il tormento della pagina,
fiore inquieto di Elisi
senza peso.

*
Notturno pavesiano


A Cesare Pavese

La luna se n'è andata per deserte vigne
nelle gole del Belbo
a rischiarare anfratti dell'anima
e ha sommerso rughe di colline
declinanti nel sonno geologico dei Titani.
Tu sei l'ancestrale folgorazione della poesia
che appena sfiora deserti di egoismo
nell'indifferenza del mondo,
o forse sei il bambino che piange
nella spelonca degli avi
e tenta di afferrare segreti spazi
su lontani mari del Sud.
Nell'ora senza ritorno
hai ammainato le vele
per rifugiarti nei sogni del nulla
e hai piegato alla tua inquieta volontà
il filo della Parca.
Forse percorrevi altri sentieri
più impervi e rapinosi
nella progressiva omologazione delle menti.
Eri uno scalatore solitario
su pareti di vento,
un musicista di parole
orchestrate nella durezza della terra,
nella voce sottile dei pioppi
sul finire della sera
quando i lampi di calore
svelano il volto lontano
di angeli caduti.

*
Le ore spente


Consolatio ad matrem

La fontana muore in un gorgo oscuro
nello smarrirsi della notte
sulla quiete del vento.
Scricchiolio di ghiaia
in un lievitare di passi
nelle lande dilatate del tempo.
Parole d'ombra corrono sui sentieri
della memoria.
Nella trasparenza cangiante del glicine
cerchi la nicchia delle tue soste
quando smemorata nel torpore
di un'ingannevole estate
scrutavi l'enigma di misteriosi segni
su un selciato di solitudine.
La casa filtra il vuoto
tra rovine di muri e morti suoni.
La tua voce incolore
si avvolge in un velo di nostalgia
sul limitare incerto di una veloce parabola
e trascina nel buio polvere
di ore spente.
L'arco del pendolo tocca astratti spazi
su invalicabili confini di lontananza.
Mormora la siepe
e si richiude in un brivido di smarrimento
in un'alba muta come un pallore
di nuvola.

*
Il rintocco

Nei fondali della memoria
si apre il tempo, bianco, metafisico
con ali vibranti,
occhi impenetrabili
in una macchia oscura
come l'enigma delle galassie.
Al capolinea del tempo
teorie di supplicanti sostano spaurite
alla sorgente della Giustizia
e crocifiggono il vuoto
con remoti richiami.
In un'ancestrale vertigine
schiudo i miei sensi,
vigili, sofferti nel bagliore della percezione
e migro leggera come foglia orfana
su sottili trame di luce.
Un sotterraneo rintocco
martellante nella spelonca del dolore
disegna impercettibili fili,
consunti legami
in un tremulo gioco di visioni
e sfiora l'impalpabile polvere
di irraggiungibili dimore.

*
Il giardino della baronessa

Una stella,
scheggia errante di universi perduti
trafigge il fogliame di un albero
nel giardino sospeso su specchi di memoria.
La voliera dorme in un sussulto d'ali
nell'ombra sgretolata del muro.
La torre incombe nella dissolvenza del glicine.
Dalla finestra dell'abbaino
bianco di sogno
un adolescente scruta magmatiche sfere,
cosmici incendi
nei liberi spazi della coscienza
e si avvia verso ardite costruzioni
di matematiche formule
in una compenetrazione siderale
rapinosa come la sua mente.
Intorno tutto si acquieta nel segno
di impercettibili passi.
Il telescopio punta lontano
oltre la barriera del suono
e si avvolge nel cerchio delle galassie.
Quel volto puro come un cammeo,
scomparso nell'Apocalisse della guerra,
mi perseguita nelle ore oscure
e solleva il lenzuolo dell'imponderabile.

*
La bisaccia

Andiamo sulla bianca spuma del mare
che ci avvolge come un liquido amniotico,
attraversiamo sabbie incandescenti
di deserti che inseguono spazi metafisici,
sfidiamo coltelli acuminati di roccia
nel brivido di invisibili scalate
e ci portiamo sulle spalle
la bisaccia dell'ebreo errante
nella geometria del mondo.
Nessun sasso può sopire la febbre
dell'inquietudine,
nessuna orma può racchiudere nella sua nicchia
la sfuggente essenza del vivere.
Sospesi su estreme latitudini
ci muoviamo in ambiti circoscritti
e vorremmo afferrare il cielo con la mano,
creature dimezzate tra visioni angeliche
e opacità di quotidiani inferni.
Inseguiamo idoli dai volti ambigui
su traguardi inconsistenti
come fiocchi di neve racchiusa
in un'ampolla.
Zaccheo salì sul sicomoro per vedere Dio.
Noi, lacerati dal fuoco di feroci olocausti
abbiamo perso lo slancio vitale
nella tragica pulsione della storia.

*
Nude dimore

Si insinua nelle vene un'increspatura di mare
su lidi deserti
arati dal volto rugginoso di un metafisico inverno.
Il silenzio sfiora l'onda
che pulsa inquieta
e si perde nelle distese del nulla.
Tu cammini controvento
con i pugni affondati nelle tasche
orfane di sogni
in un cappotto troppo largo
per l'esile traccia di un'esistenza smarrita,
lo sguardo stanco riflesso su scogli morenti
nelle rovine di vaghi castelli
regolati da remote meridiane.
La bilancia delle ferite inferte e subite
oscilla ambigua nella vacuità dello spazio.
Ti cerco con amara dolcezza senza ritrovarti
in questa spiaggia di ciottoli
levigati da un incessante sciabordio.
Un foglio di giornale vola leggero
portando notizie di vicende senza suono.
Solitari fantasmi seguono il vagabondare
di una sottile malinconia.
L'aria cristallina sferza sagome incerte
prigioniere di nude dimore.

*
L'attimo

Nella notte errante su occhi addormentati
di comignoli
mi smarrisco nel remoto linguaggio
delle stelle,
ora fievole come soffio incorporeo,
ora incandescente come magma inquieto.
In queste pianure velate
da impenetrabili nebulose
cerco la chiave che apre il sigillo
dell'eternità.
Un brusio d'ombra galleggia nella leggerezza
del nulla,
un frammento astrale percorre oceani
di buio
e svanisce in una traiettoria di spazi.
Trema all'orizzonte un annuncio di chiarore
e si polverizza nella musica del cosmo.

*
L'inconsistenza dell'essere

Come fumo nell'aria
ho consumato il sapore della vita
ricreandomi in altro.
Su un crinale declinante
verso sconfinati oceani di sabbia
attendo l'angelo della notte.
La parola si fa silenzio
nelle grotte dell'indicibile
e si richiude in anfratti d'ombra
nella fisicità del mistero.


***


TIZIANO FRATUS

Il vangelo della carne, 2008
[torinopoesia.org]


da: Parte prima / Poesie in pelle

dittico marino

I.

a picco sul mare ogni giorno il sole sulla terra
mentre rinunciamo ad afferrare le parole che ci piacciono e rassicurano
raccogliamo noi in noi chini sulla sabbia compatta della spiaggia
rami secchi conchiglie spolpate e pezzi di vetro
li cataloghiamo nel nostro personale linguaggio mediocremente scientifico
li sedimentiamo in vasi trasparenti sigillati da tappi di sughero
ci capiamo senza ragionare in queste corte giornate di vento a piedi nudi
ci basta l'istinto l'intesa lo sguardo e il tatto
il resto del mondo resta in bilico ma le uniche notizie le scoviamo tra le braccia
scolpite tra ossa e arterie setacciate nel sangue
emerse di colpo sul fiorire delle labbra
ad un passo dal ruggire delle onde che spazza via ogni tentativo di fissità

II.

i piedi fasciati nelle scarpe che abbiamo comprato insieme
in una mattina di pioggia
sprofondano lateralmente nelle sabbie della spiaggia deserta
mentre il vento riempie le orecchie fessura le palpebre e arriccia le onde del mare
grigi e blu minerali mischiati in un continuo pulsare d'animale
che non tace un attimo
accade e non di rado che la felicità si faccia strada in noi
quando la parola non ha modo di fluire
quando ci si bacia negli occhi e ci si tiene per mano
e si resta appesi al presente privo di lividi

*
da: Parte seconda / Vene maggiori e vene minori

sei un uomo che crede in un unico dio

sei un uomo che crede in un unico dio
figlio di una terra dimenticata e dalle radici in continua ricerca di profondità
sei un uomo del mare rimasto senza pesci e senza fiato per tenere stretto fra le mani
il rumore della risacca che si rincorre in cavalloni che percorrono distanze maggiori
di quelle che separano i pianeti le costellazioni il cuore indurito di due amanti tagliati in parti
sei un uomo spento nel cuore del vulcano
sei un uomo senza futuro e con un passato mozzato e sbiadito
sei un uomo forse che si è dimenticato cosa possa essere un uomo
sei un uomo senza arti senz'anima
le figure umane costrette dentro le cornici nere che adornano le stanze della tua abitazione
dormi con gli occhi chiusi le rughe incarnate
le ciocche di capelli sfuggite ad un'idea vaga di ordine
sei un uomo che piange negli angoli nascosti dei castelli e dei musei che visiti
sei un uomo che ama tradendo sé stesso e tradisce sé stesso amando
senza riuscire mai a tradire e nemmeno ad amare
sei un uomo che sente ridere i ricordi lontani che non ha mai saputo raggiungere
sei un uomo che brulica in un abito di api intente nella piccola misura del loro ronzare
sei un uomo che si consuma come il fumo di una sigaretta svanendo verso il basso
o verso l'alto o verso un punto qualsiasi dell'universo

*
progetto architettonico per un acquedotto

la vita sgocciola e per quanto tu stringa perde sempre
quella goccia che nelle ellissi della luce sembra nulla
nel cubo di silenzio della notte scava a fondo
scuote i cieli e le profondità della terra
solleva i fondali degli oceani e ribolle il sangue
un'idea d'amore che non dà scampo
bracca la notte per annidarsi sotto cute e rifiorire il giorno
ti fotocopia al negativo
ti converte all'antica pratica del pianto per amore
a cui non avevi mai creduto
eppure se la vita tua può essere salvata
dipende anche dallo schianto della debolezza
dalle parole che scrivi la mattina sulla sabbia
a pochi centimetri dall'acqua
dal sapere abbracciare invece di fuggire
invece di uccidere

*
le legioni sguarnite dell'innocenza

I.

in anni lanosi di scorie o detriti che caricano le bocche e gonfiano le pupille
ti abbandoni all'idea che il vuoto pneumatico che pompa le ore del giorno e della notte
possa essere colmato e disatteso dalla compagnia occasionale
che sia possibile che da fuori qualcuno arrivi a stappare
per consentire lo sgorgo del mare nero che respira dentro le pareti dell'esistere
in anni raccolti i segni di una cura inefficace
in anni ti percuoti a insistere nell'errore
in anni ti racconti storie che non convincono nemmeno le statue nelle chiese
quando fra un passo e l'altro ti rifugi sotto lo sguardo pietroso di
una madonna di un san filippo o di un santo stefano
sedendoti in mezzo ai banchi vuoti
sui legni scheggiati dai secoli e dai silenzi di chi si pente
depositi monete che transitano dal buio delle tasche al buio delle scatole
abbassi il viso e componi una preghiera laica
fingi di rivolgerti al signore o al detentore spirituale della chiesa
chiedi scusa goffamente
chiedi perdono e talvolta cerchi di dire qualcosa che sappia di religioso
la cura dell'anima
la fuga dal vuoto della solitudine
passa per il silenzio delle stanze da letto
piuttosto che nel baccano confuso dei lamenti di due esseri senza pace
guarda il nostro respiro dico contando le ossa del tuo costato

[...]

*
alle porte di san pietro

si dice che si soffra per amore
in verità si soffre per mancanza d'amore
per quel senso di distanza che s'innesta nel sentiero dell'impotenza
dopo una quaresima di morti bianche
innescate dall'abbandono alle leggi del vangelo della carne
a braccia a testate a morsi avrei abbattuto le porte di san pietro
e divelto mani e alabarde delle guardie che si sarebbero interposte
fra la mia rabbia e il centro della conoscenza che fa della
filosofia commercio di reliquia
non interessava contestare il potere
lividare il dubbio di un'epoca densa di contusioni
è chiaro che l'uomo è in fuga dalla decadenza
dal giorno stesso del concepimento
il sangue nascosto schizza dalle atroci convulsioni dei corpi
macchia di scuro il vortice dei pensieri che nel silenzio dei secoli
preme al fondo dell'anima
senza che se ne renda conto piuttosto di raggiungere la punta delle lingue
una visione di mimi francesi e acrobati russi si inalbera
nel cuore del paesaggio
sul palcoscenico scarsamente illuminato
con una luce troppo chiara per rendere giustizia delle intenzioni del regista
quelle vesti riutilizzate da un'antica rappresentazione del riccardo terzo
emanano polvere ad ogni rilassamento nervoso
effetti che il pittore fatica a rendere nei giochi di ombre
del quadro a cui sta dando la caccia da anni
pensare da troppo tempo d'essere responsabili del proprio dolore
al di là di quello che altri dicono e compiono e azionano
si gira e dimentica il nome e il cognome con cui è stato battezzato
un coro di vergini vestali della dea atena e un controcanto di castrati romani
inneggiano al sacrificio che bisogna compiere per salvare sé stessi da sé stessi mentre da un pulpito giovanni sartori rispiega la politica per la milionesima botta
le donne usano nuovamente dipingersi nèi finti a lato del labbro


*
testa contro testa

proprio non so perché nella tua testa ti dica che per noi il futuro
non può che essere di dolore
non c'è alcun merito nel ritrovarsi nel sangue di un'altra persona
nel sentirsi così chimicamente in fusione
come avviene in noi quando siamo insieme
e ora in questo momento vorrei chiudere gli occhi
e riaprirli lì accanto a te sdraiati nel letto insieme
l'una contro l'altro ad accarezzarci a dirci piccole parole senza significato

*
da: Parte terza / I muri bianchi

sguardo miope di un discendente di galileo galilei

non raggiunge il silenzio qua carcerato
il tremolante gorgheggio del mare
ferito dalle lame del sole
che oggi illumina la distesa delle sabbie
le cinque pareti bianche che circondano
hanno perso presto la memoria della tua voce
le tue parole suicide su qualche foglio di carta
anche le tue foto riposano vuote
so che ti stai facendo divorare dal dubbio
dal torchio oliato del dolore
in una parte della città che non mi è concesso raggiungere
mormoro tra me e me il tuo nome
lo ripeto in chiesa quando riesco a trovare la forza di uscire fra la gente
ma a volte sembra che noi due non sia mai esistito


***


MARCELLA ARTUSIO RASPO

Da Quadranti del tempo, Genesi Editrice 2006
-I Gherigli- Collana di Poesia a cura di Sandro Gros-Pietro


La canicola

Alberi fermi nella canicola
attraversata da lievi fischi di rondoni
che si mimetizzano nel fogliame
come tenebrosi battiti.
Verso il faro della Maddalena
lampi di calore accendono l'aria
e spariscono nel nulla
per rinascere più lontano
gioco pirotecnico di fuochi fatui.
Rivedo le folgori di spente stagioni
cadere nel vortice di magiche fantasie
sfrenate corse su smemorati dorsali
nell'incoscienza degli anni felici.
Compagni dal volto sfumato
svaniscono su barriere di nebbia
nei calendari della vita.
L'amica dagli occhi luminosi nel sole
è fuggita da anni nel buio del silenzio
e talvolta nello sgretolarsi dell'estate
bussa alla mia porta in punta di piedi, senz'orma,
come sempre leggera e inafferrabile.
C'è un filo che vorrei spezzare
per ricongiungere il tutto,
il visibile e l'invisibile
nello specchio del cosmo,
ma la mano è incerta,
non afferra la cifra misteriosa
che sta dietro l'angolo,
beffarda e cangiante.
Oscillano i dadi su un tavolo
di furtive mosse
in una remota spiaggia.

