HomeSu di meLibro degli ospitiPoesieFotoArticoliAmici PoetiRecensioniFotopoesieBlog-La voce della poesiaAutori vari
DELL'INDICIBILE E ALTRO
EMOZIONI DELLA SCRITTURA
In Prospettiva
Itinerari di-versi
Itinerari di-versi 2
Perle di saggezza
In limine
In limine 2
Inserimenti su suonamiunapoesia
Video preferiti
Scheda personale
e-book
Ottobre, 2010
Novembre, 2010
Dicembre, 2010
Gennaio, 2011
Febbraio, 2011
Marzo, 2011
Aprile, 2011
Maggio, 2011
Giugno, 2011
Luglio, 2011
Settembre, 2011
Ottobre, 2011
Novembre, 2011
Gennaio, 2012
Febbraio, 2012
Marzo, 2012
Aprile, 2012
Maggio, 2012
Giugno, 2012
Luglio, 2012
Agosto, 2012
Settembre, 2012
Ottobre, 2012
Novembre, 2012
Dicembre, 2012
Gennaio, 2013
Febbraio, 2013
Aprile, 2013
Maggio, 2013
Giugno, 2013
Luglio, 2013
Agosto, 2013
Settembre, 2013
Ottobre, 2013
Novembre, 2013
Dicembre, 2013
Gennaio, 2014
Febbraio, 2014
Marzo, 2014
Aprile, 2014
Maggio, 2014
Giugno, 2014
Luglio, 2014
Agosto, 2014
Settembre, 2014
Ottobre, 2014
Novembre, 2014
Dicembre, 2014
Gennaio, 2015
Febbraio, 2015
Marzo, 2015
Aprile, 2015
Maggio, 2015
Giugno, 2015
Luglio, 2015
Agosto, 2015
Settembre, 2015
Ottobre, 2015
Blog-La voce della poesia
RSS

L' INTERVISTA - MONI OVADIA

Attore, cantante e filosofo.
Come riaccendere la speranza per il futuro
dell'uomo

di Marco Delpino

da ESPERIENZE .- giugno 2010
(per gentile concessione)


Di ascendenza ebraica e di cultura yiddish, Moni Ovadia
è nato a Plovdiv, in Bulgaria, nel 1946, ma si trasferì
subito a Milano.
Laureatosi in Scienze Politiche, esordì nel teatro
mettendo in evidenza le sue capacità di attore e di
cantante. Contemporaneamente si impose anche come
scrittore e autore di testi da lui prodotti e messi in scena.
Nell'estate dello scorso anno ha conseguito il Premio
Internazionale "Golfo del Tigullio" a Santa Margherita
Ligure alla "Tigulliana".

 Nei suoi spettacoli, e in occasione dei suoi
 interventi,  lei parla spesso della speranza e
 critica il modo di vivere il mondo oggi. Perché?
Perché si vive sempre nell'inconscia frenesia di arrivare
alla fine del mese. Come possiamo avere speranza, se
non abbiamo il nostro "tempo libero" che ci è stato
sottratto perché ci raccontano che "life is now", cioò la
vita è adesso?
 E' anche un fortunato slogan pubblicitario.
 Perché contestarlo?
Ma come possiamo pensare che la vita sia solo un
eterno oggi? Perché non possiamo sperare che possa
essere  anche domani? Non c'è più relazione con la
nostra ricchezza esistenziale...
 Ci spieghi meglio il concetto...
Io faccio un mestiere, quello del teatro, che ho
conquistato in trentacinque anni di lavoro. Ho iniziato a
17 anni e ho smesso di chiedere prestiti a 48. Ho fatto
di tutto nella vita, ma ho conquistato, volta per volta, il
tempo per cercare me stesso, avendo una missione
davanti. Sono stato fortunato ad avere una vita ricca,
perché mi sono stati trasmessi dei valori, e mi è stato
spiegato che la formazione di una cultura richiede
sempre pazienza.
 Dunque?
Ecco, a volte vengono da me persone che mi chiedono:
vorrei studiare la "Cabala" (che è la parte esoterica della
mistica ebraica). Io chiedo. conosci l'ebraico? No. Allora
dico: facciamo una cosa molto semplice, torni tra
quarant'anni. Perché per studiare la "Cabala" occorre
avere strumenti poderosi di ermeneutica. E siccome
Dio, per creare il mondo, ha usato anche il linguaggio, e
il linguaggio contiene tutto, scienza compresa, tu devi
avere una certa padronanza. E io che ho 64 anni e ho
studiato per almeno venti con un grande Maestro di
ebraismo, non ho neppure aperto la prima pagina dello
Zohar della "Cabala".
Se uno andasse da Einstein e dicesse: senta,
professore, vorrei occuparmi di fisica quantistica o di
relatività, lo scienziato chiederebbe: lei conosce la
matematica?
Questi esempi rivelano il senso di rapina con cui stiamo
trattando il nostro tempo.
 E' così tragica la realtà oggi?
Vede, è come se fosse stato commesso un delitto e
nessuno ne avesse reclamato il cadavere. E' già stata
uccisa la realtà, ma questo crimine sarà completato
quando verrà raggiunta un'azione anche più nefasta:
l'uccisione dell'interiorità, che è la capacità di stabilire
relazioni con il mondo esterno attraverso la nostra
ricchezza interiore.
 Ci faccia un esempio concreto.
Intanto, per formare un'interiorità, bisogna riempirla:
saper stare con il proprio pensiero, le proprie emozioni,
i propri sentimenti.
Una volta, per fare queste cose, c'era la festa. Ma oggi
la festa si celebra allo shopping center. E questa è
forse la felicità?  Lo shabbat non è "riposo", ma
interruzione. Lo shabbat è quel momento di creazione
interiore che permette all'essere umano di riconoscersi
fuori dai meccanismi di produzione e consumo. E se
non abbiamo "interiorità", non possiamo neppure avere
speranza, che è un'acquisizione di ricchezza nei
confronti di te stesso e nei rapporti con i tuoi affetti
prossimi, come la famiglia, gli amici, la città, i tuoi simili
e, via via, gli esseri umani.
 Allora la nostra società è destinata a perdere
 la speranza?
Forse, del resto, cos'è la speranza se non la
costruzione di una relzione di giustizia e di amore nei
confronti degli altri?
Noi abbiamo interrotto ogni rapporto di "prossimità" per
sostituirlo con quello di "rapina". Anche verso i nostri
amici animali. Infatti, abbiamo dichiarato una guerra di
sterminio alla natura, perché siamo capaci solo di
ingozzarci, mentre la nostra relazione con il cibo
dovrebbe essere intesa come un miracolo, non come
una gozzoviglia.
 Lei sostiene anche che stiamo devastando
 il pianeta con la scusa di creare sviluppo...
Come possiamo creare speranza partendo dalla
distruzione della natura o condannando a morte per
fame milioni di uomini per dar spazio all'avidità di pochi?
Gandhi ha detto che questo pianeta ha quanto basta
per i bisogni di tutti, ma non abbastanza per l'avidità di
pochi.
Io, essere umano, sono stato messo su questo mondo
per celebrare, per vivere, per creare vita, risonanza,
fratellanza e amore.
 Ma come possiamo riaccendere il cammino
 della speranza?
Ripensando, ad esempio, alla grande speranza che
vissero coloro che, dopo la seconda guerra mondiale,
hanno scritto la Dichiarazione dei diritti dell'uomo, il cui
primo articolo sancisce che tutti nasciamo liberi ed
eguali.
Dopo oltre sessant'anni da questa Dichiarazione, siamo
invece solo capaci di restare incollati, ore e ore davanti
a trasmissioni televisive che uccidono la speranza.
 Quale segnale per il nostro futuro?
La prima speranza di un'umanità redenta l'accese il
patriarca Abramo quando ruppe gli idoli di suo padre,
facendo esplodere il senso dell'idolatria. Con quel gesto,
mise le basi dell'uguaglianza della dignità dell'uomo.
Poi la speranza la riaccese millecinquecento anni dopo
un giovane ebreo che predicava in Galilea un'idea mille
e mille volte disattesa: "Beati gli ultimi perché saranno i
primi". Ma, mi permetto un'ermeneutica terrena, Gesù
intendeva dire qua, non nell'aldilà. Sai ai romani cosa
gliene fregava dell'aldilà...
 Lei parla di falsa coscienza dell'Occidente...
Certo: siamo specialisti a mandare "sms" per i
terremotati di Haiti, ma solo perché c'è spettacolo.
Ascoltiamo ore ed ore di trasmissioni in cui si farnetica
che dimezzeremo gli affamati entro il 2015, mentre in
realtà stanno aumentando.
Nel famoso (e sconvolgente) discorso sulla montagna,
Gesù parla delle beatitudini e dei "beati" (che in aramaico
sono quelli che sono "in cammino". Essere beati, quindi,
non è vivere uno stato di gioiosa contemplazione, ma
"rimboccarsi" le maniche per portare su questa terra
la giustizia.
 Allora,con la nostra civiltà,stiamo regredendo?
Questa civiltà,che in passato ha dato cose straordinarie,
come il diritto e la filosofia, ci sta coinvolgendo in un
meccanismo economico di accumulazione neppure più
fondato sull'economia reale, ma sui cosiddetti "derivati".
Un meccanismo pazzescvo e perverso.
 Che fare per riaccendere una fiammella di
 ottimismo?
Ripensare al senso della nostra esistenza e liberare la
nostra anima dalle cianfrusaglie. Ma non sarà facile
cambiare, perché con la speranza non si fanni i quattrini.
Al massimo si può sperare che si rialzino le quotazioni
in Borsa. Un pò poco per il nostro futuro.
Ma forse possiamo ancora rimediare. Il tempo delle
sconfitte potrebbe volgere al termine, perché la posta in
gioco è decisamente troppo alta.

 
***

VANNI  SANTONI

Questo è per noi. Per noi che siamo un branco di conservatori. Che un paio di calze a righe o le scarpe da skate ci fanno anticonformisti o addirittura creativi. Per noi che "seguo dei progetti" è un modo per dire che non facciamo niente mai; per noi che dopo il tatuaggio mettiamo sempre magliette smanicate (per noi che il nostro tatuaggio è un piccolo, patetico trasferello). Per noi che quando è tutto a posto facciamo gli annoiati, e quando invece stiamo male davvero ci sforziamo d'esser brillanti. Per noi che i primi giorni che abbiamo l'iPod non ci vedi mai senza cuffie, e i primi giorni che abbiamo la ragazza non ci vedi mai. Per noi che la cosa più importante è l'amore, e poi l'amicizia, e la politica non ci interessa ma siamo di sinistra (per noi che la politica ci fa schifo ed è tutto un magna magna, ma votiamo zitti zitti a destra). Per noi che quando ci lascia il fidanzato andiamo a yoga, a teatro e a tango, e per noi che quando ci lascia la fidanzata andiamo a puttane, o ricominciamo con la coca, o tutti e due. Per noi che siamo dieci milioni di scienziati della comunicazione. Per noi che se ha le canne è un ganzo se beve è un ganzo se ha la coca è un ganzo, ma se ha la roba, ah, beh, quello è un tossico; per noi che pensiamo di poter fare gli artisti senza esserci mai fatti i viaggi, e per noi che siccome ci siamo fatti i viaggi c'illudiamo d'essere artisti.


"Gli interessi in comune" (Feltrinelli 2008), il secondo romanzo di Vanni Santoni, in tutte le librerie.
 
***

AFORISMI


E' IMPORTANTE CHE LA MORTE CI TROVI VIVI!
***
NON PRENDERE LA VITA TROPPO SUL SERIO TANTO NON POTRAI MAI USCIRNE VIVO.
***
PER GIUSTIFICARE LA PROPRIA INCAPACITA' L'ALIBI DEL FALLITO E' LA SFORTUNA. (lUCIANO SOMMA)
***
LA POESIA E' POESIA QUANDO PORTA IN SE' UN SEGRETO. (GIUSEPPE UNGARETTI)
***
SIAMO ANGELI CON UNA SOLA ALA
POSSIAMO VOLARE SOLTANTO ABBRACCIATI
LUCIANO DE CRESCENZO
***
LA VERA POESIA PUO' COMUNICARE ANCHE PRIMA DI ESSERE CAPITA.
(T. S. ELIOT)
***
LA VERITA' FERMEREBBE IL MONDO. PER QUESTO HANNO INVENTATO LA BUGIA [...], L'INGANNO.
(MINA)
***
IO SONO UNO STRANO MENDICANTE / CHE CHIEDE AMORE E PAROLE, / SONO UN SOLITARIO EMIGRANTE / VERSO LA TERRA DELLA LUCE E DEL SOLE.
(LORENZO CALOGERO)
***
QUELL'ESSERE CHE NON PORTA AL SUO INTERNO IL MISTERO STESSO E' UN INDIVIDUO CHE ACQUISTA SCARSO VALORE.
(LUCA ROSSI)
***
NON SI VEDE ALTRO CHE COL CUORE. PERCHE' L'ESSENZIALE E' INVISIBILE AGLI OCCHI.
(IL PICCOLO PRINCIPE)
***
I LIMITI DEL NOSTRO ESSERE SONO LIMITI INTERIORI. L'UOMO E' UNA LAMPADA LA CUI FIAMMA è CADUTA ALL'INTERNO.
(JOE BOUSQUET)
***
SIEDI SOPRA UN SOGNO, E PENSI A QUANDO FINIRA', ROVINANDOLO.
(GIORGIO MEDDA)
***
LA MENTE E' COME UN PARACADUTE, FUNZIONA SE SI APRE.
(ALBERT EINSTEIN)
***
TUTTE LE PAROLE NON SONO CHE BRICIOLE CADUTE DAL BANCHETTO DELLO SPIRITO
(ANONIMO)
***
IL MISTERO E' QUELLA DIMENSIONE AL CONFINE DEI NOSTRI PENSIERI. AFFASCINA, INCANTA, IPNOTIZZA. CANTA AI NOSTRI CUORI, FA VIBRARE I NOSTRI SENSI. UN LUOGO DOVE SI RACCOLGONO I NOSTRI SOGNI, IMPALPABILI E LIEVI. DOVE LA MELODIA DEL VENTO TRASCINA CON SE' PROFUMI ANTICHI E SEDUCENTI. (ASTER)
***
L'UOMO MUORE NEL MOMENTO IN CUI I RICORDI PRENDONO IL POSTO DEI SOGNI
(EZRA POUND)
***
IL MIO CUORE E' LA CASA DEI MIEI SOGNI.
(SRI CHINMOY)
***
CIO' CHE PER IL BRUCO E' LA FINE DEL MONDO
IN REALTA' E' UNA BELLISSIMA FARFALLA
(LAO-TSE')

***

FLAVIO BALLERINI

NON IMMAGINO VOCAZIONE PIU' BELLA

Non immagino vocazione più bella, talento o dote più preziosa e importante di quella che riesce a prendersi cura degli altri in modo spontaneo e naturale, una grazia e una direzione come conduzione migliore di vivere, come appartenenza alla salute e alla sua promozione; un darsi, un dare il meglio di sé è giungere al miglior dono di sé che non può che espandersi, come l'amore, come un'arte.
C'è qualcosa di più grande nell'arte, di più potente nell'amore? E ciò può confinarsi per una sola persona? può bastare una direzione di ciò nella coppia, che sappia, almeno, intravedere non dico la felicità ma la pienezza di un vivere una vita che – non importa se segnata da una destinazione nella insopportabile stazione finale del nulla eterno (un'idea che mi è tuttora insopportabile, concepibile solo quando l'idea si associa alla paura) oppure se creduta per qualche fede o per esperienza mistica solo una provvisoria storia che approderà in altri regni o all'immortalità – è una vita (vera), trova continuamente fonte e orizzonte?
Prendersi cura di sé come di tutto ciò di cui questo sé è, tutte le relazioni di cui è fatto, questo può avvenire solo contemporaneamente; cioè è possibile giungere alla fonte del sé e all'essenza dell'essere se riconosciamo e viviamo consapevolmente gli intrecci vitali di cui il proprio sé è costituito e vestito, viva luce a tutte le relazioni che ci compongono e l'umile e, se possibile, amorevole sguardo al limite, all'ombra, al male, che ci conduca a compiere un gesto, trovare ciò che può accogliere (forse tutto), un cuore dove la meraviglia prevale?
La vita se non è un miracolo muore.

