HomeSu di meLibro degli ospitiPoesieFotoArticoliAmici PoetiRecensioniFotopoesieBlog-La voce della poesiaAutori vari
DELL'INDICIBILE E ALTRO
EMOZIONI DELLA SCRITTURA
In Prospettiva
Itinerari di-versi
Itinerari di-versi 2
Perle di saggezza
In limine
In limine 2
Inserimenti su suonamiunapoesia
Video preferiti
Scheda personale
e-book
Ottobre, 2010
Novembre, 2010
Dicembre, 2010
Gennaio, 2011
Febbraio, 2011
Marzo, 2011
Aprile, 2011
Maggio, 2011
Giugno, 2011
Luglio, 2011
Settembre, 2011
Ottobre, 2011
Novembre, 2011
Gennaio, 2012
Febbraio, 2012
Marzo, 2012
Aprile, 2012
Maggio, 2012
Giugno, 2012
Luglio, 2012
Agosto, 2012
Settembre, 2012
Ottobre, 2012
Novembre, 2012
Dicembre, 2012
Gennaio, 2013
Febbraio, 2013
Aprile, 2013
Maggio, 2013
Giugno, 2013
Luglio, 2013
Agosto, 2013
Settembre, 2013
Ottobre, 2013
Novembre, 2013
Dicembre, 2013
Gennaio, 2014
Febbraio, 2014
Marzo, 2014
Aprile, 2014
Maggio, 2014
Giugno, 2014
Luglio, 2014
Agosto, 2014
Settembre, 2014
Ottobre, 2014
Novembre, 2014
Dicembre, 2014
Gennaio, 2015
Febbraio, 2015
Marzo, 2015
Aprile, 2015
Maggio, 2015
Giugno, 2015
Luglio, 2015
Agosto, 2015
Settembre, 2015
Ottobre, 2015
Blog-La voce della poesia
RSS


ADOLFO SILVETO

 Dietro la porta

Null'altro che il sogno
mi nutre questo tempo di saccheggi:
paradisi remoti e nuova manna
e paesi con fiumi a latte e a miele
dove sarò per sempre altro da sé,
dove non hanno senso
questi miei giorni di seconda mano
che non diranno mai
se fu ferita o incanto il mio passare
su questo mondo di confuse trame
inginocchiato a un rantolo di tempo.
Ma dal confine estremo della porta,
tramandati in cristalli di memorie,
sento battiti d'ala
e mistero di passi di velluto...
E in turbini di fuoco ecco Colui
che ha spezzato la notte dei pianeti
col suo quieto furore
lanciato nel mondo come pegno di sole
per vincere il silenzio,
per riempire le attese di millenni
quando i secoli non erano tempo
ma gusci vuoti di conchiglie e...
vento...
In atomi di luce si scompone
l'alba che stramazza
ed io, curvo di sogni,
apro mani corrette per accogliere
un progetto di stimmate nel cuore...

***


    POESIE DI BRUNO MANCINI
    Fonte: www.vivicentro.org


    Macroscopiche assoluzioni

    per chiodi infissi nella mia coscienza,

    Padre,

    con benna estirpo ad una ad una

    tra scricchiolanti cantilene,

    e strascico avvolti

    in folti fogli fitti di poesie,

    Madre,

    nel nostro tempo d’inutili menzogne.

    Né sia truce in questi occhi non più asprigni

    lo sguardo austero dei tuoi decreti,

    Padre,

    nel banno affisso sul muro di gomma

    impiastricciato dalle mie storie fascinose,

    dov’io m’illudo

    in voglie e volti in veglie,

    Madre,

    fra dolci inganni che non sono tradimenti.

    Ci sia indulgenza se non perdono

    per la mano che respinge i miei sorrisi

    per la mano che raccoglie le mie lacrime.

    Io fui mortale.

    *

    Un taglio

    Un taglio alla fune del timone
    sobbalza come la trottola sulle molliche di pane.
    Sfugge corda indefinita.
    Movenza soffice d’ora di sole.
    E’ vortice di fantasia di specchi.
    Se invece sei colpevole
    e mentisti
    se sei colpevole
    e fuggi
    e verso luci te ne fuggi
    ossessive,
    se sei colpevole
    e premi
    respiri e sangue
    t’annulli avvilendoti
    tu mi rincontrerai
    acerbi altari a lustrare
    indifferenti vuoti a credere
    parole a piangere
    sfide a creare
    curvi colori oscuri e matti a muovere
    in malinconie
    tossiche
    più di un fumo giallo e denso.

    Ed io ti parlerò
    di cani e di animali
    delle mie pallide albe di sconfitte
    di ore mai vissute
    di stelle.
    Ed io ti creerò bellezze
    e ti richiamerò ricordi
    e la mia mente
    lenti accordi espia.

   *


    Nel manto unisono che scioglie i tuoi silenzi

    in sordi affanni della mente,

    io vate,

    dileggio

    il fato e il nulla

    e sosto sugli appigli del pudore.

 

    Avviso intero un moto,

    a tromba d’aria,

    risucchio turbinoso

    di apparenze terrene

    mentre tu trami un ritornello,

    cicala,

    ti voglio.

 

    Ancora più si spandono

    tra incastri attanagliati,

    nessuno sa fermarli,

    contorti frammenti

    di un dissennato puzzle dei sentimenti,

    ma il centro è immobile.

    *

    Che giunga da lontano.


    Ancora mi chiama

    la voce notturna

    vagante

    tra le mie chiese infrante:
    ”Stanotte ti ho sognato.”

 

    Un palpito?

    Un eccesso?

    Un rombo d’Amazzone giammai delusa?

 

    Non basta un sortilegio a

    a carpire

    dalle parole astratte i

    i movimenti i suoni i turbamenti, gli

    gli sguardi gl’impeti gli odori, la

    la scena

    illuminata dal sole o dalla luna.

 

    Non basta un incantesimo per

    per darmi accesso

    all’antro labirinto del

    del cuore di una donna.

    A questo pensa il sonno.

 

    “Stamane ti ho sognata:
    le coccole nel mare – profondo –

    che poi risucchia il pescatore appassionato”.

 

    “Stamane ti ho sognata:

    le coccole nel mare – placido –

    simile a bimbo che venga da lontano”.


    Non esiste oggetto che più di un libro possa
    aggiungere valore al vostro augurio.

***


GIANPAOLO  SQUARCINA

CIECHI AGLI DEI
Dans le "Jardin du Dèduit"

E' forse una chimera della Notte:
Amore non cessava di seguirci
da lontano, spiando il momento
propizio al vassallaggio.
Nel giardino nel roseto, vi stava
qualche fontana di magie foriera
e donne semi-ninfe vi vagavano
per trasparenze di fogliame fitto,
le linee del corpo imprecisate.

Ma schermi, manifesti vi sezionano
tra cemento senza sangue atomizzano
ogni trancio di carne macellata
per bocche chiuse mai, per occhi-specchio
che tutto senza digerire ingoiano.

O d'immondizie caleidoscopio
non dispensabile a nessuno:
tu non sei sogno ma nemmeno vita.
O coscienze marcescenti di questo
mio tempo, siete voi a far avvolgere
il mio verso su sé; non ho voce oggi
se non di vaniloquio, di sconfitta.
Io vi disprezzo mentre ancora l'orgia
d'immagini senza corpo profondo
si conduce per l'oscuro dei luoghi;
(qualche sbiadita sfocata Baccante
si mostrava impudica sapendo
che Pudore è delitto qua dentro).

O Amore un tempo nume adesso fatto
di corpi baratto
di anime perse vile mercimonio.
-

[I° Premio con altre 5 poesie
alla 2^ edizione "Ossi di seppia", Comune di Taggia]

***

GUIDO  PAZZI


IL VENTO SCHIUDE UNA MANO

Dipinto da un mantello di pensieri
dove si posano le colombe sto ritto
nell'immenso a gustare i passi
dei millenni e i miragi del sortilegio
e il vento schiude una mano che tocca
le eternità in fondo al viso di Dio
e bagna gli spazi di silenzio.
Io m'ingigantisco di soavità
e raggiungo l'infinito che galleggia
raggiungo i suoi occhi nitidi di sollievo
dove il pianto ha bruciato i suoi doni
e un cratere di tristezza.
Visito cielo con l'impronta di autunni perenni
e fra poco avrò angeli che mi escono
dalle vene come sangue.

  ***

 

ITALO  BENEDETTI

HO LEGATO L'INFANZIA AL PALO DELLA CAPRA

Volo sull'aliscafo
un vento denso copre
l'isola che navigando s'allontana

mi sento trasparente, in cuore
battono voci azzurre di gente
seduta e attenta: diciotto video-finestrini
trasmettono il Mar Tirreno
mentre l'eliche schiumose gli fanno la barba

lascio l'isola stregata - è ora una
statua di cenere coricata sull'orizzonte -
ho legato l'infanzia al palo della capra.

Adesso sono libero per ogni tipo di vortice.

*

TU DUNQUE TORNI

Tu dunque torni allo splendore dei giorni
all'albe chiare di cristalli accese
ai mattini catturati dalle rive velate
al mezzogiorno rintronato dai rintocchi,
del sole, imperatore maja di luce.
Ritorni alle voci prima solitarie
poi sempre più accumulate, ai boati-clacson
ai bimbi (bande sonore dell'infanzia
sempre più svincolata dai vestiti di scuola),
ritorni col cervello limpido, distillato
dalle crisi cocenti, ritrovi buono
il mondo (e poi t'inquineranno nuovi amari).

*

GLI SPECCHI

Fuggo lo sguardo dagli specchi. Ho paura.
Paura di guardarmi e del sonno che
sprigiona dai miei occhi. Sonno di
morte. Sogno di morte.

  Non voglio
dirmi chi sono, nemmeno geograficamente.
Ho paura dei pozzi fondo che nascondo.

L'anima sprigiona come un minatore
nera di esplosioni. Niente diamanti!

Ho paura della mia forma, terrore di
ripetermi in migliaia di genti in corsa
nelle strade affollate della sera
(i neon impazziscono nelle mie vene,
urli sirene barriti d'auto occhiate
di fanali assassinanti).

  Perché non sono
nato rotondo?

Tutte le notti se sto solo
balzano mostri pelosi dal mio corpo
i mille io che covo come chioccia
- colle zampe elettriche mi fanno il solletico
mi guardano con occhi di video
nel loro sguardo incontro il pudore dei morti

Ho paura di star solo, di assistere al crollo
dei muri - come in ascensori interni
sprofondo in abissi -, di essere eterno.
       
 ***


JEAN  DEBRUYNNE

L'ACQUA BATTESIMALE

Sono nato nel mare
di mia madre,
oceano circolare
spirale srotolata
grande marea lunare
satellite stellato
liquido d'antro
mare di mia madre
che mi ha salato il sangue
con le grandi acque
del suo ventre.
Morte acque stagnanti
grotta addormentata
tropico umido
panciuto alambicco d'alchimia
tepore acido
labbra socchiuse
bocche delle profondità
caverne scoperte
grosse giare di rotondità
e poi
i pozzi...

Sono nato dal mare
di mia madre
curvo e rotondo,
torre di asilo,
io, grano del mondo
scampato dai diluvi
annegato
inghiottito
dalle grandi acque della morte.
Il mare e la morte,
ventre tomba,
fossa,
vasca di cimitero,
bara prima di essere culla.

E chi mi rotolerà la pietra?

Sono nato dal mare
di mia madre,
sceso al fiume
fragile ruscello,
spirito della materia,
colata d'argilla,
le grandi acque
scroscianti
fuoco d'artificio per una festa.
Il mare e l'amore,
il fiore di un fiammifero,
lo scoppio di una risata blu
hanno fatto sole
della mia oscurità
staccando la terra e i cieli.
E' un bacio che mi ha portato
al fonte battesimale
dal ventre mare di mia madre.

*

LAURIE  LEE

VEGLIA NOTTURNA

Credo che le mie mani siano pazze, di notte,
quando seguono l'odiosa maglia delle tenebre
e intagliano di continuo la foglia triste della tua bocca
nella spessa corteccia brunita del sonno.

Le giunture delle mie dita fremono di follia,
quando scattano con smarrito stupore
attraverso un'ampia landa di sogno
e formano riquadri di desiderio
intorno al pensiero dei tuoi occhi.

Di giorno, l'impronta del tuo corpo
è un raggio del sole sulle mie mani,
e il coro del tuo sangue
canta senza sosta
nei risuonanti meandri dei miei polsi.

Ma nel mio rifugio sono smarrito
quando spuntano le stelle:
le mie palme hanno una felina profondità di sguardo
e la superficie d'ogni istante
è un'immagine che fluttua di te.

*

MARIANNA  SCAPINI

MY  HUCKLEBERRY

"Ci incontrassimo un giorno laggiù, alla fine
      dell'arcobaleno, aspettandoci lungo la sua
      scia, il mio amico Huckleberry, il fiume
      della luna, ed io."

Incontriamoci dove finisce la notte,
dove l'ombra delle terre lontane compare con
       l'alba,
quella strana luce di mattine di inverno,
quando dentro di noi affonda lunga e scialba
quella grande paura del giorno.

Portami lontano, tu, maschile e trasparente,
diventa mio padre, oggi, e mio compagno,
laggiù dove in modo complicato muore il
        giorno,
perché semplice è la forza, e sottile il mio
        respiro,
possibile e gentile il domani a sera tardi.

Ed amami, tu, vivo e trasparente,
cuore all'impazzata che mi senti,
perché io amo queste calme barche lente,
queste anatre sottili di ritorno,
e amo il suono delle stelle cadenti
e le lacrime di gioia
infinite, nostre lacrime di sguardi.

*

PER  ALLORA

Notti di fine estate pregne di acqua:
fui due occhi splendenti e infantili
accesi di buio e di pioggia.
Fui una morbida testa
in cerca di scatti maschili
e di battiti profondi
felpati, come la notte,
in una stretta calda, gelata al di fuori,
come la morte,
e bagnata, di nuvole dense
di foglie e di stelle nascoste.

Mai più, proiettata nella celeste
atmosfera di pensiero,
in cerebrali congiunzioni di segni,
nel mio solitario faro, e terso,
come l'inverno,
avrei dimenticato...
l'umbratile scossa animale
di sensi ansiosa cecità
viscerale, deliziosa
narcotica fitta di male,
dal profumo di terra.


[da: Alla bottega, maggio-agosto 2009]

*

MIRKA CORATO

SOLITUDINI CHE L'ONDA SPINGE

Genesi Editrice, 2001
http://www.genesi.org


DEVO PARTIRE

Devo partire
partirò dai luoghi dolcissimi dell'abitudine
 nell'isola che ho tanto amato

partirò con l'ultima nave
con il suo carico d'intervalli
attese spazi inesplorati
profumi della notte
aliti di infinito
che tanto somigliavano all'eternità.

 Quando la mia nave salperà
  chiuderò gli occhi
  fermerò i sensi
 per non sentire il dolore
 che dilagherà a fiotti sull'acqua

  chiuderò gli occhi
 per vincere la paura del vuoto
 la paura di affondare in un mare fermo
  senza profondità.

*

AUTORITRATTO

Nata sul ramo bianco di un mandorlo
vissuta sulla schiuma di un'onda
 ho ascoltato le voci del vento
sentito a lungo le stesse note
 dall'arpa lucente di lunghe aurore

Più volte perduta
 bruciata
 dalla stretta di ghiaccio
 nel volo bianco
 di troppo immensa libertà

Più volte ritrovata
 con un sogno tra i capelli
 girando il mondo
 nella mia specchiera


mi sono lasciata andare
a un non so dove
mi sono lasciata andare
 nel profumo del mandorlo bianco
 e la felicità l'ho patita
soltanto lì
 nel non so dove
 respirandola nel fiato bianco dell'idea
 di una vaga dissonante eternità.

*

TI RIPENSO

Ti ripenso
ti ripenso sorridermi schivo
di quel suono chiuso
 intenso
come di violoncello
 che senza voce
 sale da dentro
leggero come un uccello di seta
e profuma di vita tutta la terra.

*

QUANDO

Quando le falene
    volano sull'ora implacabile della sera
quando si fa calmo
 il mare
    la musica si fa lontana
 lontana si fa
 la storia
 più chiaro si fa
il luogo oscuro delle cose
nel paesaggio del mondo;
 più forte si fa
 più amaro
il sapore dell'assenza:
    sentirsi morire
 senza morte
    sentire d'amare
 senza amore
spingersi ancora più lontano
in un punto indefinito
in un punto illimitato
 dove non sentirsi stranieri
 dove sentirsi totali.

*

UNA CERTA LUCE

Una certa luce
in ogni suono della vita
un certo suono
in ogni colore del mondo

 musica inquietante
gabbiani eternamente in volo
nel cielo fermo dentro;
e il mondo rinchiuso
dentro la vita.

*

TROPPA LUCE INTORNO

Troppa luce intorno

 se la mano di un angelo
 si posa sui miei occhi
io mi ritrovo
e miei paesaggi dentro
pieni di sole
pieni di brina

*

        
                        BENNY NONASKY


                        .15 OTTOBRE.
                        (poesia/manifesto per gli studenti, i ricercatori,
                        i professori -offesi- italiani)

                        Marciamo nelle città,
                        marciamo come formiche
                        e come insetti veniamo schiacciati,
                        ma ora siamo serpenti che strisciamo
                        con cacciatori alle spalle pronti a sparare
                        anche contro coloro che sono già cervi
                        che saltano fugaci, zigzagando,
                        tra le rocciose vie, tra notai
                        che bevono alla salute dell'aquila.