*
La battigia

Sullo specchio della finestra
dondolano i lumi
delle case alte della collina
. Il mare ondeggia inquieto.
Non voce d'uomo
né grido di uccello disperso.
Una stella cadente sfiora il ritmo del tempo.
Mi soffermo sulla battigia deserta
della mia solitudine
a interrogare infinite rotte
di pulsanti passioni
cancellate da una pioggia di cenere
su una linea di invisibili orizzonti.
In questa strana ora
marinai ridenti dal volto arso di salsedine
corteggiano ragazze dai capelli d'ombra,
scultoree nel vento.
Si sbiancano i lumi sulla collina
nell'agonia della notte.
Un peschereccio rompe il silenzio
e si perde in un barlume di spazio
anima leggera galleggiante su impercettibili segni.
Si dilatano i colori degli ombrelloni
in un abbraccio di trasparenze
sull'umido riflesso della sabbia.
Nello svelarsi del giorno
saettanti frotte di bambini
inseguono il multiforme capriccio della vita.

*
Il ragazzo di Charleville

Il ragazzo veggente
evoca la lampada di Aladino
in uno sfavillio di prodigiose visioni
sulla piazza di Charleville
gremita di maschere
nel grottesco intreccio della scena del mondo.
Rimbaud sogna gli abissi del peccato,
le ambiguità delle alcove negli spazi
di arroventate città,
negli ombelichi di marcescenti vicoli
dove il sentirsi soli è l'unica condizione umana
e dal baratro del vizio,
dai paradisi di nere gigantesse,
di ermafroditi sottomessi e scaltri
scala la parete di cristallo
che sfonda l'eterno e annulla i sensi.
La fiumara di Cassis pervade le sue vene
con rutilante fragore,
il profumo di suadenti fiori
avvolge la sua divina fantasia,
mostri alati volteggiano sul suo capo
nel tumulto dell'ispirazione.
Viene dall'ignoto e va verso l'ignoto.
Talvolta nelle notti di chiarore
intravedo questo inquieto fanciullo
varcare la soglia di ibride tentazioni
e sfociare come ardente lama
nel fuoco che purifica.
Forse Rimbaud è l'idea della purezza
che ci portiamo dentro nel fango della vita,
forse l'Eldorado lontano
come il miraggio di deserte latitudini
su bianche sabbie nei vapori dell'infinito.

*
Rivisitare Chagall

Cupole sfrangiate
d'antico,
arabeschi di guglie
nella nebbia che si lacera
in leggerezza di memoria.
Volano gli amanti
nella fantasia del vento
al vertice del sogno,
si dissolve l'intimo dissidio
in azzurra voce
di armonia.
Nel canto biblico
di accesi galli
un vecchio rugoso
come le ferite della terra
posa le mani
su un pane che si apre
in fuga di colomba.
Rabbrividisce la tela
inondata di soffio divino.
Un raggio di luce
attraversa il tremore
del tuo essere
e si colora di tenebra.

*
Albore di libertà

Capo Crues
nelle rocciose metamorfosi
di una deserta solitudine,
stracci di vita appesi al vento
negli albori della mente
tra scabri volti ombrati di vecchiaia.
Nelle calette abbandonate
concerto di grondaie.
Abbiamo reciso legami di pietra,
il confuso bazar di incrociati percorsi
nelle pagine di scucite ore
sulle orme di un'impenetrabile folla.
Immobili di fronte a un nudo mare
nella sfera di fuoco che trafigge
la brevità dei pensieri
ci teniamo per mano
come bambini impauriti
nell'azzurra fantasia
di attimi sottratti al dolore
in un volo impazzito di ali
sul vuoto dell'orizzonte.
Cadaqués assopita in oniriche visioni
rivive la follia di Dalì
nell'opacità del mondo.

*
L'Alhambra

Disegno nell'aria il tuo sorriso
esile come la rosa che si sta disfacendo
in un cielo di sangue
nel tremolio dei giardini dell'Alhambra.
Fontane e trasparenze di zampilli
graffiano la pietra umida di storia
nei delicati veli di donne
passate per sempre nel solco del tempo.
Un bambino cattura l'acqua
in un frangersi di specchi
stelle filanti nella malinconia
di un tramonto già lontano.
Il colibrì si affaccia alla vita
roteando follemente su una foglia di menta
vaporosa nell'obliquità delle sfere del giorno
prossime a cadere.
Ti guardo in controluce
nel timbro del guerriero stanco
felice accanto alla mia anima
profusa nell'inconscio di una antica giovinezza
immobile come l'Alhambra,
sfuggente come i sogni del mattino
nel profumo della rosa
alta sulla coppa dello stelo
guidata da un'invisibile mano
verso la fine di ogni creatura
nel respiro del tutto.
In una magica conca voci spezzate
idea di morte nel rinascere della notte
su palpitanti astri.
Ci incamminiamo smarriti sui sentieri del nulla.

*
Rivisitare Mozart

Nel buio si accende una scala musicale
e si allunga vertiginosa
verso il divino suono di Mozart.
Il fanciullo dalle ali d'oro
mima la vita in cascate d'acqua
nella luce dell'innocenza
in un rapimento di note
ancorate al mistero del tutto.
Rabbrividiscono i boschi,
le foglie respirano l'eterno,
le case nitide nel sole
riflettono i colori dell'anima
in un'azzurra metamorfosi.
Mozart cresce nel soffio di Dio,
nel lampo dell'intuizione,
terra e cielo in una panica simbiosi
di voci che sfiorano il sublime,
fragili nella traiettoria del volo
risveglio della natura e dell'uomo
che si libera del tragico macigno
a cui è legato.
Un frammento di Mozart evoca la palingenesi
dell'universo nella notte dei tempi,
su carovane di stelle assorte
nel tremolio di insondabili destini.

*
Il cerchio

Questa sera galleggio nella mia tristezza
come un paesaggio di Durer disseminato
di macerie e di diroccati castelli
visioni raccolte
nelle arroventate strade del mondo
che convergono al capolinea.
La macina con il cavallo cieco
gira in un arido recinto
nella monotona ripetitività del cerchio
e non si sente il soffio dell'angelo
che annuncia il cammino.
Nella casa del vento una candela accesa
si consuma in lacrime di cera
unica fiammata nel buio degli anni.
Una strana sera è questa sospesa
tra la voce stridente dei secoli
soffocati nella morsa delle passioni e dell'odio,
a tratti folgorati da raggi d'amore
che scalfisce la pietra
e un presente che si inchioda al futuro
su una linea di smarrimento.
Ci tradisce l'attesa, vana chimera
dalle livide occhiaie
nell'arrembaggio del vivere.
Avvolti da un lenzuolo di mistero
camminiamo su una lama d'acciaio
nella voragine delle ore
appena sfiorando l'altra parte di noi
che è essenza di tutti
nel rombante imbuto di ogni giorno.

*
La falce

A mia madre,
in un barlume di crepuscolo.


Il tuo sorriso di polvere
nella nuvola dei capelli
giunge da inesorabili rive
alle soglie del mio disincanto.
Te ne sei andata verso deserti di cenere
in un giorno di fine estate
quando si avverte nel tremore dell'aria
il mutamento della vita
nell'incertezza del domani
pietrificata nel pensiero
come una morsa di dolore
che attanaglia la gola e intenerisce il pianto.
Amavi il vento, il profilo delle colline
nella tersità dell'ora,
eri solare come un fiore di luce
in una parabola di energia
che coinvolge l'universo.
Talvolta contemplando i muti oggetti
della tua breve stagione,
la collana di perle inquietante
nella sua fissità,
la spilla che disegna nel vuoto una spirale,
l'anello vivo nella penombra della sera
penso alla fragilità dell'umano esistere
che non sopravvive ai desideri
e alla fiamma dell'amore.
Nell'enigma del tempo trascorri lieve
sull'inconsistenza di velate brume.

*
Il fiore della non violenza

Nelle albeggianti pianure della non violenza
orlate di fiumi che scorrono
verso la voce dell'oceano
sotto un albero di presagi
appare la magia di un uomo
esile come canna di bambù
ispirato nel silenzio del digiuno
dal grido dell'angelo
su deserti di morte.
Gandhi solleva i continenti
impietriti in un supino abbandono
nel magma di contrastanti rapine
e ci conduce nello splendore
dell'idea originaria
tra arboree chimere e liberi pascoli
nella calma di un'umanità vagante
sulla sintonia del giorno
rispecchiato negli astri della notte.
La sua ieratica figura si disperde
nel brusio della storia
attraversata da pesanti passi.
Scontiamo la biblica maledizione dell'Eden
nelle punte d'acciaio
di intelligenti ordigni
tra fameliche bocche dell'odio
grottesco Moloch su fili spinati
nel boomerang delle illusioni.
Folle di vinti segnano di piangenti croci
la spelonca del mondo.

*
Il bivio

Vivere la vita o pensare la vita?
Essere trascinati da un'orgiastica furia
nei gorghi del sangue che pulsa
come fiamma al vento
o sublimare i sensi nei torrenti
di acqua fresca,
negli squarci di cielo che al mattino
ancora terso ti accarezza lo sguardo
e illumina la leggerezza dei tuoi passi?
Amo la perfezione lucida come il diamante
e la notte intensa
nei suoi richiami maledetti
così umani nella lacerazione del mondo.
Amo il bambino nel suo inconsapevole slancio
e il vecchio rugoso, spento
nella sua desolazione di morte.
Mi sconvolge il grottesco impasto dell'animale
che è in noi
orfica spinta a salire la scala
di inafferrabili cieli
nei tortuosi meandri di un'incandescente sfera
che non ci appartiene,
avaro prestito concesso e negato
dalla cieca mano del caso.
Lucifero annegò la luce nelle tenebre
e rimase pietrificato nel gelo
della perdizione.
Musica strana la vita nell'orchestra dei suoni,
nel tragico salto in un fiume senza ritorno.

*
Rotazioni

Questo universo che mi porto dentro
trapunto di inestinguibili chiarori
dorme nelle pieghe del mistero
e riflette gli infiniti linguaggi
del silenzio.
Una stella trasmigra velocissima
e si spegne sul bordo della fontana.
L'acqua gorgoglia in uno stillicidio
di note musicali che sostano nell'aria tiepida
e si smorzano sul filo della coscienza.
Ruota l'asse terrestre e lambisce
una luna di rame bassa sui tetti
dove si allungano tremanti ombre
creature della notte.
E' l'ora del raccoglimento
in cui riconosci il tuo nascere
e il tuo morire,
l'ora della condivisione con l'Essere
che agita antenne di fuoco,
tangibile come accecante orma
nel palpitare del tempo.
In quest'ora che si sfoglia lentamente
verso le sponde dell'alba
ricerco sembianze svanite nel magma della vita
confuse su antiche traiettorie
nelle ferite della memoria che si perdono
nella voragine di giorni bendati.
Incombe l'universo con magnetismo di sfinge
nella scia di sperduti attimi.

*
I giardini della memoria

Sul balcone del cielo
ho visto passare uno stuolo di anni
pellegrini avvolti nel saio
del dolore e dell'assenza.
Lentamente chiudo le persiane
ombra del mio silenzio
e mi assopisco nell'oscuro respiro del mondo
in un ondeggiare di muti fantasmi.
Domani coglierò inconsistenti fiori
nei giardini della memoria.

*
La leggerezza della polvere

La vita è un libro di sogni
tra sconfinati enigmi,
luccichio di lama nel solco
di brevi amori.
Sirena di estreme spiagge
su mari oltremondani.
In questa dinamica del tempo
scandita dal rintocco dell'ora
ti consumi come fioca memoria
e ancora rinasci per disperderti
nella leggerezza della polvere.


***


      Poesie di Rafael Courtoisie
      da Casa de cosas (2003)
      tradotte da Alessio Brandolini
      in POETI e POESIA
      Rivista Internazionale, n. 14 – Agosto 2008
 
      *
      LA CANZONE DELLO SPECCHIO
 
      Pensa che non sono te, così non mi pensi.
      Guarda da un’altra parte
      guarda il mare, guarda dentro.
      Non mi guardare. Pensa che non è vero
      pensa che nel fondo ci sono pietre.
      Pensa alle pietre: questo è un pensiero buono, stabile e solido.
      Alle pietre che sembrano desideri, alle pietre del tempo
      che sembrano anni. Pensa agli anni. Non guardare lo specchio.
      Questo non sono io. È il tuo ricordo. È la melodia,
      la musica dell’immagine che ti assomiglia. Non sono io.
      Non sei tu.
      Non è nessuno.
      Pensa all’acqua del mare, al suo movimento, al suo peso.
      Pensa all’acqua e non a me, pensa al pensiero
      che viene e va, come uno specchio.
      Ma non pensare allo specchio, spezza lo specchio
      con una sassata, pensa all’anima dura delle pietre
      alle pietre: loro sì che ti sono necessarie
      con la loro fermezza, con il loro allegro peso
      misteriose e serie: alle pietre.
      Se lo specchio si spezza non sono io, non sei tu
      non è nessuno, è la forza
      del ricordo che affoga nello specchio, nell’acqua
      asciutta dello specchio, la forza senza forza, la luce che si spegne
      lo specchio spezzato ed io, la mia innocenza
      che ti dice:
      pensa che non sono te, non mi pensare.