SALUTARE E SALVARE

Un giorno si disse: "Basta,
le mie ferite sono guarite!"
e non fece altro che vedere
e ricominciava a vivere
e guariva davvero
e qualche male liberava
vivendo

FLAVIO BALLERINI
Pesaro – (1950 – 2006)

[da: “Emozioni maldestre”, 2007]


***


VALORE
di Erri De Luca


Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca.
Considero valore il regno minerale, l'assemblea delle stelle.
Considero valore il vino finchè dura il pasto, un sorriso involontario, la
stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano.
Considero valore quello che domani non varrà più niente e quello che
oggi vale ancora poco.
Considero valore tutte le ferite.
Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe, tacere
in tempo. Accorrere ad un grido, chiedere permesso prima di sedersi,
provare gratitudine senza ricordarsi di che.
Considero valore sapere in una stanza dove è il nord, quale è il nome
del vento che sta asciugando il bucato.
Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca, la
pazienza del condannato, qualunque sia la sua colpa.
Considero valore l'uso del verbo amare e l'ipotesi che esista un creatore.

Molti di questi valori non ho conosciuto.

***


Da una lettera di Fabrizio Legger (aka Postremo Vate)
datata 20 agosto 2009


Due giorni fa è morta Fernanda Pivano, la traduttrice
di Hemingway, Kerouac e Bukowski: mi spiace molto,
perché era una donna intelligente, colta e amante della
letteratura. Nella sua ultima intervista concessa alla
RAI ha affermato che "sono le idee dei poeti a fare la
Storia, perché i poeti sanno morire per le proprie idee".
Mi è piaciuto molto questa sua presa di posizione in
favore della poesia, anche perché ha detto che alla
fine i versi dei poeti restano, mentre il vano blaterare
dei potenti e dei politici scompare con loro, quando
lasciano il palcoscenico di questo mondo, dove si sono
comportati da mattatori e da padroni. Tutto ciò è
profondamente vero...


Fonte: L'ARCHIVIO DELLA MEMORIA
di Filippo Solìto
settembre-ottobre 2009

***


  Considerazioni di Giulio Bonà

  Considerando che il luogo dove viviamo e ciò che
  osserviamo non è altro che una delle infinite possibilità dell’universo è
  logico affermare che una di queste infinite possibilità porterà all’origine ,
  alla verità. Quella verità è Dio, tempo ed spazio infinito, che ha raggiunto
  la sapienza assoluta con la conoscenza di tutte le cose ed i segreti della
  materia potendola così governare secondo la sua volontà, trasformandosi in
  luce. Quindi Dio non è fuori dalle leggi della scienza, ma è la scienza. La
  scienza non è altro che il tempo. Tempo che nessuno può fermare, che non
  ha un  inizio e una fine, cosi come lo e l’universo. Tempo ed universo sono,
  entrambi, figli della impalpabile, ma evidente presenza di un amore tra le
  stelle. L’onnipotenza di Dio è visibile ed è stata donata a tutti gli esseri
  viventi, abitanti, sia di questo che di altri universi. La vastità degli spazi
  giustifica la presenza di altri universi anche se “vuoti”. Regioni non inerti
  ma cariche d’energia sospesa che cadendo daranno origine ad altri universi
  simili al nostro (a quello che riusciamo ad osservare) o differenti. Il cosmo,
  con l’uomo o senza l’uomo, può continuare la sua tranquilla esistenza. Tutto
  continua ad esistere: terra, notte, giorno, le stagioni, astri, nebulose anche
  senza di lui. Senza l’uomo però mancherebbero tante altre cose: la religione,
  l’arte, la scienza e i prodotti della sua intelligenza. Tutto questo prova la
  non necessità della presenza umana, ma anche la sua grandezza.
  Come è successo nell’antichità l’uomo è ingannato dai propri sensi e fatica a
  riconoscere quella luce fonte di vita. Ci sono voluti tantissimi anni per
  compren-dere che la nostra galassia è una fra le miliardi di altre e che il
  sole occupa una zona periferica nella Via Lattea. Quanti anni dovranno
  trascorrere ancora per comprendere che ciò che osserviamo è Dio infinito?

  Queste mie considerazioni sono la conclusione di un mio lavoro sulla
  ricerca della verità che spero di pubblicare per il 2011-12.

  Giulio Bonà  

  Benvenuto in Mondo Cristiano - Cristian World

 ***


L'aria è pietra, l'acqua è pietra.

La mente è pietra, intorpidita dal freddo, offuscata dalla nebbia, e le parole sono estranee come meteore.

Dove andiamo adesso? Per ora nessuno lo sa. Ci guardiamo, ci tendiamo le mani e tocchiamo i nostri corpi,
quando ci incontriamo per caso. Siamo su quella grande nave trafitta di oblò che viaggia sul mare.

Sentiamo il vibrare delle turbine, i rumori delle bielle, il cigolare delle pulegge, i tonfi del mare che ondata dopo
ondata percuote la prua, la scogliera. Sentiamo battere i nostri cuori.


J. M. G. Le Clezio

***




      Entrare in amicizia con chi noi siamo


      Identifichiamo la spiritualità con la ricerca di una sicurezza più grande.
      In questo c’è un terribile errore.
      Questo atteggiamento, che segna oggi tutte le religioni, ovvero il fatto
      di utilizzare la spiritualità per ottenere un confort maggiore, è una
      forma di materialismo spirituale. Ce ne serviamo come di un divano nuovo
      che ci fa sentire più a nostro agio.
      La meditazione che ci dà un po’ di pace o la benedizione di un lama che ci
      rassicura non hanno niente a che vedere con il senso autentico della via
      iniziatica. Invece di premunirci contro la vita, di cercare delle fortezze
      per nasconderci, è importante riconoscere la realtà così com’è.
      Nessuna tradizione religiosa può servirci da cerotto per proteggerci dalla
      realtà.
      Al contrario, bisogna accettare la vulnerabilità del cuore umano, che è il
      nostro tesoro più vero. Siamo un po’ pazzi!
      Sfuggiamo a quello che abbiamo di più prezioso, la nostra dolcezza e
      cerchiamo con sforzi  incessanti di rassicurarci, di proteggerci, in
      realtà spegnendo la vita dentro di noi.
      Ma momenti in cui siamo toccati dal mondo, dall’incontro con qualcuno, da
      un amico che soffre, da un acquazzone improvviso o dalla vista di un
      paesaggio magnifico certo non mancano. Ma poi cerchiamo di coprire questi
      momenti di nudità racchiudendoci in mondi di cartapesta.

      Non c’è nessuna garanzia, nessuna promessa, ecco la buona notizia!

      Non dobbiamo fuggire dal nostro mondo, scappare da ciò che siamo.
      Dobbiamo entrare in amicizia con chi noi siamo.

      Quante volte abbiamo cercato di entrare in contatto con il nostro cuore,
      pienamente e realmente.
      Quante volte ci siamo spogliati temendo di scoprire qualcosa di atroce?
      Quante volte siamo stati capaci di guardarci allo specchio senza sentirci
      a disagio? Quante volte abbiamo cercato di tirarci fuori non leggendo i
      giornali, non guardando la televisione o distraendoci?
      Ecco la questione cruciale: in quale misura abbiamo intrattenuto un vero
      rapporto con noi stessi durante la nostra vita?

 

      Tratto da
      "Al di là del materialismo spirituale"
      di Chögyam Trugpa Rinpoche

      ***

 DA MEDITARE!

 Un sant'uomo ebbe un giorno da conversare con Dio e gli chiese:
«Signore, mi piacerebbe sapere come sono il Paradiso e l'Inferno» Dio
condusse il sant'uomo verso due porte.
Ne aprì una e gli permise di guardare all'interno.
C'era una grandissima tavola rotonda.
Al centro della tavola si trovava un grandissimo recipiente contenente
cibo dal profumo delizioso.
Il sant' uomo sentì l'acquolina in bocca.
Le persone sedute attorno al tavolo erano magre, dall'aspetto livido e malato.
Avevano tutti l'aria affamata.
Avevano dei cucchiai dai manici lunghissimi, attaccati alle loro braccia.
Tutti potevano raggiungere il piatto di cibo e raccoglierne un po', ma
poiché il manico del cucchiaio era più lungo del loro braccio non
potevano accostare il cibo alla bocca.
Il sant'uomo tremò alla vista della loro miseria e delle
 loro sofferenze.
Dio disse: "Hai appena visto l'Inferno".
Dio e l'uomo si diressero verso la seconda porta.

Dio l'aprì.

La scena che l'uomo vide era identica alla precedente.
C'era la grande tavola rotonda, il recipiente che gli fece venire l'acquolina.
Le persone intorno alla tavola avevano anch'esse i cucchiai dai lunghi manici.
Questa volta, però, erano ben nutrite, felici e conversavano tra di
loro sorridendo.

Il sant'uomo disse a Dio : «Non capisco!»
- E' semplice, - rispose Dio, - essi hanno imparato che il manico del
cucchiaio troppo lungo, non consente di nutrire se' stessi....ma
permette di nutrire il proprio vicino. Percio' hanno imparato a
nutrirsi gli uni con gli altri !
Quelli dell'altra tavola, invece, non pensano che a loro
stessi...Inferno e Paradiso sono uguali nella struttura...
la differenza la portiamo dentro di noi!!!

Mi permetto di aggiungere:
"Sulla terra
 c'è abbastanza per soddisfare i bisogni di tutti ma non
per soddisfare l'ingordigia di pochi.
I nostri pensieri, per quanto buoni possano essere, sono perle false
fintanto che non vengono trasformati in azioni.
Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo".
Mahatma Gandhi.

***


Dario  Voltolini
Da “Il tempo della luce”


Effigie Edizioni, Milano - 2005
[per gentile concessione dell’Editore, che sentitamente ringrazio.]


Un cielo lontanissimo da noi, dove brilla una luce assoluta. E quaggiù noi, nella tenebra, vittime di angeli diventati demoni. A metà strada presenze celesti, angeliche. Noi siamo liberi di scegliere, ma dal cielo vogliono che scegliamo certe cose e non altre. Allora organizziamo un complicatissimo sistema di condizioni per fare in modo che la volontà – libera – di alcuni faccia compiere loro una serie di scelte – libere – in modo tale da ottenere il risultato voluto. Il nostro libero arbitrio può dunque essere messo nella condizione di optare per una soluzione data? Come se fosse una palla di avorio libera di muoversi in tutte le infinite direzioni del piano, ma posta su un piano che altri possono inclinare? Esiste una struttura celeste che influenza le cose terrestri? Una volontà può ancora dirsi libera quando la probabilità che opti per A anziché per B è prossima allo zero, anche se non è zero?

     Nel romanzo di Harry Mulisch La scoperta del cielo (Rizzoli) tutta l’azione si regge su questi interrogativi. Dal punto di vista romanzesco sembra davvero che la nostra libertà sia talmente condizionata da un sistema di vincoli di complessità elevatissima che non ha possibilità di spuntarla. Eppure la probabilità diversa da zero resta una cosa distinta dall’impossibilità. C’è qualcuno o qualcosa che può influenzare le nostre vite, qualcosa che può leggerei nostri percorsi prescindendo dal tempo, qualcosa di simile a un punto di vista assumendo il quale potremmo vedere dispiegato ciò che chiamiamo destino? Se c’è, è un punto di vista superiore al nostro? E se è superiore al nostro, lo è anche nel senso che è un punto di vista situato allo zenith? Nel cielo?

     Uno che racconta una storia è una simulazione ben approssimata a questo punto di vista verticale? Che differenza c’è fra chi racconta una storia e chi ascolta la storia raccontata? E fra entrambi loro e i personaggi che vivono dentro la storia (che sono coloro a cui la storia “è capitata”)?

     Non è privo di interesse ricordare questo: il narratore che sa ogni cosa (che legge nei pensieri dei personaggi, che conosce il loro futuro, che vede come già accadute le loro scelte) è stato chiamato, con una terminologia che sembra tecnica ma forse non lo è, narratore onnisciente. Chiediamoci ora se esistono narratori onnipotenti e narratori onnipresenti. Se esistono, allora nella figura stessa del narratore dovremmo andare a scavare ben più di quanto non siamo soliti fare. Intanto possiamo leggere le loro storie con questa ipotesi di scavo allertata.

***

Pensieri-di Genghini 
 
Il dolore è innanzitutto una chiamata al cambiamento. Se a volte le nostre lotte per il cambiamento conoscono sconfitte è perché le nostre risposte sono errate (e forse anche perché, in qualche caso, quel cambiamento non è ancora maturo in quel tempo. Dalle sofferenze del pesce costretto nelle secche milioni di anni fa deriva l'anfibio polmonato, ma non ogni pesce in secca diventa un anfibio polmonato).

A volte il cambiamento va pilotato coscientemente, a volte basta assecondare quella forza che "nutre i corvi" e "veste i gigli" senza che essi si preoccupino di ciò. Il cambiamento può avvenire da sé, se non lo ostacoliamo, come nella guarigione da una influenza, quando l'azione di risanamento del sistema immunitario deve essere soltanto assecondata e il nostro unico compito è di non crearle ostacoli.

Molti importanti cambiamenti sono nati e nascono dalla spinta del dolore. Il dolore per la consapevolezza della morte ha condotto gli antenati dell'uomo a scoprire la vita eterna e Dio e, spesso, questa vicenda si ripete nell'esistenza degli individui.

Vi è però anche un "dolore inutile": la sofferenza che deriva da una situazione del passato superata ma che ancora ci viene segnalata nel presente come se fosse operante (così una persona che ha subito un dolore in una data situazione, soffre ogni volta che una situazione analoga, benché innocua, si ripresenta). In tal caso è sì bene eliminare senz'altro il dolore (ed abbiamo nella nostra mente le risorse per farlo, poiché la mente è il pilota del cervello e del corpo).