                        Marciamo nelle città,
                        marciamo con le urla lancinanti di Abele,
                        ma siamo un laccio di pietra,
                        le mani unite per sostenerci,
                        per non perderci, per essere piccoli anelli
                        legati tra loro; unico corpo; unica bocca
                        che implora giustizia per i nostri
                        cervelli affamati, per il nostro
                        diritto di impiccare manichini
                        e intagliare scelte che diano forma
                        alla nostra ruvida schiena.

                        Marciamo nelle città,
                        marciamo con tutti i colori del Tiziano,
                        con denti stretti in un sorriso
                        aggressivo, da Sud a Nord,
                        un abbraccio; forse l'unico;
                        forse l'ultimo;
                        l'ultimo pugno con vene miste
                        prima di ritrovarci al mercatino dell'usato
                        a barattare un desiderio per un sogno.

                        Nelle stanze della Provincia
                        c'è puzza d'aceto - se ne produce ancora.
                        Se ne produce ancora
                        per chiudere e stroncare
                        questo stomaco che supplica e disturba,
                        per gonfiare e fare esplodere
                        questo fegato che guaisce
                        come un cane abbandonato
                        sul ciglio di una sperduta strada
                        di allegra e meravigliosa campagna.

                        Pietre se ne scaglieranno persino in abbondanza.
                        Cervelli affamati sono polvere, aria, ombre.
                        Indelebilmente ovunque.
                        Marciamo,
                        marciamo nelle città
                        com sciame d'api
                        alla ricerca, alla conquista,
                        ognuno, di un suo nido
                        dove elargire il proprio alveare,
                        fabbricando miele per l'intero alveare.

                        Con tutti i colori del Tiziano,
                        con denti stretti in un sorriso
                        aggressivo,
                        marciamo.


                        ***

 
                        .LAPIDAZIONE.

                        Le pietre sono già ammucchiate
                        ai piedi dell'acacia.
                        E i bambini saltano la corda
                        applaudendo al volo degli aironi.

                        Accasciata a terra, aspetta che il padre
                        benedica la sentenza scagliando
                        la prima pietra.
                        Senza Processo o Umanità. Senza Dio
                        o Stato o Pietà. Unicamente per amore.

                        Madre,
                        stringi la sua mano:
                        nulla potrà sottrarla da questa croce
                        - nessuno ha mai potuto. Ed
                        è così piccola che nussuno
                        potrà vederla.

                        Sancta Mater,
                        a chi dobbiamo porgere scusa?
                        Quale documento devo firmare
                        per aver il dominio del cuore?
                        E se questo è reato, cosa resta?

                        I bambini saltano la corda
                        applaudendo al volo degli aironi.
                        Lo sentono.

                        Loro lo sentono il Trak delle ossa.


                         ***
                   
                       
                        A SAKINEH
                     

                        Un urlo spezza le ombre che nascondono il tuo volto
                        immerso nel silenzio sotto l'ombrello di un velo.
                        Chi ti ha più vista? Come ti riconosco?
                        So che sei rinchiusa nei meandri più luridi,
                        che stai pregando di morire non sapendo
                        nulla di quanta luce intorno
                        c'è,
                        di quanta luce ti stia cercando.
                        Questa luce non ha un solo nome:
                        è composta da milioni di noi,
                        che siamo te come te e per te.
                        Questa luce la stiamo costruendo
                        istante per istante per raggiungere
                        l'oscurità che ti incatena.
                        Noi stiamo urlando contro questi maledetti
                        che tentano di scrivere il tuo domani
                        con una pietra sanguinante
                        che da millenni rotola sul neutro suolo bianco.
                        (Lascia una scia che lenta si impregna e lenta evapora.)
                        La tua legge dice: "Le pietre non devono essere così
                        grandi da far morire
                        il condannato al solo lancio di uno o due di esse".
                        La tua legge dice che per amore si deve morire.
                        (La tua legge, la tua legge, ah miserabile tua legge!)
                        Perché il cuore non può ancora governare?
                        Dove sono le labbra dell'impostore che ancora
                        giudica, condanna, processa?
                        Tu per amore hai amato. Ora chiedono la tua testa
                        non per ragione non per giustizia non per invidia
                        ma per la paura della forza del tuo gesto:
                        quello di decidere, quello di essere libera.
                        Sanno di essere in torto.
                        La Bibbia declama questo gesto impuro,
                        ma questa è legge creata da fantasia
                        di un mostro che mai si è fatto vedere né impietosire
                        né mai si è fatto carico dei suoi errori
                        né di chi col suo nome ne continua a mietere.
                        Lui vanitoso fino ad uccidere.
                        Lui solo una scusante.
                        Adesso
                        per lui con lui 
                        ammazzano,
                        soprattutto per paura.
                        Questo è vile.
                        Noi urliamo e proclamiamo la tua di legge:
                        scegliere di amare, di vivere la propria vita,
                        con natura orgoglio e felicità.
                        Col proprio e unico cuore.
                        Donna, non credere alla loro violenza,
                        Tu sei il verbo,
                        Tu sei la nuova legge per chi in futuro
                        prenderà l'ombra sulla quale ora siedi.
                        So che non puoi sentirmi, ma al tuo dolore
                        sono accorsi milioni di uomini e popoli
                        per darti voce, per darti vita.
                        Questo è amore.

                        Un giorno quando sarai a casa dai tuoi figli
                        ti stupirai come dal nulla possa nascere un sole
                        che pulisce il gelo di anni impossibili da perdonare.
                        Questo è l'amore.


                        (Al mondo chiedo di continuare ad urlare fino a quando
                        questo giorno arrivi.)

                    
                           
                        www.myspace.com/bennynonasky/blog

 
   *

SANDRA  MILO

-Dopo aver ascoltato un disco di Paolo Conte

Chi come te
mi trascina fuori dalla finestra
per sentire gli odori della vita?
Aspettami un momento
innesto il pilota automatico
e ti seguo.
Una colomba su una spalla
un sacchetto di plastica
per raccogliere
i profumi dei funghi
un bagliore di pioggia
il turgore dell'alba.
La gonna e i ricci biondi
un tuffo nel tuo piano
nota fra le note
una scala per il cielo
sotto i piedi l'arcobaleno.
Come vascelli le stelle
nel tuo mare i suoni
e sono profondità
rinate alla luce.
Balenanti come more
lampi lontani di felicità

ed è subito sguardo
voce
affinità d'immagini.

*

SONIA  SANCHEZ

POESIA PER MIO PADRE
(96 anni il 29 febbraio 2000)


Con ali esatte
le vele delle tue parole
ti risalivano in gola senza
poter volare fuori.
La tua bocca
sbigottita dal tuono
autunnale ti cadde ancora.
Avevo dimenticato il saluto
della morte, come aspetta sull'attenti
nei sobborghi della pelle.
Avevo dimenticato come la morte
urla nelle nostre vene.
Padre, mi son sentita ancora
bambina mentre inseguivo i dottori
dipinti su corridoi di porcellana
Padre mio, mentre respiravo
inalavo per tutti e due,
ho cominciato a cantare la canzone
che cantavi quando ero piccola
quando non ero poeta ancora,
timorosa di tutte le ombre
che mi cremavano le ossa,

 Ricorda la notte,
 la notte che hai detto
 ti amo
 ricorda...

Ricordavo la tua voce gonfia
in un rituale di parole
tra la 152esima strada e St. Nicholas Place.
Ora io, figlia di applausi,
le mani zuppe di memoria,
non chiedevo altro
mentre giravo attorno alla tua stanza d'ospedale,
adorna coi lustrini dei nostri respiri
in una clessidra di suono.

*
 
TAHAR BEN JELLOUN

“Io non ho bisogno di denaro;
ho bisogno di sentimenti,
di parole,
di parole scelte sapientemente,
di fiori detti pensieri,
di rose dette presenze,
di sogni che abitino gli alberi,
di canzoni che facciano danzare le statue,
di stelle che mormorino all’orecchio degli amanti...

Ho bisogno di poesia,
questa magia che brucia la pesantezza delle parole,
che risveglia le emozioni
e dà loro colori nuovi...

Le parole scelgono combinazioni inattese
e ci procurano l’ebrezza e la gioia
trasportandoci in luoghi dimenticati dagli uomini...”


Tratto da 'Seduzione'

*

VICENTE  ALEIXANDRE

(Spagna 1898 - 1984)

SI AMAVANO

Si amavano.
Pativano la luce, labbra azzurre nell'alba,
labbra ch'escono dalla notte dura,
labbra squarciate, sangue, sangue dove?
Si amavano in un letto battello, mezzo fra notte e luce.

Si amavano come i fiori le spine profonde,
o il giallo che sboccia in amorosa gemma,
quando girano i volti melanconicamente,
giralune che brillano nel ricevere il bacio.

Si amavano di notte, quando i cani profondi
palpitavano sotterra e le valli si stirano
come arcaici dorsi a sentirsi sfiorare:
carezza, seta, mano, luna che giunge e tocca.

Si amavano d'amore là nel fare del giorno
e tra le dure pietre oscure della notte,
dure come son corpi gelati dalle ore,
dure come son baci di dente contro dente.

Si amavano di giorno, spiaggia che va crescendo,
onde che su dai piedi carezzano le cosce,
corpi che si sollevano dalla terra e fluttuando...
Si amavano di giorno, sul mare, sotto il cielo.

Mezzogiorno perfetto, si amavano sì intimi,
mare altissimo e giovane, estesa intimità,
vivente solitudine, orizzonti remoti
avvinti come corpi che solitari cantano.

Che amano. Si amavano come la luna chiara,
come il mare che calmo aderisce a quel volto,
dolce eclisse di acqua, guancia dove fa notte
e dove rossi pesci vanno e vengono taciti.

Giorno, notte, occidenti, fare del giorno, spazi,
onde recenti, antiche, fuggitive, perpetue,
mare o terra, battello, letto, piuma, cristallo,
labbro, metallo, musica, silenzio, vegetale, mondo, quiete,
la loro forma. Perché si amavano.

*


LUCA BENASSI

Seguendo i tetti e le strade brulicanti
i vestiboli con i kebab, gli androni verdi, scritti
in lingue remote, si comprende
il verdetto, la sentenza in versetti lineari.
Aspettiamo nella rete che si tende
la mattanza rossa, il sangue che lavi
i marciapiedi, le muffe piene di mosche
il futuro sterile dei figli. E a te che calchi
questa crosta e il foglio e pascoli tranquillo
i delta, i fiumi delle case, le mogli attente e infedeli
i lavori battuti al minuto, il sesso dei monitor
che riduce il membro a un nervo scoperto come un filo
a te che imbocchi come un pesce la metro
e incappi la rete del mistero
a te che rantoli quando la lama esce e il sangue
gorgoglia nel polmone sfondato
quando la tregua e gli accordi vengono violati
a te, poeta, si concede l’onore della polvere.


www.lagru.org
da: "Calpestare l'oblio", 2009 - e-book

 

IV

Ma si, cancella tutto, non salvare
deframmenta, svuota
libera la memoria di chi rimane:
qui si lavora ghisa
(trucioli ed olio accumulati al bordo
delle fresatrici
dei fasti del grigio)
e si montano tappi
ma io compilo gli elenchi
i numeri dei volti dei morti
nell'armadio della stanza-
l'inutile lavoro del becchino.


VI

Mi dici che hai scoperto l'inganno
lo strano parallelo che si tende
tra la cravatta e il suo guinzaglio
il nodo soluto
oltre l'acqua della mia incoscienza.
Ma io ti dico
che arriva il giorno quando timbro
il permesso non retribuito
del tramonto
l'infinito verso
che abita le rovine del silenzio
mentre scrivo la parola casa.


IX

Di te ricordo il vento
e la superficie levigata del silenzio
sul ponte verso Piazza Vittorio.
credimi, non c'era attesa
nel nostro incontro
né la danza dei tuoi capelli
mentre lasciavi la macchina
per l'ultimo viaggio:
come il cielo cavo azzurro nell'occhio
la freccia del tuo aereo taglia
la notte
e fa male come una spina
nel dolore delle mie labbra sole.

  Torino 29 gennaio 2003


XI

Non starò qui ad aspettare
il suono dell'ariete
a sfondare le stanze del dolore
né il tradimento della sua bocca
a squarciare le mura
della fedeltà interrotta.
Ma verrò a cercarvi
nei vostri campi
col buio, con la mano in tasca
che tenta la lama
a braccare il desiderio
che gonfia le gole delle vostre notti.
Verrò a cercarvi nelle case
a inseguire nelle selve il senno
che si perde sul volto della mia donna.


da I fasti del grigio, Lepisma, Roma 2005


***


LORENZO CALOGERO

Nasce il 28 maggio 1910 a Melicuccà, Reggio Calabria, dove viene trovato morto il 25 marzo del 1961.

E’ uno dei maggiori poeti italiani della prima metà del Novecento. Ha sofferto dello stereotipo del poeta folle e solitario.
Un vulcano nei suoi versi. Una musicalità mai banalizzata dalle rime.
Uno sguardo dolce e feroce sulla vita e sulla realtà.

Si segnala il sito: www.lorenzocalogero.it


[da: FAREPOESIA n. 23 – marzo 2008 – Fanzine murale ed elettronica di poesia e arte sociale]


Poesie tratte da Ma questo…; Sogno più non ricordo; Quaderni di Villa Nuccia, in Opere Poetiche I e II Vol., Lerici Editori.

*

La luna, il fiore del limone

e il lume, lievi, un’incertezza

delle labbra, la sabbia, la quiete

della sera levigata, fosco punto

in alto il paese del tuo candore

e, ratta rapita al piede, precipitata ai passi,

come i fari il colore dell’avvenire,

la salvia. Non puoi cadere

nel forte odore dei parapetti

e come la malva cedere. Assopiti

sono i sogni dei poeti. Il canto

cieco riemerge o ti angustierai

di settembre, la pallida guancia

su la palpebra tanto riattesa;

scivola e lungo e glauco era il sentiere.


*

CLXIV


… Oggi cammini con un sorriso empio

E non so quale sia della mia morte il futuro.

Ma incomincia come un’eco un’altra giornata

Ed è superfluo e zoppico: oggi mi avvicino

Al muro come le esili foglie di questa pianta.


Il tuo sorriso è un sorriso oggi all’oscuro

E contiene gli echi di ogni distruzione.

Tu ti appoggiavi un momento sulla mia guancia.


*

So furore con pane. Una lunga gioia

il desiderio mantenne. Qua frane

e una migrazione gelidissima erano

e, sul fiume tentennando, le vele.

Non parlarono

di te invano uomini ch’erano

verso te protesi. Me pure sangue nuovo

già prese quando tu appena

eri presente. Risvegli nella veloce

corsa della notte avvennero ed apparvero

e disparvero penne.

Non vale silenzio

a modificare una palpebra ruvida

o una gocciola d’assenzio.

Quanto nacque

la tua febbre era già sparsa. Arsa solitaria

una mattina ferma era nell’aria.

Dentro,

nuda, era una pausa.

Non più chiusa

in se stessa era ed erra, ora, una favola.

*

Ma questo


Gli estri, le cose esatte,

le monotone cose poi, ma questo

puoi estendere alle nuvole,

quando, rarefatto il tempo, il vuoto

è un rudere di passaggio.


*

Da Il suono a l’altezza dei riquadri

E questo musicale non essere

quando passo, quando tocco,

quando sfioro

ragionevolmente rivolto alle nuvole.


*

So di non esserti a lato.

Utili gli agnelli nel tuo regno

vengono. Non ti ho visto mai

nella tua dimora a distanza

com’ebbi acuto il senso di essere

e il privilegio. Altri uomini

in un raggio di sole ebbero cuore

e, nel cavo buio, il coraggio.

Danzano

essi prima che, in un promontorio di luce

millenaria sul marmo, scintille

guizzino ad un fievole segno.

E tu, pastore d’aria, (eccomi qua!)

trapassa la tua patria,

fa strada.

Se tatuato splendore

non fosse direi di avvincerti:

(sarebbe male o tristezza) ad un tuo debole

cenno (o sarebbe abbandono).

Presta ascolto.

Cancella nell’immenso mare il mio cordoglio,

sono certo di te, del tempo tuo,

di te entro cui, come lampi, i tempi vedi

che solitari avvengono.

*

Avidi colori rapidi

in sinuosi giri, in opachi specchi

miri ed ella come d’alberi

in un disegno di iridi

sull’erba addormentata. Ampio respiro,

una corolla turgida

uscita dal suo seno

re videro e, nell’ansia,

il bruno volto un sorriso

porgere pigro della grazia.

In puro arco di luce

a sommo la dolcezza volò nel sereno

nel grembo del suo sonno

nella bellezza trasmutata.

*

D’autunno sono guaste le parole.

Penso anch’io. Nell’occhio stanco

riconduco il senso d’una vita.

Una beatitudine s’accende

e ritrova se stessa rapida al suo fianco.

Straccio una pausa, odo una vicenda

Ove sei vinta e mi sazio. L’agreste frutto

sgorga in puro spazio.

Fermo fumo giova.

Alla giovane terra il suo passo.

*

Vergini in puro sonno

Vergini in puro sonno ali oscillano.
Questo è lo schermo della luna.
L’esile lume giuoca sul tuo collo
come un’onda danzante e riverbera i disegni,
i segreti delle stagioni sui vapori
delle stelle come un’esigua acqua
che lascia schiuma.
 
Ritorna il bivacco
su la dardeggiante cruna
e la marea come un’alta cima
asciuga lo scirocco
sopra una ventata calda
di cenere bionda e bruna.
 
Si accende il disco
della candida faccia a raggi
della bianca implorante luna
ai passi dello sperduto viandante
che ha smarrito la strada.
 