      *
 
      IL CAFFÈ

      “Olio mortuario”
      lo chiamò César Vallejo.
      Tuttavia il caffè è una parte della notte
      la parte più sveglia, quella che s’allontana dal sonno
      la parte tenebrosa.
      Latte nero, il caffè, latte d’ombra, cibo per mostri
      vino assurdo dell’autunno
      acqua dell’odio.
      Per stare svegli, per vigilare, per uccidersi
      il caffè.
      Liquido nero.
      Nell’anima non c’è posto per la gioia.
      Si prende il caffè, la sua veglia eretta
      la sua voce rauca
      il suo cuore nero.
      Si prende il caffè, la sua efficienza.
      Una tazza di caffè, una tazzina
      un sorso.
      Si beve il caffè. Una dose.
      Il caffè. Un poco.
      Al mattino l’urlo del caffè, il suo urlo scuro
      al mattino,
      quando bisogna svegliarsi
      l’urlo del caffè
      un gallo liquido.
      Il suo canto nero.

      *

      LE ARANCE

      Puttane tonde, palle
      piene di fame sessuale, d’una luce sottomessa
      senza tempo, d’una vita agrodolce
      della passione idiota
      d’alcuni scarsi momenti, dell’amore d’un minuto
      dell’ombra, del sesso degli spicchi
      del guscio.
      Non assomigliano al sole, non sono come la luna
      assomigliano al tramonto, assomigliano al vento
      quando soffia sopra le rocce, quando parla il silenzio.
      Hanno una virtù: sono pazze.
      La frescura e il dolore si assomigliano.
      Le arance dementi non hanno capelli, non hanno voce
      non hanno sentimenti.
      Le arance sono fresche, pazze e fresche
      come il succo del pensiero.

      *

      ALL’ORA DI CENA

      Nel coltello c’è energia virile, eretta e nella forchetta
      silenzio assoluto.
      Il tridente con in più un dente, la forchetta dialoga laboriosa
      senza parole con il suono del coltello, lo aspetta,
      attende che tagli
      e lo corregge.
      Più tardi, pieno di oscure verità, arriva alla bocca.
      Il coltello taglia e la forchetta resiste.
      Il coltello separa e la forchetta trasporta.
      Il coltello affonda e la forchetta emerge.
      Il coltello squarta e la forchetta raggiunge.
      Il coltello urla e la forchetta singhiozza.
      Il coltello penetra e la forchetta plana.
      Il coltello è arma e la forchetta innocenza.
      Sono due parole di metallo, ma diverse:
      una secca e violenta, l’altra silenziosa.
      Sono due parole di metallo, ma una uccide.
      La forchetta mormora mentre il coltello ulula.
      Il coltello è lupo la forchetta agnello.
      Che c’è nel coltello da fare così paura?
      Che emana la sua presenza, il filo delle sue idee?
      In che consiste il coltello immerso
      nel tempo del suo utilizzo?
      E che rappresenta la forchetta che non si ferma?
      Entrambi sono utensili dello stesso metallo
      ma il coltello sembra più feroce
      invece la forchetta si mostra quasi addormentata, appena sveglia
      più dolce e soave nella carne misteriosa del metallo
      più prudente e levigata.
      Il coltello non dorme.
      Nella vita queste due parole, forchetta e coltello
      coltello e forchetta
      s’incontrano
      non riescono a staccarsi:
      si cercano, si annusano, si amano
      si odiano
      sfiorano, palpano e strofinano le loro pelli
      di metallo artistico, maschio e femmina.
      La lattuga giace moribonda, mozzata
      la carne sanguinolenta nel piatto.

      *

      UN BICCHIERE D’ACQUA
 
      Bere un bicchiere d’acqua è un atto perfetto
      pieno di violenza.
      Bere un bicchiere d’acqua è uccidere la trasparenza
      bere silenzio assoluto. Bere silenzio.
      Bere è come vivere
      bere acqua è morire.
      Un bicchiere d’acqua è una parte assurda del tempo
      senza suono, senza voce, un pezzo allentato
      abbandonato, demente
      dell’innocenza.
      Un bicchiere d’acqua è una pietra della tristezza
      la tristezza stessa sbriciolata, un canto della tristezza
      il canto dell’acqua, la luce dell’acqua, il suo corpo
      una lacrima viva.
      L’acqua separa i continenti
      i fiumi bagnano la mente.
      Pensare un fiume è annaffiare il cervello
      la vita che soffre
      l’anima asciutta.
      Quest’acqua, la vita che sta nel bicchiere
      si spegne, come una luce, sulla lingua.
      La bellezza inumidisce le parole
      che nominano l’acqua.
      E la sete spegne in un sorso la bellezza.

      *

      VOLO BASSO

      Io voglio toccare gli occhi, il mondo
      che si fa buio. Le putride
      linee
      della vita.
      È tiepida la chioma d’un vetro?
      Non hanno bocca?
      Ognuno porta il suo lampo spento
      la pietra di non esserci, sulle spalle.
      Ma non parlerò più dei morti
      parlerò delle proprietà del ferro:
      gli avanza la fermezza e sogna oscuro.
      È un metallo di terra
      parco
      non si ascolta
      la sua voce che nel duro
      permane
      nella memoria delle cose
      nella bocca dell’aria
      il sapore del suo vino indurito.
      Ma l’acido lo morde, l’acqua
      finisce per lasciargli lividi,
      minuziose
      ferite incipienti.
      Così cambia in aceto polveroso, in sale, in
      niente del suo ossido d’autunno. Piove
      sulla luna di ferro e questa pioggia
      l’ascoltano soltanto i morti.
      Quello che la poesia tocca, resuscita

      *

      ORDA
 
      La moltitudine teme i cammini
      le strade, le case
      che la dissolvono.
      Ci sono folle d’un solo morto.
      Le cellule d’un tessuto.
      Le fibre d’una trama.
      I pezzi d’un mosaico.
      Una detonazione, un solo sparo
      all’alba.

      *

      ORO
 
      E ora andiamo a cercare l’oro.
      Guarda come brilla nell’acqua, nel ricordo, nella vita l’oro.
      Brilla.
      È sveglio come un pane. È contento. L’oro della vita brilla per
      festeggiare. I cattivi della Terra s’ammazzano senza poter cantare, però
      guarda come brilla.
      È una luce, un osso di sole, una montagna che non vale nulla. E questo è
      il buono.
      I soldi sono una merda.
      Guarda l’oro, la luce dell’oro caldo dei corpi, il punto d’oro che c’è nel
      centro della donna, la punta d’oro che c’è nell’uomo, l’oro delle piaghe
      dei minuti, il tempo che se ne va, l’oro in polvere, la polvere d’oro.
      Poche cose sono così allegre come la luce del corpo, ed io la vidi.
      Odio le ombre che si portano via il tempo, le bocche a granchio dei sicari.
      Odio quelle bocche nere, l’invidia e la cupidigia, le chele, le mele
      avvelenate, il calore del corpo di chi vuole di più quando ha già molto.
      Poco.
      È poco parlare della luna.
      Guardate la luna. La luna è sveglia come un pesce. È nella mano del mare
      come un pesce, nelle maree, solleva l’acqua come il grano di un pesce.
      È poco.
      Che c’è nel pozzo?
      Probabilmente acqua, e lì ci sono gli istanti, lì si trova l’oro che sta
      dentro il corpo, nella luce genitale. La luce è nella vita.
      Prendiamo pala e piccone.
      Già incontrammo la vetta, il giacimento.


       ***


GIUSEPPE  VETROMILE


UN PUGNO DI TEMPO

Ho appena conquistato un pugno di tempo da smaltirmi rilassato
sulla liquefatta balconata dopo aver rimesso in tasca
l'ultima ombra della cuccagna         agguantata ieri in un effluvio
di sole abbacinante           laggiù vedo un acero contorto e la luce
vi piove attorno come per accontentarlo  io e lui
non siamo che gravità occasionali impulsi di terra
raccontati al cielo infinito come una fiaba per dormienti
buoni e castigati

non si sa         mia cara veniamo da vicine ombre
l'uno all'altra affacciato         per sentire le cose con gli stessi sensi
e i riti riprendere per esorcizzare la malasorte
e viviamo della stessa spesa e delle stesse orme di storia

nulla ci abbandona se non quest'ombra a sera        e ci distacca la luna
dalle nostre orbite subliminali        è vero siamo fantasmi mia cara
che cercano speranza nel buio corridoio
tra una stanza e l'altra

in abbondanza di miti        scritti sulla nostra pelle di consumatori a sbafo


[segnalata con particolare menzione al XLIV Concorso Aspera -
edita sulla rivista Alla bottega n. 3/2006]

*

NON  CI  TOCCA  LA  SPERANZA

Siamo brevi incastri di terra e perdono:
mai nessuna nostra molecola è andata oltre
l'accoppiamento chimico dovuto
scritto nel quaderno del creato

un tornare indietro mille volte con la mente
cercando una possibile rinascita
laggiù nell'eden
o venuta dai cieli misteriosi
la nostra scaturigine ancora intonsa
e densa di peccato e immodestia
noi voluminoso amplesso di infiniti organi
incasellati da Dio in un fiat di luce

Non ci tocca la speranza
né l'avidità del prodigo figlio
che ritorna a scardinare ogni avere
per un attimo di felicità infeconda

Non ci tocca il domani inesistente e sgravato ora
pensando ad impossibili certezze
(nulla è il tempo che scandiamo ancora
dentro di noi)
mia cara:
ci dissero di profanare l'ombra e la morte
smagrirci fino a diventare spirito innocente

ma dove si compie il destino del sole
è su questo amen che ci richiude per sempre
nell'abito di terra

in questo qualsiasi giorno che non ci appartiene


[segnalata al XLVI Concorso Aspera -
edita sulla rivista Alla bottega n.3/2008]


***


GIOVANNI  CHIELLINO

TELA DI PAROLE


Genesi Editrice, Torino, 2007
Pagg. 608 – Euro 20,00

 

TELA DI PAROLE
(Nell’ordito di Aracne)


            Onda di voce nel mare del poema

la parola s’increspa, precipita, s’innalza

insegue tra le nuvole

il volo della rondine e del falco.

La luce dei tuoi occhi la confonde

tace sui fiori di magnolie e rose

bacia la notte, va da stella a stella

e incendia la lingua del poeta.

Danza sui campi aperti della Pace

e sul nero abisso della guerra

impreca e prega. Dischiude incerta

la porta della vita e della morte,

sonda il mistero.

                                                                  G. C.


*


da Galateo per enigmi

(Genesi Editrice, Torino, 1988)


PERCHE’ TREMANO I CUORI

Perché tremano i cuori dei fanciulli

se rapidi s’intrecciano gli sguardi

quando l’ora del giorno si fa alta?

Perché morbide gatte

sotto lunare notte s’abbandonano

a lamentoso amore,

perché in acque limpide

s’intrecciano le anguille

e ritorna la rondine al suo nido

se crudele innocenza non lo rompe?

Questi misteri

sono i pulsanti angeli del sole,

i cavalli dell’ora che s’innalza,

poi viene il tocco muto

della campana a morto

e i perché si perdono nel vuoto.


*


SERA

Scivola il giorno

l’ombra si fa alta,

chiude porte il silenzio

nelle case

e il cuore oscilla

pendulo nel vento.


*


TOSSA DE MAR

Angeli bianchi su onde di luce

volavano all’orizzonte

e i cavalli del mezzogiorno

galoppavano su cime di fuoco.


Nelle conchiglie di sole

il vento nascondeva

i mantici stanchi e le fanciulle,

distese sulla rena, ascoltavano

fra le carezze degli amanti

passare il silenzio

su ali di sogno.


Ma il segno del ricordo si frantuma

e altro non so raccontarvi

di quel giorno stupendo

in una baia di Spagna.


Chi fermerà la ruota del tempo

se anche la memoria si dissolve?


Rimane lo strappo della tela,

la spola che non passa nell’ordito.

Allora la pupilla si dilata,

le morti si dispongono a catena

a legare due punti all’infinito.


*


SCIATALGIA

E’ in questo dolore

che acuto mi sorprende

che la morte s’impolpa

si fa compagna di viaggio

toglie vigore ai sogni

e gli occhi apre a dure verità

del giorno che si avanza

e come il fiume

stretto argine e alto rende veloce

e le sue acque getta e disperde

nel mare aperto così

spinge la morte il cuore

sui dirupi del tempo

nelle deserte anfore del vento.

Ma vibrano le corde del pensiero

e una parte di me che non conosco,

immisurata e vaga, trova la fuga

nell’accesa pupilla del tuo dio

e qui risplende di trasparenza e svela

in cifre chiare l’enigma e si appaga.

Così trova la vita nella non vita

il segno del suo verbo

e nel sangue che pulsa cresce il nulla.


*


NEL GIARDINO

Nel giardino seduti nella sera

le parole legate dal silenzio

lasciammo punta di stella

legare i nostri occhi,

adagiarsi la luna sulla fronte.

E guizzava la fiamma dei ricordi,

cresceva l’ulivo su bruciati campi

vaste fiumare azzurre

confluivano nelle nostre vene

ricche di vento e di mare.

Cavalli schiumosi

battevano zoccoli di luce

sui bruni passaggi dell’ora

e nello specchio dell’attimo che passa

volava il cormorano alto nel vento.

Sono i ricordi sguardo di bambina,

lieve come bianco di betulla

e oltre la siepe

non udita voce alza sospetti

e frana sulle rive del tempo.

C’è ancora la ginestra nel giardino

a profumare l’ultimo viaggio

ai margini del giorno verso l’ombra?

Risponde un suono cupo di cipressi

sbattuto contro il muro della notte.