In queste circostanze il dolore ha la funzione di segnalarci l'esigenza di un cambiamento del rapporto fra la nostra esperienza passata e quella presente.

GIORDANO GENGHINI (da: "Xeropensieri" – 1995)

***

A Dino Campana

Villa La Topaia, Borgo San Lorenzo, 7 - 8 agosto 1916

Notte - Possa tu riposare, mentre io ardo così nel pensiero di te e non trovo più il sonno, e sono felice.

M' hai promesso di farti rivedere ancor più bello, mia bella belva bionda.

Come passerai questi giorni e queste notti?

Mi senti nella mia sciarpa azzurra, speranza, grazia? Riposa, riposa.

Ci siamo meritati il miracolo. Lo vivremo tutto.

E avrai tanta dolcezza anche dal dimenticarti in me, qualche momento, dall'avermi dinanzi come qualcosa a cui la tua dedizione sia sacra, fertile e sacra. Ho tanta fede, Dino. Mi sento ancora così forte, per questo scambio del nostro sangue.

Sibilla Aleramo

***

Funamboli

Ci sono due specie di persone.... ci sono quelli che vivono, giocano e muoiono... e ci sono quelli che si tengono in equilibrio sul crinale della vita... ci sono gli attori... ci sono i funamboli... Il poeta, il vero poeta, possiede l'arte del funambolo. Scrivere è avanzare, parola dopo parola su un filo di bellezza, il filo di una poesia, di un'opera, di una storia adagiata su carta di seta. Scrivere è avanzare passo dopo passo, pagina dopo pagina, sul cammino di un libro. Il difficile non è elevarsi dal suolo e mantenersi in equilibrio sul filo del linguaggio, aiutato dal bilanciere della penna. Non è neppure andare dritto su una linea continua e talvolta interrotta da vertigini effimere quando cascate di una virgola o l'ostacolo di un punto. No, il difficile per il poeta è rimanere costantemente su quel filo che è la scrittura, vivere ogni ora della vita all'altezza del proprio sogno, non scendere mai, neppure un istante dalla corda dell'immaginazione. In verità il difficile è diventare funambolo della parola...

(da: "Neve" di Maxence Fermine)

***

Note per Flavio

Si è detto che il poeta viva dentro un perpetuo stupore. (1)

A maggior ragione possiamo affermarlo parlando di Flavio Ballerini. Un poeta straordinario, personalissimo nel singolare modo di esporre i suoi versi, spezzati o dal ritmo musicale sincopato, espressi al tempo stesso con la forza di una continua novità; la novità e il candore propri del bambino che si agita dentro il suo essere diviso, che si lascia sorprendere dalla meraviglia della vita, dal suo miracolo.

Questo è il poeta Ballerini, un alchimista, “ballerino” della parola.

- - -

(1) “come protezione si custodisce / la luce viva del sognare…”; “la vita se non è un miracolo muore” (pagg. 48 e 62 di “Emozioni maldestre”).

Felice Serino

***

"Io sono l'oscuro, il paziente pescatore di perle che sprofonda nei fondali e che riemerge con le
mani vuote e il volto cianotico. Un'attrazione fatale mi attira negli abissi del pensiero, al fondo
delle voragini interiori che non inaridiscono mai per i forti. Passerei la mia vita a guardare
l'oceano dell'arte in cui altri navigano o combattono, e mi piacerebbe talvolta andare nel fondo
dell'acqua a cercare conchiglie verdi o gialle, che nessuno vorrebbe. Così le terrei per me, e ne
tappezzerei la mia capanna..."

G. Flaubert

***


2 poesie di Alfonso Gatto 
  
 
Alta poesia, è quella che ti sorprende all'angolo dell'andare a capo nel verso, dopo averti accompagnato in un crescendo d'atmosfera amica, quando ti svela riflessioni improvvise, che non ti aspetti, cui non sai dare risposte, come il Poeta stesso, ma... le risposte, poi, ognuno le cerca dentro sé, da subito, mentre legge; e fuori, nel mondo che vive, nel gioco della vita, successivamente, mentre resta inconsapevolmente invaso di una consapevolezza che prima non c'era... il Poeta non dice, come un padre che rispetta la gioia del proprio figlio e, garbatamente, si cura di non infrangere e proteggere quel piccolo mondo intatto, accompagna il lettore, tuttavia, nel proprio mondo, cercando di non svelargli il dramma che vive, per non turbarlo; in questo modo, il lettore vi si accosta e con affetto partecipa, vive, soffre e cerca risposte, sapendo e acquisendo di non esser solo in questo dramma, che anzi, parte dal Poeta; ecco il miracolo della Poesia: reagire al dramma, tramite la catarsi della scrittura, cercando soluzioni nel prolungamento di sé, da parte del poeta nei confronti del lettore; che a sua volta riesce a reagire, cercando soluzioni nel mondo in cui vive, dunque tramite un dramma più lieve. Una sublimazione del dramma, attraverso la ricerca di soluzioni di problematiche contemporanee. Questa è cultura vera: quando si manifesta, nel tempo, crescita sociale, attraverso il sentire individuale che si afferma, attraverso la poesia, nell'arte della sublimazione.

 

Eh! quando accade tutto questo, siamo di fronte a Poeti veri, che ne pensate?

Grande Gatto, grandissimo,

Piero


Poeticamente

 
Message
1.

2 poesie di Alfonso Gatto
Posted by: "Felice" feliceserino@tiscali.it
Tue Feb 26, 2008 8:20 am (PST)


Inverno a Roma

I bambini che pensano negli occhi
hanno l' inverno, il lungo inverno. Soli
s' appoggiano ai ginocchi per vedere
dentro lo sguardo illuminarsi il sole.
Di là da sé, nel cielo, le bambine
ai fili luminosi della pioggia
si toccano i capelli, vanno sole
ridendo con le labbra screpolate.
Son passate nei secoli parole
d' amore e di pietà, ma le bambine
stringendo lo scialletto vanno sole
sole nel cielo e nella pioggia. Il tetto
gocciola sugli uccelli della gronda.

Alfonso Gatto

*

Passeggiata Fuori Porta

Non basta l' oblio,
la gassosa bevuta a mezza strada.
Nulla più che ci aggrada,
che sia blando e leggero
come lo spirito del mattino;
sempre morti tra noi,
il terrore vicino
di un' altra guerra
e la mente dubitosa
di quel che sarà poi.
senza speranze la terra.

Che diremo al bambino
se vede nella bottiglia
il celeste pensiero
d' un mare che gli somiglia?

Bastasse l' angelo arguto
a dirci che il male
è tutto là sul giornale
per chi l' ha fatto
per chi l' ha ricevuto.
Il male ci coglie d' un tratto.
Immeritata la gioia
che non sia di tutti
e i nostri lutti
che non son nostri, i pensieri...

La testa è più distratta ove più impara
a dir col passo gli stessi pensieri.

Alfonso Gatto

***

Si ha paura di mille cose, dei dolori, dei giudizi, del proprio cuore, del risveglio, della solitudine, del freddo, della pazzia, della morte... specie di questa, della morte. Ma tutto ciò è maschera e travestimento. In realtà c'è una cosa sola della quale si ha paura: del lasciarsi cadere, del passo incerto, del breve passo sopra tutte le assicurazioni esistenti. E chi una volta sola si è donato, chi una volta sola si è affidato alla sorte, questi è libero. Egli non obbedisce più alla legge terrena, è caduto nella spazio universale e partecipa alla ridda delle stelle.

Herman Hesse

***

Nota su Paesi di mare

Le ali, i pesci, il seno azzurro del mare, il mare come una madre: ecco la
profondità trasognata che scaturisce dal mondo immaginativo di Crostelli, il
quale ci invia messaggi dalla sua "dimora", il mare, appunto.
Un "visionario" ma con il cuore che sempre spazia tra terra e cielo, abitato da
una intensità di colori e luce, e da una ricchezza di felici intuizioni: *

"Gabbiano dalle ali spiegate / il libro mio che vola (pag. 18);
"Ali d'uccello che s'intrecciano / nel cielo mio affollato di sogni" (pag. 32);
"Lasciala scrivere al vento la tua poesia" (pag. 40).

Andrea, come già lo dimostra, e con maestria, la sua bellissima opera  Nei
Mari di Melville, è un amante del mare, nato per lasciarsi affascinare e rapire
con un animo di fanciullo dalle sue creature e dai suoi abissi. Il mare, che
nelle sue profondità insondabili custodisce il mistero della vita.

* Andrea Costelli, Paesi di mare (fine del viaggio), 2008.

Felice Serino

***


Desidero infinitamente estasi luminose, eppure allo stesso tempo non ne vorrei, perché ad esse fanno inevitabilmente seguito le depressioni. Vorrei invece che un bagno di luce scaturisse da me e trasfigurasse il mondo intero, un bagno che, lungi dalla tensione dell'estasi, conservasse la calma di un'eternità luminosa. Avrebbe la leggerezza della grazia e il calore di un sorriso. Vorrei che il mondo intero galleggiasse in questo sogno di luce, in questo incantesimo di trasparenza e di immaterialità; che non vi fossero più ostacoli, materia, forme o confini. E in questa visione, vorrei morire di luce.

E. M. Cioran - da "Al culmine della disperazione"


***


Il mio altro tempo. Il mio altro sogno. Il mio altro corpo. Tutto in me è altro. Non è mai stato. Non sarà mai nulla. Non è nulla. Tutto è finito, ma -nonostante sia svanito- permane, non scompare, oppure è solo rinviato, aggiornato, ma -anche se non arriverà mai- esiste, mi assomiglia, impegna il mio regno, ora, come se nonostante tutto, e al contempo, sia passato e trascorso. Tranne l'attimo della passione. Questo non contiene tempo, non ha tempo, non ha termine, né andata né ritorno.

Edwar al-Kharrat, L'altro Mediterraneo

 ***


Il Signore ha bisbigliato qualcosa all'orecchio della rosa

ed eccola aprirsi al sorriso; il Signore ha mormorato qualcosa

al sasso ed eccolo divenire gemma preziosa, scintillante nella miniera;

il Signore ha detto qualcosa all'orecchio del sole, ed ecco

la guancia del sole coprirsi di mille eclissi.

Ma che cosa avrà mai bisbigliato il Signore all'orecchio dell'uomo,

perché egli solo sia capace di amare e di amarlo?

Ha bisbigliato una sola parola: Amore.


(Gialal Ed-Din Rumi, mistico sufita, XIII secolo)


***

Dio ha creato il corpo umano con i ritagli dello spazio, lo spazio con i ritagli del tempo, il tempo con i ritagli dell'eternità, l'eternità con i ritagli di Sé.

Maura Del Serra


***


Pessoa

Non ho fatto altro che sognare. Questo, e questo soltanto, è sempre stato il senso della mia vita. Non ho mai avuto altra preoccupazione vera se non la mia vita interiore. I più grandi dolori della mia vita sfumano quando, aprendo la finestra che si affaccia sulla strada del mio sogno e guardando il suo andamento, posso dimenticare me stesso. Non ho mai voluto essere altro che un sognatore. Non ho mai concesso attenzione a coloro che mi parlavano della vita. Sono appartenuto solo a ciò che non ho mai potuto essere. Ogni cosa che non è mia, anche la più vile, mi ha sempre parlato con poesia. Non ho mai amato che cosa nessuna. Non ho mai desiderato altro se non ciò che non riuscivo neppure a immaginare. Non ho mai chiesto altro alla vita se non che mi passasse accanto senza che io la sentissi. Dall'amore ho preteso soltanto che non cessasse mai di essere un sogno lontano. Perfino nei miei passaggi interiori, tutti irreali, è sempre stata la lontananza ad attrarmi; e il profilo degli acquedotti, nella lontananza di quei paesaggi sognati, aveva la dolcezza del sogno più delle altre parti del paesaggio: una dolcezza che me lo faceva amare. La mania di creare un mondo falso mi accompagna ancora, e mi abbandonerà soltanto alla mia morte. Oggi non metto più in fila nei miei cassetti rocchetti di filo e pedoni di scacchi (con un vescovo o un cavallo che sporgono)ma mi dispiace non farlo... E allineo nella mia immaginazione, come quando d'inverno ci riscaldiamo davanti al caminetto, figure che abitano nella mia vita interiore e sono costanti e vive. Dentro di me ho un mondo fatto di amici con vite proprie, reali, definite e imperfette. Alcuni attraversano difficoltà, altri hanno una vita da girovaghi, pittoresca e umile. Ci sono dei commessi viaggiatori (immaginarmi come un commesso viaggiatore è sempre stata una delle mie grandi ambizioni:irrealizzabile purtroppo!) Altri abitano in villaggi e borghi presso le frontiere di un Portogallo che esiste dentro di me; a volte vengono in città e io li incontro per caso e li riconosco abbracciandoli con commozione. E quando sogno tutto questo, passeggiando in camera mia, parlando ad alta voce, gesticolando; quando sogno questo, e vedo il me stesso che li incontra, mi rallegro e mi sento realizzato, salto, mi brillano gli occhi, apro le braccia e provo un'incomparabile felicità reale. Ah, non c'è nostalgia più dolorosa di quella delle cose che non sono mai state! Quando penso al mio passato avvenuto nel tempo reale, quando piango sul cadavere della mia infanzia fuggita, la mia emozione non ha il fervore doloroso e tremante col quale lamento l'inesistenza degli umili personaggi dei miei sogni, perfino di certi personaggi secondari che ricordo di aver visto una volta soltanto, per caso, nella mia pseudo-vita, girando un angolo delle mie visioni, davanti a un portone, in una strada che ho percorso lungo il sogno ....

Fernando Pessoa (Lisbona 13 giugno 1988 – 30 novembre 1935)

***


 Georges Hugnet - "Enfances"


1. Infanzie nei cento angoli della mia memoria / se la memoria è opera della passione, / infanzie decimate dalle notti / se le notti non sono che le malattie del sonno, / v’inseguo senza fretta prima di dormire. / Senza fretta, ma piegato da compiti ingrati, / testa nuda e madida di febbre, / vi misuro nella traiettoria della vita / e le vostre insubordinazioni, infanzie, sono mute, / infanzie se l’infanzia è questo silenzio / dove gravemente già incomincia la morte a insediarsi / e se questa mia mano ancora non ritrova / la sua solitudine, e ciò significa che vi lascio libere / fuori di questo mio destino che altri ha voluto breve, / nei vostri vestimenti indiani, nei vostri piaceri sanguigni.


2. Infanzia nella lana / a dispetto di settimane, / infanzia da strada / senza addio e senza male / o che scherza con il caso, / al riso del cotone / paragonate i vostri corpi nudi, / infanzia nel cortile / in compagnia di uccelli ma simili a cani / che parlino di ladri senza alcun talento, / io quest’infanzia l’ ho vissuta / e mille altre ancora, / con il nord e con il sud / mischiati nel mio sangue, qui e là, / dove sono nato e dove / ho viaggiato e ci sono tutti i nomi / che hanno qualche contezza dell’invisibile / e di ciò che l’amore non ha scompigliato.