Ali vergini di puro fumo in sonno
su lande solitarie oscillano, puri fiocchi
aperti ai tuoi sogni divengono.

*

Vedo angeli vaganti

Vedo angeli vaganti e una chiarità lunare.

S’immerge una marea e sono grappoli
i suoni sui colori. Splendente
corre l’alito nel volo assiduo. Ferma,
rimasta indietro, lenta era l’origine
della luce tacita e, se trattengo,
in un dito, il tuo moto reso vivo
e visivo dentro un cerchio di immobile
splendore, trattengo anche il mio respiro
sulla vana superficie, resa desta, che mi resta.
Informi i morti odono. Nuvole
sono qua e là distese: hanno invaso
dell’arco del discosto tremulo orizzonte
il suo impetuoso immenso giro.

*

I baci, le persiane verdi

I baci, le persiane verdi,
verdi alberi modesti, verdi mobili intorno
sulle piagge dell’orto.
Trepido è un disegno sui tetti.
Una corolla scivola su persone morte.
Sapevi quanto intatto, leggiadro un desiderio,
era colpo di un sogno dischiuso,
sogno chiuso leggero di una morte.

*
Lorenzo Calogero con la sua poesia ci ha diminuiti tutti. (G. Ungaretti)

***

ROBERTO  ROSSI  PRECERUTTI

A un remoto fiammeggiare

[Da “Poesia” – giugno 2002 N. 162, Crocetti Editore - Milano]


Omaggio a Roberto Demarchi


A un remoto fiammeggiare


I                                                                         


Come per spargersi o durare                            

da una mutevole volta

raccoglierà il suo vanto

quest’ombra sfrangiata

per disperse limpide piaghe

a un remoto fiammeggiare:

solo occhi chiusi nel fumo

nell’attonito fogliame

o questa tomba infranta.


II


Manda le sue piccole

voci l’estate fa il suo triste

colore nell’ansia celeste:

ancora conterà dentro

l’immobile vampa

questo febbrile intrecciarsi

l’ostinato accadere?


III


Di un docile passo

senza sogni del velare

questo marmo raccolto

dentro ruvidi rami

ancora raccontato il tempo

intero o senza lume

sospeso seminato nell’azzurro

serberai il battito affollato

la sgombra muta lotta?


IV


Lasciata nel riflesso

della fonte nel tiepido velo

della polvere svolge la memoria

l’obliato splendore dirà

come rimutato sangue

o soffocata vertigine si apriva

a un intero amoroso

rumore.


V


Passa quest’astro freddo

l’incauto bisbiglio

della luce, come improvvisa

la danza dei rami

rovina senza che un soffio

un largo squillo leghi

non turbata d’ardore

una rosa.


VI


Una volante meraviglia

un passo fermo di luce

adunata quanto più

costante si getta nel fogliame

come un’aria incantata,

la protegge una terra

disfatta ora un alto appello

preme.


VII


Poi che la tenera

forma battuta la

piega amorosa si svolge

da un volo numeroso

da una terra d’alture,

all’azzurro morente regali

tutta la vita del frutto

in forti lucide punte

disperso ogni residuo

grembo.


VIII


Almeno una silenziosa

corte un ricamo

di aghi lucenti apriranno

quest’urna di calore:

qui chiama un’inferocita

stagione cresce l’alto

moto della testa,

bellezza in raggi ronzanti

adunata.


IX


Aspetta quel porfido

nel suo obliquo fuoco

quale disperso orrore

o caduta minaccia?

e come composto stava

quel disporsi per anni

e costellazioni finito

l’arco del fiorito giardino

il collo da un lucido

tratto illuminato.


X


Toglie una notte

il fulgente pergolato

il silenzioso diadema:

ad allacciare come una tenera

ventata resterai

in quegli alberi d’acqua,

le straziate ali

vittoriose?


XI


A uno stellato affacciarsi

al più dolce talento delle

fulgide spine ora si vota:

per arnie e greti vanno i campi

o del puro oro di peschiere

serbano un biondo filamento

che mentre canta o vola

si rabbuia.


XII


Non lontananza d’anni

ma gridi selvosi, ti muovi

a inavvertiti brividi o nidi

di luce: molti schianti

da abbandonate rovine

e dentro il sonno congiungeranno

queste foglie fredde a una

natura interminata.


XIII


Molta lotta si chiude

a un tempo inerte, circonda

ora il verde una corona

di fulgide croci: da quale

composto fervore dirai

come molli acque serali

a un inavvertito compiersi

traboccano?


XIV


Mirabile l’anno

e mirabile questo

passo d’acqua salito

in un ventaglio di canne,

ha buona voce l’urna

celeste che ci affida

se di compiuta chiarità

bellezza tremi.


XV


Perché lungo un passo

futuro o mitemente acceso

ora perde il tuo valore

o donando tutto il fuoco

divora spazi d’acque silenziose

una compiuta parola

a non ornare fervoroso

sonno?


XVI


Di nuovo insorte

queste tenebre, scorze

passano e fitte piume

dove fra tramortiti

frutti o nell’angustia

della fiamma piano

si schiude adorno dei suoi specchi

il cuore.


XVII


Stella tornata da luoghi

d’inverno pietra su pietra

comanda, verrà a battaglia

quest’oro crudele: siede

in cielo come uno sdegno

soave o sulla costa splendente

rispunta una corsa stremata.

A chi voterai questi colpi

d’artiglio, la mia tomba d’aria?


XVIII


Questa falciata furia

mette occhi e ali

a miglior vita, prende

lumi e disarmati ingegni,

se solo nel canto illuminato

o tra le schegge brunite

del frutto puro lampeggia

il riso.


XIX


Ancora per questo verde

insonne per la vittoriosa

impresa degli occhi

s’aprono gli aghi celesti:

voi in rado margine chiusi

o in arma d’angoscia lucidi

avori rose per sempre serene

a non ripetere che l’abbuiarsi

sotto un morso misterioso

di quel fianco.


XX


Altro non sa la sfinita

mattina che l’alto

suo abito celeste, pure

si prepara una piccola

dimora la cenere o s’estingue

rapido il volo: vorrà

luci ben asciutte se

quiete corrono voci

in tutto quell’oro.

***


Canzone della donna

che voleva essere marinaio


Adesso soltanto adesso

che il mio sguardo sposa il mare

faccio a pezzi quel silenzio

che mi vieta di sognare

file di alberi maestri e mille e mille nodi marinari

e tracce di serpenti freddi ed indolenti

con il loro innaturale andare

e linee sulla luna che nel palmo ognuna

è un posto da dimenticare

e il cuore questo strano cuore

che su una scogliera già sa navigare.

Adesso soltanto adesso

che il mio sguardo avvolge il mare

io capisco chi ha cercato le sirene

chi ha potuto il loro canto amare

dolce nella testa come il giorno

della festa i datteri col miele

e forte come il vento che si fa tormento

e spezza il cuore agli uomini e alle vele

e allora non c'è gloria o voglia

che si possa bere oppure masticare

né pietra di mulino a vento

che quel sasso al cuore possa frantumare.


Connor Slave

dall'album «Le bugie del buio»

***


Poesie di Antonio Sbisà


Galassia Rosa


Ci sono dei mondi nella galassia

dove le colline camminano e danzano, dove gli alberi giocano e saltano,

e volentieri ospitano nel loro grembo altre creature.

Qui i fiori della terra suonano, cantano e gareggiano in grazia,

con altri fiori che volteggiano nell’aria.

E se vedi delle nuvole nel cielo, spesso sono altre creature,

che pensano, sentono, amano e scorrono,

fra l’aria densa e la terra fluida.

Portano il fuoco dai soli che costellano ed alimentano

i diversi tempi ed i diversi spazi che abitano questi luoghi.

 

 

L’occhio galattico


Il centro della Galassia appare come un grande occhio di amore.

I vortici stellari si svolgono in spirali  intense:

come le braccia amanti avvolgono l’amato,

così questi flussi luminosi cantano intorno ad un grande sole centrale.

Ha la forma di un occhio: la pupilla è il sole,

circondata dalla densità spaziale luminosa

Guarda dentro, guarda fuori, ride, ammicca, sogna, racconta.

Esultano i mondi felici del paradiso divino, da dove emanano

sguardi, doni, inviti.

 

 

   Presenza emanante

  
   Emani amore e pace,

   fanciulla di altrove,

   semini entusiasmo ed incanto.

   I tuoi sguardi

   sono incandescenti,

   penetri nell’intimo dell’anima.

   Sono invaso

   dall’oceano della tua bellezza,

   la gioia freme

   in ogni mia cellula.

   La tua pelle è luminosa,

   sembra espandersi,

   sembra penetrare l’altro

   anche a distanza.

  Tu sorridi,

  e tutto il mio essere

  diventa immensamente felice

  Tu parli,

  e la mia vita si rinnova tutta.

  Ti muovi verso di me,

  e mi sembra di raggiungerti

  fuori dalla pelle.

  M’inviti ad entrare in te.

  Nei tuoi occhi,

  vedo i soli di altri mondi.

  Nella tua pelle,

  la bellezza splende

  lasciando senza fiato.

  I tuoi gesti

  svelano pensieri 

  ardenti e misteriosi.

  Partono onde colorate dal tuo corpo,

  dai mille colori e sapori:

 sono come abbracci,

 cingono il mio corpo,

 lo sciolgono nelle stelle.

 Amata mia,

 se non ci fossi tu

 a proteggermi,

 sarei già diventato un fuoco.

Ti guardo,

e mi innamoro di Dio,

ti ascolto,

e sento i mondi esplodere

nel mio cuore,

ti contemplo,

e mi sento immerso

nella  beatitudine

   felice, eterna.

 

Nei mondi della luce


Quando la luce che sale dalla terra,

dai mari, dai corpi,

s’incontra e si fonde,

con la luce

che scende dai soli e dalle stelle,

sicuramente tutto parla di felicità

e di creatività infinite.

Le forme perdono la loro consistenza,

la variano, emanando esse stesse luce,

ricevendo la luce

dalla terra e dal cielo.

Una trama infinita di gradazioni

protegge dalle confusioni, dalle difficoltà,

esseri che comunque sono fatti tutti

per l’amore, per l’arte,

per le alchimie più fini

fra i sensi, le forme e lo spirito.

Arcobaleni dalle mille tonalità

penetrano nei pensieri,

nei gesti, negli sguardi,

nelle emozioni.

Ogni essere è veramente unico

e diverso dagli altri:

ogni relazione è unica e differenziata,

né è possibile qui

classificare esternamente qualcosa.

Le fusioni nei corpi e nella luce

esprimono valenze sconosciute dell’amore,

dono universale per tutti.

Splendono le anime di questi esseri,

in dialogo permanente

con i mondi e le dimensioni

cui donano i segreti

delle scienze della luce.

Dove l’interno trionfa sull’esterno,

dove Dio è l’esperienza di base per tutti,

la felicità della creazione irrompe

infinitamente felice.


Antonio Sbisà

***


Adolfo Silveto


E fu soltanto luce nella notte
tagliata in mille pezzi di stupore …
Un angelo consumò le ali e mille anni
nel gelo di viaggio.
Un usignolo si staccò dai rami del tempo
e si fece canto d'amore.
I pastori divennero pastori d'improvviso
storditi di cielo.
Da ogni piega dell'aurora rotolarono misteri
e tutti i silenzi e tutti i segreti
si svelarono alla pallida luce di una stella
che incendiava le stoppie.
Un sorriso non sorriso da secoli
attendeva nell'immenso di un istante
e una scheggia di sole scampata alla notte
accarezzò le montagne di neve dove il vento
si fece brezza per le valli dell'anima.
Poi, nel silenzio immane, qualcuno chiese
ad occhi che foravano il buio
(erano occhi di stelle e lacrime di luce)
cosa fosse quel canto nell'aria
e quella selva di spine
che gli cresceva dentro
senza ferire il cuore.
Gli rispose l'incanto di una voce:
"Non sai?
Null'altro che il sogno
nutriva questo tempo di saccheggi,
paradisi remoti e nuova manna
e paesi con fiumi a latte e miele
inquinati dal sangue della guerra.
Oggi che il cosmo scuote i suoi silenzi,
nella grotta sepolta dalla neve,
tra un bue e un asinello,
una vergine soffia nel creato
sapienza ed innocenza.
E dal suo seno di luna
una sola goccia di splendore
disseta l'universo!".


***

Poesia di Roberto Mussapi
 
Ritorno dal pianeta


Io sono disceso e lo ricordo

il pianeta : a poco a poco si spegnevano le luci

e il sonno saliva dalle finestre, come una marea,

una luce che si spegneva e la radio ancora accesa,

buio e voce.

Chi spossato si addormentava come un animale

Nel Tir simile a un gigante pacificato,

immenso e muto sullo spiazzo dell’autostrada,

vidi gli insonni, la fame, la paura,

la disperazione di chi cercava una dose,

vidi la notte scendere su altri, nel cuore,

corpi che si placavano umidi, abbracciati,

proseguendo il respiro dove le parole hanno fine,

li vidi, addormentati, il molteplice e l’uno,

l’amore dei corpi che si rigenera nel sogno.

E io che credevo di essere luce fui buio,

perché buia era la notte sui mortali e buio il pianto

che da me, come avessi occhi, calava su loro.

Ho guardato, ho visto, credimi, Dio,

non fu inferiore

l’amore tra corpo e corpo, tra persona e persona,

quando abbassarono le persiane cercando un silenzio

più disperato e pieno di tutti i miei voli.

Questo posso testimoniare, questo ho veduto

Su quel pianeta dall’alto più piccolo della mia mano,

e che soffrì le acque, il delfino, il tuffatore,

che conobbe la donna e in essa il dolore,

e strade che imitavano la luce di quel cielo,

l’asfalto le automobili,

dove uno accelera e l’altro si affida,

e ognuno sogna un viaggio senza fine,

ho visto fari spegnersi nella notte e voci ronzare

e uno solo nel silenzio con l’autoradio

(sembrava la mia voce)

Due che chiedevano fino a quando,

fino a quando, amore?

Li ho accarezzati, ho posato

L’ala sulle loro spalle, ho sfiorato le mani,

le mani che si stringevano nel molteplice e nell’uno,

dal fumo della sigaretta che lei aveva appena acceso

io vidi nei suoi occhi il firmamento,

e il roteare eterno verso una sola luce.

Poi mi allontanai, lasciandoli soli,

nel firmamento, nell’abitacolo, nell’uno

che essi avevano scoperto nella valle del pianto e dell’amore,

e il ricordo,

e quel ricordo vela la trasparenza dei cieli.

Questo ti chiedo, il termine, il tempo,

che paghi l’amore e la separazione

se il tempo li generò e rese vivi

più di me.Dio, più del mio volo.


***

Octavio Paz
da PIETRA DI SOLE
(traduzione di Francesco Fava - Il Filo, Roma 2006)

 

      salice di cristallo, pioppo d'acqua
      alto zampillo che s'inarca al vento,
      albero ben piantato ma danzante,
      l'incedere di un fiume che si curva,
      avanza, retrocede, gira intorno
      arriva sempre:
                            incedere tranquillo
      di stella o primavera senza fretta,
      acqua che con le palpebre serrate
      tutta la notte emana profezie,
      unanime presenza in mareggiata,
      onda su onda ricoprendo tutto,
      verde sovranità senza tramonto
      come il baluginio delle ali
      quando si aprono proprio in mezzo al cielo,
      l'incedere nel folto dei futuri
      giorni e il malaugurato illuminarsi
      dell'infelicità come un uccello
      che pietrifica il bosco col suo canto
      e l'imminenza di felicità
      che subito svaniscono tra i rami,
      ore di luce che gli uccelli beccano
      e presagi che sfuggono di mano,
      una presenza che è improvviso canto,
      come il vento che canta nell'incendio,
      uno sguardo che in bilico sostiene
      il mondo coi suoi mari e coi suoi monti,
      corpo di luce filtrato da un'agata,
      gambe di luce, luce il ventre, baie,
      roccia solare, corpo color nuvola,
      color di giorno rapido che salta,
      l'ora che dà scintille e prende corpo,
      nel tuo corpo è visibile già il mondo
      nella tua trasparenza è trasparente,
      percorro gallerie fatte di suoni,
      fluisco tra presenze risonanti,
      percorro trasparenze come un cieco,
      mi cancella un riflesso, nasco in altri,
      oh bosco di pilastri favolosi,
      penetro sotto gli archi della luce
      i corridoi di un autunno diafano,
      il tuo corpo percorro come il mondo,
      (...)

Octavio Paz, Città del Messico, 1914 -1998

***

Il tuo cuore lo porto con me
Lo porto nel mio
Non me ne divido mai.
Dove vado io, vieni anche tu, mia amata;
qualsiasi cosa sia fatta da me,
la fai anche tu, mia cara.
Non temo il fato
perché il mio fato sei tu, mia dolce.
Non voglio il mondo, perché il mio,
il più bello, il più vero sei tu.
Questo è il nostro segreto profondo
radice di tutte le radici
germoglio di tutti i germogli
e cielo dei cieli
di un albero chiamato vita,
che cresce più alto
di quanto l'anima spera,
e la mente nasconde.,
Questa è la meraviglia che le stelle separa.
Il tuo cuore lo porto con me,
lo porto nel mio.

E. E. Cummings

***


Risollevami da me e innalza la mia vita verso
ciò che tu desideri -
la luce, il cielo, la distanza e il mattino,
finché non sarò non nato
di nuovo alla pura dispersione nei mari
dell'alta brezza
che ti parla della luce prima che la luce sia nata,
finché il piacere
di essere senza essere non mi trasformerà in
cielo e canzone!