*


da Daelalus

(Genesi Editrice, Torino, 1990)


IL GRANDE SPECCHIO


Tu mia onda, mio fiume,

mio profondo mare,

passo ambiguo del tortuoso andare,

stella polare per oscuro porto,

falce di luna a leggere il domani,

lume scarso per il mio cercare,

utero del mio riposo

e falsa chiave per moltiplicare,

conchiglia dove il tempo

s’annoda e non ha tempi,

fuoco per distruggere e creare:

io, tua brace viva e fredda cenere

tua sorgente e tua foce,

a te mi piego

mio silenzio e voce.


*


NEL TUNNEL

Una fessura nel tunnel

ci dà l’idea del viaggio,

una scheggia di spazio

invera la vita e la invetta

in un grido di sangue:

e brilla la bianca conchiglia

sul tuo viso di donna,

la voce s’annoda nel nome

e la tortora tuba

sulla magnolia in fiore.

Ritorna la notte e rimane

in un arco di specchio riflessa

una scaglia tremante dell’eco

di quel grido improvviso nel tempo:

è luce obliqua che scende

su ombre oscillanti

per vuote corde di vento,

è il nulla che passa in silenzio

e Dio tace.


*


VERSO LA LUCE

…………………………….

Non è retorica la morte come morte,

la morte per un guasto di percorso

nei mantici affannosi della corsa

è semplice morte che s’annoda a vita

come la vita che cresce dentro

e sfugge, la vita come sangue

come aperto ventaglio di ricordi

la vita che si copre di sudore

o sale come verga di dolore

è semplice vita che s’annoda a morte.

La retorica è negli orli

nei fregi del telaio:

gloria e successo sono i miasmi, i fiumi

le bolle di sapone.

La costruzione del Tempio

e la sua distruzione sono negli atti

nella spada affilata

nel fuoco alle porte

nei portatori di pietra

nella chiarezza del segno:

la fonte secca e l’acqua che zampilla

l’uomo sterile e l’utero fecondo.

La morte-vita è il chiodo

sfuggito al Grande Costruttore

la vita che perfora

l’essere e il nulla sul palcoscenico

dei tempi, l’urlo di Satana e l’indice

di Dio. Il resto è scena.


*


da Nel cerchio delle cose

(Genesi Editrice, Torino, 1994)


UNA PAUSA DI STUPORE

Da quali estreme lontananze

giunge la curva delle tue parole,

il puro cerchio che non si rivela?

Da quali deserti viene la fiamma

della tua bellezza

il sacro fuoco che ci divora?

Da profonda solitudine marina

cresce la gemma

dei tuoi chiari sogni,

dietro le chiuse porte del mistero

su abbandonati spazi di memoria

cerca il pensiero angoli di volo.

E’ un ritorno di perdute stelle

il colore delle tue pupille

e il fiore che profuma la tua pelle

ha radici nel tempo.

E sale il vento sulle magnolie

sale sul canto dell’usignolo

sale sull’arco delle tue ciglia

rapisce l’ansia delle domande

porta il silenzio delle distanze.

Al centro di un abisso

oscilla il cuore

ma Dio concede

una pausa breve di stupore.


*


FARFALLA

Mia anima vibrante nella luce

mia palpitante voce

sulla molle medusa del silenzio

mia pupilla ansiosa

sulla penosa fronte della notte

dove ti volgi Amore ti conduce.


*


NUVOLA

Mio misterioso andare

nel cielo senza meta

eterno svaporare

nel regno del silenzio

animala che cerchi

il vortice di Dio

mia timida sorgente

dell’acqua originale

malinconia di un sogno

che si tramuta in pianto,

bianca vela protesa

ai mari della luce

ala di gabbiano

distesa fra le ciglia

tremula di fanciulla

sublime metamorfosi

che sulla roccia altissima

annodi come in gioco

il vento l’onda il fuoco.


*


da Il volto della memoria

(Edizioni  Scettro del Re, Roma, 2000)


IL CUORE


Incrostazioni, un cumulo di macerie

con la vita che scorre

fra sistole e diastole.


Il buio del vagito,

l’ala bianca dei sogni,

la lama del pensiero.


Un sicuro rifugio

la tua donazione:

fuoco di passione,


l’aratro, il seme,

nel solco fecondo

teneri virgulti.


L’autunno: un giallo precipitare,

il distacco, la morte, tanta morte

fra la prima e l’ultima diastole.


*


MARE JONIO

Morbida, tonda caviglia

sulla tiepida sabbia,

l’acqua scivola lesta,

la bacia e ritorna nell’onda.

L° solleva il capo ricciuto,

lo piega e comincia a cantare

un’antica canzone

che la giovane donna innamora.

Oh labbra sinuose del tempo!

Oh lingua che narri la storia!

Nell’aria azzurra si levano

stormi di secoli e ombre

dal chiaro cristallo del mare.

Corre la vela di morte,

bianco gabbiano la vita

la insegue, la sfiora

poi sull’albero ferma il suo volo.

Fanciulli giocano allegri,

hanno barchette di gomma:

esperti pescatori di sogni

senza ancora né remi;

sacerdoti vestiti di luce

sollevano al sole le mani,

riempiono di bianche preghiere,

di fresche parole lucenti,

di verdi pupille, di gesti innocenti

la bocca del mostro marino

che solca gli abissi del mondo,

ammassa la gravida notte,

percuote la terra, la scuote

con rapido colpo felino.

Poi l’onda ritorna tranquilla,

ribacia la tonda caviglia,

e alla giovane donna,

che sull’arco celeste del giorno

porta profumi di eterno,

bisbiglia pensieri

d’amore e di morte.


*


VENERE LUCENTE

Splende ancora la stella del mattino

nella curvata azzurrità del cielo

e sui cavalli rosei dell’alba

il giorno avanza

col vento di levante.


Si consuma la notte,

il tempo invade tutte le clessidre

e tu, Venere lucente

nell’occhio mattutino, siedi

nel cavo della mia memoria

e annunci, oltre le mura

dell’ombra e dell’oblio,

luce divina che non si misura.


*


PER LEI


Lei viene in tutta la sua bellezza,

viene dall’alba.

Porta la luce sulle mani,

negli occhi ha il cielo e il mare,

sulle labbra il fuoco e la parola.

Nel sangue ha raccolto

tutti i baci dell’universo

per baciare ognuno di noi,

ha raccolto il seme della fecondità

per sfidare l’Eterno.

Il melograno è il suo albero,

il suo fiore è il tulipano,

l’animale che le somiglia

non teme le tenebre,

la sua parola bussa

alle porte del pensiero e le apre,

l’anima ha chiavi luminose

e la notte si arrende.

Le sue radici sono nella morte

e raggiungono le brughiere del futuro,

nutrono pietre

finché non le sfiora la sua mano,

allora un volo d’ali invade

l’occhio del sogno

e le albe si schierano a Oriente,

sui gradini del suo altare

noi stiamo genuflessi, preghiamo,

e il vento della cancellazione

passa sopra le nostre spalle,

si allontana.


*


da Il giardiniere impazzito

(Genesi Editrice, Torino, 2001)


IL GIARDINIERE IMPAZZITO

Sradicare le ortensie e il rosaio,

eliminare i bulbi dalla terra,

tagliare il calicantus:

fredda inflorescenza nel cuore dell’inverno.


Bruciare la tuia,

atto sacrificale,

abbattere l’agrifoglio,

non posso vedere le sue rosse bacche

brillare tra le foglia;


sacrificare l’oleandro e il melograno,

purpureo fiore in forma di corona.


Bisogna fare spazio a cose

più importanti:

mine anti uomo, missili, mitraglie,

un’infinita varietà di armi.


Reticolati,

campi di concentramento,

fosse comuni.


Le salme già occupano

il centro del giardino:

uomini e donne,

i giovani figli uccisi

prima che cantasse il gallo

quando l’alba sfiorava i loro volti.


Dappertutto scorreranno

rigagnoli di sangue per innaffiare

i filari delle croci.


In tutti gli angoli germoglieranno

lacrime e tormenti e io

spingerò l’altalena della morte

verso l’Angelo pietrificato nel dolore.


*


IL PUGNALE DI CAINO


Brilla nell’ora del mattino

il rosso pugnale di Caino.

E’ l’eterno pugnale di Caino

avido di sangue e fertile di morte

che con torbida lama

attraversa le vene del tempo

e scende nel cuore dell’uomo,

accende falò, scava fosse

e alza croci sul dorso della terra,

traccia sui volti segni di dolore.


Questo è l’amaro pugnale di Caino,

l’affilato pugnale di Caino

che decapita i giochi dei fanciulli,

toglie i cavalli ai carri d’Amore

e costringe il giorno su strade di lutto.


Quando brilla il pugnale di Caino

chiuso è l’occhio di Dio,

sulle case straripano i tramonti

e le clessidre contano le assenze.


*


EPILOGO

I


Finito di tessere la tela

ci accorgiamo che trame e stame

si sono incrociate nel telaio del Nulla

catturando inutili apparenze.

Unica impronta certa

la malvagia mano che versò il sangue

sui sogni dei fanciulli

prima che scivolassero

nel vuoto della morte

inutilmente appesi

agli occhi delle madri.


[…]


da Nel corpo del mutare

(Genesi Editrice, Torino, 2004)

 

LE STAGIONI

L’azzurro Leone della costellazione

ha conficcato il dente luccicante

nel fuoco dell’estate.


Il poderoso zoccolo del Toro

ha calpestato le bianche riviere

del mitico Jonio


e l’aspra lingua della salsedine

si è allungata nella fertile valle,

ne ha sfiorato l’esuberante rotondità,


violato la calda profondità

nella tenerezza delle giunture

e nella vibrazione dei mille torrenti.


Ma i rapidi cavalli del tempo

fanno oscillare la bilancia delle stagioni

e il peso dell’autunno aumenta.


Sul crinale dell’orizzonte

l’arciere dell’inverno si prepara a scagliare

la gelida freccia nella polpa del sogno.


Dove sono le bianche colombe

sulla vetrata dell’universo?

E i bianchi cigni nel lago del cuore?


Dov’è il maestoso gabbiano

sullo scoglio genuflesso

nell’onda tempestosa?


Avanzano i lenti buoi della vecchiaia,

tirano il lungo carro dei ricordi

verso l’ombrosa soglia del silenzio.


Dove sono le gemme del mandorlo

prima della festosa esplosione

al soffio della primavera danzante?


*


da Tela di parole


IL CONCERTO

Il concerto dei passeri

sul Lauroceraso impedisce

il franare del cielo

nell’ombra del tramonto,

lo ferma in un sogno d’eternità

e io mi distendo

sul fiume sonoro

che va dall’albero a Dio.


3 marzo 2001


*

ANGELO

Angelo,

perché ti nascondi

dietro il muro della mia paura?

Ho bisogno della tua presenza

per attraversare la notte

della mia stanza.


Caselette, 20 marzo 2004


Giovanni Chiellino è nato a Carlopoli (CZ) nel 1937; risiede a Torino.
E’ redattore di Vernice ed è stato tra i fondatori dell’ Elogio della Poesia nel 2001.
In poesia ha vinto numerosi primi premi.

***


DA:  VOCI  INASCOLTATE

Poesie e disegni in Comunità Terapeutica


Rubbettino Editore, 2004

 

PATRICK  PERSPICACE


Per il mio cuore

Per il mio cuore basta il tuo petto,

per la tua libertà bastano le mie ali

dalla mia bocca arriverà fino al cielo,

ciò che era addormentato sulla tua anima.

In te illusione di ogni giorno

giungi come la rugiada alle corolle.

Scavi come l’orizzonte con la tua assenza.

Eternamente in fuga come l’onda,

nel vento come pini

e come alberi di nave.

Alta e taciturna ti rattristi d’improvviso.

Accogliente come una vecchia strada

ti popolano echi e voci nostalgiche.

Svegliandomi ho visto emigrare e fuggire uccelli che

dormivano nella tua anima.


*


MATTEO  GRAZIANI


Bianco

Bianco –

è la mia carne –

scheggia d’ostia

offerta in pasto

a peccatrici d’occasione.

E’ la mia mano –

nella mia mano –

con me stesso.

E’ l’alba che attende

e che solo la morte

mi sa promettere.


*


Rosa

E’ l’anellide ermafrodito -

nella fangaia scivola

con l’abitudine del cieco.

E’ il dinosauro – nella luce

si confonde già stanco

del peso che atterrisce.

E’ l’ombra di farfalle –

sul cammino d’una fanciulla

davanti e dietro di lei.

Rosa la cipria di mia madre –

- polvere

che si insinua tra le rughe.

Rosa è femmina.


*


Azzurro

E’ il cielo d’estate –

nella canicola canta e

chiama a sé le nuvole.

D’estate è brina sul prato:

immagine fugace

che è e non è.

Azzurre sono le lacrime

sugli occhi dei pesci –

scivolano sulle onde e

la notte s’accende di splendori.

Azzurro è un desiderio inespresso

quando nel cielo d’agosto

vedi una stella crollare

in orbite segrete.


*


Nero

E’ il mare alto senza luna

e senza stelle – in superficie

un gabbiano, addormentato

galleggia tra la vita e la morte.

Nera è la forma del prete –

confessione, il corpo di Cristo e

andate in pace: in piedi o

seduti è lo stesso.

Nero è il mio volto –

lo riconosco nell’oscurità dell’asfalto.


*


ROBERTA  GALBANI


Infibulazione

Il boia incide la corteccia di un grande albero

non pensa alla linfa che zampilla fuori

non pensa al machete che taglia obliquamente

le orchidee

non conosce il significato del suo gesto

quindi persevera.


E i fiori muggiscono impazziti.

Mordendosi la lingua a brandelli.

Non più terreni fertili a cui aggrappare le dita

solo teste rovesciate all’indietro

legate allo stesso modo di animali selvatici

in unico sgraziato grido bleu.

Senza lacrime.

Il rumore è l’uncino

luccichio di denti nella rossa bocca.

La noncuranza

con cui sgorga copioso e di un colore ultraterreno

il sangue della sconfitta.

Non-significa-nulla.


Decide di non muoversi

questa bambina imperlata di odore e sudore.

La sua pelle una volta era puro ebano

la sua pelle ora non è che cuoio,

le gambe spalancate nel giardino

buio di notte sotto le macerie di uno scalpello.

E Dio non ha voluto questa statua di perfezione.