3. Ho parlato di tutti quegli anni / che la memoria ha abbellito / con le invenzioni dei loro complici. / Le mie scarpe non si erano affatto consumate / per una corsa al sole / nei luoghi dove solitarie / le ombre degli alberi ammettevano alberi / che nulla nascondessero del sole. / Un grido allora e la mano allora / meditava e avvertiva la propria crudeltà. / Io gioco, io sono forte, / la fame mi dà ragione. / L’amore un tempo, i suoi doni / nascevano col sangue. / Ho battuto pensieri e boschi: / ovunque le ragazze trovavano pretesti / perché nulla passasse sotto silenzio, / pretesti per imparare sollevando la sottana / e regalavano un sorriso all’infame scolaro, / che se l’era guadagnato fin dai tempi / delle prime fumate. Restava da esperire adesso / l’irrimediabile: viso mascherato dall’ignoto, senza paura, / per ore se ne stavano in ginocchio / davanti ai ragazzi che s’erano tolte / le mutande e coi cani che non ne volevano sapere / di andar via. E’ qui che il mio sesso / si ricorda dei suoi primi sospiri. // Nulla da nascondere, / lo dico a tutti: / il mio sesso ha respirato / nelle loro mani roride.


4. Sono il mio diritto, / così fedelmente tradito. / Ho pagato il prezzo delle parole / e non è un divertimento. / Un uccello, mi hanno detto, / è volato tra il cielo e me. / Non mi hanno parlato di te, / ho smesso di ascoltare, ho finto / di scoprire un incendio / nella materia del tuo occhio. / Gli animali sono belli / perché sono nudi. / Anche di dentro.


5. Tutto ciò che ho taciuto, / la spartizione della coscienza, / tutto ciò che si è sottratto, / il perpetuo e il visibile, / qualche addio notturno, / il nostro primo dialogo, / la crescita dei grani, / tu sulla fronte avevi / solamente una sabbia memoriale / a pelo d’acqua dove ho lavato / il mio pensiero e poi di seguito, / ai tuoi piedi la storia della terra / e qualcosa di molto raro / che non conoscevo / infanzia preconizzata dalla magnesia.


6. Computata la necessità, / trovato un nome all’inganno / i grandi hanno avuto il torto / di metter su famiglia. // L’infanzia è nata dall’infanzia / tra l’indifferenza superata / ma lungamente vissuta / si udrà la sua parola. // Un insolito errore.


7. E’ forse molto che ho raffrontato / il mio appetito / e questi imperatori che nascondono / la loro dipinta tenerezza? // Che ho riscoperto col mio sangue / questi libri di bimbi fustigati? / E tutto questo piacere con ardore / e poi ben più alla svelta // con una scolara senza compiti / o che nera di macchie di scrittura / e bianca di percalle / ricopia quei compiti sul tedio, // a causa dei giochi / d’amore sotto i tavoli, / tovaglia fino a terra, nei pomeriggi orfani di madre.


8. Dubitavi di te nel computo dei giorni / che ti separavano da un abitabile tedio / e ti gridavi addosso prima della corsa: / io la testa ce l’ ho, ho la mia strada. / Non bisogna rispondere all’infanzia. / Infanzia, c’erano parole e c’erano presenze / che non osavi confessarti / e un’ombra ti opprimeva di maledizioni. / Quest’ombra era stato il sole a dartela / quest’ombra per amare e conquistarti. / Ma tu questa conquista canti per dimenticarla, / queste nomadi chiarezze sono la tua partenza. / Ma insomma, stavi a letto intere settimane / fingendoti malata / e se c’era baccano come in una rivolta / eri certa di avere una febbre puerperale: / il dubbio si installava magnificamente in te / assieme all’amore.


9. Eccomi qui dunque appesantito dalle circostanze / profondo negli appetiti / con la mia animale intelligenza. / Avevo capito in qualche modo / che davanti all’amore si poteva restare per ore. / Le passeggiate innanzi l’ultimo treno. / Non m’impedivano di amare e ancora di più. / L’infanzia e l’infanzia del petto, / le donnole ne parlottano tra loro. / Io non m’arrendo davanti ai tuoi vantaggi, / chiamo e la voce mi va dritta, / dove tu m’intendi, non è vero? / Ho gettato l’antica camicia / e nudo, da solo coi miei anni, io so / so che tu m’intendi / com’è giusto che tu intenda, con gioia, / poiché parlo della mia solitudine / della mia solitudine alla tua / e so che tra l’una e l’altra di queste infallibili città / c’è un’onda che va e viene, / tutto ciò che la parola disillude. / Davanti a testimoni parlerò di questa cosa / e di quest’altra che mi tiene alla fonda / malgrado il vento, le correnti, la marea. / Il mio tangone è il tuo pensiero, / il tuo pensiero una mania che non conosce seduzione. / Con audacie riarse io apro / la polpa del silenzio, cento volte ogni notte, / circondo l’edificio del nostro sdegno / ed entro dalla porta dell’imprevisto.


10. Infanzia imparata sui libri d’avventura, / infanzia in fondo al miracolo dei meccanismi / infanzia senza cattive letture, / infanzia senza sogni e incline piuttosto a una vita / in cui riporre la fiaccola dell’anarchia, / infanzia cresciuta nell’amore di battaglie / e nell’odio di regole e soldati, / infanzia silenziosa la cui bianca / ribellione s’accresceva di bianchi logaritmi, / infanzia che ordivi un teatro di nascosto / dove la pena di morte recitava una sua parte / di gravi gesti rivoluzionari,  / infanzia che avevi in te la beltà dei disertori, / infanzia che altro dire della tua infanzia, / risoluta, sotto il profilo delle induzioni, / ti ho vista in me e non sono per nulla mutato / e posso calunniare la mia angoscia, / e maledire tutte le tare della disperazione. / Il mio petto bianchissimo contro l’incubo / e questa ineguaglianza riescono a farmi vivere.


11. Ecco che la malattia rende più forte la mia voce: / sono malato, sono grande: qualcuno m’ ha rubato, / ecco ci sono proprio tutti e io sono furente, / gli splendori della malattia si abbattono contro il costato. / Mi sui sono scurite le braccia e l’infanzia sente odore di carne. / In una città lontana la mia testa solitaria, / oltre le mura questa mia voce che colpisce, / al di sopra della testa le braccia venose, / è stato il tribunale dell’infanzia a giudicare gli amici. / L’indifferenza delle vittime pesa sull’ingiustizia / e quelli che non giustiziamo ci disprezzano. / La malattia però mi rende invulnerabile, / avrei potuto ridere vilmente o da me stesso uccidermi. / Li ho chiamati per nome, poi alla fine del cuore / ho sputato su cose indegne della mia violenza, / certo allora di avere il diritto di parlare e di vivere, / il diritto di essere nel torto per piacere / come la peste, la carestia.


12. Grande è la mia fame, smisurato il mio appetito. / Posso parlare a lungo senza calunniare / ma tutto mi ferisce e l’odio mi è ignoto. / Questo paese che vedo per la prima volta / confida alla mia timidezza le cure del viaggio, / tutto quel che d’incerto sa creare un’assenza, / tutto quel che una sorpresa ha strappato all’amore, / ed è talmente tanto che il pensiero mi corre all’orgoglio / talmente tanto che nessun rimpianto delle umiliazioni / subite per te allenerà mai questa mia infanzia a temere / la notte, la notte e questi regali che m’ hai fatto / questi regali tatuati dalla tua indifferenza / sotto forma e canto di sguardo privato. / Infanzia, dico il tuo nome nel centro della terra, / nel centro del mio cuore lo sai dire da sola / e ti dici corsa sull’esempio di questa mia fame, / infanzia omicida sull’esempio di questa mia fame.


13. L’imprudenza ha stravolto i semplici, / ha sventato le misure della vergogna. / L’infanzia si descrive, si compiace / nelle case di legno dove dorme il carbone, / dietro steccati trasformati in navi. / Con un dito inventa l’equilibrio del riposo, / l’orgoglio di uno sguardo ricco di freschi contrasti / e nutre il piacere col riposo delle maree, / quando la memoria fila più vicina al vento, / ecco i ricordi dell’idea di un viaggio. / Altrove se ne va l’infanzia e resta impacciata / la tavola che manchi d’acqua, di sale e di pane, / e di carciofi, di lardo, di formaggi e di albicocche. / Si costruisce una sua casa sull’ora delle nostre parole, / si presta al gioco delle frasi dove l’oblio digiuna, / dove si aggirano i prigionieri e gli schiavi del caso, / mentre si esiliano perfidia e incostanza.


14. Cosa mi dicono Amore e i suoi spalti? / Ho perduto, aprendo le mani, la più bella, / ho ingannato, cambiando il passo, la silenziosa, / riderà l’eterno uccidendo la più bella, / la morte ha saputo difendere i suoi domini, / richiudendo le braccia ho ucciso l’eterno, / l’infanzia ha rinnegato, rinnegando la sovrana / ed è così che passano le settimane.


15. Con quale ghirlanda leggera / infiorare l’adulterio? / Mai giorni, mai notti / hanno dato prove alla terra. / Il problema lo avrei risolto, / ne saprei forse più di me stesso? / A vita ho fame e sete, / a vita sconto, in pura perdita / la tua pena.


16. Tra tutti i vostri corpi l’elogio ha scelto / il metodo che rettifica i più aspri dolori / e tutte quelle, infanzie, tutte quelle che sono morte / hanno un nastro chiaro e la mania della danza. / Si rammenterà l’onanista di questa ragazza in lutto, / drappeggiata in così limpido lutto, che tanto l’eccitava / dopo quelle sottane alzate, dopo una visita, in gran segreto / quando la vide impallidire davanti a una figura oscena? / Ogni giorno, a ogni visita, impallidiva sempre di più / fino a morirne, nell’ombra, sopra il giovane nudo. / Dormire dove tu dormi, Angelina, tanto Angelina / che un bagno a metà della sua strada risveglia / la tua collana di sonno e il pensiero infedele / donde la tua solitudine così remota discende fino a noi, / così come tu dormi, Patrizia, e devo dirlo? Patrizia, / la cui oscurità indietreggia a ogni oltraggio, / fino al disprezzo dei sogni, è un dormire con ogni riguardo / sopra il tuo giovane amore solitario e senza vestimenti, / là dove altri non vedrebbe che un po’ d’erba.


17. Di anni ventitré ma non fuori dell’infanzia / senza pensarmi sai traversare un fiume. / Se tu per davvero dormissi, lasceresti così alla svelta / questa testa e queste braccia lanciate contro la tua menzogna? / Mi distendo sul tuo tavolo nel segreto della mia infelicità / perché non posso credere, non posso credere a questi tuoi vestiti, / perché indubbiamente non ho mentito / e perché te ne vai chissà per quanto sopra il fiume che si allontana. / Assieme ci saremmo incontrati in mari reali / e la tua assenza è infilata verde dei fuochi. / Per vedermi la testa ho finto di dormire, / ma cantava la canzone che ti piace cantare / ed era pure la tua testa che dormiva, da un solo occhio, / sorda a ogni parola ed erano pure le parole / che cantavano questa canzone, la tua testa e il tuo sonno. / Ed eccomi uscito dall’ombra, vestito come sempre, /vestito color dei legumi e mi piace questa canzone, / che la mia testa neppure dovrebbe riconoscere, / se la tua fosse rimasta sul versante opposto.


18. E’ una meraviglia, quando dormo: / il sonno mi esce dall’angoscia, / cosa che più d’ogni altra detesto di me stesso, / e l’amore, e le sue fatiche che conciliano il sonno.


19. Se parlo di voi, / che siete, tra i miei pasti, nudi, giochi d’indumenti / o città che non toccano / né le spugne né i bastimenti, / case distrutte dal vivere, / oggetti a portata di fronte, / delitti, gridi di galli al polo, / cibi troppo deboli per l’appetito, / il fatto è che vi conosco intimamente, / intimamente dall’infanzia, / infanzia dalla bocca di latte. / Per una parola si svegliano i mesi / e la superficie candida di un rovescio. / La palla ha superato il bosco / e ha ferito l’infanzia nei ginocchi. / Scoppiavano i canti all’incontrario / e mille mani si arrossavano / per scrivere nel tumulto. / Dopo la pioggia, unica sentinella, / senza parola d’ordine il sole / se ha bruciato il mio corpo nel profondo, / anche del mio pensiero ha fatto una bruciatura. / Ignoravo passando il tempo / vicino a te e alla tua infanzia, o infanzia, / gli amari piaceri del piacere / e la tua infanzia, questa donna, / questa donna come una donna, / niente di più e niente di meno, / come una donna ed è tutto / ed è più di una fontana, / più del mare, più e più, / e allora ho messo erba e ancora erba / sulla schiena e sul ventre / e dappertutto sulle tue tracce: / l’ora bruciava nel centro dell’ora, / il risveglio passava, ci sorpassava / la cima della testa.


20. Si è perduto il profilo della mia casa di legno / e il tuo ne ha profittato. Se ne portassi rancore / al vento che l’ adduce, saresti tu quella / di cui parlano i mesi nel cuore degli oroscopi? / E ancora meno io avrei quest’albero la cui biforcazione principale / il tuo riposo ha preso per due braccia viventi / e questa terra ricciuta senza avvenire e senza perdono / per questa mia immaginazione la cui biforcazione è la folgore, / perché il masturbarmi mi adorna delle tue vesti / e mi spinge verso dite, verso di te e il lavoro.


21. In balìa dei piumini rossi / adopero il mio corpo e la mia vita, / nella canicola è assente la mia infanzia.


22. Mi piace averti come abitudine cattiva / quando siamo a letto nella tua stanza.


23. Dove sei, così lontana e vicina, / che osservo con dolore / l’infanzia e le sue manie / e che un identico riso / diventa un solco per noi / e che un’identica tristezza / ci dice ugualmente / che l’acqua s’allontana dalle nostre colline. / E ciò che scrivi si cancella / sul mio petto dilavato. / Il piacere lungo il cammino è morto / da un clima all’altro / e la tua ombra non si agita più. / Tutto avevo apparecchiato per la vita / e i miei attrezzi, è vero, / erano lontani da tutti, senza ironia.


24. Infanzia, che per non perdere tempo t’addormentavi, / t’ ho conosciuta al cinema la prima volta. / Ti tengo per mano e tu nascondi sotto la testa / lo sfavillio di questo diadema, questa cosa che è stata / la mia coscienza, ma non di questori tratta / né di oblio né di ricordi, si tratta di questa parola / ritrovata, di questi gesti talmente inutili che i ricordi / ne restano come morti, morti e senza domani / e fan sì che la vita vi possa tenere per mano / senza nulla nascondere a quelli di cui si scorda, / nemmeno a quelli di cui si scorda.