Fernando Pessoa

***


Il vento con i suoi coltelli
Noi carne aperta più vasta del mare
Chiglie di ruggine viaggiano sulle ferite
Sulle nostre rotte disperate

Elio Corianò
 

 

GIAN  CARLO  DI RENZO

 

da: LE  ALI  DELL' ANIMA

 

© 2006 Di Renzo Editore

 

 

                                                            Apatia

 

Brilla una luna sporca questa sera

e polvere leggera liquefatta piove

sulla strada dei miei sogni intermittenti.

Tu deridi la malinconia

mentre tenebrose nubi ti truccano il viso.

Le mie braccia stringono i tuoi fianchi come ragnatele:

vorrei raggiungerti,

ma svanisce il mio sorriso

di fronte all'apatia che incalza.

 

*

 

                                                            San Lorenzo

 

Nei tuoi occhi lontani e velati

cammina una stella immortale

mentre cala la notte sugli oscuri viali.

Tenue si accende una pagliuzza argentea

ma come una perla nel guscio

rimani rara e misteriosa.

 

*

 

                                                            Radici

 

Ogni notte cade dalle stelle la mia solitudine

e mi metto in contatto con colui che lei conquista;

tutto appare lontano, l'estate è immensa

libere le campagne ai venti, un orologio implacabile

batte le ore.

Ogni notte s'intrecciano colori sparsi

che innalzano al volto le radiose radici del mio cuore.

E la tua dolcezza infinita le tiene in mano.

 

*

 

                                                            Luglio

 

Hai colorato i miei pensieri e i miei sogni

hai cambiato il mio dolore in gioia immensa

dolce olio profumato hai versato sul mio torace,

ma il mio fiore purpureo ora sanguina

fantasma insonnolito della mia intricata immagine.

Mai dalla mia mente ti sei allontanata

ma so che ti ho tiranneggiato col mio amore

durante i sontuosi giorni di luglio.

 

*

 

                                                            I tuoi capelli

 

I tuoi lenti capelli nel sonno dei venti

Ondeggiano lievi, distratti

accarezzando i miei dolorosi pensieri.

La speranza come un bimbo che dorme,

dormendo sorride.

E io vedo forme invisibili nel sogno di te.

 

*

 

                                                            Segno di croce

 

Un viso delicato gettato dove non c'è né terra né cielo

l'eco giù per la valle in un tramonto di fuoco

i sorrisi cuciti come fiori che naufragano nella marea

le finestre di un crepuscolo che canta il mare.

Innamorato solitario, guardi con occhio fermo il tuo

destino

tra la paglia arida e alta sferzata come i capelli al

vento

e la notte si avvicina felice e forte.

C'è amore in cielo tra le stelle scintillanti,

tu fai un segno di croce sul palmo di mano

mentre ti scavano gli occhi come fosse.

 

*

 

                                                            Magica virtù

 

Magica virtù questo incrocio di sensi

che si avvinghiano in un groppo solo.

Una luna piena e ardente rovescia la luce

sulle vaste risonanze dei nostri corpi nudi.

Tutto trabocca nella notte

e le nostre labbra umide non sazie

incalzano ali che si ingigantiscono

tra le pieghe del profondo piacere.

 

*

 

                                                            Sonno

 

Il nero del silenzio squarcia il plenilunio

che argenta la sensualità del tuo sonno.



 

ROBERTO R. CORSI / LILIANA UGOLINI
 
Da: GLI OCCHI DI PROMETEO
 
 
© 2009 Roberto R. Corsi e Liliana Ugolini.
robertocorsi.wordpress.com – lilianaugolini.it
 
sito di provenienza: www.rebstein.wordpress.com
 
 
 
 
GLI OCCHI DI PROMETEO
 
                        XII.
            creatività/ blu/ fa diesis
 
“Sono nel so e non so”.
Nel giardino divino.
Nella torre d’averi con intorno
verdastro formicaio città-stirpe.
 
 
È schietta la vendemmia di parole,
sospensione amnïotica in purezza
blu oceano. Resto principe, principio,
lontano dal dolore altro da me...
 
 
 
                                XI.
            si naturale/ blu perla/ contemplazione
 
L’effetto gravità violenta bianco.
L’urlo scosceso è frantumato al borro
un proteso dell’ultimo boato
dove se c’è bellezza qua si frange
nel lutto della roccia levigata.
L’orrido getto al tempo non risale
e pare uguale mentre tracima e cede
come un corpo già vecchio.
È quel guardare livido le rocce contro cielo
dal germoglio minuto al filo ragno
al batacchio del polline Prometeo assiso
per un ascolto sordo al rumor d’ossa
mentre in fronte s’assorda un mistico
prudore che rimane.
 
Al muro del suo suono
Prometeo senza corpo elude l’invisibile ora
che non muta nei rari Stradivari.
 
E terrapieno affonda nell’incerto affogare delle sponde
punte di cielo, spunti di turchino silenzio d’un assunto di chiarezze
che non son qui ma nella superficie del riflesso.
 
 
                                                  II.
            movimento dello spirito nella materia/ porpora/ sol diesis
 
Sulla riva agostana del tempo, ninfa, mi svelasti la rupe e la
maceria. Prendimi mi dicesti, così come ignoti fauni di provincia,
che sarebbero trascorsi senza ferire la storia, già ti avevano preso,
su sedili posteriori o in campi nebbiosi.
All’umido esitare ecco, sacrale, la porpora del sipario scostarsi
appena, offrire uno squarcio dell’indegnità per subito celarlo.
 
 
Qui la prima volontà cieca s’insinuò nella forza creatrice.
Ho temprato io, poeta, le catene che m’avrebbero serrato i polsi.
Perché scrivere, sgorgando, fu all’inizio tensione verso altro.
 
 
 
                                       X.
            mi naturale/ bianco-azzurro/ sogni
 
Prendi Climene madre possente la disperante bellezza che acquieta
(ombre d’azzurro fremiti carichi di tiepide polpe) e dona al dolore
(mossi i crinali a tratti distesi struggenti d’amplessi)
l’idea fissa d’amore.
 
 
Fiori di foglie godono nei bianchi
e pelli e bocche assunte a verdigliosi appunti
collimano nei liquidi di luce.
 
Anima sospirata nell’energia d’intorno
volge a speranza la pacata armonia dell’abbandono.
 
L’apoteosi delle presentazioni sul tramite
s’inceppa al sopruso. Dentro barrate barre di recupero
l’errore assorda il vuoto e la boccata scocca alle voci.
L’Eros nel Logos d’un minuto più giovane
al Thanatos tanaglia lontanissimo e restare (da fermo)
è l’inferno Pandora, del disastrato frutto o del cappello
(dar di cappello) sempre appeso.
 
 
 
                             IX.
            la naturale/ verde/ materia
 
Parete roccia scura finestra scalata alle montagne
solitario zig-zag uomo-formica
alle vette del verde in anima e d’azione
canta ai passi vittoria in osanna d’altissimo piede
in equilibrio di caduta e vola in basso d’erba
alle corde d’inutile appiglio in gravità leggera
al formicaio duro delle pietre.
 
Erano corvi lenti nero tratteggio
contro cime immense nel profondo d’aria.
Sull’abisso io mi tenevo con gli occhi
ai loro voli.
 
Veicola nel panorama l’impotenza
a contenerne il succo. Resiste come forza inusitata
la pietas di quel punto.Trovarsi preda splendida
al dolore d’amore che s’immagina fermo.
Nella trasformazione esiste il velo verde (le tue corde/caos).
I cardellini cantano silenti
mentre il costume resta già tracciato.
 
 
                                       IV.
            sensualità/ bagliore metallico/ la diesis
 
Eccoti omologato
nel punto basso ventre
nel solco della rosa in stanze nuove
in corpi inconosciuti ora svelati.
 
                        Datti vita veloce,
datti da fare muovi lombi sincrono
col tempo che dardeggia
improvvido improvviso.
 
Punta di cacciavite scintillante:
qualcosa non funziona.
La tua pena ha sembiante di soprano.
Adunco il becco del non appagare
abbronzata commedia degli errori
per te che l’hai plasmata nell’attesa.
 
 
 
                            VIII.
            re naturale/ giallo/ gioia
 
Tanto stride l’umore paventato
che culla desideri d’incontro
nel tepore dei lenzuoli con carezze alla fronte
da sciogliere di sole in ombra piena.
 
Condensano piume figure di cielo
e al divenire cambiano il momento
in strappi d’occasione docili al vento d’iride
coniate in fulgore d’invisibile ventre di Prometeo
profondo all’infinito.
 
Infinitesimo vasto al particolare di luce
colonne carne d’alberi diafani a cieli specchiati
muovono l’universo ai passi degli scalzi.
Morbidi segni a flagellazioni di mistero
(dualità riflessa architettura)
fuggono d’ombre ai broccati e alle scarpe dorate
e lucido catafratto a leggenda spazia di giallo
profumi tonali viventi.
 
 
 
                                      VII.
            sol naturale/ arancio/ attività creativa
 
L’arancio dei miei giorni che scorre nelle membra appesantite
valica storni e leggerezze caleidoscopio di pensiero
e inaspettata lievità spande le voglie sul pugno dorato
e gote calde toccano al brillare degli occhi
le tenerezze che vagano il possibile della creatività.
 
Bifore e storie passano sui volti
e sorride agli incontri lo spazio dimenticato.
Lampi di flash saranno riflessioni
del volo congeniale al lampo arancio
d’un getto lungo in raso di mantiglia.
 
Il Titano perfetto nel fulcro del rovescio
mescita negazioni e afferma di sé nell’alter ego
la sintesi incompiuta del compiuto.
Per groppo di doppio incorporata l’ombra
s’attinge e stinge l’assoluto.
 
 
 
                                     VI.
            do naturale/ rosso/ volontà umana
 
Se lo dipingi rosso da spavento dita aguzze strabuzza
e dentro al ghigno sale di fumo l’ultima fiammata.
L’attesa è la sua forza/debolezza
che a lungo lungo andare
è stillici-dio
 
Fosse forse il candore di un’assolta Assenza
l’aperta ricezione la domanda dello stare
sostanza che assolve di sparire in altra riva.
 
Venni in abbraccio corrucciata per altro piombo
al folto ridondata in plaquettes e walls di libri
tanto che d’eco scritti sparivano ai colori le costole
e incastonati destavano pensieri Shelley e Gide.
C’era nel folto l’attenzione scarna alle parole brevi
sormontate da nugoli di penne imporporate
e graffiti del logos sette su sette logaritmici echi
balzavano al centro. Sminuiva il segno a dismisura.
In foulard venni a due parole scritte
e tu aquila d’uovo brancolante di piume emolliente e svagata
a bearsi nel becco, con disprezzo all’abisso
desti inizio che già ci separava.
 
 
 
                                                 V.
            fa naturale/ rosso scuro/ differenziazioni della volontà
 
Tema l’amore e un adagio di scippi violenti
a luci rosse porno scherma l’ultimo accordo.
Sale l’abbraccio alle galassie centro indifeso
di sangue ripiegato al sorriso indisponibile.
 
Mentre (mantra) io t’accudisco guscio di te
memoria culinaire virali storni mi scorzo rovinosa
nell’oppio discendente e ai fondi non miei
il precoce procedere di me è invigorirmi al senso
d’accompagnarti oltre.
 
Ti sfoglio giorno giorno sul cumolo dei giorni
e beccato barcolli nel buio che allaga la pietas
delle disperazioni in essenza del fragile tuo farti delicata
assonanza del riflesso di me e avvolgi dentro al nucleo
questo nodo d’amore che m’annodo in cravatta sanguigna.
 
 
 
                                       III.
            mi bemolle/ grigio acciaio/ umanità
 
L’espulso che si cade di seme capace si trasogna
travalico rapace e la sua forma traspare indovinata
malessere dell’orma. Incontenibile sé progetto
d’ossimora ventura la distanza d’altura passo passo domanda
messaggio insostenibile nolente al colmo della risposta tronca.
 
Mani strette al girotondo delle braccia tese
spezzate alle parole d’ordigni muovono insieme.
E tu Zeus scintilli gli ordini vuoti.
 
S’imbruna il giorno nei muschi odorosi
freschi nelle carezze e nei baci e perde voce
il vespro malinconico. Bruciano bocche
assaporate e mani e corpi docili
si flettono in nastri al sommesso respiro della rosa.
 
In isole di fughe la bolla dei corali
e noi senza testimonianze
sommergiamo nirvana adepti d’apodittici
finali in grigio acciaio.
 
 
 
                        Interludio
 
            (coro: vocali/color lilla)
 
Roccia lilla m’incanti sirena di ghiaccio
carpita in origine al mare. Le gole in anfratti
cantano echi al silenzio profondo mistero di stelle
e vette sculture di storia sciolgono caste le fonti.
Esacerbate impotenze con te misurano forze e vocali
e tuo fascino levigato d’appigli tende la mano guantata
alle croci raggiunte a meraviglia di gloria.
 
 
                                       XI.
            contemplazione/ blu perla/ si naturale
 
Nella linea perlacea delle acque
periplo della storia
un arresto previsto e non previsto.
 
Sulla riva sei fermo a contemplare
una lenta varianza nel segmento
che parte cielo e onda.
Passano amici amori
ti/si domandano
ma la carne è trascorsa sfiduciata
simulacro osservante nelle spire
che sposano la mente e la scrittura
all’ombra d’un sorriso.
 
Blu astro stai librando
 
e di te il mondo è mondo.
 
 
                                                I.
            re bemolle/ viola/ volontà dello spirito creativo
 
Ho vissuto Prometeo la fine delle storie
fresche adolescenti nelle risa insieme in un domani smisurato
perle capriccio d’ostinato andare lungo a lacci di legami
sfatto lentissimo nell’attimo che so viola. Fiori sui marmi
gli adulti strani sono muti all’appello e trattengono
l’avvenire raccontato.
 
Montagna di parole densa di scintille tiene nervi e freni roventi
alle corde possibili. La voce, la tua voce, che scende
col suo filo ad arpionarmi forza di maree m’abbandona lontano
frusciata all’idea ceduta in sottofondo e seminata.
 
Gesto profondo d’essere silenzio
scintilla in torcia viva segno di fatti e parole.
Ardono boschi violentati e ninfe denudate
sfumano ai fumi tossici futuro di faville.
Girano alla speranza incendi d’amore
generosi d’altro dare offerti al fuoco
nel cerchio dell’infinita voglia di spegnersi del male.
 
 
 
 
                        (La Biblioteca di RebStein, Vol. XXV)
 
 


 Roberto R. Corsi

 

Da: ALL’ORZA

poesie 2005-2007

 

 

 

thàlassa

 

 

Ovunque

 

poeti come pire. A raffinare

 

afrori in cellulosa:

 

finalmente hai incrociato gioie rosse

 

e disponi la penna a lunga lode.

 

 

 

Anche a me fanno altari. Screpolato

 

gabbiano, io punto il vento.

 

Nulla che valga un ricciolo del mare,

 

l’ignizione del cielo novembrino,

 

un distico dorato

 

consegnato al fondale con preghiere

 

di bucintòro.

 


 

 

 

Certo, è strano non abitare più la terra.

 

Non abitare un bacio, un corpo spalancato.

 

Aver giocato male la magia della carne.

 

Lancinare la tmesi nell’occhio e nella viscera.

 

Tace il mio sangue. Tacciono le amate.

 

Taccion le cose mute! L’esistenza

 

torna ad essere sosta etimologica.

 

Dorme, vetta inviolabile

 

nell’errore materno delle nubi.

 

 

 

E tu, donna Fiorenza.

 

All’arido cantore sei il miraggio

 

e il viaggio di chi fosti.

 

Sperdi il viso – fantasma

 

d’immediato velluto,

 

repentino respiro ad incarnare

 

per un giorno qualunque metaphysis –

 

intercalando birre e turipiloqui.

 

Cromosomica urgenza la rovina:

 

ogni bellezza agogna

 

scendere dall’eterno

 

di monti e sole, rosso

 

nel portare al piacere

 

la pietra di facciata.

 

 

 

Ci sopportiamo, amandoci talvolta.

 

Spegneremo la luce fianco a fianco

 

come due stanchi, burberi

 

fidanzati d’argento.

 

*

 

 

erosione

 

 

 

Fluisce, irrompe

 

il mare sulla sabbia

 

che fu miracolo

 

 

 

mare tanto imboccato

 

a ciottoli, come antica fontana

 

cui votare il ritorno

 

 

 

quel che è peggio, fluisce

 

sulla cinica fronte

 

scolmata dalle rughe l’abbandono.

 

*

 

 

camera ardente di Mario Luzi

 

 

 

Gola salmastra, mano clorofilla

 

eccomi al capezzale del poeta,

 

il corpo offerto a saluti azzimati

 

con posa Gregor Samsa. Bianca stoffa,

 

come bianco ti era l’alimento.

 

Nella morte respinta o respirata

 

si diviene risposta

 

a se stessi al costante

 

chiedersi di clessidra.

 

*

 

 

riempirsi la bocca della propria morte a fini ricattatori

 

 

 

Agitare la morte come formula,

 

ordigno antico, favola

 

d’infarti e càncheri.

 

Sventolarla sui denti come foto

 

di paparazzo, mossa di rincorsa

 

nel silenzio del Campo.

 

 

 

E scordarsi di vivermi

 

impegnati com’erano

 

a narrarsi morire.

 

*

 

capovolgendo Hikmet

 

 

Improvvisa, ben nota sensazione

 

 

 

punta di freccia,

 

mano a rozza pressione sulla testa,

 

stupido stordimento. Non richiesta,

 

mi vieni a raccontare cose ossute,

 

scopate “non volute”,

 

acide libertà che sciolgono gli abbracci.