*


ISABELLA  PERALTA


[Nella stanza semibuia]


Nella stanza semibuia

chiusa

strappata da un fuori fatto di notte.-traffico-pioggia

un’indiana – così dicevi – ballava a piedi nudi

le lunghe collane colorate, i capelli sciolti.

Gli occhi erano chiusi

il suo cuore spalancato, travolto dalla tua musica

dal ritmo sincopato della batteria

dalla sua anima incostante che parlava un jazz sensuale

e pervasivo.

E tutto era musicasilenzio

colorebuio

movimentostasi

calorefreddo.

E tutto era armonioso contrasto.

E tutto era perfettamente impermeabile: nulla poteva

entrare

nulla poteva uscire.

Era tutto amore.

Quando Qualcosa TUTTO si è infranto

la porta si è aperta

la musica ha taciuto

la notte-traffico-pioggia ha squarciato quell’intimità

solo allora ho indossato le mie scarpe.


*


[Chiunque piove]


Chiunque piove

al di sotto di sé.

   Ci si bagna

di passamano polverosi.

   Umido il rintocco

del silenzio devastante.

   Fa acqua la ragione

quando non ci culla.

   Rugiada sanguina

carrellata di pensieri fragili.

   Tutti i fiumi si strappano

attraversando il proprio letto.

   Continuamente l’onda

muore di se stessa.

   Trasuda rimpianto

l’ora che non c’è stata.

   Di linfa avvelenata

si suicidano le piante.

   Ci si schizza di fango

rincorrendo una buona ragione.

   Sputano le stelle

nella morte della notte.

   E terra beve

dalle ferite del cielo.

   Ovunque piango

lacrime universali.


*


MASSIMILIANO


[Siamo luci proiettate nella notte]


Siamo luci proiettate nella notte,

siamo ombre che si allungano nel giorno.

Come la gioia può nascere da un dolore,

così la sofferenza può maturare

dal più bello dei momenti.

Un giorno ti svegli

e voli in alto come un falco,

un altro combatti

per non strisciare come una serpe.

Ma siamo uomini

e quando le catene del rimpianto e della colpa

avvinghiano e ancorano nel passato,

allora spieghiamo le vele dell’anima al vento

perché il vento soffia verso il futuro.


***


DORIAN  VERUDA

Da Sarò l’ultimo papa

Genesi Editrice, 1987
Collana di Poesia I Gherigli - n° 25

 

PROMETEO – L’ELETTO

                                                         A Sergio Quinzio


1.

Condannato a fissare

Spire – su spire – di luce…

         - laggiù

carriarmati si cozzano – esplodono – il napalm

erige ululanti piramidi-torce

                                                La cupola

è diventata falò gigantesco

                                            … e la folla

… la folla ubriaca…

crepita

              nel martirio

supremo…

                    La croce…

                                        la croce…

danzerà…

                  nel violaceo

crepuscolo…

                        Sarò

L’ultimo Papa
 - l’ Eletto…

         Me ucciso…

l’orgiastico – tripudio – di abominio…

culminerà…

                        L’epocale fastigio.

Poi calerà la – celestiale – armata.

 

2.

Nelle membra – inrocciate – una gioia

- orrenda – formicola.

    E mentre

per l’etere fisso sciamare quei punti

barbuglianti – con essi compulso

mi dissemino in quegli – assorti – nodi.

Divengo un’orbita anch’io.

                                             (Nel tuo sudario

accoglimi

- o Notte –

oppiaceo…)

                            Ahi – nella grande

metamorfosi

- esplode –

di fuoco

- la memoria precosmica.

                                                (Nel tuo

- calamitato –

                            maestoso

orgasmo…

                        mi allucino…

dilato…)

 

3.

                                    Pupazzo

mi guardo

                        - lustrale…

                                                - alla forca

- mi tasto –

                            penzo

lante

               - del colonnato di San Pietro.

Ma tu…

                   redivivo Plutone

                                                       - Lucifero…

Ahriman…

                        non avrai

il mio sangue

                        - per sempre –

il mio scettro…

                            Dall’

incesto

              obbrobrioso

                                    - per cui

ora mi avvinghia aculeata rupe –

sarò sbalzato

                        - tratto nella sedia

gestatoria…

                        Corone di mani

Corone di volti imploranti

                                                Sarò

dischiodato

                     da gente

dissoluta

               - blasfema –

per l’ultimo baratto

                                    … e poi sgozzato

sul libro del dubbio…

                                           Cadrò

con le flaccide membra…

                                                Sputeranno

- imprecheranno

                           - alle ceneri sparse…

Nel fiume – insanguinato –

                                                    sparirò.

E la croce

                   - la croce –

                                          danzerà

nel violaceo crepuscolo…

                                                Allora

- oh allora…

                        (senza scampo è l’anatema)

sarà l’inizio dell’Apocalisse.

 

*


DIALOGO CON MIO PADRE

 

Padre, la notte s’è spogliata: aduna

gufi e civette per il grande sabbath

quando la mente straripata – formicolerà – di sulfuree

lune e il destino – schiumerà – in vascelli

di folli di streghe fachiri.


                                                Perché

la morte trionfale prepara giumente di bronzo

inghirlanda la fronte di diademi spettrali

per il sommovimento archetipico

il tripudio – che seppero – i re Magi dei mistici.

Il mondo bolla iridescente svàpora…

Il cavallo dall’ali – arpionanti – già plana

con l’angelo d’infanzia su – ciminiere - gravide

di putrescente – annichilante – gas.


E noi…

                 noi così dementi

                                            - penitenziali – cerei…

aspettiamo lo squarcio del cratere

la sibilla che grida

                               che grida

disseminando bambole – chiazzate – di pus.

Padre, il mistero – mitico – dischiude le sue valve.

Ciò che fu predetto fu ampliato in furore di trombe

i sigilli divelti confessano arcaici enigmi.


                                                                    Il mondo

Che amammo si svela

Controfigura di un Moloch

Sidereo…

                  Le membra spezzate del Dio

generarono mostri

senza mai fine

                               - ma i mostri

sono scoppiati in un grottesco riso.

Ed ha vinto la Morte paziente

sacerdotessa del vento…

Accetta, padre, la preghiera del bimbo

trafugato

al di là, nel deserto


contraffatto


del sogno.

 

*

 

                        UN GIORNO SCENDERAI

            Signore,

                           un giorno

scenderai dalle nubi d’argento

                col carro di fiamme che esplodono in grida

            entro lo sguardo di stella scoppiante

                 uncinerai le – nostre – piattaforme

            i nostri grattacieli

                                                   le piramidi.


Un giorno scenderai – fulva cometa –

                 sulle nostre metropoli schiantate.

Troppo peccammo scatenammo giusto

furore

            la tua sacra rabbia.

                                                I nostri

misfatti – hanno tradito – il tuo sorriso

il tuo splendido – sogno – aquilonare.


Troppo peccammo: costruimmo ordigni

di sterminio.

                        Godemmo di boati

ed – orizzonti – di bagliori.

                                                         Croci

            uncinate intessemmo in camere a gas

e labari librammo in processioni

            - fanatiche – empie.


                        Facemmo tirassegno sui bambini.

            Sventrammo le donne

con voluttuosa insania.

                                        Le città

            bombardammo.

                                      La cenere

                          - cateratte di cenere –

                                                             testammo

                        ai nostri – figli – sciagurati…

 

° ° °


                       Quale perdono noi potemmo chiederti

                   quale preghiera osare?

                        Dove cercare la tua franta Immagine?

Quando dal Tuo silenzio ci balzasti

      e le voci dei giusti calpestati

      -dei miseri abbattuti –

                                                in Te si fusero…

i morti si schiodarono dall’ombra

            brandirono i sudari come lance

        imbracciarono i teschi fiammeggianti.

Ora marciano – insieme a te –

                                                per il grande olocausto.

            Per il compimento dei tempi.


         Signore,

                        abbi pietà dei nostri bimbi.

Soltanto – essi –

                                 ancora

              non hanno avuto il tempo di peccare.

Essi corrono – ignari – come il vento.


***


TOMASO  KEMENY

Tre poesie


Celebro la poesia

Celebro la poesia
che alle altre non somiglia:
scorre nelle vene azzurre dell'aria
per tingere di desiderio i cieli
e di gemme e di fiori incorona
la mai sazia d'amore.
Lei sola sfida il terrore senile
dell'avventura e accende il tramonto
a sospendere la lacrima stellata
della notte sovrana. Celebro lei,
la poesia che nel sangue germoglia
e ogni cosa decrepita muta
nella rosa di luce
che il mondo risveglia.

*

Stanze anarchiche

Ninna-nanna del porco mondo
la mia vita t'appartiene
e si trasforma di colpo
in un incubo a cinque stelle.

Chi cavalcherà la tempesta
alla testa dei giovani, dei vecchi, dei decrepiti?
Chi disgregherà lo smercio dei ritmi
spenti? Chi ruggirà
la gioia di vivere?
Chi suggerà la luce
dalle poppe stellate
della notte sconfinata?

*

Lappole

Fare l'amore
lungo il fiume
là dove la sabbia
bianca
diventa un letto
tra gli arbusti

Sentire
la vita
volare
sfiorando
le onde

Nel tuo grembo
di piacere
svanire

"Sei il vento
che mi
increspa
l'anima
di piacere"
mi sussurri,
qualche lappola
attaccata
alle calze di lana
tra salici e pioppi
in fuga
tra gli astri.

Ora il tuo volto
sembra una maschera di vento,
un sospiro infuocato
che mi rapisce l'anima.

L'albero e la sua ombra
tu ed io per sempre.

*

[Testo della performance del 1994, S. Croce - Firenze]

 1.   Affidarsi, senza riserve, alla potenza dell'immaginazione creatrice.
 2.   Eleggere Santa Croce a centro cosmico della rinascita
       della bellezza e dell'arte.
 3.   Affermare la verità della poesia e dell'arte con un gesto inconfutabile.
 4.   Azzerare la corrotta vecchiaia del mondo.
 5.   Sfidare l'arroganza delle spettacolarizzazioni plebee e televisive.
 6.   Aprire il cuore del tempo dissacrato a un raggio di bellezza.
 7.   Opporsi alla cecità delle forze che avvelenano l'aria, l'acqua e la terra.
 8.   Dire addio ai vezzi dell'apparenza per affrontare gli abissi dell'essere.
 9.   Mantenere alto il costo della poesia: per essere scritta richiede tutto
       l'universo nel suo splendore,tutta la vita nella sua urgenza inarrestabile.
10.  Ritornare al caos sublime per fare rigermogliare le figure del tempo.

Tomaso Kemeny

[Nato a Budapest nel 1938.
E' uno dei fondatori della "Casa della Poesia" di Milano]


[Fonte: Tracce.Cahiers d'Art - primavera/estate 2009]


***


da origini

quadrimestrale di-segno e poesia


[anni 1995 e seguenti]

 

SPARANDO ALLE GAZZE
poesie di Fred Johnston tradotte da Daniele Serafini

 

SPARANDO ALLE GAZZE


Con un'ala immobilizzata

trascinandosi in strette volute

la gazza a mezzo lutto diventa

quell'ordine ferito che tutti viviamo


o a cui tendiamo: non ci resta che un'ala,

nel migliore dei casi,

e schiviamo gli specchi

grandi vetrine traboccanti di noi


chi ci ha mutilato

è un altro discorso. Preferisco

pensare che una volta avevamo i mezzi

per volare, una possibilità


di allontanarci dalla terra,

un terreno solido, tutte queste cose.

Noi siamo molto più di questo umbratile

claudicare, sotto il tiro di Dio onnipotente.


*


IL FIUME CORRIB


C'è una dea della ruota

che enumera i giorni

nei canneti un sacro rifugio

protegge la culla offerta alle acque


La linea arcuata della lenza imita il sole

pigre nebbie serali adagiate sui fari

un airone si tuffa e scrive sull'acqua

la storia perenne del fiume


Dall'inverno ci attendiamo solo

finestre chiuse

un ritrarsi della luce, una fila di taxi

candele ai piedi di un altare


Eppure conosciamo le regole

quando giunge il tuono,

e facciamo congetture sul fulmine

che ci potrà annientare per i nostri peccati.


*


FANTASIE DI UNA BARCA


Io sono ciò che sta sul mare

e sotto il mare e sopra il mare

il sole è legato con una fune alla mia spalla

nera la mia vela pitagorica

il vento è il respiro

del mondo addormentato

Mi chiama per nome la banchina di pietra


Ora mi piego per lasciare

che l'ultima ora di luce purifichi l'aria

reti di gabbiani lanciate su di me

Mi rannicchio sotto una morbida schiuma

prodotta dal fumo dei camini:

il mio ventre è ricolmo di pietre

Sono custodita come qualcosa di sacro.


*


IL MOMENTO GIUSTO


Scendi al momento giusto

e allora vedrai,

come se guardassi da una finestra,

aironi in stormi di tre

indagare l'aria dipinta

e incidere misteriosamente

le lettere di un alfabeto.


La luna è un'unghia

lanciata in cielo, il mare

si è fatto di un nero solido

barche giacciono attraccate al molo.

Il fumo filtra l'ultimo raggio di sole

il mondo è logoro

come una moneta consumata dalle dita -


Quando lei arriva

al calare del giorno

la scorgo di sfuggita

mentre lascia la città sotto un'arcata

rabbrividendo inquieta, timorosa

delle luci che si muovono alle sue spalle.

 

* * *


OMAGGIO A TINGUELY
di Willem M. Roggeman - traduzione di D. Serafini

 

1. MACCHINA PER ESPLORARE LE

COSE DEL PASSATO


Inizia come una statua che gira in tondo

per vedere quale distanza

ha coperto in tutti questi anni.

Come i sospiri di un letto che per anni

fino alla fine ha conosciuto l'amore

ed ora è vuoto. Come un folle

metronomo che continua a battere più veloce.

Come la macchia di parole sul cuscino.

Come lo sguardo dei vecchi nei ritratti

di secoli fa appesi

in corridoi bui dove

nessuno passa.

Loro conoscono il segreto.

Più si invecchia, più

lentamente si vive. Oppure c'è

qualcosa di non vero nel tempo?

Lei mi guarda come se

fossi ancora lì.

Il tempo la evita.

Guarda,

io non sono

affatto là,

non sono

neppure

qui.