25. Io la mia vita l’ ho incendiata. / Gli animali selvaggi scappavano / dalle sue foreste corrusche. / Il mio ottimismo da voi, fonti marine, / ha tratto l’impulso del costruire, / e quello del vivere con queste unghie / questo fragile amore nato da una sferza, / quest’anima sorpresa dalle droghe, quest’avventura dove ho gettato / sangue per crearmi una vita. / Sulla tua fronte senza umori / i favori hanno scritto la mia fronte / e il tuo viso s’è levato / sopra un muro più nuovo / dove il mio sangue ha elencato i suoi vantaggi. / Ho forse strappato al tuo dolore / l’aria di foresta che ha questa mia stanza vuota, / vuota perfino dei tuoi rami. /Quando il vento ha soffiato / la tua distrazione nei vasistas, / ho misurato nella solida notte / la distanza dei porti / con la bussola la distanza, / con la bussola il magnifico tragitto, / con la bussola i miei domini. / A volte la tua mano sopravanzava / la manica bucata / e senza fatica con le dita / arrotolavo i cordami, i cordami / con la risolutezza del navigatore.


26. Imbarchiamoci, partiamo per le Indie, / vaniglia, vaniglia, / i cibi si equivalgono tutti. / Gabriella, trio di neve, / Eugenia, Yvonne, l’ordine / ha mutato la sua corrente amatoria, / l’ordine delle parole sulle tue labbra, / infanzia risvegliata dai miei disordini. / Sotto la pioggia pedante / quando il vento girava, / quando rimontava il vento / dal faro agli scogli della Jument, / nascondendo la testa, / prendevi questo vento / per i miei pensieri e senza pena / tendevi le braccia /verso la crociera dove la mia assenza / ha elevato il silenzio al rango della luce, / la tua assenza in questa mia solitudine, / questo regalo fatto dalla luce alla mia memoria.


27. Sono invecchiato in una veglia, / tre veglie e ho perduto, / ho perduto tre teste, / tre teste e non vi riconosco / più la mia. / Ti ritrovo, infanzia, / ti do del tu, infanzia, / ma parlare di te / è come parlare di lei e del nostro patto /e io ti mescolo ai nostri piaceri adulti / cimenti davanti ai quali non ti sei mai / tirata indietro. Senza memoria ho ristabilito / la tua presenza con l’aiuto delle mani e di fronte / alla tua assenza. L’odore dell’amore è un odore da giorno, / di giorno in giorno un odore di erba in pieno giorno, / il movimento del tuo capo sul mio ventre / favoriva la nascita del pensiero, / la mistura straordinaria di fuoco e d’acqua / dopo la sguardo immobile sotto la fronte. / E’ una fontana il mio pensiero che culmina in fontana.


28. Il cammino finisce in un grande paesaggio / e la tua gelosia sotto un cappello privo di tesa. / La mia voce è una foglia / che s’attaglia al tuo avvenire, / accresciuto dalla tua ombra dormo scrivendo / poiché al tuo amore non ho chiesto prove, / e chiudo il tuo epiteto tra le mie braccia.


29. Ho indossato un costume d’estate / per apparire allegro. / E il re s’è fatto avanti / per dire ciò che pensava. / La regina faceva il bagno / e non diceva niente. / L’infanzia aveva preso la regina / e le raccontava le sue pene. / Il re sulla terrazza, la regina nel palazzo in faccia, /e nessuno sapeva / quel che accadeva, / ma il re era in grigio chiaro / e la regina piangeva / per un delitto d’infanzia.


30. Infanzie ai quattro angoli del mondo, / in questa città dove mi è concesso vivere,/ partito per il mare con una valigia idonea a me, / e ignorando la lingua dei fanciulli, / rinascere adesso da questo cuore / messo in funzione da una canzone. / Immaginate gli onori della foresta / e quel suo ridere bianco nell’infermeria. / Le vostre manie hanno distratto le mie abitudini, / quelle rimesse in sesto in ciascuna delle fasi della notte, / nel percorso della vita e nel paesaggio, / accenni di malattia che il giorno disdegna, / ma tu infanzia da me battezzata, / te che definisco mia salute, /nello scegliere i tuoi pregiudizi diventi donna / come se fossi io il tuo pregiudizio scatenato, / tutti i fiori li ho messi a nome mio / nelle tue braccia intorno alle case. / Musica nata dalle nostre convenzioni, / uno scenario imposto all’infanzia dall’infanzia, /un difetto in noi che prediligiamo il silenzio / e a memoria sprigiono il canto della tua ginnastica. / Infanzie, immaginate gli onori della foresta / e questo vento palmato che ha tratto l’elogio dal nulla.
 
***


L'infanzia violentata


IQBAL
 
 in memoria di Iqbal Masih, ucciso a 12 anni, il 16 aprile 1995

 
come un bosco devastato

intristirono la tua infanzia

di pochi sogni

 
tra trame di tappeti e catene

ancora grida il tuo sangue nei piccoli

fratelli – il tuo sangue che lavò la terra

 
quel mattino che nascesti in cielo – dimmi –

chi fu a cogliere il tuo dolore adulto

per appenderlo ad una stella?

 
- Da Fuoco dipinto, 2002 -

Felice Serino

 [I° Premio assoluto al "Premio per la Pace" 2001, Torino

I° Premio al Concorso "Ibiskos" 2006, Empoli]

 * * *

Ménontin è un quartiere povero della periferia di Cotonou, la capitale amministrativa del Bénin. Proprio a Ménontin incontriamo presto la mattina la piccola Chantal di appena 9 anni. La sua faticosa giornata si svolge sotto il sole cocente di Cotonou, una bacinella sulla testa piena di oggetti di tutti i tipi (saponette, spazzolini, biscotti e sacchetti d'acqua); un negozietto ambulante con il quale Chantal con un gruppo di amichette percorre in lungo e in largo la città, dalla mattina fino al calar del sole, in cerca di pochi franchi da portare a casa la sera. Il padre di Chantal, un operaio della società locale di energia elettrica, è stato licenziato nel 1995.

Sesta di una famiglia di dieci figli, Chantal fa parte di quell'esercito di bambini che popolano i mercati, i marciapiedi, gli ingressi dei negozi e degli alberghi di tutte le metropoli africane. Puliscono scarpe; offrono orologi, vestiti, prodotti di uso comune, frutto dell'intenso contrabbando con la vicina Nigeria, sfruttando la differenza di valore tra il naira (divisa nigeriana) e la moneta locale. Questi bambini che non sanno cosa sia un'aula di scuola e sono anche il frutto della disfatta economica e sociale del Bénin. I prezzi del cotone sono precipitati e la disperazione spinge questi contadini a vendere i loro bambini a trafficanti senza scrupoli per pochi spiccioli. Fame, miseria, indebitamento avvolgono loro e i loro bambini spingendoli a soluzioni estreme come l'affidamento di questi figli, anche giovanissimi, ai ricchi coltivatori di cacao e di caffè della Costa d'Avorio, del Ghana o di altri paesi del Golfo di Guinea, dietro esiguo compenso o promesse illusorie di folgoranti carriere in città.

[da "L'infanzia invisibile" -aprile 2007] – http://www.casasacrocuore.org/


***


In fondo ogni uomo è una pietra, a suo modo. Ogni vita lo è. Le vite sono come i sassi, rotolano una accanto all'altra, cozzano, si rompono in frammenti; e i frammenti si scontrano con altri frammenti… Ogni vita è ricordo e possibilità di un'altra vita. Una vita può raccontare altre vite, o esserne il riassunto. Riassunto di un'identità, dove si capisce cosa porta qualcuno alle proprie scelte, cosa le comanda, se davvero esiste un libero arbitrio al di là del vortice dove ogni giorno ruotiamo di moto proprio, sulla spinta di altri moti che ci hanno toccato prima, che ci toccheranno…

Sasha Naspini - "I sassi"

***


 Pensiero per i nostri morti

Sono tanti i ricordi legati alle persone con le quali abbiamo condiviso tanta parte della nostra vita. Ci rifiutiamo di pensare che siano finiti nel nulla e, come cristiani, siamo certi del contrario, perché il nostro Signore Gesù è morto in croce, si è incontrato con la morte, ma con la sua resurrezione l' ha vinta. Non vi sono più morti: le persone che ci hanno lasciato vivono in altro modo, perché hanno abbandonato il loro rivestimento di carne, come si lascia un vestito logoro, passato di moda; non serve il corpo, con gli occhi, con le orecchie per vivere nel loro mondo. Ma vivono e ciò vuol dire che un giorno li incontreremo e ciò vuol dire che ci sentono, che sono contenti quando pensiamo a loro, quando preghiamo per loro.

Dobbiamo continuare ad amarli, a parlare loro. Non dobbiamo sentirci soli: chiudiamo gli occhi, e li vedremo.

P. Vigilio
Casa del Sacro Cuore (Trento)
 
***


Il mistero che, nel sogno, fissa il suo sguardo su di noi, non è mai cattivo. E' sempre una sorridente carezza che ci viene dal cuore degli universi. Il normale patrimonio di cellule cerebrali perde il senso di orientamento mentre ci si addormenta. E' come se ci aggirassimo in una città ignota: il luogo che sta negli spazi dove non esistono direzioni codificate, leggi di gravità, dove tutto è follia nutrita di smisurata saggezza. Là, ci muoveremo davvero dopo la morte.

Alberto Bevilacqua – da: "Sorrisi dal Mistero"

*

I poeti parlano un linguaggio di grandezza, come se fossero appena tornati dall'eternità per un breve soggiorno sulla terra.

Robert Musil

*

"L'amore è una distrazione, dei cristalli conficcati nel palmo della mano, uno spillo di vetro che circola nel corpo, una finestra aperta sulle felci, su un pianoforte, è un sole, un occhio sulla fronte, un mare scintillante, una notte turbata da un'infinità di stelle, la disperazione impacchettata in un giornale vecchio..."

Tahar Ben Jelloun

***


Flavio Ballerini, 

bibliotecario, filosofo, libraio nel campo delle teorie e terapie olistiche, poeta, scomparso improvvisamente il 3 dicembre 2006

pubblica nel 2001 "Versi licantropi" che raccoglie poesie e prose e che diventa, in collaborazione col musicista Michele Donati uno spettacolo teatrale e un CD.


Così lo presenta il poeta-pittore Andrea Crostelli


"... a Flavio la filosofia non bastava e si lasciava sorprendere dalla poesia....

che la poesia lo cogliesse di sorpresa era una delle sue aspettative maggiori, un desiderio che alimentava i suoi sogni..

la sorpresa scaturisce a volte dalla magia di un imput che giunge dall'assonanza di alcune parole..o dall'allitterazione,... o da parole che ritornano con significati diversi o che, nominate, sono ripetute spezzate....

La sorpresa fioriva incessantemente dal suo innato stupirsi, con l'entusiasmo di un bambino....lo spirito del poeta è tenere alla poesia le porte aperte sempre, tenere alto lo sguardo, drizzare le antenne e rimanere in quello stato di leggera insofferenza che sta nelle tensione continua dell'ascolto...

La poesia è stata per Flavio la Madre-guida del suo esistere....così gelosa da volerselo tutto per sè"


***

Questa vita dell'aldilà è forse la vita stessa del sogno; il sogno è già l'abbozzo palpitante della nostra immortalità.

[còlta fra le righe di autore dimenticato]

***


Aforismi di Charles Bukowski


Detesto i prati perché tutti hanno un prato con l'erba e, quando si tende a fare le cose che fanno tutti gli altri, si diventa tutti gli altri.

Ospedali, galere e puttane: sono queste le università della vita. Io ho preso parecchie lauree. Chiamatemi dottore.

Parlare di morte è come parlare di denaro. Noi non sappiamo né il prezzo né il valore.

La mia unica ambizione è quella di non essere nessuno, mi sembra la soluzione più sensata.

La differenza tra dittatura e democrazia è che in democrazia prima si vota e poi si prendono ordini, in dittatura non dobbiamo sprecare il nostro tempo andando a votare.

Le due più grandi invenzioni dell'uomo sono il letto e la bomba atomica: il primo ti tiene lontano dalle noie, la seconda le elimina.

Genio è l'uomo capace di dire cose profonde in modo semplice.

Scrivere poesie non è difficile. Difficile è viverle.

I grandi uomini sono i più soli.

La poesia dice troppo in pochissimo tempo, la prosa dice poco e ne impiega troppo.

Solo i poveri riescono ad afferrare il senso della vita, i ricchi possono solo tirare a indovinare.

L'anima libera è rara, ma quando la vedi la riconosci, soprattutto perché provi un senso di benessere quando gli sei vicino.

La gente è il più grande spettacolo del mondo. E non si paga il biglietto.

Come fai a dire che ami una persona, quando al mondo ci sono migliaia di persone che potresti amare di più, se solo le incontrassi? Il fatto è che non le incontri.

Ovviamente è possibile amare un essere umano, se non lo si conosce abbastanza bene.

Non essere giù perché la tua donna ti ha lasciato: ne troverai un'altra e ti lascerà anche quella.

Viaggiare non è altro che una seccatura: di problemi ce ne sono sempre più che a sufficienza dove sei.


***


GIORDANO  GENGHINI - "RITORNI", Autoedizione, Monza 1999
"Il Segnale" anno XX n. 60, ottobre 2001, p. 62


La poesia di Genghini non ha molti punti in comune con la poesia di questi anni: fugge il minimalismo, riesuma simboli ed analogie seppelliti da anni, elabora una sintassi personale e ricca di invenzioni, e per finire crea all'interno della raccolta una fittissima rete sia intratestuale che intertestuale. 
Già il primo testo del libro chiarisce l'aspetto retorico e fonico: con una frequenza ovviamente oscillante i testi trovano il loro collante in una fitta trama di assonanze, allitterazioni, rime interne e non, ben studiate per porre in rilievo in modo gentile ma forte il soggetto-simbolo: "Sarà forse domani: con un fioco / soffio di mani: un fuoco / di specchi spenti: insieme a me rimani / ancora un poco / in questi specchi della pioggia, strani / specchi degli anni e dei millenni, persi / come in gorghi notturni gli universi / dissolti: e il vuoto inganno degli inganni / ora alla fine riconosce fine / di ripetuta fine: ed il segreto / in me sepolto tra venti e rovine". Sovente queste poesie, come accade già nella seconda, si compongono di una prima parte in cui il poeta nomina ed assegna analogie, in un lento formarsi del panorama e precisarsi dei simboli, e di una seconda parte come svolgimento-esposizione della propria concezione dell'universo. Nel fare ciò la tecnica è quasi sempre quella della "brusca microscopia": da "lunghe navi luminose", "radure di mari", "immenso molo" (l'universo), a "minuscolo, sul palmo della mano / bianca, insetto di brina: nel mattino / fragile, al volo". E frequentissima è l'immagine dell'universo, della vastità (a volte suggerita dai moti della natura: vento, mareggiate, ma anche esplodere e cadere di stelle, formarsi di arcobaleni), del "vacillare di stelle e pianeti", "arena di infiniti confini". Talvolta questa microscopia si attua all'interno della stessa frase, con un effetto che può essere di avvicinamento: "Astrali azzurri nomi, luci fioche, / petali tenui di rumore: graffi / di gesti, esile traccia". Genghini dà un nome alle cose che non riesce a toccare e che sente lontane, e così facendo cerca di avvicinarle. Tutto questo si svolge in un reticolo di versi quasi sempre fedeli all'endecasillabo e al settenario, musicalissimi ed assoggettati alla sintassi personale di cui scrivevamo. 
Da sottolineare la violenza di molti versi, la generale sensazione di instabilità, il senso di minaccia astratta, magari rafforzata dallo spettro di qualche rituale assurdo ed illogico, di una costante lotta non con la natura ma con i suoi simboli. Insomma un agitarsi forsennato attorno alla morte (scandito da quell'"ancora" ricorrente che è sia durata che reiterazione; e si veda anche la poesia 32, accumulo di apocalittiche situazioni), ora in armonia ora in conflitto con il moto della natura. 
Ma dicevamo dei simboli: oltre ai corpi celesti sono fondamentali il drago (ora feroce, ora d'oro, ora liquido...), la "vetrata / nera, che annienta il suono" e il metallo, metafore della morte che a tratti si assommano. Assieme si consideri una significativa attribuzione dell'aggettivo "nero", "notturno" e simili, a creare una fosca atmosfera di morte ed immobilità, antitesi dei moti celesti e naturali. Vittima la vita, delicata come farfalla: "e in prati d'ali / sottile specchio si fiati scolora / al tocco delle dita". L'unica salvezza sarebbe una risposta, una voce che replichi al nominare-chiamare dell'autore, una "parola / regno di luce": a conti fatti la vita, che illumina e parla, è calda ed ordinata. Basterebbe una piccola luce, come è scritto nell'ultima poesia: "è notte, e ascolto / le sillabe del cielo: le alte stelle / dove antichi nascemmo".