 

Torna il fantasma dell’indegnità.

 

 

 

Il più bello dei mari

 

costeggiò l’adolescenza

 

il più bello dei figli

 

s’annida nel sospiro

 

la più bella delle notti

 

fu il caldo mistero del nuovo

 

e quello che vorrei dirti di più bello

 

ti è già stato detto

 

da un qualsiasi svezzato d’inter-rail

 

o panorami, o prose alternative.

 

 

 

www.ebook-larecherche.it

 

  

 

Gabriela Fantato

 

 Da: A distanze minime

 

 

I.

Le mani sulla tua mattina,

la maglia ruvida al contatto

delle dita.

Chiedi un massaggio contro

il male dei muscoli, il brusio.

Contro l’impotenza.

Ancora, mi dici – ancora

e offri la schiena.

Invento un ritmo, una danza.

Le dita sulla tua schiena

– senza sosta,

un massaggio, una ninna-nanna

nel buio che sarà.

Forse è solo mio questo

incantesimo - farmi minuscola

e salire dentro la gola,

oltre lo sterno, sino all’inizio

del danno nei tessuti.

Ti distendo – un panno

ben messo nel cassetto,

cosa tra le cose.

 

 

III.

E’ così punto-linea- punto

così sussurra la materia,

un alfabeto di cellule

dove scorre il brusio del sangue

e si fa vita.

Lo vedi, non so leggere

la lingua muta del polmone

dove si gonfia la notte

e diventa giorno poi ancora

notte e così vivi, così passano gli anni

sino al giorno che non sarà

mai più.

E’ così il dolore

– un prato bruciato.

La musica si fa tana di ogni silenzio.

Sottile, troppo sottile è il passo,

posso solo stare qui a guardarti

come fosse per caso.

Ti tengo l’alba vicina al letto.

 

 

VI.

Te ne sei andato come chi deve

con i giorni dentro l’orizzonte.

Nel comando, dicevi, è sempre

esatto il passo del plotone.

Era quello il filo delle tue costellazioni.

Te ne sei andato nella domenica

sbagliata al calendario.

Sei dove non c’è più paura

e il sonno è senza voce, senza

quel tremare.

Te ne sei andato con l’obbedienza

della pietra scesa a picco sul fondo.

La mano agitata nella stanza dove

non potevi avere che una sedia

e gli occhiali dentro la paura.

E’ stata veloce la fuga nell’inverno

di Milano e senza neppure

il mare per dire – dove andiamo…

 

 

VII.

Togliere tutto, faccio spazio

nelle stanze dove ci sono

ombre e solchi neri in cui sedevi

aspettando il tuo tempo.

Dentro il bianco scavo

– quel gesto con l’indice

dentro al buio.

L’ultimo.

Lascio chiusa la finestra,

chiudo l’alfabeto dietro al vetro

per dire solo il giorno

e forse non verrà.

Le cellule hanno sbandato

chissà dove, chissà come.

Resta quel posto dove

dicevamo – domani.

Imparo la promessa nella piega

e il corpo di fili e vene.

Il battito non dice, non funziona.

Mai più.

 

 

IX.

Adesso restano i nomi

segnati dalla devozione alla fatica

nelle prime sere di novembre.

Solo le cose restano,

le cose semplici che tenevi

in mano.

Il mulino ha soffiato la polvere

sul tuo viso, sul nostro anche,

esempio esatto

di moto perpetuo.

La terra magra del tuo delta

è sfinita.

Le bocche in silenzio.

Da sotto la crosta del mondo

piano piano tornerà l’erba che faceva

il suo gioco con la falce,

nei filari verrà ancora giugno,

la storia che apre la scatola

dei nomi

e li rovista.

Torna già l’ossessione di chi

non ha mai pace.

Si legge che una giovinezza,

una casa, il gesto del coltello …

e la morte

non si ferma mai

 

 

XI.

Tutto si tiene ancora

tra l’alba e un inverno che verrà.

Restano i tronchi enormi

nella sabbia, fermati per sempre

con la pazienza del mare.

Soltanto il gesto manca,

solo il tuo saluto

con la punta delle dita

– impacciate come solo i bambini.

Frantumi di conchiglie,

un copertone e sale,

sale nel bianco del tuo delta

malinconia dei perduti.

L’onda ancora avanti e indietro,

legge semplice del moto.

Forse si può passare senza

lasciare tracce, forse occorre farsi aria,

tu la respiri domani.

Solo il balzo mai più dentro

l’infanzia

 

 

XII.

E’ tempo di rifondare

perimetro e segnali, tempo di fare

il muro bianco dentro la casa

dove è slittata via l’infanzia e la morte

si è presa intera un sogno.

La vista insegna alla mano

il gesto semplice del pane,

il respiro dentro-fuori

dai polmoni.

Tempo, mio tempo illuso

in cui il mondo, tutto il mondo

entrava dentro il foglio

e la parola era illesa nel mattino.

Solo un attimo, solo allora

è stata certa la presenza

una corsa a perdifiato.

Ora tutto è di spalle e siamo

già più oltre.

Avanti.

 

 

www.ebook-larecherche.it

 

 

Eugenio Nastasi

 

Da: Canti senza percorsi

 

 

Crepuscolo

 

Lasciarsi prendere dall’occhio

in cammino,

restare opera non finita,

bagnata dalle voci di dentro.

Stendere sulle mani affreschi

per strade che portano al nido,

corrompere i passanti con un saluto

in grado di stupire.

Dire al mondo la regola dell’arcobaleno

i colori si amano tra loro,

sentire il raggio illeso del crepuscolo

sui frutteti appena mossi dal sole.

 

 

 

 

La stella più vicina

 

Vivimi un istante, uno solo,

che sia purgatoriale

nel suo limo rifatto

di più limpida pelle,

scantonato dal sogno

che s’avanza agli occhi

fatti declinazione

d’una promessa vera,

appartienimi all’orlo

dell’amore che ricomincia

dove più del buio

stura battente

la voglia d’incontrarti,

come un foglio scritto

che non si distende,

non ammicca al verde

che si dà alla luce,

uscire dal perimetro

di scheggia, schiudermi

al tuo perdono

battezzato dalla stella

più vicina.

 

 

 

Ultimo settembre

 

Le onde del mare hanno ripreso

il livore sommerso, la risacca

instancabile schiocca un battere

di sassi e di spuma. La luce

s’allontana dalla riva, entrano

in gioco venti laschi,

le foglie azzardano un rito di danza.

Tremante umida mano di criniere

carezza l’assenza.

 

 

 

 

Comandamento

 

Amerai l’orizzonte che consuma il mare

sapendolo colore di questi alberi

che hanno reso più lenta l’ombra sui muri,

essendo d’anima fine come la tua

impigliata sulla pagina ferma che la segna,

dirai che le parole cadono come olive

nel verziere, che l’orcio è pronto

a stivare l’essenza della vita.

 

 

 

Canti senza percorsi

 

E dunque questo andare sempre altrove

con la paura che poi diventi

inutile respiro facile bersaglio

lo sguardo da un punto a un punto

che prima non c’era,

un segmento di luce basso sul molo

due metri sopra il mare,

dove ognuno perde qualcosa

quando azzera pupille al blu-profondo.

Siamo un’anima inabitata,

il delirio d’una strada

che conta troppe croci,

una stringa esanime di sguardi.

Racchiusi in poco lume le fiumare

sbrecciati plinti gli uomini

a ruminare canti senza percorsi.

 

 

 

 

Quasi una confessione

 

Consumate tutte le pagine dei libri

rimesse sempre a nuovo le giornate

deposta la maschera degli occhi

chiuso nel sogno il resto dei frammenti

visti tutti i tramonti

accordati altri responsi della Pizia

dove ancorare il carreggio dell’antico dolore,

la barca che giunge a riva e vi s’insabbia,

e poi pretendere che s’innalzi al cielo

il pinnacolo sfatto delle abitudini,

l’impasto delle tinte, la semisfera

di cobalto che ha mutato il celeste

nel silenzio che sgretola la mente?

Mi raccolgo nella materia degli alberi

aperto alle ferite d’arenaria,

nascosto nei minuti dell’attesa,

nella dimora intangibile

d’una flebile linea di matita.

E come una cicatrice

resto quel millesimo di me

dove ogni assenza è stata offerta.

 

 

 

Vinum non habent

 

Nell’aria fosforescente che solo

uno faceva di tutti quei colori,

l’eco non ha spento la parola,

affida a otri d’acqua

lo sponsale mattutino, il primo

gesto di lui, enigma intento

al risveglio del mondo.

Cana di Galilea riluce di quel succo

come rubino e accorte mani afferrano

un solstizio di vino da molti vasi

uno all’altro accostati.

E dunque posto nel mezzo

tra cielo e terra il nettare rampolla,

incatenandosi a un tavolo di amici.

Dilaterà postremo fino a noi,

lacrima Christi e mondo degli dei,

limite incontenibile di bere

a una fonte non diversa di luce.

Così la storia povera degli uomini

espande ariosa nel rosso di un bicchiere.

Il vero senza fine è già nel sangue.

 

 

 

I nostri nessuno

 

Oltre la porta il tempo muove

come silenzio dentro al grano,

non vi sono indizi per riposare

quel che perde terreno

geme nell’andar via.

Di sonni sfatti i nostri nessuno

girano le stanze d’un tratto universali:

non rimane abitudine dei nomi

che attraversarono la quiete:

un brivido nei volti

come pastura che guarda al passato.

Ma dove portano quel che di loro ci appartenne?

 

 

 

 

 

 

www.ebook-larecherche.it

 

 

 DYLAN THOMAS

 
Ci fu un redentore
 
 
 
       Ci fu un redentore
 
       più raro del radio,
 
   più comune dell'acqua, più crudele della verità;
 
       fanciulli tolti al sole,
 
       si riunivano intorno alla sua lingua
 
   per udire la note dorata girare in un solco,
 
prigionieri dei loro deisderi sprangavano gli occhi
 
dentro le carceri e gli studi dei suoi sorrisi senza chiave.
 
 
 
       La voce dei pargoli dice
 
       Da un perduto deserto
 
   bisognava far calma nel suo tranquillo tumulto;
 
       quando uomo ostile feriva
 
       uomo, bestia, od uccello,
 
   noi celavamo il terrore in quel fiato omicida;
 
bisognava tacere, quando la terra divenne fragorosa,
 
dentro le tane e i manicomi del terribile grido.
 
 
 
       C'era gloria da udire
 
       nelle chiese del suo pianto,
 
   sotto il suo braccio piumoso, mentre colpì, sospiravi,
 
       oh tu che non sapevi
 
       piangere sulla terra quando un uomo moriva,
 
   immettersi una lacrima di gioia nel divino diluvio
 
e appoggiasti l'orecchio a una conchiglia di nuvola:
 
ora nel buio siamo soltanto tu e io.
 
 
 
       Due orgogliosi oscurati fratelli,
 
       sprangati dall'inverno fianco a fianco
 
   gridiamo a questo vuoto inospitale anno,
 
       oh noi che non sapemmo
 
       trarre un solo sospiro nell'udire
 
   la cupidigia umana avventarsi sul prossimo in fiamme
 
ma gemendo corremmo a rifugiarci dentro le azzurre mura,
 
ora versiamo gigantesche lacrime per la colpa mal conosciuta,
 
 
 
       per il crollo di case
 
       che non allevarono le nostre ossa,
 
   per le morti coraggiose degli unici mai ritrovati,
 
       ora vediamo, solitari noi,
 
       la nostra polvere di veri stranieri
 
   cavalcare attraversi le porte della nostra
 
impenetrata casa. In noi esiliati, risvegliamo il molle,
 
inerme, disserrato, scabro e setoso amore che frantuma le pietre.



I PASSERI PERDUTI
di Mario Trejo

Amo i passeri perduti
che tornano dall’aldilà
a confondersi con un cielo
che mai più potrò recuperare.
Tornano di nuovo i ricordi,
le ore giovani  che ho dato
e dal mare giunge un fantasma
fatto di cose che amai e persi.
Tutto fu un sogno, un sogno che perdemmo
come perdemmo gli uccelli ed il mare,
un sogno breve e antico come il tempo
che gli specchi  non possono riflettere.
Dopo cercai di perderti in tante altre
e quell’altra e tutte eri tu;
infine riuscii a capire quando un addio e’ un
addio,
la solitudine mi divorò e fummo due.
Tornano i passeri notturni
che volano ciechi sul mare,
la notte è uno specchio
che mi  ridà la tua solitudine
Sono solo un passero perduto
che torna dall’aldilà
a confondersi con un cielo
che mai più potrò recuperare.
 
***
 
Amo a los pájaros perdidos
que vuelan desde el más allá
a confundirse con un cielo
que nunca más podre recuperar.
Vuelven de nuevo los recuerdos
las horas jóvenes que di
y desde el mar llega un fantasma
hecho de cosas que ame y perdí.
Todo fue un sueño
un sueño que perdimos
como perdimos
los pájaros y el mar.
Un sueño breve y antiguo
como el tiempo
que los espejos
no pueden reflejar.
Después busqué
perderte en tantas otras
y aquella otra
y todas eras vos.
Al fin logré reconocer
cuando un adiós es un adiós
la soledad me devoró y fuimos dos.
Vuelven los pájaros nocturnos
que vuelan ciegos sobre el mar;
la noche entera es un espejo
que me devuelve tu soledad.
Soy sólo un pajaro perdido
que vuelve desde el más allá
a confundirse con un cielo
que nunca más podré recuperar.

[da un post di FERNIROSSO  webBLOCK]



IL TUO GIORNO
di Leonardo Garet

Oggi sei nato per essere uomo
con il tuo pennacchio di sole a mezzogiorno
circondato da lingue pressanti come coltelli
oggi sei nato uruguayano d'altezza uno e ottanta
replicando nelle tue ossa la nascita degli dei
scartando squame branchie piume e doppio stomaco
con gli occhi abituati a che fuori ci sia qualcosa
oggi sei nato con il numero totale dei tuoi giorni
sulle unghie che si tagliano e sui capelli che cadono
sei nato con le donne che ti terranno a fianco
e con chi ordina la tua presenza sui moli
come un bastimento giocattolo
sei nato con preciso apparato medico
con rischio equivalente ad attraversare una strada
sei nato per toccare con le tue mani
i confini i limiti i margini degli altri
i registri di scuole carceri manicomi si sono aperti
le bocche come fossero rane
è per te la tempesta che apre l'orizzonte.
 
(Trad. di traduzione Piera Mattei)
 

TU DÍA
Hoy naciste para ser hombre
con tu penacho de sol a las doce
cercado de idiomas apremiantes como cuchillos
hoy naciste uruguayo de altura uno ochenta
repitiendo en tus huesos el nacimiento de los dioses
desechando escamas branquias plumas y doble
estómago con tus ojos acostumbrados a que afuera
hay algo hoy naciste con el número total de tus días
en las uñas que se cortan en el pelo que se cae
naciste con las mujeres que te tendrán a su lado
y con los que ordenan tu presencia en los muelles
como un barco de juguete
naciste en ceremonia por minuto de médico
con riesgo equivalente al de cruzar una calle
naciste para tocar con tus manos
las marcas los límites el borde de los otros
se abrieron los registros de escuelas cárceles
manicomios las bocas como si fueran ranas
y para vos la tormenta que abre el horizonte
__________________
Leonardo Garet è nato a Salto, Uruguay, dove vive, nel 1949.
Si è dedicato con uguale continuità alla poesia, alla narrativa
e alla critica letteraria. Esordisce nel 1972, con Pentalogía.
[Fonte: Andropos in the World - 1.1.2012]




MARIELLA  BETTARINI

 

Da: DELLE NUVOLE

 

 

alto-cumuli

 

cavalle mie -strepitose nuvole

che non abbisognate d’unghie

né d’unghie né di zoccoli

né di zoccoli o cielo

perché un girovagabondo galoppo

voi prenda

            un vagante stormire

uno stormo di nuvoli

voi tramuti in calve pecore

in partorite agnelle

in alte dromedarie e vigogne

in mandrie e greggi ed obbedienti

ancelle del vivo velo che voi

veste (irrelato silente scampanante)

e mare divenute (albio mare) con voi

voi stesse d’acqua soffocate

ingurgitando la ventura

d’essere pecore

d’essere cavalle

d’esser onde

onde la durata si tesse vostra

la vostra devozione

e dono e debolezza e dipartita:

trinitaria unità e triplice unitezza

fatta a pagina

            a pagina di libro

che si sfoglia

            fatta a sé

fatta a doglia

 

ché non vi partorisce un occhio

un cuore?

            questo

con falbo labbro verbalizzo

ipotizzo e deduco

dedico e dunque in forse

canto: canto di voialtre novelle

ingemellate a file a cumuli

da siepi voi sfrangiate

a righe ricomposte

a certe morti

a ridate risposte

a zucchero ed a sale

a cumulanti scale del Sé

del No -del Possumus

del Velle

dello svellersi matto d’ogni pelle

 

*

 

sito di provenienza: www.ebook-larecherche.it

 



LORETO ORATI
[poesie da facebook]
 
 
OGNI VOLTA PRECIPITO DENTRO TE
 
come una cascata che scuote la montagna
 
e s'infrange sul fianco, a cercare l'arcobaleno,
 
così tra i tuoi fianchi io mi scuoto,
 
tra i tuoi fianchi placo le mie acque inquiete
 
che tu lasci disarginare in lago, sulla tua valle aperta...
 