*


2. MACCHINA CHE LAVORA SUL

POTERE DELL'IMMAGINAZIONE


Chiunque sogna dietro questa strana macchina

la metterà inconsciamente in movimento

e noterà come avvolge il mondo

negli stracci della sua immaginazione.

L'elica gira molto più veloce

di un lampo di pensiero.

Avidamente assorbe tutti i suoni

e li trasforma in silenzio.

Gli oceani sono divisi

in modo meccanico. Senza rumore

produce castelli prefabbricati in aria.

Tutto ciò che qui sorge

esiste per la prima volta.

Questa macchina è anche una formidabile

guida dei morti.

Per gli increduli

segue una descrizione

dell'al di là, registrata

con la massima precisione

come l'inventario del

vuoto.

 

*


3. MACCHINA PER RENDERE VISIBILI

I SOGNI


Sei in piedi in attesa alla fermata dell'autobus

ma un carro funebre ti si ferma davanti.

Una mano bianca come neve fa un cenno

invitandoti a entrare.

I tuoi arti plumbei non si muovono.

Le palpebre tremanti tradiscono la storia

che si srotola dietro la fronte.

Elettrodi sono fissati alle tue tempie.

Le autorità controllano giorno e notte

la tua salute mentale

e impongono l'uso di questa macchina.

Così è sotto controllo il modo in cui tu

costruisci forme intraducibili

da un'impalcatura di foschia.

Spettri crescono come muffa

sullo schermo. Qualcuno parla

ma resta fuori dall'immagine.

Un volto di donna, tua madre a 30 anni,

diventa la ragazza che hai visto ieri

sul tabellone pubblicitario di un dentifricio.

E' sorprendente

i bicchieri di cristallo non si spezzano

quando scoppi in una grande risata.

Senti ancora il gergo

della tua infanzia. Gente

appare sullo sfondo

di un villaggio. Alberi

fioriscono senza spiegazione. Dai loro rami

cadono le prime

gocce di rugiada del mattino.


*


4. MACCHINA CHE FA GIRARE IL MONDO


Più gira a fatica, più bello

diventa il mondo. Un pianeta blu

che a volte versa una piccola vita oltre i confini.

Nuvole di vetro si urtano l'una con l'altra.


Sempre con lo stesso ritmo

questa macchina gira verso il futuro.

Il tempo assorbe ogni cosa.


Niente è fragile come il silenzio,

così leggero di colore e tuttavia

così pesante da sopportare.


La luna e il sole sono pronti

ad affondare nelle proprie impronte.

Le nuvole serali sono d'acqua

e lavano, sembrano un dipinto.


Il mondo getta via la sua ombra,

cade sul nulla.

Un vuoto che svanisce.

 

* * *


CAPO D' OTRANTO E ALTRE POESIE
di Carlo Stasi

 

QUEL CHE RESTA...


uno sbuffo di cenere

che sfugge al comignolo

col primo refolo di vento


avrei voluto esser io

il vento io il motore

di un mondo da cambiare


segue rotte insolite il destino

e lui che mi ha cambiato

in alito di polvere


uno sbuffo di cenere

è tutto quel che resta

del vento dei miei sogni


Mauthausen (Austria)

 

*


STALLO


il respiro è quel che cerchi

scandendo orizzonti

con ali di pensiero


sei aquila che plana su un mare

d'azzurre montagne

che dipanano in creste d'onda

e tra le balze dell'alba

spuma di nebbia affonda


rabbrividisce l'occhio

che è anima di cristallo


freddo fiato d'ansante volo


cerchi un varco

tra nubi straziate

dal litigio eterno

dei venti


è agnello macellato

questo franare d'anima

il suo belato innocente

spegne tramonti nella mente


Rifugio "Le Nid d'Aigle"(Mont Blanc)


*


CHE C' E' ?


cos'è quest'ombra scura piovuta tra di noi

quel vuoto di parole e sguardi senza pace

è nube passeggera o macchia o buco nero

che annulla senza scampo che uccide chi non vola


c'è che la mia voce tu non la senti più

c'è che i miei silenzi tu non li leggi affatto

quell'eco di tempesta che scuote le mie fibre

neanche un pò ti sfiora neppure ti scalfisce


c'è che ormai il tutto è un sacco già svuotato

è vita senza senso è sogno infranto e spento

la noia e l'apatia camuffano il dolore

che l'anima corrode con rabbia che uccide


c'è che i nostri ponti tarlati dal maltempo

minati dall'orgoglio son pronti per saltare

se un giorno crolleranno sarà liberazione

e il cuore accoglierà la morte benvenuta


*

CAPO D' OTRANTO


brulle rosse zolle e scheletrico pietrame

e pochi fili d’erba sopravvissuti al vento

e qualche spenta torre impietrita

pietra innalzata tra pietre cadute

ed il vento ed ancora il vento

che entra che sventra che svuota


è un deserto e per serpente una strada

e buche e trappole e buche nascoste

grotte dipinte da mani lontane

geroglifici del tempo perduto

ch’è corso che corre e trascorre


qui correvano i cervi pasceva il bisonte

nuotava il pinguino cacciavano gli avi

e d’estate sguazzano turisti


ora è un’urna di pietra una bara di luce


e c’è sempre quel pennello di mare

che cancella l’orizzonte dell’alba

e non mancano nuvole appallottolate

sulla tovaglia sbiadita del cielo

e ancora il deserto il nulla l’assenza


è questa landa deserta il mio cuore

raggelato dal vento che trema

 

*

 


     SENZ’ OMBRA E SENZA LUCE


in questa grotta senz’ombra e senza luce

      illuminami almeno tu amore mio

        che paziente mi aspetti laggiù

          dalla mia stalattite accogli il

            duro pianto della roccia

                il canto triste di

                  ogni goccia

                      lo stilli

                      cidio

                       del

                        la

                        v

                         i

                         t

                        a

                      a te

                     salgo

                     stalag

                       mite

                      del tuo

                      amore

                     le gocce

                    in grembo

                 vorace accolgo

              millenni passeranno

       uguali come gocce amore mio

    il tuo abbraccio aspetterò cantando

e prima o poi saremo colonna anche noi


  ***


DONNE  IN  POESIA


Maria Pia Quintavalla è nata a Parma, e vive a Milano.
Ha pubblicato: Cantare semplice (1984, Tarn Tarn
Geiger), Lettere giovani (1990, Campanotto), II
Cantare (1991, Campanotto), Le Moradas (1996,
Empiria), Estranea (cannone) (2000, Piero Manni,
introduzione di A. Zanzotto) Corpus solum, (2002
Archivi del '900), Al bum feriale (2005, Archinto),
Selected Poems (2008, Gradiva. New York, trad.
inglese Isabella Canetta). Dal 1985 cura la rassegna
nazionale Donne in poesia, e le omonime antologie.
(Comune di Milano 1988, ristampata Campanotto
1991). Cura seminari di lettura del testo poetico.
Suoi testi sono stati tradotti in inglese, tedesco,
spagnolo e serbo-croato.


Milena Tagliavini è nata a Milano. Vive ad Arese, in
provincia di Milano. Le sue poesie sono apparse su
molte riviste e siti Internet. Ha pubblicato le seguenti
raccolte di poesie: Pianeti diversi, La Vita Felice,
Milano;  Sabato, Ibiskos, Empoli;  La verità, Book
Editore,  BO).


Tiziana Maspero nasce a Milano nel 1962 dove lavora
in un'agenzia di comunicazione. Nel 1990 partecipa
alla nascita della fanzine La Mosca di Milano. Vive ad
Arese dove è parte attiva del Salotto della Poesia.
Per alcuni anni consecutivi ha fatto parte della giuria
al Festival della Poesia della scuola elementare
Rosmini di Bollate. Sue poesie sono apparse su riviste
e su un'antologia della casa editrice Il Filo.


*

Maria Pia Quintavalla
Dichiarazione di poetica

Non di corpo bramava la sua lingua
godiva, amorosa svernare il lutto e gli ori
senza inverare le parole belle e
sole, nuovi moti celesti
i morti — sua remota sorellanza

silente sorellanza spinosa, seminare
apneica lingua, duri spazi-sogni
come lupa allappare
senza più sognare — agguerrita presenza
le smaniate cose.

*

Milena Tagliavini
TRE APRILE

Sono tagliata fuori. Tre aprile
Duemilatre. Mi distrae la polvere
Sugli album –dodici che chiudono
più vite- per le onde che sfuggono
alla rigidità. Le persone chiuse là
vive o morte non ci sono. Il mio seno
non è più la massa gonfia sopra una
bocca di neonato con cui Ilaria non
divide nemmeno la memoria. Il filo
che lega l’enormità delle differenze
sono le labbra: solo un professionista
avrebbe saputo ritrarle nella tristezza.
Così si affollano anni e anni di sorrisi
Lasciando tra gli spazi delle foto
La morte. Sono tagliata fuori perché
Per me spolverare è come scavare.

*

Tiziana Maspero

non più giovane betulla
flessuosa e chiara
mi vedrai tremare
nei venti contrari
né inchinarmi ad ogni
passaggio straniero come
se il mistero dell'umano
esistere fosse sempre degno.
 
sono olmo montano
mi diramo abbracciando
quanta più terra posso,
del bosco ospito
piccole vite e,
fors'anche per loro,
tendo fiducioso alla
chiarità del cielo.


***


Dietro il paesaggio - L'anima e il volto

a cura di Luisa Vinciguerra

DIETRO IL PAESAGGIO

Premio Letterario Inner Wheel 2002
EFFATA' EDITRICE

da DISTRETTO 209°
Socia Inner Wheel Club San Benedetto Del Tronto

NOTTE

Silvana Guidi Massi Catalini

Adesso che questo mondo da spazzatura
mi è noto in tutti i suoi dettagli maleodoranti,
rannicchiata in questo letto d'albergo,
mentre il sonno non giunge a curare le piaghe
purulente dell'anima e tutto ormai dorme
sotto la cresta immota dell'Antelao
grigio e rosa nella luna grande del Cadore,
e la stanza si va riempiendo di scricchiolii
mentre si riduce la notte incontro all'alba,
adesso sento in ogni cellula annidarsi il dolore,
un dolore come di cosa che niente può rimuovere
per tutti i sofferenti che non conosco e che amo
e per tutti i dolenti che conosco e amo ancora di più.
E penso alla dannazione di non riuscire a mutare
il marcio, il corrotto, il male, l'abbandono,
il cancro del corpo e quello dello spirito
schiacciati dalla volgarità della vita.

Pure sono leggiadre queste cime rosa
nei riflessi dell'alba nei riverberi del tramonto,
così belle da togliere il respiro e lenire per poco
l'angoscia amara che da sempre mi conduce,
e questi boschi verdi così pieni di forza,
amoroso slancio della terra verso il cielo di crostallo
distante da ogni grida, sordo ad ogni sussurro...
Forse verrà il sonno e sarà duro di pietra,
non darà ristoro alla mente affaticata,
popolato di pensieri, denso di troppe domande,
che il vento risalendo lungo i fianchi della montagna
invano disperde tra i rami dei larici.
Tacciono le abetaie nel grigio chiarore della luna,
dormono i camosci e i lupi nei ricoveri solitari,
tra i dirupi selvaggi nei nidi riposano le aquile,
ma il gemito della civetta ora scuote il silenzio
e inquieta la mente immersa nell'inutile torpore;
innescando la tormenta dei pensieri che bruciano
ripropone incalzanti le domande mai sopite.

E con il sonno che s'allontana torna l'urgenza dei perché,
il disagio di una prigione che rinserra lo spirito,
che cosa vuol dire questo procedere oltre,
se l'inferno è la vita che viviamo, il dolore della carne
e quanto vale, se vale, il nostro affaccendarci inesausto
e come si azzerano riserve di saggezza e di sapere
e bisogna ripartire per tentativi a ricostruire esperienze,
indagando su quali siano gli errori e quale la verità,
se una combinazione improbabile a caso ci ha generati
o se davvero esiste un Dio in attesa in fondo al buio.

Affannosa di pensieri, insonne, si conclude la notte
e ormai bassa sull'orizzonte la luna
accende di chiarore le nevi che non si sciolgono;
scivolando sui crepacci di tenebra, lungo i pendii,
sulle rocce scabre fino ai vertici arditi
imprime il suo sigillo di luce mentre tramonta,
lasciando una traccia lieve come di un respiro.

*

da DISTRETTO 2070*
Rotary Club Cesena

NEL PAESE DELLE MAREE

Wilmen Di Renzo Vianello

Un paesaggio dal fondo
della mia malinconia
grida lo stupore di un'infanzia addormentata.
Nel paese delle maree
candide nebbie corteggiano
le sirene dei vaporetti
gelose dei loro radar.
Gabbiani bagnati
sfidano i campanili
da un deserto di briccole.
Tacciono i profili degli angeli
con le trombe colorate
sui bragozzi dagli occhi rossi
e i ponti innamorati
cedono all'amplesso
verde della laguna.
All'angolo della calle
il lampione senza storia
nemico della fantasia
difende tra i vetri viola
un aborto di fiore
che la distrazione di un seme
ha consegnato al vento.
Gli inverni nudi e gelati
sanno figliare illusioni
lunghe da batticuore
sfrontate e meravigliose.
A primavera ritornano gli odori.
L'acqua densa del canale
coccola il salmastro
e muore a spruzzi
dentro gli stivaletti
di una bimba sulla riva
seduta a sciogliere
le sue emozioni.

***

a cura di Luisa Vinciguerra

L'ANIMA E IL VOLTO

Premio Letterario Inner Wheel 2003
EFFATA' EDITRICE

Menzione d'onore Distretto 211°

LA TUA PAROLA

Aurora Natoli Bonanno Conti
Socio Inner Wheel Club Trapani

Simile al bruno
del tuo sguardo lameggiato
di pagliuzze d'oro
la parola
danza tra le braccia
di zefiro a tergere
le lacrime
Simile alle gocce
di pioggia sul caldo
dei vetri
la parola
traccia filamenti
di consolazione.Simile alla risacca
che ninna il biondo
dei grani di sabbia
la parola
mi fa dono
del tuo volto
E spegne
l'attesa

*

da DISTRETTO 206° PHF

CON TUTTO

Patrizia Barboni Barbesti
Socia Inner Wheel Club Crema

Con tutto
questo bianco
schioccante
di vento
con tutto
questo
gelo
che affonda
le mani
nell'anima
con questa
grande
sera
che non
conosce
luna
senza
neppure
un capriccio
dove
appoggiare
il cuore

*

da DISTRETTO 210° PHF

ESERCIZI DI STILE

Barbara Coviello Intini
Socia Inner Wheel Club Potenza

A che duro esercizio di stile mi costringi ora
ricamare tenerezza massacrata
sul tuo labile cuore
che infinito inutile imparare
la pazienza atroce di serbarti caro
come fossi qui ancora
e non invece lontano
nei cieli impervi scontrosi
dei tuoi pensieri inaccassibili
della tua bocca muta
del tuo sguardo altrove.
Chissà se un giorno mi dirai
quanto sia valsa davvero
tanta pena celata
tanta fatica al cielo
portarsi in petto costante fedele
il sottile dolore
lo strazio gentile
del non poterti dire
dell'avere pudore.