Sandro Montalto


***


L'influenza del Jazz sulla Beat Generation 
(di Mike Janssen)

Quando il movimento Beat iniziava a mettersi in moto, il bebop era già forte, specialmente a
New York, dove la 52a Street pullulava di jazz club in attività in tutta la sua lunghezza. Il
bebop era uno stile di jazz innovativo che visse il suo massimo splendore negli anni '40,
caratterizzato da piccoli gruppi, opposti alle big bands, ed una concentrazione maggiore sul
virtuosismo. La rinascita del bebop avvenne a New York, dove musicisti quali Dizzy Gillespie,
Thelonious Monk, Charlie Parker, Max Roach e Miles Davis, ci stavano trasportando in una
nuova era per la musica jazz. 
Kerouac, Ginsberg ed amici trascorsero la maggior parte del loro tempo nei club di New York
quali il Red Drum, il Minton's, l'Open Door ed altri, chiacchierando ed apprezzando la musica.
Charlie Parker, Dizzy Gillespie e Miles Davis divennero rapidamente quello che Allen Ginsberg
chiamò "gli eroi segreti" per questo gruppo di esteti. 
Perchè il jazz divenne improvvisamente questa forza che guidava gli autori del Beat? Quali
similitudini possiamo trovare tra i musicisti jazz e i Beats? Forse la più ovvia comparazione che
possiamo fare è indicata dalla parola "beat". 
La parola 'beat' fu usata dopo la Seconda Guerra Mondiale principalmente dai musicisti jazz e
dai delinquenti come termine dialettale che significava essere senza una lira, o povero ed
esaurito. 
Gli autori beat presero in prestito molti altri termini dallo slang del jazz degli anni '40,
condendo i loro lavori con parole quali "square", "cats", "nowhere", e "dig". Ma il jazz
significava molto di più, che essere solo un vocabolario per gli scrittori beat. Per loro, il jazz
era un modo di vivere, un modo completamente differente di avvicinarsi al processo creativo.
Nel suo libro Venice West, John Arthur Maynard scrive: 
<<Il jazz è servito come punto di riferimento finale, anche se, o forse anche perchè, pochi tra
loro lo suonavano. Da esso adottarono il mito dell'artista misterioso, torturato e solitario, che
suona con altri, ma è sempre solo. Parlavano il linguaggio del jazz, costruendo dei riti comuni
nell'usare le droghe dei jazzisti, ed adorando i musicisti jazz defunti, più fervidamente. Il
musicista la cui musica era fatale rappresentava la pura spontaneità. >>
Nel suo unico libro di successo, Go, l'autore Beat John Clellon Holmes scrive: 
<<In questo jazz moderno, loro ascoltano qualcosa di ribelle ed ignoto che parla per loro, e le
loro vite conoscevano un gospel per la prima volta. Era più che musica; diventò un'attitudine
verso la vita, un modo di camminare, un linguaggio ed un costume; e questi ragazzi
introversi...ora, almeno si sentono da qualche parte. >>
Forse il miglior modello per spiegare gli ideali artistici sia dei musicisti jazz che degli scrittori
Beat, sarebbe il poeta francese della fine del 19° secolo Arthur Rimbaud. L'attitudine di
Rimbaud verso il dovere dell'artista di creare, era abbastanza simile a quello del musicista jazz
e del tipico poeta Beat (benchè è probabile che il poeta Beat avrebbe espressamente imitato
Rimbaud, mentre il musicista jazz sarebbe stato ignaro di qualsiasi similitudine). 
Rimbaud beveva forte, scriveva poesie in giovane età, e si distruggeva come molti musicisti di
jazz che usavano la droga. La dedizione di Rimbaud alla sua arte era così fervente che, intorno
all'età di 21 anni, arrivò al punto da non poter fare niente più. I Beats dichiararono Rimbaud
come un altro "eroe segreto", come Parker o Davis. Il "complesso di Rimbaud" era
un'attitudine che condividevano sia i musicisti jazz che gli artisti Beat. 
Molti Beats usavano l'eroina, la benzedrina ed altre droghe, nell'adulazione dei musicisti jazz
che le usavano, sperando che la droga avrebbe fatto per loro quello che supponevano facesse
per Parker. Kerouac scrisse il suo famoso libro On the Road, proclamato frequentemente come
il lavoro definitivo in prosa dell'era Beat, su un viaggio di tre giorni alimentato da un pieno di
Benzedrina. William S. Burroughs usò la sua dipendenza dall'eroina come ispirazione per libri
quali Junky e Naked Lunch. 
Non solo i Beats cercavano temerariamente di emulare lo stile di vita dei grandi del bebop, ma
usavano anche le idee principali dei musicisti bebop applicandole alla prosa ed alla poesia,
creando uno stile chiamato "prosodia bop". La prosa Beat, specie quella di Jack Kerouac, è
caratterizzata da uno stile immerso nel flusso di coscienza, parole buttate via in scatti vigorosi,
raramente rivedute e spesso punteggiate in modo sparso per righe e righe. "Niente periodi, ma
spazi vigorosi che separano il respiro retorico (come i musicisti jazz che trattengono il respiro
tra i fraseggi)" scrisse Kerouac nel suo Essentials of Spontaneous Prose, uno dei suoi pochi
pezzi scritti, che spiegava il suo metodo di scrittura. 
In una intervista del 1968 con Michael Aldrich, Ginsberg ha detto: 
<<Kerouac ha preso la sua direzione direttamente da Charlie Parker, Gillespie, e Monk. Lui
ascoltava nel '43 Symphony Sid ed ascoltava "Night in Tunisia" e tutte le note volanti di Bird
che poi ha adattato alla sua linea di prosa. >>
Una della massime che governavano lo stile di scrivere dei Beats fu espressa da Allen
Ginsberg, quando parafrasò una vecchia filosofia buddista nella sue parole, "prima idea,
migliore idea". Ginsberg chiamò questa tecnica d'improvvisazione applicata allo scrivere
"comporre sulla lingua" e fu usata in un modo o nell'altro da molti degli scrittori Beat. Gregory
Conso scrisse un poema sul sole che era completamente spontaneo. 
La ritmica, la metrica e la lunghzza dei versi erano più simili alla musica jazz che agli stili
tradizionali europei. Ted Joans, un poeta ed amico degli autori Beat, disse una volta, "Potevo
vedere che Ginsberg raccoglieva il linguaggio ed il ritmo del jazz, e che non seguiva la
tradizione europea." Ginsberg si immaginava un poeta, ma nello stile di un musicista bebop
perchè allungava la linea poetica per adattarla alla lunghezza del proprio respiro, facendo una
pausa per prendere aria, e poi lanciando una nuova linea, alle volte iniziando con la stessa
parola dell'ultima linea: La musica jazz si distingue per il suo accento sulla seconda e sulla
quarta battuta, come nella tradizionale musica africana, opposta all'accento sulla prima e terza
battuta della musica occidentale. La poesia Beat frequentemente ha un ritmo più libero, più
sincopato, simile al jazz. 
Questa tecnica è forse semplificata meglio nel poema classico di Ginsberg Howl, che fu per la
poesia Beat quello che On the Road di Kerouac fu per la prosa. "Facevo affidamento sulla
parola "chi" per tenere la battuta, una base per tenere la misura, ritornare e ripartire in un
altra striscia di invenzione", disse Ginsberg in un saggio del 1959 sul suo approccio alla poesia.
La tecnica verbale di Howl può essere facilmente paragonata ad un pezzo di Charlie Parker, nel
quale Parker suonava una serie di frasi improvvisate su uno stesso tema, facendo una pausa
per respirare e poi iniziandone un'altra. Ma Ginsberg disse, "In realtà penso a Lester Young...
Howl è tutta "Lester Leaps In." 
Forse l'autore Beat che sentiva una più forte empatia razziale con il mondo del jazz era Leroi
Jones, che poi cambiò il suo nome in Amiri Baraka. Baraka era una specie molto diversa di
poeta Beat, e non fece mai parte del discusso gruppo di scrittori di cui abbiamo detto prima.
Baraka si distingueva dagli altri autori Beat e ciò principalmente derivava dalla sua eredità
afro-americana, mentre la maggior parte degli autori Beat erano bianchi. Baraka usava la sua
razza come carburante per molta della sua poesia, ed era molto estremo nei suoi punti di vista
politici e razziali. 
Nella sua poesia, Baraka realizzo dei livelli che forse furono i più vicini agli obiettivi dei
musicisti jazz, specialmente John Coltrane, che Baraka ammirava profondamente. Baraka ha
anche contribuito a scrivere le note di una antologia di Coltrane, usando degli elementi di scat
per scrivere linee quali "aggeeewheeeuheageeeee.aeeegeheooouaaaa". Baraka prese nota
delle "inversioni" di Coltrane di pezzi scritti da bianchi, quali "My Favorite Things," e le loro
trasformazioni in lavori quali Desolation Angels o On the Road di Jack Kerouac. 
Kerouac fu particolarmente dentro la scena bop, anche al di fuori dei suoi lavori. Nel suo libro
Milestones: The Music and Times of Miles Davis, Jack Chambers scrive: 
<<Kerouac fu anche scritturato al Village Vanguard per suonare dei set regolari, leggendo
delle poesie con l'accompagnamento jazzistico...nelle sue migliori serate, smetteva la poesia
ed iniziava a cantare in scat, includendo una fedele trasposizione di un assolo di Miles Davis
che era estremamente accurato e qualcosa di più di una semplice imitazione. >>
Secondo Ted Joans, Kerouac "conosceva molti musicisti jazz" ed aiutava musicisti quali Zoot
Sims, Al Cohn e Brue Moore. 
Come Ginsberg aveva detto che Howl era tutto "Lester Leaps In," On the Road di Kerouac era
in parte ispirata a "The Hunt" di Dexter Gordon e Wendell Gray. Da On the Road: 
<<Dean Moriarty s'inchinò davanti al grande fonografo, ascoltando una selvaggia registrazione
bop..."The Hunt" con Dexter Gordon and Wardell Gray che soffiavano al loro meglio davanti ad
un pubblico urlante che dava alla registrazione un fantastico suono frenetico.>>
Kerouac prende anche il ruolo di storico del jazz in un altra parte di On the Road. Ricordando di
una performance in un club di Chicago, Kerouac si lanciò in questo ambizioso paragrafo: 
<<Una volta c'era Louis Armostrong che soffiava nel fango di New Orleans; davanti a lui i
musicisti pazzi che si erano schierati in parata nei giorni ufficiali ed avavano trasformato le loro
marce Sousa nel ragtime. 
Poi ci fu lo swing, e Roy Eldridge, vigoroso e virile, faceva esplodere la tromba con ondate di
potenza e sottigliezza - inclinandosi ad essa con gli occhi che gli brillavano ed un sorriso
amabile. Poi venne Charlie Parker, un ragazzo nella legnaia della madre a Kansas City,
soffiando sul suo alto tra le travi, facendo pratica nei giorni piovosi, appena uscito dal vedere
le vecchie bande di swing di Basie e Benny Moten che avevano Hot Lips Page e poi lasciando
casa per andare ad Harlem, ed incontrare Thelonious Monk ed il matto Gillespie. Charlie Parker
nei suoi primi giorni quando passeggiava in circolo mentre suonava. Più giovane di Lester
Young, anche lui di Kansas City, quel malinconico, pazzo in cui la storia del jazz fu avvolta; per
quanto lui teneva il suo strumento alto ed orizzontale rispetto alla sua bocca, suonava al
massimo; e mentre i suoi capelli crescevano più lunghi, lui diventò più pigro ed il suo
sassofono perse metà della potenza; finchè alla fine crollò completamente ed oggi indossa
delle scarpe con la suola spessa in modo da non sentire il marciapiede della vita e il suo
sassofono è tenuto debolmente contro il suo petto, e lui suona dei fraseggi leggeri e facili. Ecco
i figli delle notti bop americane. >>
Kerouac era anche un poeta, ed usava la sua abilità poetica per elogiare Charlie
Parker, subito dopo la sua morte, nel suo libro di poesie Mexico City Blues. 
<<Charlie Parker sembrava Buddha 
Charlie Parker, che è morto recentemente... 
I suoi polmoni raggiungevano la velocità 
Di quelli che amano la velocità 
E quello che loro volevano 
Era il suo eterno rallentamento. >>
 
Il newyorkese Gregory Conso elogiò similarmente Bird poco dopo la sua morte in un poema
chiamato Requiem for 'Bird' Parker, Musician, pubblicato nella sua antologia del 1955, The
Vestal Lady on Brattle:
<<- prima voce 
hey, uomo, Bird è morto 
hanno rinchiuso il suo sassofono in qualche posto 
dov'è il suo sassofono, dove? 
- seconda voce 
lascia fuori il sassofono 
dov'è Bird? >>
 
Il libro del 1958 di Conso, Gasoline contiene anche un poema intitolato For Miles. 
<<Poeta il cui suono è stato suonato 
perso o registrato 
ma ascoltato 
puoi ricordare quelle 54 notti al Open Door 
quando tu e bird 
suonavate alle cinque di mattina un pò di meravigliosa 
ma inimmaginabile musica? >>
 