*
 
SULLA TUA ROSA NOTTURNA, IO SONO FARFALLA INSONNE
 
Nel giardino della notte, tu sei rosa aperta,
 
come farfalla insonne, ti cerco,
 
ma ogni oscurità cede ai tuoi profumi,
 
ed il sentiero mi è chiaro,
 
ora posso placare il mio volo
 
suoi tuoi petali dischiusi all'invidia delle stelle,
 
l'alba ci troverà insieme, ancora,
 
nei limpidi riflessi di altra rugiada...
 
*
 
LE BREVI PIOGGE APPENA FINITE
 
Aspettano ai quattro angoli delle nazioni
 
tutti i venti, in sonnolenza, prima dell'uragano,
 
ed ai quattro angoli delle nostre città, i fantasmi di carne,
 
io li vedo senza bandiere, nemmeno quella bianca della resa,
 
accoccolati come figli senza carezze, gli occhi mai lucidi,
 
una mano tesa può sembrare un nido abbandonato,
 
una moneta lanciata, la memoria di un breve volo,
 
e come i venti, io li vedo aspettare,
 
ma non somigliano alla teoria degli uragani,
 
piuttosto a brevi piogge appena finite, che non bastano per il raccolto...
 
*
 
TU RIMANI PURE DOVE NON SERVE L'ARATRO
 
Eccomi qui, ad aspettare uno squarcio nel cielo,
 
gli occhi di un qualsiasi dio, a chiedermi perdono,
 
e quanto amore cantato, e spezzato, e quanto da cantare,
 
quante grida che non rimarginano, cupe madri d'eco,
 
e passi trascinati, verso chissà quale tramonto,
 
ma è proprio questa la Vita, questo è il passaggio?
 
è proprio questo il mondo, o quello che costruisco nei suoi occhi?
 
allora non squarciare il cielo, dio, non chiedermi perdono,
 
lasciami il tempo per resistere tra le sue braccia,
 
lasciami ancora confidare in questo battito,
 
lasciami queste mani ferite e tu, tu rimani pure dove non serve l'aratro...
 
*
 
COSI' IO GIUNGO AL TUO SALE
 
Come un fiume che s'immerge nel mare
 
con il colpo sicuro dell'estuario,
 
così io giungo al tuo sale,
 
al tuo vibrare di onde che accoglie il mio corso,
 
ansa dopo ansa, nel tremare di cascate e rapide improvvise,
 
ora siamo unica distesa di acque senza quiete,
 
palcoscenico di spuma e splendide burrasche...
 
*
 
IL TENTATIVO DEL VOLO
 
Tengo a bada il mostro,
 
con frustate di poesia e buone intenzioni,
 
sono gabbia che non cede,
 
prigione che rinchiude tutto ciò che non voglio essere,
 
e basterebbe poco, uno sguardo sbagliato, una parola di troppo,
 
sarebbe il tempo della vendetta, o della giustizia,
 
forse del sangue da versare, e di nessun pentimento,
 
ma tengo a bada il mostro,
 
con il sorriso sicuro della consapevolezza,
 
siamo nati angeli, possibili assassini, io scelgo il tentativo del volo...
 
 



ANTONIA  POZZI
 
 
Ricongiungimento
 
Se io capissi
quel che vuole dire
– non vederti più –
credo che la mia vita
qui – finirebbe.
Ma per me la terra
è soltanto la zolla che calpesto
e l’altra che calpesti tu:
il resto
è aria
in cui – zattere sciolte – navighiamo
a incontrarci.
Nel cielo limpido infatti
sorgono a volte piccole nubi
fili di lana
o piume – distanti –
e chi guarda di lì a pochi istanti
vede una nuvola sola
che si allontana.

*

 

Se le mie parole potessero

essere offerte a qualcuno

questa pagina

porterebbe il tuo nome.

 

*

 

Pudore

 

Se qualcuna delle mie povere parole

ti piace

e tu me lo dici

sia pur solo con gli occhi

io mi spalanco

in un riso beato

ma tremo

come una mamma piccola giovane

che persino arrossisce

se un passante le dicembre

che il suo bambino è bello.

 

*

 

L’erica

 

Nel prato troppo verde

si dibatte

la nostra inanità convulsa

e si affanna in diastole e sistole di spasimo

incrociando

stormi di monachelle bianche e nere

 

Nel bosco

alla mia animalesca irrequietudine

che mordicchia nocciole

tu offri l’erica livida dei morti

e il mio offuscato amore –

lustra

lavato d’acido pianto.

 

*

 

Altura

 

La glicine

sfiorì

lentamente

su noi.

 

E l’ultimo battello

attraversava il lago in fondo ai monti.

 

Petali viola

mi raccoglievi in grembo

a sera:

quando batté il cancello

e fu oscura

la via del ritorno.

 

*

 

Appoggiami la testa sulla spalla:

ch’io ti carezzi con un gesto lento,

come se la mia mano accompagnasse

una lunga, invisibile gugliata.

 

*

 

Non sul tuo capo solo: su ogni fronte

che dolga di tormento e di stanchezza

scendono queste nude carezze cieche,

come foglie ingiallite d’autunno

in una pozza che riflette il cielo.

 

*

 

Sera d’aprile

 

Batte la luna soavemente

al di là dai vetri

sul mio viso di primule:

senza vederla la penso

come una grande primula anch’essa,

stupita,

sola,

nel prato azzurro del cielo.

 

*

 

Guardami: sono nuda

 

Guardami: sono nuda. Dall’inquieto

Languore della mia capigliatura

Alla tensione snella del mio piede,

io sono tutta una magrezza acerba

inguainata in un color avorio.

Guarda: pallida è la carne mia.

 

Si direbbe che il sangue non vi scorra.

Rosso non ne traspare. Solo un languido

Palpito azzurrino sfuma in mezzo al petto,

Vedi come incavato ho il ventre. Incerta

E’ la curva dei fianchi, ma i ginocchi

E le caviglie e tutte le giunture,

ho scarne e salde come un puro sangue.

 

*

 

Lieve offerta

 

Vorrei che la mia anima ti fosse

leggera

come le estreme foglie

dei pioppi, che s’accendono di sole

in cima ai tronchi fasciati

di nebbia –

 

Vorrei condurti con le mie parole

per un deserto viale, segnato

d’esili ombre –

fino a una valle d’erboso silenzio,

al lago –

ove tinnisce per un fiato d’aria

il canneto

e le libellule si trastullano

con l’acqua non profonda –

 

Vorrei che la mia anima ti fosse

leggera,

che la mia poesia ti fosse un ponte,

sottile e saldo,

bianco –

sulle oscure voragini

della terra.

 

 

Atonia Pozzi, 5 dicembre 1934

 

ANTONIO SPAGNUOLO

 

 

FUGACITA’ DEL TEMPO

 

Che tu sia parola o musica è segreto del sogno,

è miraggio, appena simulato dal sospiro,

è abbaglio della vista

nella irripetibile storia degli incontri.

Lasciami bere le ossessioni della pelle,

nell´ubriachezza notturna:

ai limiti del ritmo gioco il timore

di brevi parole negli accordi,

nella mia porzione segreta, fra le tue ciglia

quando ritorni dirupo o luce che stordisce.

Festeggio la furbizia dei papaveri,

spoglio gli orpelli, disgrego ogni pastello

per il ventaglio dei petali,

mentre tu nuda confondi la mia rabbia

con le nuvole.

 

www.altramusa.com/blog/antonio_spagnuolo

 

 

FRANCESCO MAROTTA

Dal blog “Il giardino dei poeti” (wordpress)

 

Da “per soglie d’increato”

per soglie d’increato
vanificando accenti conosciuti,
per margini brinati
di mondi lontanati
all’apparire – dove non serve
nominare ad ogni passo
il prodigio che trascorre
in mobili immagini di evento,
epifanie di lumi
rovesciati in ombre
quando già credi
di stringere il mistero,
contemplarne il volto,
tradurre le pupille in segni
e voci: -

tu dialoga con lo stupore
che non conserva tracce,
con la stella che dissigilla
un senso che non dura,
con l’assenza che si desta
in palpiti migranti fatti verbo,
al verbo estranei per legge
d’indicibile esperienza -
per osservare la vita
nello specchio albale
di una luce
pensata prima d’ogni dire,
prima del silenzio

da “Il dono di Eraclito”

l’ovale che naufraga
la calma dello specchio
è un occhio in odore di cancrena

all’alba
premendo forte il fianco
ho liberato il vento
forse l’ho guarito

ricordo
c’era mia madre in sogno

mi accarezzava il viso
muovendo in circolo le dita
come chi accende voci
sull’altare deserto
della nascita

con le sue lacrime sospese
tra l’ombra cava
dove piantuma rose senza stelo
e la fonte in mezzo ai seni

gli astri feriti
da cui attingeva luce

da Impronte sull’acqua

è la mente che
numera il silenzio
dei morti, e la conta
è un dolore che vive e
ramifica in chiazze di
nuvole sulla pelle, a volte
è sabbia, un tramonto
un fiore di neve
a distendersi fino al
le pupille, a
riempire la bocca
con la sua lingua colma
di ricordi, con i resti
vaganti di un
incendio, con la sua
veste di orme, di voci
di capelli, con la
rappresa, impura
verità del gelo

da Esilio di voce

scrivi strappando chiarori di pronome
dalla voce la luce malata
che s’innerva
al rantolo di un verbo scrivi
con lo stilo di ruggine che inchioda
l’ala nel migrare anche la morte
che sul foglio appare dal margine
di sillabe di neve s’arrende alla caccia
al sacrificio necessario
dell’ultima lettera superstite

*
ci accomuna la conta differita dei morti
la mano adusa a separare codici e correnti
dal gorgo dove si adunano le ore
indicibile chiusa
di apocrifi in sembianti di volti
di giorni in forme declinanti
di parole

*
come questa luce di specchio
quando raccoglierla è già spreco
di fulgidi rosa un chiedere al sonno
gli spazi
intagli per minimi azzurri
l’abuso di crescere che sia privo del prima
mutilata la mano da una lama
d’inchiostro
che trema sul foglio

*
guarisci il dubbio trafitto
dall’ansia di essere riparo malattia
a cadenze autunnali guarda gli sterpi
che ti battono un’altra luce
sui fianchi e nell’ombra che sale
gioca il sogno di un confine
sospeso la tua pelle si stacca aggiunge
ore ai tuoi segni al graffio che resta
dove togli parole
ai tuoi occhi

*
assenza che sia illuminata erosione
un luogo che i sensi coincide
a un poi di riflessi se colma l’immagine
di grandine di minerali celesti e trascina
a ogni singola mano sangue di fuga
all’occhio l’identico accordo l’energia
perversa di un dono l’attrito
di maschera e volto
impaziente del balzo

*
è un abbaglio la morte la polvere
sbrina il suo vento sull’acqua un abisso
d’aria e correnti
che l’arte della pietra modella
per l’oblio materno dell’alba


Fino all’ultima sillaba dei giorni

scrivere è un destino covato dall’ombra delle ore
la spina amorosa di chi non lascia niente alle sue spalle
perché essere cenere, sostanza di vento
è inciso da sempre a lettere di fuoco
nelle pupille dei segni che trascina – un canzoniere
infimo, un breviario di passi senza orma
tracima sillabe d’innocenza e memoriali di sabbia
dalla brocca silente che disseta il labbro,
quando parole malate d’aria si staccano dalle mani
precipitano nell’impercettibile abisso
di una pagina –
scrivere è un’ora covata dal destino
la spina che costringe il corpo in reticoli d’albe in piena notte
e punge fruga ricuce orli slabbrati lacera la carne
fino a che sanguinano anche i sogni,
fino a che l’immagine fiorisce in echi di sorgente
gli alfabeti rappresi dentro un grido

(sono queste le voci che mancano a una pietra
per sentirsi un arco lanciato verso il cielo,
sono questi gli accenti
che scortano il seme alla sua tomba di luce – al precipizio ardente
dove la morte è presagio di stagioni,
oracolo dei frutti e del ricordo)

 

  ADOLFO SILVETO

 

DENTRO L’ETERNA MORTE Dl UN ISTANTE

(A Mario)

 

Ti sarà più facile capire

la nenia della sera

la stagione del grillo

senza fiato,

il cruccio segreto

che interrompe il rimbalzo

di palla del cuore

ad ogni respiro del vento,

se il filo sottile che t’incolla

al seme della disperazione

in agguato,

esausto si spezzerà

sui tuoi silenzi.

Non potrai seguire,

oltre il miraggio del tempo,

il tentativo inesauribile

dell’istante

che si fa giorno e poi notte

e mai esiste.

Ma saprai che

nessun cerchio

potrà smarrire il senso

del suo ritorno

al punto di partenza.

Che nessun pianto

potrà mai scavarsi un rivolo

un sentiero, un passaggio,

un momento sicuro

nella vita che aspetta

al varco.

E che io,

immagine scheggiata

di me stesso,

ho perduto la rotta

del mio messaggio originale

in inutili giochi di luce.

E non potrò che reinventare

il niente,

se tu non mi aiuti

a generarti figlio

a generarmi padre!

 

Adolfo Silveto

Boscotrecase (NA)

 

Tratta dal volume “Le radici del sole”,

Edizioni Poeti nella Società, Napoli, 2007.

 


Da: Giuseppe Bartolotta

L’uso terapeutico della poesia

 

 

[…]

La proposta qui riportata, ha preferito incentrarsi su

un solo poeta piuttosto che su un’antologia poetica, offrendo

tale opzione una maggiore organicità.

 

La scelta della poesia di Quasimodo è, tra l’altro,

anche un itinerario umano in cui l’evoluzione poetica

segue cronologicamente l’evoluzione umana. Le metafore

ed i simboli sono evidenti in tale percorso che va

dalla giovinezza istintuale alla separazione dalla Madre,

dalla sua Terra all’amore ed all’esperienza della paternità,

ed ancora, alla guerra che lo scuote dalla sua esperienza

creativa individuale, per portarlo alle amare

partecipazioni al conflitto, ad un mondo che gli rovina

addosso fino al confronto con la morte.

 

Sembra inutile sottolineare qui, le simbologie all’interno

delle poesie proposte, piuttosto rimandiamo a

quanto già scritto in proposito.

*

 

LA NATURA, L’ISTINTO

 

Ed è subito sera

 

Ognuno sta solo sul cuor della terra

Trafitto da un raggio di sole:

ed è subito sera.

 *

 

Albero

 

Da te un’ombra si scioglie

Che pare morta la mia

Se pure al moto oscilla

O rompe fresca acqua azzurrina

In riva all’Anapo, a cui torno stasera

Che mi spinse marzo lunare

Già d’erbe ricco d’ali.

 

 Non solo d’ombra vivo,

ché terra e sole e dolce dono d’acqua

t’ha fatto nuova ogni fronda,

mentr’io mi piego e secco

e sul mio viso tocco la sua scorza.

 *

 

Terra

 Notte, serene ombre,

culla d’aria, mi giunge il vento se in te mi spazio,

con esso il mare odore della gente

a vele, a nasse,

a bambini anzi l’alba desti.

 

 Monti secchi, pianure d’erba prima

Che aspetta mandrie e greggi,

m’è dentro il male vostro che mi scava.

 

*

 Acquamorta

 

Acqua chiusa, sonno delle paludi

Che in larghe lamine maceri veleni, ora bianca ora verde

nei baleni, sei simile al mio cuore.

Il pioppo in grigia d’intorno ed il leccio;

le foglie e le ghiande si quietano dentro,

e ognuna ha i suoi cerchi d’un unico centro

sfrangiati dal cupo ronzar del libeccio.

 

 Così, come su acqua allarga

Il ricordo i suoi anelli, mio cuore;

si muove da un punto e poi muore:

così t’è sorella acquamorta.

 *

 

PUBERTÀ

 

Inizio di pubertà

Saccheggiatrice d’inerzie e dolori,

notte; difesa ai silenzi,

l’età rigermina

delle oblique tristezze.

 
E vedo in me fanciulli

Leggiadri ancora sull’anca,

al declivio delle conchiglie

turbarsi alla mia voce mutata.

 

*

Nessuno

 
Io sono forse un fanciullo

Che ha paura dei morti,

ma che la morte chiama

perché lo sciolga da tutte le creature:

i bambini, l’albero, gli insetti;

da ogni cosa che ha cuore di tristezza.

 

Perché non ha più doni

E le strade son buie,

e più non c’è nessuno

che sappia farlo piangere

vicino a te, Signore.

 

*

LA MADRE

 

Lettera alla madre

 

“Mater dulcissima, ora scendono le nebbie,

il Naviglio urta confusamente sulle dighe,

gli alberi si gonfiano d’acqua, bruciano di neve;

non sono triste nel Nord: non sono

in pace con me, ma non aspetto

perdono da nessuno, molti mi devono lacrime

da uomo a uomo. So che non stai bene, che vivi,

come tutte le madri dei poeti povera

e giusta nella misura d’amore

per i figli lontani. Oggi sono io

che ti scrivo.” – Finalmente, dirai, due parole

di quel ragazzo che fuggì di notte con un mantello corto

e alcuni versi in tasca. Povero, così pronto di cuore, lo

uccideranno un giorno in qualche luogo. –

“Certo, ricordo, fu da quel grigio scalo

di treni lenti che portavano mandorle e arance

alla foce dell’Imera, il fiume pieno di gazze,

di sale, d’eucalyptus. Ma ora ti ringrazio,

questo voglio, dell’ironia che hai messo

sul mio labbro, mite come la tua.

Quel sorriso mi ha salvato da pianti e da dolori.

E non importa se ora ho qualche lacrima per te,

per tutti quelli che come te aspettano

e non sanno che cosa. Ah gentile morte,

non toccare l’orgoglio in cucina che batte sopra il muro,

tutta la mia infanzia è passata sullo smalto

del suo quadrante, su quei fiori dipinti:

non toccare le mani, il cuore dei vecchi.