*

da DISTRETTO 211° PHF

L' ATTESA

Paola Eugenia Ferrari Vigorito

Liquido trasparente e fresco
immergo pezzi di me
Lentamente raggiungono abissi ancestrali
Lascio sedimentare pensieri occulti
Risalire in superficie
sarà opera lenta
Il riverberare della rivelazione
rispecchierà l'attesa del mio volto
disegnata su occhi spalancati ma sicuri
Liquido trasparente e fresco
La mia immagine mossa da brezza primaverile
intanto galleggia
e attende


***                     


PIERLUIGI  CAPPELLO


ASSETTO  DI  VOLO


Crocetti Editore, 2007


[per gentile concessione

dell' Editore, che ringrazio]

 

DA  DENTRO GERICO

1998-2002


Isola


Padre, io a te

io inchiodato a te su questo scoglio

divino che conosci la tua alba

e allacci la tua potenza al fulmine

da questo culmine di spasimo

io vinto mando a te

vincitore di padri

la prora disorientata delle mie parole.

Concedi a coloro che erano ciechi

e a dismisura adesso vedono,

rotto il sigillo della fiamma,

l'ustione della carezza, il fragore

del pugno, ora che sanno

il tossico del palmo e delle nocche

ed è notte, profonda notte

a occidente di ogni immaginare

ora che le iridi conoscono

le costellazioni del dolore e del piacere,

concedi loro di sopportare

per ogni ciglio sospeso alle tenebre

al tramonto di ogni palpebra sfinita

la pronuncia dell'alba e del crepuscolo

e il rombo immenso, che sale dall'uomo.


*

DA  DITTICO

1999-2003


dalla sezione  Inniò

[versione in calce alla poesia in friulano]

 

Caino


Ma per te, Caino, fratello che ti scrivo,

le ginocchia sbucciate e la fronte segnata dal lampo,

rincorrersi, rincorrersi per sempre,

il sangue che batte il tempo, dentro le tempie,

la sua corsa il correre del tuo tremare 

e ogni giorno la sosta un passo avanti a te;

per te, Caino, né il soltanto né l'abbastanza

né la pace del prima

né il conforto del dopo in pace,

soltanto la maledizione

di non poter cadere.


***


EMILY  DICKINSON

 

150.


Ella morì: .. fu la sua morte.

E quando fu cessato il suo respiro,

ella prese i suoi semplici vestiti

e si mise in cammino verso il sole.

E la sua lieve figura alla porta

gli angeli devono avere osservato,

perché mai più ho potuto ritrovarla

qua nel versante dei mortali.


*


409.


Caddero come neve,

caddero come stelle

o petalidirosa,

quando improvviso in giugno

li tocca il vento.

Perirono nell'erba che non ne serba segno -

l'occhio non trova il luogo;

ma Dio con il suo libro irrevocabile

richiamerà ogni volto.


*

459.


Un dente conficcato nella pace

non può tuttavia deturparla -

Allora perché il dente?

Per rinvigorire la grazia -

 

Il Cielo ha un Inferno

che vale a segnalarlo -

e ad ogni segno che precede il luogo

lampeggia il sacrificio -


*

929.


A che distanza è il Cielo?

Quanto la morte da quest'altra parte -

Più in là, di fiume o monte

nessun visibile indizio.

 

A che distanza l'Inferno?

Quanto la morte da quest'altra parte -

a sinistra, laggiù dove il sepolcro

sta già sfidando la topografia.


*


1127.

Silenzioso come il massacro dei soli

uccisi dalle spade della sera


*

1420.


Così mista d'angoscia una gioia

la dolce natura ha per me

che l'evito come disperazione

o un'amata ingiustizia.

Perché gli uccelli, in un mattino estivo

quando appena fa giorno

trafiggano il mio spirito estasiato

con pugnali di musica

spesso domando, ma so che risposta

soltanto avrò quando la carne e l'anima

saranno separate

nel lampo della morte -


*

1695. (traduz. Mario Luzi)


C'è una solitudine di spazio,

una solitudine di mare,

una di morte, ma

faranno lega tutte quante

a paragone con quell'estremo punto,

quella polare ritrosia

di un'anima ammessa a se medesima.

Finita infinità.



 

MICHELE  PIOVANO

 

Da: "LA VITA E' APERTA"

 

Genesi Editrice, Torino, 2011

 

dalla sezione:

OLTRE IL CERCHIO

 

No, non mi bastano i contorni

incerti della polvere a demolire

pregiudizi trattative che lasciano

scorrere i giorni nell'indifferenza.

Forse col sogno respiro energia

nel gioco perenne delle invenzioni

restituendo al cuore la sua fantasia

se la vertigine sale.

Reale è soltanto la voce del vento

a risvegliare il pensiero,

tracciato a volo basso

che batte e ribatte nella mente.

 

*

 

SOLSTIZIO D'ESTATE

 

Vorrei stringere la luce, ma quella

più che mai mi sfugge

e sempre più si addentra con tocco sicuro

nella caverna in cui le cellule

danzano e muoiono nel buio.

La stanca è nelle cose

vive o meno che mi ronzano intorno.

Il giorno estivo è da bersi fino in fondo

anche se in fondo al precipizio

agonizzano le idee chiare o indistinte.

Un colpo di artiglio e frana la tempia,

il frutto spiccato dall'albero

come ricordo di stagione.

Non so che dire del caldo silenzio

che m'insegue, ma a volte l'ombra

di un ramo si posa sulla mia spalla.

 

*

 

Guardo negli occhi il vicino

se l'abito si allarga e viva

è la voglia di conoscere. Avrà un senso

l'orizzonte che appare

senza direzione precisa? Buongiorno:

con un largo sorriso sgorga

il calore del giorno. Ora io sono quell'altro

che aspetta oltre la tenda.

 

*

 

PICCOLE VITE VAGABONDE

 

                                                a mia figlia

 

Sono piccole vite vagabonde

che lo sguardo coglie lungo il cammino.

Esistono chissà come e dove

vuole il gioco del destino,

come il fiore ai piedi della scala

che si nasconde agli empiti dell'aria.

Una voce lontana fa il cuore

incerto tra vento e quiete,

ma resiste il soffio impetuoso della vita,

nudo dolore e gioia

fino a quando odora il mattino

e l'ombra si nasconde fra gli alberi.

Ora le foglie indolenti si svegliano

alla cerca di un mondo che fluttua.

C'è una continuazione,

qualcosa continua oltre i cancelli,

qualche perplessità, forse solo percezioni,

come un volo di uccelli.

 

*

 

dalla sezione:

LE PULSIONI CONTINUANO

 

LA PAROLA COMPIUTA

 

Cielo sereno da cogliere come presagio

se risplendono le labbra

e l'aria calda dello stagno;

nell'orto si spiega la nuova insalata,

gli iris fioriti danzano

sopra le spade. E' il presente

che sgorga come efemera dall'acqua

quando giunge il soprassalto a farci vivere

e allora vorremmo la parola compiuta,

quasi un fittone di tarassaco,

così profonda da coprire gli altri linguaggi.

Tempo di vespe, di canti d'amore

che ronzano attraverso il fogliame

e nell'aria passa il rumore di una nuvola.

 

*

 

BOLLE DI SAPONE

 

Un amore sfiorito

nei prati della dimenticanza,

che torna con l'aroma di nuove visioni,

il consenso suona le sue corde,

l'energia della luna

bevuta dal cuore innamorato.

Oh, come tutto si può sorseggiare

lentamente in bocca.

Le stelle lanciano segnali

con il loro profondo sussurro,

e noi accendiamo e spegniamo la luce

dell'immaginazione, uno stare con le cose

che incantano l'oriente e l'occidente,

come una bolla di sapone.

 

*

 

SOSTA IN PANCHINA

 

Qualche ricordo

rimane impresso sulla pelle

quando il verde cammina, il mattino

apre strade giornali

e le panchine ai giochi di stagione.

Tempo al tempo - la luce

viene crescendo come l'erba

lo sguardo svagato d'una ragazza,

da un cantico in gola conforme

all'aria che lo nutre.

Oh, la solitudine marcisce nell'ombra

fin che perdo l'esattezza della forma

il sogno che apre

e chiude le piaghe - i tratti del volto

gli ossi ostinati si distinguono appena.

Un po' di saggezza e l'amore

per la vita con le sue contraddizioni

mi seduce e confonde.

 

*

 

dalla sezione:

VICISSITUDINI

 

LA VITA E' APERTA

 

Un volto nuovo e la voce al citofono

galleggiano sul letto. Prima o poi

il magma si avventura nel cielo e noi

a cercare la musica che tracci la strada

dopo le macerie. Una gioia appesa

ai balconi fioriti e l'alfabeto

canta con accenti più giovani.

La vita è aperta

a inventare nuove prospettive.

Notazione di un attimo - qualche lettera

in stampatello barcolla sulla pagina

ma non si arrende, anzi,

di fronte al bene e al male

si arrampica in aria scompigliando i princìpi.

 

*

 

I PASSI DELLA LUNA

 

E' tempo di fermenti

incuriositi più che mai

alle varie stranezze. E' lì la vita?

Il sorriso si è spento sulle pietre

e la luna va scivolando nell'ombra.

Scusa il ritardo per un fatto banale:

la notte si è appoggiata

a una finestra semiaperta.

A volte inseguo il cammino dell'acqua

lungo i tubi del muro,

i pesci blu a spasso con le stelle,

la neve che cade a pois,

due cavalli marini imbizzarriti.

Hai visto? si è incrinato il bicchiere

e cricchia il legno scollato del parquet

sotto i passi felpati della luna.

 

*

 

LA CRESTA DELL'ONDA

 

                        "Intorno a te si torceva la vita"

                                    Cristina Sparagana

 

Il guizzo delle isole appare all'orizzonte,

il volo degli uccelli marini

sopra le vele srotolate.

Adesso il mare ha il colore del vento

che cigola dentro le sartie

e fa incerte le nostre speranze.

Tempo, dici, che affila i nostri corpi

rendendoli vigili e attenti.

Guarda come splende la voglia della vita,

ma la vita è scavata dalle ondate

e sembra che il bar cada di sotto.

L'acqua manda barbagli,

una foga leggera

a sostenere la marea che sale

sale fino a entrare nel porto

con disinvoltura. E' impossibile

fermarla - quanti flutti

levati si sfilacciano nell'aria.

 *

 Le tue lacrime 

di Antonia Pozzi
 
 
Non sai che stagno
specchiò il mio viso - che ombre
vi restarono impresse -
 
Lo lavai con manciate di neve
sui valichi, prima dell’alba;
me l’asciugò la brezza, spegnendo
nella sua corsa
lieve - le ultime stelle.
 
Me l’arse il sole, sulle vette - al meriggio -
attraverso millenni
di cupo azzurro,
tra cerchi immensi di creste e lame
d’eterni ghiacci.
 
Poi - lento caduto il tramonto
lungo le rocce sugli altipiani
come una vela rossa - sul ponte
di una sconfinata
nave - mi chinai sulle polle,
toccai col mento la terra,
con i capelli le viole
pallide - intrise dalla bruma
serale. Sui pascoli invano
attesi la notte,
la rugiada e la resina giù dai rami scarni dei larici -
 
Non sai che stagno
specchiò il mio viso - che ombre
vi restarono impresse -
 
Ma ieri - sulla soglia - era il silenzio
nitido e largo
intorno a noi - come il cielo
in una notte alpestre,
luminosi i tuoi occhi come un lento
volgere d’astri lontani -
 
e sul mio viso scesero le tue lacrime,
più fresche della neve
più limpide del sole
più dolci della terra al margine
delle sorgenti -
sul mio viso scesero le tue lacrime,
rugiada e resina giù dai rami
di misteriosi larici - fragranza
stillante in un’arcana
foresta - da tronco a tronco,
dalla tua alla mia anima -
 
Non sai che lago
specchia ora il mio viso - che luce
ne lava l’ombre.
non sai che mare di purezza
sorregge ora - nel buio -
questa barca
di solitudine -

ANNA MARIA BONFIGLIO

 

I cerini di Prévert

 

 

Luna, chiarore d’infanzia.

Gli occhi raccontano l’anima

che sorvola le rosse colline

dove il sole é scomparso.

Il sapore del cuore è il più crudele

quando le mani-ali

scoprono sul viso le ombre

di una nuova nostalgia.

 

*

 

Luce dipinta sul muro il sole

di marzo. L’amore s’aggruma

in aghi di ghiaccio e non bastano più

tenerezze a fugare i fantasmi.

La musica di un’ora è già ricordo.

 

*

 

La tua gola ha canti che l’anima

non riconosce. Di notte s’alzano

voli d’angelo dalle labbra del sonno,

ma le porte sono chiuse

e non saprà nessuno di quei canti.

 

*

 

Acrobati

 

Abbiamo messo al muro la paura

e andremo sempre così, inseguendo

sorrisi provvisori e brevi sincronie.

Spezzeremo il passo alle lunghe attese

per pause vagabonde, per sogni

tralignati -acrobati del tempo

che non temeranno il compiuto.

 

*

I cerini di Prévert

 

Non è più tempo d’accendere

i cerini di Prévert

per guardarci negli occhi.

Abbiamo navigato cieli bui

e seppellito i nostri verdi anni

sotto cumuli di polvere.

Ma il cuore soffia ancora

sulla cenere

per non lasciarci arrendere.

 

*

 

La voce

 

Ancora l’inconfondibile

voce del mio sangue

denudata di carezze

accecata da fuochi

incessanti

l’insaziabile voce

del mio perpetuo morire

per una realtà

d’anima e carne

che chiede tregua

al precipitare.