Ma di tutti questi Beats, probabimente era John Clellon Holmes che ammirava maggiormente i
musicisti jazz. Dedicò un intero libro ad un tenorsassofonista senza una lira, di nome Edgar
Pool, intitolato The Horn. Holmes estrapolò anche un incredibile numero di significati dalla
summenzionata canzone di Dexter Gordon "The Hunt,". Go di Holmes è pieno di immagini
collegate al jazz; il suo uso di parole come testamento, sacramento, santità, mistero, profezia,
rituale, ed altare assegna una qualità divina al jazz. 
Questo è piuttosto ironico quando leggiamo un appunto su un giornale scritto da Holmes il 15
dicembre 1948: 
<<Sono stato in piedi fino a tardi con Jack Kerouac, ascoltando Symphony Sid, che ha suonato
sei solide ore di bop "a tua richiesta". Io sono ancora sconcertato da questa musica, benchè ho
sentito un sacco di cose belle da Dizzy e Parker, e non c'è alcun dubbio nella mia testa che
essa è una risposta a questo periodo post-bellico. >>
Non solo Holmes sembrava non averlo capita, ma scorrettamente immaginò il bop come una
reazione, nel momento in cui lentamente evolveva dall'ultimo swing verso un periodo di
transizione del jazz. Tuttavia, Holmes era innegabilmente influenzato dai musicisti bop. 
I poeti della West Coast erano così influenzati dal movimento jazzistico, che fecero dei passi
radicali nel sintetizzare le due cose per amore delle performance dal vivo. I sue principali poeti,
responsabili per questo movimento, furono Lawrence Ferlinghetti e Kenneth Rexroth, che
tentarono di liberare la poesia dalle grinfie degli accademici. Credevano che incorporare il jazz,
avrebbe attratto un pubblico più grande e portato la poesia al livello dei clienti medi di un jazz-
club. 
Molti di questi poemi furono recitati con l'accompagnamento jazzistico al Cellar, il più famoso
jazz club di San Francisco. Il risultato fu registrato e fu pubblicato con l'etichetta Fantasy jazz,
con la musica di un ensemble che comprendeva il tenorsassofonista Bruce Lippincott, il
batterista Sonny Wayne, il pianista Bill Weisjahns, i bassisti Jerry Goode e Bob Lewis, ed il
trombettista Dickie Mills. 
Reroth eseguì il suo poema di 20 minuti Thou Shalt Not Kill con un accompagnamento di free-
jazz. 
Ferlinghetti scrisse sette poemi pubblicati nella sua A Coney Island of the Mind (1958) con
l'intenzione di essere letti con il jazz. L'introduzione della sessione "Oral Messages" recita: 
<<Questi sette poemi sono stati concepiti specificatamente per l'accompagnamento jazzistico
e dovrebbero essere considerati come dei messaggi orali raccontati spontaneamente piuttosto
che come dei poemi scritti per la carta scritta. Come risultato di continue letture sperimentali
con il jazz, sono anche in uno stato di cambiamento. 
Con questa nuova ondata di performance, i musicisti jazz trovano anche una nuova sfida
nell'assimilare elementi vocali ed emozionali del poeta recitante. 
Nelle parole di Lippincott..."Noi rispondiamo con i nostri strumenti, con la maggiore emozione
possibile, alle parole dei poemi. Così per molte linee avremo la batteria che cresce e rolla ed il
basso che entrerà alla fine e si piegherà. >>
Pochissimi degli artisti Beat furono anche dei musicisti jazz. Similarmente, i musicisti jazz del
tempo non avevano spesso delle aspirazioni letterarie. Così, la connessione ispirazionale tra gli
autori Beat e i musicisti non era esattamente una strada a doppio senso. C'erano però alcune
eccezioni; "Fables of Faubus" di Mingus era occasionalmente eseguita con l'accompagnamento
poetico, e "A Love Supreme" di John Coltrane uscì con un poema scritto da Coltrane stesso
nelle note dell'album. C'era anche un grado di interazione tra i due campi artistici; come detto
prima, Kerouac interagiva con alcuni musicisti jazz, incluso Miles Davis. 
Così, senza i Beats, il movimento jazzistico sarebbe andato avanti ugualmente. Ma, come
abbiamo visto, il movimento Beat contava saldamente sul genio di alcuni grandi quali Charlie
Parker e Miles Davis per l'ispirazione che avrebbe prodotto alcuni grandi lavori quali On the
Road di Kerouac e Howl di Ginsberg. E' stata una fortuna che i due movimenti siano coincisi
nello stesso periodo.
 
[da Bongoclub – a cura di Vincenzo Tarkowski]


***


Teresio Zaninetti
di Fabrizio Legger
 
 
Tre anni fa moriva lo scrittore e giornalista antisistema.
Teresio Zaninetti vive nei nostri cuori
Esattamente tre anni fa, il 21 gennaio 2007, moriva in
uno squallido ospizio milanese il grande poeta,scrittore
e giornalista Teresio Zaninetti,nato a Gozzano (Novara)
nel 1947. Grande, perché lo era davvero, non fosse
altro che per intelligenza, ingegno e cultura (doti non
così comunissime, oggi, nell’epoca della ideocrazia
balterante!).
Ma grande anche per la sua energia smisurata, per il
suo spirito indomito di polemico lottatore, per la
pervicacia con cui difendeva e divulgava i suoi ideali,
quelli che ogni persona di buon senso (al di là dei
colori politici) dovrebbe fare suoi: la giustizia sociale,
al libertà dell’individuo, la dignità dell’uomo, la capacità
di indignarsi di fronte ai crimini, la difesa degli
emarginati, degli oppressi e di coloro che non hanno
voce…
 
In una parola, la lotta contro queste Sistema disumano
e mercificante, contro questo Potere invisibile che vuole
ridurci tutti a schiavi consumanti,contro questa Barbarie
ipertecnologica che ci sta abbrutendo mentalmente,
spiritualmente e antropologicamente per trasformarci in
docili automi non pensanti e privi di coscienza. L’attività
poetica, narrativa, saggistica e giornalistica di Teresio
Zaninetti operava in questo senso, avvalendosi anche
dell’aiuto di amici e collaboratori preziosi, come Gianni
Pre, Ottavio Angelo Scalet, Antonio Creazzo, Gianni
Donaudi.
 
Ma Zaninetti, al pari di tanti altri illuminati, era un autore
che dava fastidio al Sistema, dava fastidio al Potere, e
quindi è sempre stato emarginato, ghettizzato, cacciato
bell’angolo e volutamente ignorato dalla grande editoria
e dalla cultura “ufficiale”, dai potentati culturali e dai
grandi centri di informazione: e ovviamente, perché le
cose che scriveva e diceva erano scomode, erano
fastidiose, erano pungenti, erano letali per il Sistema.
Quindi, la sua, era una voce che “doveva” tacere.
E a farlo tacere per sempre sono state le sue precarie
condizioni di salute ed economiche,con le quali Zaninetti
ha lottato, dignitosamente e orgogliosamente, per tutta
la vita. Oggi, a tre anni di distanza dalla prematura
scomparsa, esattamente come lo scorso anno,
esattamente come l’anno prima, è doveroso ricordare
ai lettori di questo mio scritto l’uomo Zaninetti, la sua
figura di intellettuale e scrittore decisamente
consapevole del suo ruolo e della sua inaccettabile
emarginazione, il suo ruolo di “guerrigliero intellettuale”
determinato a continuare lungo la strada della cultura e
della conoscenza anche se gli ostacoli posti sul suo
cammino  dalla società consumistica dei Non Pensanti
e dal potere massificante del Sistema videocratico
sono stati enormi.
 
Ma nel silenzio e nel dolore, nella solitudine e nell’
emarginazione, Teresio Zaninetti ha continuato a
scrivere e a pubblicare, a diffondere le sue idee e i
suoi pensieri: con le riviste (come Logos e Jeronimus
Logos, solo per citarne due tra le più note, da lui
create e dirette sino al giorno della scomparsa),
con le opere di poesia (Parametri di poesia, La
Ghigliottina, Poesie e altre poesie), con le opere di
narrativa (La breve estate di Giuda, Le lacrime di
Sisifo), con l’attività di editore (fondò e diresse la
casa editrice Rosso & Nero), con quella di
collaboratore a premi letterari come il Premio
internazionale “Castagno dei cento cavalli” del
comune di Sant’Alfio.
Un’attività intensa, impegnativa, tenace, che rivela la
grandezza dell’uomo Zaninetti. Un artista che non è
stato accettato e riconosciuto dalla cultura ufficiale
e che perciò spetta a noi fare conoscere, anche se
abbiamo piccoli mezzi, anche se abbiamo poche
forze, ma pronti a portare avanti quegli ideali e quelle
passioni che Teresio Zaninetti ci ha insegnato a
condividere con lui.

Articolo apparso su DAZEBAO

 

Via della Luce

 

Di Sonia Voicu

 

L'Ipotesi

 

 

Come sarebbe

vivere in un mondo senza controllo?

Senza sfruttamento, senza accuse, senza paura?

Senza imposte, senza manovre, senza guerre,

e senza la brama di possesso?

Come sarebbe gioire

perché “NON siamo tutti eguali!”

E se ognuno è qui,

perché deve essere diverso!

 

Come sarebbe vivere per condividere la gioia,

condividere il frutto del nostro sapere,

il frutto del nostro lavoro,

la forza del nostro amore?

 

Ipotesi:

Se la nostra evoluzione fosse pregiudicata

dal valore che abbiamo attribuito alla moneta?

Quanto potrebbe cambiare la nostra coscienza

senza associare alla vita il concetto dei soldi?

Se fossimo liberi dalle catene dei soldi diventeremmo più forti?

 

Ipotesi:

Come sarebbe vivere

senza pagare le tasse, le bollette,

e senza aspettare labusta paga!?

Vivere senza la paura di multe…,

ammende e sanzioni…?

Saremmo più buoni, più solidali, più uniti?

O diventeremmo più selvaggi,

più violenti, più disorientati!?

 

Ipotesi:

Se fosse vero che i soldi sono il potere fittizio cui si aggrappa l’Ego?

 

Immaginiamo: che tutti fossero ricchi, i soldi avrebbero più significato?

E se tutti fossero senza soldi, avrebbero più importanza?

 

E se, una volta, saremo liberati dal falso Ego

saremo più schiavi di alcuno?

E se fosse vero che la radice che porta all’odio, all’invidia,

dipendesse dalla brama di possedere soldi?

E se fosse vero che tante anime, tanti corpi…

sono stati venduti per l’oscuro potere dei soldi?

E se fosse vero che i soldi hanno umiliato

lo splendore della vita?

Quanta gioia si potrebbe liberare

senza le catene dei soldi!

 

Ipotesi:

Se l’idea di vivere senza soldi ci spaventa,

non abbiamo ancora energia sufficiente

per uscire dalla gabbia dell’Ego.

Cambiare la vecchia energia significa

trovare un’altra fonte di gioia!

L’Ego senza soldi diventa nessuno!

Gli stessi soldi senza l’Ego

non rappresentano nessun valore.

È un bel rompicapo sapere

se sono statii soldi a glorificare l’Ego,

o se è stato l’Ego a prendere forza inventando i soldi!

Isoldi sono la gabbia senza sbarre custodita dall’Ego,

insieme sono

“il reciproco di una funzione”

in pratica,

sono due esponenti negativi che mai si annullano.

È vero pure che se annulliamo l’uno

si annulla naturalmente anche l’altro!

 

Immagina:

di fare un lavoro solo perche ti piace,

perché ti fa sentire bene,

perché quel lavoro ti dà soddisfazione, ti dà entusiasmo.

 

Ipotesi:

E se fosse vero che i soldi

hanno privato la pace dell’Anima.

E se fosse vero che i soldi

hanno avvelenato la dolcezza dell’Anima.

 

Se ancora ci sono tanti a tremare per il potere dei soldi

è difficile affrontare un vero cambiamento.

Se uscire dalla gabbia senza sbarre ci spaventa

è solo perché ancora

NON siamo liberi di pensare!

 

Siamo Pronti?

A immaginare un mondo senza soldi,

senza scambio di moneta?

Siamo pronti?

A liberare la nostra mentalità dal distorto concetto sui soldi?

 

Riflettiamo,

quante brutte cose si stanno facendo

in questo mondo

solo per il potere dei soldi?

 

Ipotesi:

continuando a rimanere schiavizzati dai soldi

finirà l’esistenza della razza umana?

Come cambierebbe il valore della vita

in un mondo senza soldi?

Se i principi della vita si spostassero su altri parametri

sul primo piano salirà il valore della vita,

naturalmente si eliminerebbero sfruttamento,

guerre, confusione, ingiustizie...

 

Ipotesi:

Come risuona nella coscienza l’idea

di essere utile senza un compenso monetario?

Come risuona nella coscienza

l’ipotesi che i soldi non esistono più?!

Come risuona il fatto che nessuno

prevalga su un altro

solo per il conto in banca!

Allora, non abbiamo bisogno di essere infatuati

da promesse legate al benessere economico.

Senza gradi e priorità

escludiamo naturalmente gli inganni!

 

Ipotesi:

e se i soldi non sono altro che un sistema

che ha deformato l’idea di Libertà,

intrappolando l’Anima

nella più torbida schiavitù.

 

E se fosse vero,

che tutto ciò che si fa per i soldi

durerà poco o niente, ed è superfluo.

E se fosse vero, che senza il coinvolgimento dei soldi

non ci sarebbero sfruttamento, guerre, umiliazioni,

distruzione…?

 

Ipotesi:

Sognare un mondo senza soldi

richiede di riorganizzare una nuova società,

una nuova coscienza,

un nuovo essere umano con nuovi valori.

Dove trionfano coraggio, gentilezza, amore e conoscenza

lo splendore dell’Anima risplende nell’agire.

Solo in un mondo dove i soldi non hanno potere

emerge naturalmente il vero valore dell’essere umano.

In un mondo dove i soldi non hanno potere

l’essere umano è libero

senza paura, senza speculazioni, senza imbrogli.

E se fosse vero che il denaro è

la“culla del tormento”

là dove regna l’Ego?

Quante persone cambierebbero il loro lavoro

se non fossero costrette a vivere il dramma dei soldi?

Quante persone sarebbero pronte

a fare il loro lavoro senza essere pagate,

solo per il bene della società?

Quante persone hanno già trovato

il senso della vita

senza contare sul potere dei soldi?

Quante persone farebbero “amore”

senza essere sviati dal crudele potere dei soldi?

Quante persone hanno venduto l’Anima

solo per tenere in mano una moneta,

un pezzo di carta?

Quanti hanno ancora paura di perdere qualcosa

se non sentono la puzza dei soldi?

 

Ipotesi:

È sbagliato domandarsi:

per quale ragione si “vende -compra”

un pezzo di terra,

quando la sua ricchezza è di tutti.

Perché pagare le tasse per vivere sulla terra?

A chi lo sfrutta, non lo rispetta, non lo ama.

La convivenza su questa terra

è un onore!

o una sofferenza?

Quando la sofferenza diventerà insopportabile,

la confusione inarrestabile,

nascerà per forza il desiderio

di guardare in faccia la verità.

Da questo ultimo desiderio

nascerà la capacità di discernere

e dal discernimento nascerà il voler conoscere

la vera natura dell’Anima.