Ma forse qualcuno risponde? O morte di pietà.

Morte di pudore. Addio, cara, addio, mia dulcissima

mater.”

 

*

 LA NASCITA

 

Spazio

 

Uguale raggio mi chiude

In un centro buio,

ed è vano ch’io evada.

Talvolta un bambino vi canta

Non mio; breve è lo spazio

E d’angeli morti sorride.

 

Mi rompe. Ed è amore alla terra

Ch’è buona se pure vi rombano abissi

Di acque, di stelle, di luce;

se pure aspetta, deserto paradiso,

il suo dio d’anima e di pietra.

 

*

LA RINASCITA

 

I ritorni

 
Piazza Navona, a notte, sui sedili

Stavo supino in cerca della quiete

E gli occhi con rette e volute di spirali

Univano le stelle,

le stesse che seguivo da bambino

disteso sui ciotoli dei Platani

sillabando al buio le preghiere.

 

Sotto il capo incrociavo le mie mani

E ricordavo i ritorni:

odore di frutta che secca sui graticci,

di violacciocca, di zenzero, di spigo;

quando pensavo di leggerti, ma piano,

(io a te, mamma, in un angolo in penombra)

la parabola del prodigo,

che mi seguiva sempre nei silenzi

come un ritmo che s’apra ad ogni passo

senza volerlo.

Ma i morti non è dato di tornare,

e non c’è tempo nemmeno per la madre

quando chiama la strada;

e ripartivo, chiuso nella notte

come uno che tema all’alba di restare.

 

E la strada mi dava le canzoni,

che sanno di grano che gonfia nelle spighe,

del fiore che imbianca gli uliveti

tra l’azzurro del lino e le giunchiglie;

risonanze nei vortici di polvere,

cantilene d’uomini e cigolio di traini

con le lanterne che oscillano sparute

ed hanno appena il chiaro d’una lucciola.

 

*

AMORE

 

Solo che amore ti colpisca

 

Non dimenticare che vivi in mezzo agli animali

I cavalli i gatti i topi di fogna

Bruni come la donna di Salomone tremendo

Campo a bandiere spiegate,

non dimenticare il cane dalla lingua e la coda

d’armonie dell’irreale né il ramarro il merlo

l’usignolo la vipera il fuco. O ti piace pensare

che vivi fra uomini puri e donne

di virtù che non toccano

l’urlo della rana in amore, verde

come il più verde ramo del sangue.

Gli uccelli ti guardano dagli alberi e le foglie

non ignorano che la Mente è morta

Per sempre, la sua reliquia sa di cartilagine

Bruciata di plastica corrotta; non dimenticare di essere

abile animale e sinuoso

Che violenta torrido e vuole tutto qui

Sulla terra prima dell’ultimo grido

Quando il corpo è cadenza di memorie accartocciate

E lo spirito sollecita alla fine eterna:

ricorda che puoi essere dell’essere

solo che amore ti colpisca bene alle viscere.

 

*

Parola

 

Tu ridi che per sillabe mi scarno

E curvo cieli e colli, azzurra siepe

A me d’intorno, e stormir d’olmi

E voci d’acque trepide;

che giovinezza inganno

Con nuvole e colori

 

Che la luce sprofonda.

 

Ti so. In te tutta smarrita

Alza bellezza i seni,

s’incava ai lombi e in soave moto

s’allarga per il pube timoroso,

e ridiscende in armonia di forme

ai piedi belli con dieci conchiglie.

 

Ma se ti prendo, ecco:

parola tu pure mi sei tristezza.

 

*

IL PADRE

 

Al padre

 

Dove sull’acque viola

Era Messina, tra fili spezzati e macerie tu vai lungo binari

E scambi col tuo berretto di gallo

Isolano. Il terremoto ribolle

Da tre giorni, è dicembre d’uragani

E mare avvelenato. Le nostre notti cadono

nei carri merci e noi bestiame infantile

contiamo sogni polverosi con i morti

Sfondati dai ferri, mordendo mandorle

E mele dissecate a ghirlanda. La scienza

Del dolore mise verità e lame

Nei giochi dei bassopiani di malaria

Gialla e terzana gonfia di fango.

 

*

La tua pazienza

 

Triste, delicata, ci rubò la paura,

fu lezione di giorni uniti alla morte

tradita, al vilipendio dei ladroni

presi fra i rottami e giustiziati al buio

dalla fucileria degli sbarchi, un conto

di numeri bassi che tornava esatto,

concentrico, un bilancio di vita futura.

 

Il tuo berretto di sole andava su e giù

Nel poco spazio che sempre ti hanno dato.

Anche a me misurarono ogni cosa,

e ho portato il tuo nome

un po’ più in là dell’odio e dell’invidia.

Quel rosso sul tuo capo era una mitria,

una corona con le ali d’aquila.

E ora nell’aquila dei tuoi novant’anni

ho voluto parlare con te, coi tuoi segnali

di partenza colorati dalla lanterna

notturna, e qui da una ruota

imperfetta del mondo,

su una piena di muri serrati,

lontano dai gelsomini d’Arabia

dove ancora tu sei, per dirti

ciò che non potevo un tempo – difficile affinità

di pensieri – per dirti, e non ci ascoltano solo

cicale del Biviere, agavi, lentischi,

come il campiere dice al suo padrone:

“Baciamu li mani.” Questo, non altro.

Oscuramente forte è la vita.

 

*

IL DOLORE

 

Avidamente allargo la mia mano

 

In povertà di carne, come sono

Eccomi, Padre; polvere di strada

Che il vento leva appena il suo perdono.

 

Ma se scarnire non sapevo un tempo

La voce primitiva ancora rozza,

avidamente allargo la mia mano:

Dammi dolore cibo cotidiano.

 

*

Oboe sommerso

 

Avara pena, tarda il tuo dono

In questa mia ora

Di sospirati abbandoni.

 

Un òboe gelido risillaba

Gioia di foglie perenni,

non mie, e smemora;

 

in me si fa sera:

l’acqua tramonta

 

sulle mie mani erbose.

Ali oscillano in fioco cielo,

labili: il cuore trasmigra

ed io son gerbido.

 
E i giorni una maceria.

 

*

Auschwitz

 

Laggiù, ad Auschwitz, lontano dalla Vistola,

amore, lungo la pianura nordica,

in un campo di morte: fredda, funebre,

la pioggia sulla ruggine dei pali

e i grovigli di ferro dei recinti:

e non albero e uccelli nell’aria grigia

 

 

o su dal nostro pensiero, ma inerzia

e dolore che la memoria lascia

al suo silenzio senza ironia o ira.

Tu non vuoi elegie, idilli: solo

Ragioni della nostra sorte. Qui.

Tu, tenera ai contrasti della mente,

incerta a una presenza

chiara della vita. E la vita è qui,

in ogni no che parte una certezza:

qui udremo piangere l’angelo il mostro

le nostre ore future

battere l’al di là, che è qui, in eterno

e in movimento, non in un’immagine

di sogni, di possibile pietà.

E qui le metamorfosi, qui i miti.

Senza nome di simboli o d’un dio,

sono cronaca, luoghi della terra,

sono Auschwitz, amore. Come subito

si mutò in fumo d’ombra

il caro corpo d’Alfeo e d’Aretusa!

Da quell’inferno aperto da una scritta

Bianca: “Il lavoro vi renderà liberi”

Uscì continuo il fumo

Di migliaia di donne spinte fuori

All’alba dai canili contro il muro

Del tiro a segno o soffocate urlando

Misericordia all’acqua con la bocca

Di scheletro sotto le docce di gas.

Le troverai tu, soldato, nella tua

Storia in forme di fiumi, d’animali,

 

o dei tu cenere d’Auschwitz,

medaglia di silenzio?

Restano lunghe trecce chiuse in urne

di vetro ancora strette da amuleti

e ombre infinite di piccole scarpe

e di sciarpe d’ebrei: sono reliquie

d’un tempo di saggezza, di sapienza

dell’uomo che si fa misura d’armi,

sono i miti, le nostre metamorfosi.

Sulle distese dove amore e pianto

Marcirono e pietà, sotto la pioggia,

laggiù, batteva un no dentro di noi,

un no alla morte, morta ad Auschwitz,

per non ripetere, da quella buca

di cenere, la morte.

 

*

PATERNITÀ

 

L’alto veliero

 

Quando vennero uccelli a muovere foglie

Degli alberi amari lungo la mia casa,

(erano ciechi volatili notturni

che foravano i nidi sulle scorze)

io misi la fronte alla luna,

e vidi un alto veliero.

A ciglio dell’isola il mare era sale;

e s’era distesa la terra e antiche

conchiglie lucevano fitte ai macigni

sulla rada di nani limoni.

 

E dissi all’amata che in sé agitava un mio figlio,

e aveva per esso continuo il mare nell’anima:

“Io sono stanco di tutte quest’ali che battono

a tempo di remo, e delle civette

che fanno il lamento dei cani

quando è vento di luna ai canneti.

Io voglio partire, voglio lasciare quest’isola.”

Ed essa: “O caro, è tardi: restiamo.”

 

Allora mi misi lentamente a contare

I forti riflessi d’acqua marina

Che l’aria mi portava sugli occhi

Dal volume dell’alto veliero.

 

*

LA GUERRA

 

Giorno dopo giorno

 

Giorno dopo giorno: parole maledette e il sangue

E l’oro. Vi riconosco, miei simili, mostri

Della terra. Al vostro morso è caduta la pietà

E la croce gentile ci ha lasciati.

E più non posso tornare nel mio esilio.

Alzeremo tombe in riva al mare, sui campi dilaniati

ma non uno dei sarcofaghi che segnano gli eroi.

Con noi la morte ha più volte giocato:

s’udiva nell’aria un battere monotono di foglie

come nella brughiera se al vento di scirocco

la folaga palustre sale sulla nube.

 

*

Alle fronde dei salici

 

E come potevamo noi cantare

Con il piede straniero sopra il cuore,

fra i morti abbandonati nelle piazze

sull’erba dura di ghiaccio, al lamento

d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero

della madre che andava incontro al figlio

crocifisso sul palo del telegrafo?

Alle fronde dei salici, per voto,

anche le nostre cetre erano appese,

oscillavano lievi al triste vento.

 

*

19 gennaio 1944

 

Ti leggo dolci versi d’un antico,

e le parole nate fra le vigne,

le tende, in riva ai fiumi delle terre

dell’est, come ora ricadono lugubri

e desolate in questa profondissima

notte di guerra in cui nessuno corre

il cielo degli angeli di morte,

e s’ode il vento con rombo di crollo

se scuote le lamiere che qui in alto

dividono le logge, e la malinconia

sale dei cani che urlano dagli orti

ai colpi di moschetto delle ronde

per le vie deserte. Qualcuno vive.

 

Forse qualcuno vive. Ma noi, qui,

chiusi in ascolto dell’anima voce,

cerchiamo un segno che superi la vita,

l’oscuro sortilegio della terra

dove anche fra le tombe di macerie

l’erba maligna solleva il suo fiore.

 

*

Uomo del mio tempo

 

Sei ancora quello della pietra e della fionda,

uomo del mio tempo... Eri nella carlinga,

con le ali maligne, le meridiane di morte,

 

– t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,

alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,

con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,

senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,

come sempre, come uccisero i padri, come uccisero

gli animali che ti videro per la prima volta.

E questo sangue odora come nel giorno

Quando il fratello disse all’altro fratello:

“Andiamo ai campi”. E quell’eco fredda, tenace,

è giunta fino a te, dentro la tua giornata.

Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue

Salite dalla terra, dimenticate i padri:

le loro tombe affondano nella cenere,

gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

 

*

MORTE

 

Una notte di settembre

 

“Timor mortis conturbat me”?

Un tamburo cavo tonfa

Nella notte straniera

Su nodi del sangue. Cadono corvi

Fra la neve presi da un piombo

Silenzioso. E di colpo il mio corpo

Sale su un albero d’arancio a picco

Sul mare Jonio. Ma sei qui, alla fine,

non un segno s’incrocia alla resa

dello spirito, solo con te ascolti

i pensieri lontani, gli ultimi

sospesi sotto una volta gotica.

In che luogo ombre sotterranee?

Uguale a sé la morte:

Una porta si apre, si ode un piano

Sul video nella corsia a tende

Di narcotici. Entra nella mente

un dialogo con l’al di là,

di sillabe a spirale che avvolgono

requiem su curve d’ombra;

un sì o un forse involontario.

Non devo confessioni alla terra,

nemmeno a te morte, oltre la tua

porta aperta sul video della vita.

 

*

Thanatos Athanatos

 

E dovremo dunque negarti, Dio

Dei tumori, Dio del fiore vivo,

e cominciare con un no all’oscura

pietra “io sono” e consentire alla morte

e su ogni tomba scrivere la sola

nostra certezza: “thanatos athanatos”?

Senza un nome che ricordi i sogni

Le lacrime i furori di quest’uomo

Sconfitto da domande ancora aperte?

 

 

*

Il nostro dialogo muta; diventa

Ora possibile l’assurdo. Là

Oltre il fumo di nebbia, dentro gli alberi

Vigila la potenza delle foglie,

vero è il fiume che preme sulle rive.

La vita non è sogno. Vero l’uomo

E il suo pianto geloso del silenzio.

Dio del silenzio, apri la solitudine.

 

 

FREEBOOK

 

fonte: www.edup.it


 

LORETO ORATI (3)

(da Facebook: gruppo Evoluzionismo Contemporaneo)

 

 

LO SCHIANTO DELLE PAROLE

 

Nell'alta torre della solitudine, a ponente,

vive ogni poeta, in una stanza tra i molti in attesa,

da lì precipitano a valle le pagine torturate, come macigni consapevoli,

e scuote anche il mondo opposto, lo schianto delle parole,

e chi sa riconoscere l'eco delle cicatrici,

il sussurro di preghiere che spezzano ogni cielo,

alza lo sguardo, alla roccaforte del prigioniero,

al bastione che domina i campi d'argilla,

prima o poi, da lassù, una mano tremante aprirà la prigione dei silenzi,

e sarà primavera d'ottobre, ad ogni verso liberato tra le zolle...

 

*

 

UN GRADINO ALLA VOLTA

 

Un gradino alla volta, senza fretta,

a salire o ridiscendere la scalinata del mio tempo,

verso le foschie profumate del futuro, che non vedo ma disegno,

o poco più giù, al giorno in cui sono stato uomo, dentro la tua pelle,

ai primi fogli innocenti e torturati, alla timidezza del sognatore, a mia madre,

ciò che sono è nei passi trascinati in questa ascesa senza cielo, con le scarpe infangate,

ciò che sarò è in queste impronte di terra, passo incerto di contadino tra i roseti delle parole...

 

*

 

L'IMPUTATO SI ALZI

 

Di fronte alla Corte, non tremo,

ho ucciso con ferocia il mio passato,

ho abbandonato nel deserto la mia controfigura,

ho sterminato senza pentimenti i giorni delle rose sprecate,

tu mi hai reso assassino, hai armato il mio stupore,

"l'imputato si alzi", con lo sguardo diritto aspetto la sentenza,

"condannato ad amare, fine pena mai",

tra le tue braccia...

 

*

FORSE DOVREI CHIEDERE AL MARE

 

Forse dovrei chiedere al mare, cosa significa confine,

mi risponderebbe con il coro libero delle onde,

con il salto dei delfini che volano ad assaggiare il cielo,

qui sappiamo bene cosa vuol dire trincea, e filo spinato,

viviamo schierati lungo linee inventate, a difesa dell'intolleranza,

dove le nazioni hanno nomi diversi sotto la stessa alba,

dove comincia il passo dello straniero, e non è mai arrivata la carovana del fratello,

dove i colori di troppi dèi diventano uno, il rosso profondo delle ferite,

forse dovrei chiedere al mare, cosa significa confine...

 

*

IL CANCELLO DELLA FABBRICA

 

Sembra quasi un ghigno, il cancello della fabbrica,

chiuso e doloroso sull'assedio dei senza futuro,

il vecchio padre d'acciaio non si muove più,

respira ormai a fatica, sotto lo sguardo lucido di figli disperati,

e domani morirà, nel sussulto di un lucchetto senza serratura,

magari per risorgere ad est, su terre troppo lontane da questo mare,

dove gli schiavi non hanno facce diverse dalle nostre

e gli stessi aguzzini, con fruste meno costose tra le mani...

 

 

ANTONIO SPAGNUOLO

 

Da: CANTO DELLA TERRA

-Dedalus srl Napoli, 2000

 

 

Non ho che il resto

 

Quando il tuo canto illude ne la sera

traspaiono corolle, come sogno,

e strani,                    perdere la memoria

                  dal pallore superbo,

                  nomi che furono,

chiamati al bricco d'acqua.

 

Illividisce il ricordo

ogni tua movenza,

            il sopracciglio,

al mutare del ventre,

            alle armonie

ribelli.

 

Il viso,  muffa che asciuga,

tenta un solfeggio, un premio,

quasi a stringere funi

            intorno agli ultimi lembi.

Scivola sbalzando le stagioni.

 

Colui che più somiglia

allaccia umili dita

contro le vesti impudiche.

 

Non ho che il resto del creato,

costretto nel cancello,

o un compito

            ascritto alla violenza

dell'urlo.

 

Potrei cogliere il freddo

Sballando nel miraggio...

 

Certo

            soltanto con i fiori più fragili

ondeggia la mia infanzia

 

*

 

Quel posto unico

 

Quel posto unico

nei giardini del sonno,

andando giù, verso il dirupo,

tra i fiori intrappolati e le verande,

fu come un cerchio

       nella bolgia degli occhi...

       cornici della tua sequenza.