 

*

 

Nella sera

 

Il saluto della sera

é il silenzio

che spegne i passi

sulle scale.

Domani le stanze

conosceranno ancora

il tuo respiro

rallegrate dal dono

ameranno anche il buio

dentro al quale mi cerchi

canteranno carezze

il desiderio affilerà

i coltelli sulla pelle.

 

 

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ANTONIO SPAGNUOLO

 

Da: Misure del timore

 

 

6 – Mare

 

La brezza ha una speranza lungo l’orizzonte:

una nenia che alberga tra il cielo

ed uno spazio che scivola.

Una vela, tre vele, venti vele, le tante vele

che intagliano arcobaleni incandescenti.

L’aria ti accarezza come un mutamento

nel capriccio celeste, corrode il sorriso

che vorresti affondare nel flessuoso millennio,

sino a divenire l’incavo dell’iride

e rischia di fluttuare tra le immagini

di un umido segnale.

 

*

 

 

10 – Dialoghi

 

Non ha senso annotare e scrivere nel nulla.

Desidero tornare a quella dolce malinconia

che ci accompagnava per i viali,

tra rami e ciottoli, tra le erbe aromatiche

ed il muschio, nell’umido rincorrersi.

Simile a quello che un tempo era il procedere

del destino, per scommettere qualche fantasia,

che circondi gli spazi della oltraggiosa passione,

per non tenerla in agguato come un presentimento

insonne sul corrodersi del tempo.

Chiedo un salmo che colmi il cuore,

una voce che tuoni profezie

e appaghi la tortura dell’ira.

Il dialogo che Dio non concesse

nel migrare di ore ventose,

nelle infinite pagine bianche

tramutate in un buffo risuonare dell’ eco.

 

*

 

 

11- Ricordi

 

Come una volta ai miei ricordi,

quando la marina ripeteva richiami,

e gli scogli ascoltavano irrequieti,

ed il tramonto richiamava miraggi,

e le finzioni aggiravano sorprese,

e le acerbe lividure tornavano alle sere,

e brividi tormentavano il fascino delle ombre,

sgranare in silenzio qualche ritaglio

già seppellito più volte

per rinchiudermi nella solitudine.

Una sorpresa di colori,

come riserva ancora primavera,

misconosciuta nel volgere dei giochi

tra le carni per imperfezioni,

quasi mascherata da fiamme

per le mie urgenze che hanno il mutamento

della pelle che arrossa.

Hai l’ultima confidenza con le mie parole

per lasciare le corde degli estremi.

 

*

 

 

12 – Rimbalzi

 

La luna inceppa nel cielo,

impazzita per le fitte, barcollando,

per le sere che chiudono il mormorio,

a dissuadere gli incontri.

Decifrare il tuo ciglio è l’abbandono

più accogliente,

qualcosa che lentamente sgocciola,

nel fioco riverbero di alcune barriere.

Invano cerco lusinghe

nelle piccole storie quotidiane,

vagabondo a scartare le manie

o ancora una bugia da scoprire.

Più nulla intorno, intese di armonie

che fondono gli sguardi, suoni e colori,

per un’amara nostalgia

che sembra frammentare il passato

Fuggi mentre annaspo nel tempo

mentre fermenta la più strana parola,

e sventrano scorie intimidite

da nuove ferite, nei colori di ovattati

rimbalzi.

 

 

 

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CHIARA GUARDUCCI

 

Da: FINO A DIMENTICARE

 

 

ho l’argento del fiume scavato nelle tempie

del giorno ho cercato la cenere, l’inchino

l’estremo delle forme.

ho insistito sulla pelle dov’era increspata

e il petalo del mare che si estende a macchia d’odore

volteggiava i cieli

nascondeva la carezza nel punto più alto tra le migrazioni

 

*

 

frastuoni di memoria

spaccavano le orecchie in gocce di sale.

Mi riparavo a fatica.poi il dolore mi anticipò.

Una spirale asfittica

il tuo vol(t)o

estensione insignificante della mia solitudine

occhi appuntiti nella neve

albeggiati a vuoto

sui tuoi piccoli seni

 

*

 

con le mani logoro la tela

la notte sarà trasparente

gli uccelli e le onde passeranno dai vuoti della tessitura

la grata basterà

sarà una foglia, una goccia di cera

la pagina più sottile della memoria

 

*

 

l’abbandonato giace raccolto

dal fuoco che dorme nel fiume

la schiena piena di foglie

sorride e scorre

l’orecchio è l’unico suono

labirinto filo che danza

la nuca è dentro

nocciolo di rosa esplode i suoi precipizi dall’acqua invasa

e questo è il fiume

dove l’abbandonato ha rovesciato le biglie

l’ultima sua mano l’ ha precipitato

in un sorriso uguale a un salto

dalla nuca è uscito il fiume

verso l’orecchio lento

per perdersi in spirale

nel più lontano punto

 

 

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Giovanni Avogadri

 

La leggenda del bambino di città

 

 

-I-

 

Scappo verso l’estate contro cieli violenti d’azzurro

sul mare piogge di caldo, venti che portano sabbia

soffiano afa sul mio corpo fermo,

paesi calcinati dal sole

vele di mari immemorabili

da una pineta nell’urlo fermo del meriggio

che il tramonto raccoglie mugghiando;

sollevato su vortici di colori tutto l’universo è in attesa

sono contrafforti le mura di vento

che urlano che spazzano i sogni del volo

come alba del mondo, abisso da cui la vita nacque di pietra.

 

-II-

 

Svesto in fretta i panni usati

voltate le spalle corro sui treni

i viali la notte;

giorni immoti sul mare

risalgo le radici i miti

che il cielo di stasera sembra assopire

mentre dorme soltanto l’immensa forza solare

la morte viva dell’afa in cui ti immergi

il fatalismo di cui ti nutri.

 

 

Fuoco

 

Contro il cielo profondo d’azzurro

presagi cosmici del giorno che arriva

guardo e attendo le fughe nel sole

i dolci meriggi protetto

da profondissima ombra

nella pineta in cui mi rifugio

ed è troppo lo zenith,

troppe le presenze.

Corro verso il tramonto

pieno di civiltà scomparse

che esalano dall’esplosione solare

mare caldo dove la Mano ha stemperato il Tizzone

ora notte di stelle umida d’afa

in cui t’immergi sicuro

piccolo nuotatore che ha scordato gli inverni.

 

 

 

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  GUGLIELMO PERALTA

 

Da: Sognagione

 

 

L’albero della visione

 

Dammi Signore

la mia cecità

quotidiana

affinché io possa

mangiare

dell’albero

della visione

Nel giardino

soale

insegnami

ad arare

a coltivare

il canto

prodigioso

Ed io

mi nutra

del sonoro

frutto

E la terra

ne abbia

messe copiosa

E gli occhi

esultino

per la vendemmia

 

*

 

Sognagione*

 

Nella piantagione

dei sogni

l’agricantore**

coltiva

la sua messe

di stelle

E la vergine terra

accoglie

il suo canto

apre i frutti

sonori

nella bocca

del mondo

affinché tutti

mangino

dell’albero

in abbondanza

e ciascuno

veda

con gli orecchi

la luce e la dimora

 

* piantagione (o stagione) dei sogni

** è il poeta soale, che coltiva i sogni e il canto nella terra di Soaltà

 

*

 

 

Rivelazione

 

Nel sepolcro

di stelle

la notte

sapiente

custodisce

il suo

canto

E il mondo

che all’improvviso

si svela

ha il volto

del sogno

che squarcia

i sipari

 

*

 

Messia

 

Con la sua

scenografia

viene

la parola

lo s-guardo

ad incantare

E la parola

è il golgota

e il sogno

la sua croce

 

*

 

 

Metamorfosi

 

Vede stelle

lo s-guardo

nel nido

soale

Sull’albero

sono frutti

di luce

sonori

La mano

in ascolto

coglie

il canto

in volo

d’uccello

 

*

 

La visita

 

Io canto l’amore

che con passo di danza

viene a visitarmi

Ed ecco

il mio s-guardo si nutre di oro puro

plana nella notte profonda

come un sole-gabbiano

e l’ospite prima inatteso

ora mi è familiare

Nel giardino soale

cresce

col sillabario celeste

l’albero della visione

Amo quest’amore

che nel cielo infinito moltiplica

le mie braccia

Quando l’angelo viene

ha inizio lo spettacolo

il sogno si spalanca sulla scena

e apre nuovi sipari

Con mille bocche riproduce

il suono delle cornamuse

tracima il firmamento

con tutte le stelle

nello spazio fiorito

e la voce che chiama

silenziosa

è un fiume di luce

Io amo

questa veglia d’amore e di fuoco

amo la soglia segreta

il mistero numinoso

che fa di me un viandante

Amo

la Poesia

che con fruscio d’ali

bussa ed annuncia

Allora i miei passi conoscono

lo stupore del cosmo

E le cose

anche le piccole

e dimenticate cose

sognano il loro angelo

E l’uomo

che vinto si piega all’ascolto

libera le neurostelle*

per il convivio d’amore

 

* le idee, splendenti come stelle (neologismo dell’autore)

 

*

 

Dentro, fuori

 

Io canto il cielo invisibile

che con intima voce

canta. Dentro,

ove s’annida l’implume

parola, è il mito della nascita.

Fuori, nella falsa luce,

si aliena l’infinito. Ma

rotonda è la visione

che lo s-guardo assapora

nel giardino soale

dove coi sogni vola

la rondine sonora.

Io canto la pura dimora,

la scena segreta che s’apre

allo spettacolo. Dentro,

dove crescono i frutti,

si rinnova il miracolo.

Fuori, nell’uso quotidiano,

marcisce la rosa. Ma

sempreverde è la notte

dal candido calice,

dove sbocciano le stelle

per incanto,

dove fiorisce l’albero

dal fertile respiro del vero.

 

*

 

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ROBERTO MAGGIANI

 

Da: Sì dopo sì

 

Quella sera di settembre mi svegliai veloce

con voce sommessa pronunciai stupore e meraviglia

le gocce del passato sciacquìo ancora cadendo dal tetto.

L'aria portò rumori

luci si accesero nelle case

prevalse una pace inusitata

la terra tacque

nembi scuri si allontanarono all'orizzonte

si accese la prima stella.

 

*

 

Un alone di luce borda le cose

di arancio.

Tutto è permeato

dalla tiepida luce solare.

L'euforia mi ha preso e vinto.

Sono in equilibrio

su un palo steso in terra

le mani al cielo.

Il sole tramonta.

 

*

 

Inspiro: sul filo di un odore

è in equilibrio un ricordo

poi in un turbine se ne accalcano a miriadi.

Gradisco il loro sentori

ma ho le vertigini.

In poco tempo tutto scompare

dietro un confine invalicabile.

 

*

 

Il seme in me vuole la terra

per morire e dare nuova vita.

Cadranno piogge nelle terre delle donne

i semi germoglieranno

abbonderà la vita di questo mondo

ma il tiepido scorrere della primavera

non vedrà il mio germoglio.

 

*

 

Le profondità del cielo

si sono congiunte con le vette

della Terra.

Lungo costa i filari di luci

delimitano i confini.

Finalmente lo spirito

spicca un volo, prima frenetico

poi calmo.

Sopra il mondo degli uomini

è pace.

 

 

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SALVATORE SOLINAS

 

Da: Morte di un poeta

 

 

Giovedì Santo

 

L’hanno gridato tutti gli strilloni

È su tutti i notiziari della sera

Jesus il messia è stato condannato

A MORTE

Domani sarà l’esecuzione.

Capannelli di curiosi sostano dinanzi

Alle grigie mura del carcere.

Cortei d’abolizionisti irati, mesti,

Cortei di sostenitori della vendetta

Trionfanti

perché giustizia sarà fatta

sfilano davanti al suo portone.

Lui non s’è difeso

Non ha chiesto la grazia.

Come un malfattore pentito ha domandato

D’espiare le colpe.

Quali colpe?

(Pare che il giudice

Se ne sia lavato le mani)

Le colpe di tutti gli uomini?

Giustizia comunque sarà fatta.

I falegnami lavoreranno tutta notte.

E’ stata comandata una croce

Di grandezza inusitata che possa essere veduta

Da ogni quartiere

Da ogni angolo della città.

Monito per i falsi profeti,

Dissuasione per i sovversivi.

Il condannato è stato deriso

Coronato di spine

Percosso, flagellato.

Domani farà il suo cammino

(Dead man walking)

Verso la collina.

Cammino lungo, faticoso

Per i suoi piedi sanguinanti, per le sue ferite.

Cammino dei soldati di tutte le guerre

Per le steppe e i deserti,

Per le giungle e i mari,

Di tutti i malati e sofferenti

Per i viali dell’ospedale,

Per gli uffici della mutua,

Di tutti i depressi, i malati di mente

Per i giardini dei manicomi,

Delle cliniche psichiatriche,

Di tutti i carcerati

Per i corridoi

Per i cortili del carcere,

Di tutti i popoli straziati

Dalle guerre civili,

Decimati nei campi di sterminio,

Di tutti i condannati nel braccio della morte

Che attendono la vendetta legale.

Tutti compagni

Tutti lignee schegge della sua croce

Sulla strada che porta alla collina.

Stanotte grande spettacolo gratuito!

Lo stadio già trabocca di folla.

Fari multicolori

Forando la nera tunica del cielo

Solleticano le stelle.

Tutti i riflettori sono puntati

Su questa Star nascente

Già morente.

Accendono di luce candida il suo viso

Intriso di sangue.

Tutti ridono, applaudono, fischiano.

Vorrebbero sentire l’uomo parlare

(che dica almeno una parola!)

Gridare di dolore

Agonizzare.

Dove sono i suoi amici?

Portate qui anche loro

(ancora non sono stati inventati

I giochi dei leoni

Le docce con il gas

I forni)

Domani le sue mani saranno martoriate,

Mani d’operaio nelle macchine

Di fabbrica.

La lancia bisturi

Sezionerà le sue carni

Su quello strano letto operatorio.

Le sue ossa saranno fracassate

Come caduto dall’impalcatura,

Volato sull’asfalto della strada.

Domani griderà “Padre, Padre”

Come ogni figlio che soffre

Come ogni uomo che muore.

 

 

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