Non riuscivo a legare le forme

a bordature,

e tu,

indissolubile materia dei miei sogni,

ripiegavi sul dorso nel produrre

         sgomenti.

 

Qualcuno giocava a nascondigli,

per l'imbarazzo di stoviglie,

dai fianchi disfatti

           e la memoria del pugno.

 

Ed era tutto,

perché nelle incerte minuzie

il salto pesa e il passo,

che ribatto a tastoni per rialzarmi,

cede a motti e rimproveri,

cede a quel picciolo schermo di violenze,

di soprusi,

di donne affascinanti con il culo

segnato dal Martini,

di agenti alla ricerca del ninfomane,

di un posto al sole

strascicato nell'eco ed in volute

che mi porto dentro.

Era il luogo che fuggivo da tempo,

ed era il tempo che mi abbatteva sagome

nell'ascesa di mille dissonanze.

 

Tra i piedi nudi e le macchie incerte del sole,

tra le vetrate sporche,

e feritoie,

e botole,

era quello il luogo.

 

La conclusione

che ha staccato le mie angosce.

Un sordo giorno scivola:

dai confini all'orecchio

e nascondo il tuo cespuglio

perché scoppia la realtà:

      ed è così che ti uccido

       nei risvolti dei quaderni.

 

*

 

Poi la caverna

 

                        Oscilla il tuo respiro quieto

                        nel polso dello specchio.

                        Sfidando il sogno

                        lotterò coi puledri.

 

 

Ti prego: scegli ancora le cosce,

sgrana le invenzioni,

sostituendo il riverbero del sesso.

Poi la caverna

scivolando nei simboli

è un giorno,

        un giorno ancora

        che ruba le apparenze,

ascoltando le voci

frammiste dei sorrisi.

 

Indugiano le rughe nel broccato

e la chioma fra le stizze ed occasioni

di lontane esperienze.

Così come le icone,

che hanno il bagliore della memoria

per noi che abbiamo dimenticato i nomi.

Si accende come un'onda l'indicibile:

dietro le tende il volto di mio padre

per l'ultima goccia del suo vino.

 

*

 

Oggi inquieta dimora

 

Schizzi d'olio in cantina

ed il bianco mosaico della tua pelle

spaccano verità.

Oggi inquieta dimora,

colma trabocchevole,

allucinata dalle mie incertezze,

trascini le minuzie dei miei occhi

tra muscoli sgualciti.

 

Geometrie misteriose

diroccano cortili,

ai quali affidammo la memoria

scaltra del nudo.

 

Caddero tizzoni

nel fondo del tuo amplesso

ed ora,

attraverso il risveglio

moriamo desolati.

Tempo e fato hanno ragione

in quella rabbia di sopravvivenza

sprecata nel mio stesso frammento.

S'abbevera l'angoscia verso Iddio,

le cui braccia abbagliano l'incanto.

Troppe le cicatrici:

non più segrete, voci

s'alternano nel gioco della sabbia.

Sarò geloso.

La meschina scadenza.

Ed ho paura a non farcela

prima della fine.

 

Cinta di bende

poco lontana da una stele,

nel disegno delle coppe d'oro,

più vergine che sogno

spezzerai ridendo

        il mio ricordo.

 

*

 

Per la nostra penombra

 

Accanto a te, nella guancia scavata

si sfregia ancora una volta il mio grido,

in cambio della gioia,

in cambio dello sgomento di ginocchia.

La terra e il cielo,

dove senza posa rotolammo macigni,

sono divenute lande inaccessibili,

le nubi erranti a rammentare il viaggio.

Quando l'anno si inturgida e il pensiero

imprigiona le mie impronte

la tua nudità ricatta il nuovo addio

per gli spazi ascoltati.

Per la nostra penombra

la punta acuminata di infinito.

 

UNA CITAZIONE

 

Poesia tratta dal libro

"Dittologie Congelate"

di Federico Li Calzi

 

[un poeta da tenere d'occhio!]

 

 

"Potrebbe essere un segno del tuo sguardo,

l’icona del ventaglio, il logo contrapposto

al falso tuo riguardo. Potrebbe essere un tre:

la macchia di caffè sul vestito della festa.

Potrebbe essere la stessa stilizzata a cuore

o un segno di stupore davanti al vero.

Potrebbe sembrare il fermaglio che legava

a te i capelli in quel pomeriggio al doposcuola.

Potrebbe finora restare insegna dell’amore,

logo dell’unione, marchio di fronte al fascino

delle promesse infrante nei discorsi che facevi.

Potrebbe essere una “B”, un segno giunto

fino a qui. Potrebbe essere la cosa

che non m’hai detto, l’effetto dell’inverso

tuo ricordo, il vero contrapposto al falso:

il ventaglio in quel pomeriggio di caldo.

Potrebbe essere una ... Non so cosa significhi

il tuo segno lasciato su quel libro, nel lungo

pomeriggio. Potrebbe, non so, restare come

l’ammicco del tuo sguardo, il segno del tuo corpo."

 

 

Fonte: www.federicolicalzi.it

 

 

Loredana Savelli

 

Da: ri-tratti

 

 

dalla sezione:

ritratti a matita: angeli

 

 

emily

 

 

non li vedo non li tocco

almeno sentirli

-gli angeli sussurrano -

 

eccoli

chiamano i fiori

 

 

se potessi ascoltare i nomi scelti

e il suono che fanno quando passano

 

 

è monotono il loro canto

è rumore di fondo

rumore di niente

solo nomi al rallentatore

e sempre più piano

 

 

(liberamente ispirata a “Gli Angeli” di Emily Dickinson)

 

*

 

 

dal paese-del-non-dove*

 

 

la tempesta sembra una cartolina

dal paese-del-non-dove -

gli angeli salgono e scendono

barche tra i flutti

la veste gonfia come una vela

 

 

smarriscono la rotta

vagano giorno e notte

solo qualche tratto

è riconoscibile -

un respiro

cenni di occhi

profili spezzati baluginii

 

 

come dal finestrino

quando colline e montagne si scompongono

in un gioco di specchi

 

 

* Citazione da Massimo Cacciari, L’angelo necessario, Adelphi 1994, pag.13

 

 

*

 

angeli rilkiani

 

 

hanno occhi di diamante

ma le loro visioni sono inquiete

talvolta sfocate

 

 

dimorano dietro le nuvole

dove li spingono soffi umani -

uccelli dell’anima

stanno nel rischio di aprire le ali

ignari di ogni dolore

fermi nella luce

 

 

degli uomini

non conoscono la libertà

 

 

*

 

angeli smemorati

 

 

li ho incontrati nella mia terra

e la mia terra

ancora non smette

di aggrumare il sangue di quei morti

impastato con quello dei non-nati

 

 

la mia terra è casa

per gli angeli smemorati

 

 


 

 

dalla sezione:

ritratti a carboncino: nonni

 

 

mio nonno è morto in mare

 

 

mio nonno è morto in mare

e il mare è morte e vita

è morte che grida alla vita

è vita che chiama la morte

 

 

naufraghi di cieli

torniamo al mare

dal quale veniamo

 

 

*

 

 

dalla sezione:

ritratti ad acquerello. il Volto

 

 

in-eterno

 

 

vorrei essere un banco d’aria

sospinto su strade di nuvole

sempre cangianti

 

 

in cerca del calore

-se manca –

o del vento freddo

 

 

trasmigrando restare me stessa

ignorando causa ed effetto

incosciente di essere niente

 

 

il vuoto della materia

senza velocità senza energia

 

 

neanche l’ombra

giacché l’ombra è qualcosa

 

 

è l’unica idea che io concepisca

di eternità

 

*

 

 

sito web di provenienza:

www.ebook-larecherche.it

 

 

Sylvia Plath – Orlo



La donna è a perfezione.

Il suo morto

corpo ha il sorriso del compimento,

un'illusione di greca necessità

scorre lungo i drappeggi della sua toga,

i suoi nudi

piedi sembran dire:

abbiamo tanto camminato, è finita.

Si sono rannicchiati i morti infanti ciascuno

come un bianco serpente a una delle due piccole

tazze del latte, ora vuote.

Lei li ha riavvolti

dentro il suo corpo come petali

di una rosa richiusa quando il giardino

s'intorpidisce e sanguinano odori

dalle dolci, profonde gole del fiore della notte.

Niente di cui rattristarsi ha la luna

che guarda dal suo cappuccio d'osso.

A certe cose è ormai abituata.

Crepitano, si tendono le sue macchie nere.

 

 Vittorio Fioravanti

(liriche da Facebook)

 

SCENDO NEL VERDE INCANTO 

 

Van tingendosi d'ocra

i flussi sparsi del rio

come spugne che assorbano

essenze in gocce contate

d'ambra liquata

come lingue di voglie

calde di fiori strappati

e fra le dita appassiti

 

 Scivola sulle correnti

la carena consunta

d'uno scafo mio scabro

scendo nel verde incanto

d'un anaconda

lungo il mio fianco

e l'occhio accorto

d'un uccello rapace

su tracce e mosse

di grosse spalle ricurve

e di lucenti pagaie

 

 Mastico foglie

dall'amaro sapore

lo sguardo perso

nell’intrico osceno

dell’immote mangrovie

e bevo quell'abbandono

lasciar dietro la scia

tutta una vita vissuta

senza idea d’un rientro

così all'azzardo

ricercando l'ignoto

estremo guizzo

 

 Luglio 2009

 

* * *

 

E LE PAROLE TACCIONO

 

Lei fra le dita

ali trepide sull’arso dorso

morbido il ventre

e canti d’allodole in gola

mentre incalzanti

in movimenti di danza

d’asimmetrie dilaganti

membra sospinte

a piedi ignudi nel vento

in espressioni di gioia

e d’aspra voglia d’azzardo

ascendono in volo

 

Frammenti acuti d’urli

in un tardo momento

d’un imbrunire inconcluso

e nello spiraglio socchiuso

quel guizzo d’incanto

fra malcelati arabeschi

d’una ormai spenta esistenza

 

Profondi e stanchi

i miei opachi sospiri

mentre ingialliscono

come foglie sui rami

spogli gli estremi

stimoli e gli ansiti

 

E le parole tacciono

su questi bianchi fogli

graffi ormai tralasciati

  

31 gennaio 2005

 

* * *

 

QUELL'AUTUNNO D'ALLORA

 

Aroma di legna tagliata

d’accetta sporca di scorza

di ricci appena socchiusi

di crude castagne e di foglie

gialle e di funghi

 

Scendeva lesto fra i tronchi

scivolando sull’erba

giù fino ai sassi

del sentiero nascosto

alla luce del cielo

di quell’ultimo

giorno d’autunno

 

Oltre l’orlo dell’orto

odore d’aglio e di pesto

la vigna spoglia e gli scogli

irti sotto il muretto

c’era il mare in un solo sospiro

un lieve filo di fumo

fisso sull’ampia linea

d’un lontano orizzonte

e una trepida vela

- una trepida donna -

una barca

una nave all’ormeggio

in vivida tacita attesa

di portar via lui e un suo baule

anni dopo

in America

 

 Marzo 2006

* * *

 

UNA CITAZIONE

 

 

PER ANDREA ZANZOTTO

 

“Prego che la poesia

forte e pietrificata

in passato e in futuro

voglia sgorgare adesso liquida

musica su da un pozzo inesauribile

(fin che l’uomo abiti la terra)

e questo scorrere sorgivo e antico

passa dal filtro mio

ma è poi di tutti,

insieme ci mettiamo in ascolto.”

 

Antonio Porta – 1986 (pubblicata postuma)


POESIA DI ANTONIA POZZI

 

Io vengo da mari lontani –
io sono una nave sferzata
dai flutti
dai venti –
corrosa dal sole –
macerata
dagli uragani –

io vengo da mari lontani
e carica d'innumeri cose
disfatte
di frutti strani
corrotti
di sete vermiglie
spaccate –
stremate
le braccia lucenti dei mozzi
e sradicate le antenne
spente le vele
ammollite le corde
fracidi
gli assi dei ponti –

io sono una nave
una nave che porta
in sé l'orma di tutti i tramonti
solcati sofferti –
io sono una nave che cerca
per tutte le rive
un approdo.
Risogna la nave ferita
il primissimo porto –
che vale
se sopra la scia
del suo viaggio
ricade
l'ondata sfinita?

Oh, il cuore ben sa
la sua scia
ritrovare
dentro tutte le onde!
Oh, il cuore ben sa
ritornare
al suo lido!

O tu, lido eterno –
tu, nido
ultimo della mia anima migrante –
o tu, terra –
tu, patria –
tu, radice profonda
del mio cammino sulle acque –
o tu, quiete
della mia errabonda
pena –
oh, accoglimi tu
fra i tuoi moli –
tu, porto –
e in te sia il cadere
d'ogni carico morto –
nel tuo grembo il calare
lento dell'ancora –
nel tuo cuore il sognare
di una sera velata –
quando per troppa vecchiezza
per troppa stanchezza
naufragherà
nelle tue mute
acque
la greve nave
sfasciata –

20 febbraio 1933


Preghiera alla poesia

 

Antonia Pozzi


Oh, tu bene mi pesi
l’anima, poesia:
tu sai se io manco e mi perdo,
tu che allora ti neghi
e taci.

Poesia, mi confesso con te
che sei la mia voce profonda:
tu lo sai,
tu lo sai che ho tradito,
ho camminato sul prato d’oro
che fu mio cuore,
ho rotto l’erba,
rovinata la terra –
poesia – quella terra
dove tu mi dicesti il più dolce
di tutti i tuoi canti,
dove un mattino per la prima volta
vidi volar nel sereno l’allodola
e con gli occhi cercai di salire –
Poesia, poesia che rimani
il mio profondo rimorso,
oh aiutami tu a ritrovare
il mio alto paese abbandonato –
Poesia che ti doni soltanto
a chi con occhi di pianto
si cerca –
oh rifammi tu degna di te,
poesia che mi guardi.

Pasturo, 23 agosto 1934

 

 

 Rossana Roberti

 

Una lunga avventura

 

 

Da La misura e l’uvetta

Quaderni di poesia – DARS – Udine, 2007

[ proposte nella rubrica Poesia Condivisa su poesia2punto0 ]

 

 

Dalla sezione DIO E LE PICCOLE MISURE

 

 

Approssimazione all’Universale

 

Il cielo rosa

impone ad occidente

l’ultima gloria

del sole

è specchio

l’acceso splendore

del mare

in abito da casa sul balcone

sgrano piselli per la cena

il sublime e il modesto

intimamente si conobbero

quando l’inesorabile sera

spegneva il mare

richiamava ai fornelli

per un attimo

il mistero si sciolse

su piccole labbra sorridenti

l’universale fu tutto

nel piatto da portata

come la notte-respiro del mare

chiedo alle mani

come il cielo sia caduto sulle dita

come alle dita fu possibile

toccare il tramonto

 

 

Da Neppure il sogno

Forum/Quinta generazione, Forlì -1983

[ proposte nella rubrica Poesia Condivisa su poesia2punto0 ]

 

 

Dalla sezione LE PAROLE

 

Io persi le parole.

Io fui persa.

 

*

 

Alcune parole mi sembra

di non poterle toccare

vasellame d’oro al banchetto

del signore,

io sono Lazzaro

sto sotto la tavola e mangio

nel cavo della mano.

 

 

Da Maternale

Book Editore, Castel Maggiore (Bologna), 2003

[ proposte nella rubrica Poesia Condivisa su poesia2punto0 ]

 

 

Madre di legno

dai seni disseccati

quanto tempo m’hai tenuta

affamata

alla tua gonna

madre di ferro

la tua scure pronta implacabile m’ha tagliato

ogni germoglio che m’avrebbe fatta

altra da te

madre Sade

quanto m’hai fatto male

ogni giorno pungendo con spilli irridendo

il mio corpo di bambina

ché imparassi ad uccidere in me

la tua uccisa

femminilità

madre kapò

più dura dei padroni del campo

m’hai addestrato

come un cane da combattimento

m’hai messo in corpo la tua ringhiosa insoddisfazione

m’hai buttato sulle spalle

la tua nera aggressività

madre

per un piatto di lenticchie hai venduto una figlia

m’hai ridotto

una cipolla costretta a germogliare

fuor di terra.

 

 

Chi ora è madre

– girata la ruota del tempo –

tu per occhi opachi oggi

per ossa fragili e arterie dure

arresa a me

tu

con piccoli fuochi bizzosi

di rammemorato imperio

pochi giorni

rimangono a noi per significarci

per riaprire alle messi

ma tu

conclusa fredda stella stai passando

in un buio cielo mi lascerai

irrisolta figlia-madre per sempre

ma guardami almeno ora e

vedimi

 

 

Chi prende dà

conferma la sua ombra nel giro della luna

chi non prende

nel suo abisso d’amore si incurva e sprofonda

buco nero palpita e

mai torna a sé

atteso

non venne

e se ne duole il tempo

 

 

Ora che

tutto è consumato

sulla lunga pena

sul lunghissimo

amore

sulla storia guerriera di noi due

tacerò

quello che si doveva

è stato detto

e già

eco dolente segno lucente

già da noi si allontana

ora mamma se vuoi

puoi prendermi in braccio

 

 

 

Pubblicato nel mese di maggio 2012 sui siti:

 

www.ebook-larecherche.it

 

www.larecherche.it

 


0 voci totali

<< Tutte le categorie



Home|Su di me|Libro degli ospiti|Poesie|Foto|Articoli|Amici Poeti|Recensioni|Fotopoesie|Blog-La voce della poesia|Autori vari