 

Il mondo che attendiamo

inizia con lo sviluppo della coscienza!

L’Ego ci spinge ad agire solo per il proprio bene!

Mentre la coscienza ci porta ad agire

per il bene del prossimo.

Senza sviluppo della coscienza

l’umanità ha un solo futuro:

“la schiavitù”

 

Cosa ha turbato la mente dell’essere umano

fino a fargli perdere la pace e l’amore per la vita?

 

Immagina:

con quanta coscienza e amore

un dottore salverebbe le persone

se non fosse vincolato dai soldi.

Con quanta coscienza si svolgerebbe qualsiasi lavoro.

 

Immagina:

quanta creatività e amore

si trasmetterebbe in un mondo libero,

senza le catene dei soldi!

 

Immagina:

quanti lavori e prodotti inutili cesserebbero

senza il profitto dei soldi!

 

Immagina:

come la corruzione cesserebbe automaticamente,

si scioglierebbe l’arroganza, si eviterebbero sprechi.

La dispersione, lo spreco, il tempo perso,

tutto deriva dal fatto che

è stato innestato un sistema basato sul consumo,

un sistema in cui si deve

“vendere/comprare” qualunque cosa…

solo per far girare i soldi…

per girare una illusione che ci tiene incatenati.

Si spreca molto di più con il lavoro inutile,

con la dispersione dell’energia

di quanto sarebbe necessario

per sfamare tutte le persone della terra.

 

Immagina:

senza soldi quante persone inadatte

lascerebbero il posto di lavoro

visto che non amano ciò che stanno facendo!

Quanti posti di lavoro inutili finirebbero,

liberando quella “energia negativa”

impegnata a sostenere un sistema illusorio.

Quanti farabutti spariranno

se i soldi non saranno più il movente della vita?

Quante persone potranno risvegliarsi istantaneamente

dalla “culla” dell’Ego?

Solo quando l’uomo si immagina di essere libero

può comprendere

la bellezza della vita.

La vita sulla terra ritroverà l’armonia trascendentale,

e sarà compreso il mistero della somiglianza dell'uomo con Dio.

Con i soldi in mano non c’è posto per Dio.

 

Ipotesi:

E se fosse vero che la coscienza dell’uomo

è stata così deformata

da non rendersi conto dell’assurdità dei soldi,

convinti di aver diritto

a vendere la terra, la luna e la vita stessa.

E se fosse vero che i soldi

hanno mutato il potere dell’essere umano

nel potere fittizio dell’Ego.

E se fosse vero che per la maggior parte delle persone

la vita senza il potere dei soldi non ha ragione,

i soldi sono diventati un concetto radicato così profondamente

da non poter nemmeno concedersi di sognare:

“Un mondo libero dai soldi!”

Per tanti l’idea di vivere senza soldi

sembra assurda,

si sentono disorientati, provano panico,

non possono afferrare la possibilità di nessun'altra realtà

oltre il mondo consolidato sul potere dei soldi.

 

L’Ipotesi

Quante persone guarirebbero istantaneamente

se non dipendessero più dai soldi?

Quanto è vero che un mondo senza soldi

porterebbe subito felicità e gioia

a tante, tantissime anime.

Lavorare con amore per il bene del prossimo,

essere felice per rendersi utile,

ritrovando la gioia perduta

amare davvero la vita.

Dare omaggio alla vita

senza nessun condizionamento.

 

Ipotesi:

Sognare di essere Libero!

Avere il coraggio di sognare

per gustare una nuova realtà.

Ogni sogno plasma una nuova energia

e risveglia una nuova realtà!

Vivere e lavorare senza le catene dei soldi

aumenta le frequenze di comunicazione tra le persone

in tale modo da far arrivare senza sforzo,

naturalmente

i progetti, le soluzioni e nuovi principi.

 

L’Ipotesi

consente di vedere

come il vecchio modo di pensare legato ai soldi

abbia ostacolato la coscienza, la creatività, la generosità,

la bellezza dell’essere umano.

 

Una volta liberi dalle catene dei soldi,

quanta nuova energia viene alla nuova luce,

dando una estensione di un’idea in un'altra idea.

 

La coscienza dell’uomo aspetta un impulso,

un vero input!

per aprirsi alla vera trasformazione,

per esprimere pienamente la potenza dell’Anima.

 

Immagina

un mondo dove sei libero di Essere te stesso!

Dove nessuno è tormentato dall’Ego,

dove nessuno “compra-vende” qualcosa,

dove la meraviglia di essere insieme

si riveste con lo splendore dell'Anima.

Dove le forme si cambiano in altre forme,

muovendo una moltitudine di forme

in una moltitudine di colori e suoni

in un mondo libero.

 

Dove l’unico POTERE è il presente,

un presente sconfinato, dove siamo noi stessi

creando le Forme

solo per divertimento,

cambiando svariate realtà,

solo per la meraviglia di amare la vita.

Forme che giocano, danzano,

avvicinando e allontanando

lo spazio e il tempo.

Forme che nascono dall’Anima di ognuno.

Forme mai divise, mai sole, mai uniformi!

Forme che ballano al canto della Luce

mai sentito… mai udito…

dalla mente umana.

È il momento che tu avverti

l’impalpabile

tocco della Tua divinità.

 

Prenditi una boccata di aria fresca

e immagina un mondo senza controllo.

Un mondo dove nessuno ti controlla,

nemmeno il tuo Ego!

 

ANIMA mia,

Ti imploro,

balla un altro giro con me,

Anima mia, giuro,

non lascerò mai che nessuno approfitti di Te.

Ti proteggo con la mia vita.

Ti proteggo a costo di morire.

Ti prego,

balla ancora una volta con me,

Anima mia…

la vita non esiste senza di Te.

 

 

[fonte: stazioneceleste.it - 1. 12]

Carla Parola

Caos & Caso
 
Il Caos è quello che non capite, il Caso è la parte del Caos che recepite.
Quando dite che tutto è regolato dal Caos è perché le Forze sono talmente tante: interdipendenti, concomitanti, a volte opposte quindi è Caos.
Però il Caos al suo interno ha l’ordine.
È Caos per noi perché non ne conosciamo il funzionamento.
Quando però dal Caos esce il Caso allora lo riconoscete e lo definite Caso.
Non è però un Caso per caso, ma è una sequenza di eventi provocati dal Caos che hanno portato a quel Caso.
Però il Caso lo attiriamo noi, attiriamo il Caso che ci serve.
Il Caso, proprio perché è una frequenza siamo in grado di attirarla.
Possiamo attirare il Caso positivo o quello negativo.
Comunque attiriamo sempre quel qualcosa che attiene alla nostra necessità.
Non c’è “qualcuno” che ci manda il Caso, non dobbiamo sempre pensare a Forze esterne, sono “esterne” perché non le conosciamo, ma sono parte di noi perché ci attraversano.
Noi siamo il Caos.
Nel nostro Caos però c’è l’ordine, come in tutto.
Tutto è ordinatissimo, ma essendo una concomitanza di eventi enorme che non conosciamo la definiamo Caos.
Ma nulla avviene per Caso, nel Caos non c’è nulla che avvenga per caso perché tutto risponde ad una legge di Armonia. 
 
fonte: stazioneceleste.it
maggio 2012

 

 

  

 UN SUICIDIO IMPERFETTO

Racconto di Giordano Genghini tratto dal romanzo “Adesso forse” (vedi sito ilmiolibro.it)

 

Nella notte di primavera in cui sono morto non era ancora tramontata la luna. Un’immensa mano di vento mi ha sospinto fino allo specchio trasparente. L’ho aperto e l’ho oltrepassato. Oltre il vetro, non scorgevo più la mia immagine ma le luci immobili delle case imprigionate dal cielo notturno.

Sentivo dentro di me la sofferenza delle mura, delle finestre e delle luci, impietrite nell’immobilità come navi che non poteano salpare. Ho compreso la sorda angoscia delle cose senz’anima e senza radici che invano speravano di diventare vive e ho sentito dentro di me l’oscuro desiderio di essere radice di un altro me stesso.

La tristezza dei sogni che camminavano a capo chino, sull’asfalto lucido, ospiti delle ultime tenebre, era anche la mia. Nessuno aveva aperto loro la porta. Nessuno li aveva sentiti arrivare. I colpi delle loro tenui dita sul pesante legno dei battenti erano stati troppo leggeri per essere uditi, e adesso se ne andavano in lunghe file, a capo chino, sull’asfalto lucido di pioggia, sul quale si riflettevano le luci tremanti dei lampioni rischiarati dai primi bagliori dell’imminente alba.

Ho fatto un lungo passo e il vento notturno, che mi aveva sospinto fino oltre lo specchio aperto che non rifletteva la mia immagine, mi ha accolto nelle sue braccia. Volavo lentamente nell’aria nebbiosa e umida di pioggia. Le finestre oscure e quelle illuminate - scacchiera infinita - scorrevano una dopo l’altra accanto a me. Ho visto infine avvicinarsi l’ombra immensa del bosco. Dall’alto, era simile a un animale con il pelo arruffato, pronto a assalirmi. Ho avuto paura. Ma improvvisamente, come un gatto sornione, l’ombra verde e bruna del bosco si è allontanata da me stendendosi sul dorso della notte, che si incamminava nella direzione opposta a quella delle nubi. Ho visto ancora me stesso: il mio riflesso mi veniva incontro sul lucido e nero fiume dell’asfalto bagnato dalla pioggia. Fra poco, io e quel me stesso saremmo stati un’unica immagine.

Volavo ancora - sempre più lentamente, nell’aria nebbiosa - mentre le finestre oscure, una dopo l’altra, si illuminavano accanto a me. Il vento era diventato muto come il cielo, accarezzato dalle bianche mani protese dalla giovane alba. La luce di una finestra si è spenta. In un tempo molto lontano - forse in un’altra vita - in quello stesso istante ho visto le rondini in volo sopra i campi sconfinati. La pioggia è cessata. Gli ultimi miei ricordi sono stati il rumore di un sasso precipitato nell’acqua e la visione di una bianca gemma schiusa sul ramo di un albero dalle immense radici.

Mentre la mia immagine, riflessa dall’asfalto, si univa a me, ho visto lei.

Aveva gli orecchini d’oro a forma di anello e mi correva incontro con gli occhi luminosi, le braccia aperte e i capelli ancora bagnati dalla pioggia. Più in alto volava una rondine, con le ali tese e aperte, mentre oltre la collina svanivano il corteo dei sogni e i resti del saio nero della notte che aveva coperto ogni cosa.

Tutto è finito in quel momento: non ho sentito lo schianto della vela lacerata che precipita in mare.

Questa è la ragione per cui, dopo questo suicidio imperfetto, adesso vi parlo e - mentre abbraccio, accanto a me, la donna che amo - vi sorrido felice.




  Carla Parola

 
Eventi imprevisti
 
 
Il disorientamento che avviene di fronte ai fatti imprevisti che capitano è un disorientamento 
umano e assolutamente razionale.
Noi vorremmo che la Vita fosse sempre rispondente alle nostre aspettative: uno più uno
deve sempre fare due, la persona buona deve essere premiata, la persona cattiva punita, il
giovane deve vivere e il vecchio deve morire.
Queste sono le certezze che noi vogliamo dalla Vita.
Sono le nostre certezze razionali, quelle della nostra Mente.
Dobbiamo però allargare lo sguardo e osservare ciò che accade.
La Vita è casualità.
La Vita invece ha un disegno preciso, che non viene svelato se non nel momento in cui si
compie.
Non sempre questo disegno viene capito, ma ciò non vuol dire che sia assurdo o sbagliato:
significa che attraverso ciò che accade (il disegno che la Vita permette avvenga) noi
dobbiamo riflettere e trarre un insegnamento.
Sarebbe molto semplice se la Vita fosse sempre aderente alle nostre aspettative, ma così 
non è.
Ciò che sta accadendo in questi giorni (terremoti), così disorientante, lo è ancora di più in
quanto avviene nel mondo occidentale, dove il modo di vivere e di ragionare si è staccato
dalla sintonia con la Vita per lasciare posto alla razionalità a tutto campo.
Se riflettete vi renderete conto di essere immersi in elementi che non sapete e non potete
controllare e che tutto quello che vi circonda non è controllabile da voi: la natura non è
controllabile, l’universo tutto non è controllabile, in quanto aderisce a leggi e regole che non
sono state create dalla razza umana, la quale neppure in minima parte le ha capite.
Pretendere di giustificare o dare una valutazione a quello che accade solo con la Mente
razionale crea disorientamento.
Qual è allora l’atteggiamento giusto da tenere?
È quello di chi osserva, di chi cerca di capire ciò che la Vita ha permesso, e
contemporaneamente rafforza dentro di sé la convinzione che la Vita sia l’unica Maestra che
dobbiamo seguire, poiché in essa è possibile trovare un insegnamento e una modalità di
riflessione che ci portano ad un ragionamento più esatto.
La casualità non è un “accidente” che capita: è semplicemente uno svelarsi di eventi che la
Vita ha previsto e noi no.
Non possiamo controllare la Vita perché è la Vita a controllare noi.
Quando vogliamo controllare la Vita cadiamo in depressione e soprattutto nell’insicurezza,
perché volendo controllare ci aspettiamo il risultato che noi avevamo preventivato
esercitando il controllo.
Questo però ripetutamente non si verifica, e alla fine ci deprimiamo o diveniamo insicuri
perché ci sentiamo incapaci di controllare la Vita.
Dobbiamo semplicemente arrivare alla conclusione che è la Vita a controllare noi e non noi
a controllare la Vita.
 
da: stazioneceleste.it - giugno 2012


AL CONFINE DEL TEMPO

di Giordano Genghini
 
 
Il tempo e lo spazio: o, meglio, lo spaziotempo. Una radice della indefinibilità dell'uomo e dell'individuo. Poiché ogni nostro valore e punto apparentemente fermo nella geometria razionale posa su una scommessa inerente lo spaziotempo. Le ipotesi scientifiche ci parlano di età cosmiche di miliardi d'anni che precedono la nostra comparsa (improbabilissima, sia per la specie che per l'individuo umano), e di miliardi d'anni che la seguiranno: e potrebbe trattarsi solamente d'un attimo, di una diastole/sistole, d'un battito di cuore in un corpo vivente di sovracosmo Altro. Poiché nulla ci consente di escludere, riguardo a ciò che consideriamo cosmo, che non si tratti di una singola cellula d'un organismio complesso: e così nella sequenza, aperta in entrambe le direzioni, come i numeri, all'infinito, l'homo sapiens è forse tappa parziale d'un ignoto cammino, che perfino il 'buon senso' suggerisce in corso anche altrove: nello sterminato cosmo, nell'Altro che si nasconde al di là della limitata sfera soggetta ai nostri organi di senso (cinque, non cinquanta, o cinquecento) ed ai loro prolungamenti, l'Altro sciolto (ab-solutus) dal recinto spaziotemporale che è il nostro carcere, ma al tempo stesso la scacchiera dell'esistenza - si può ex/sistere solo nello spaziotempo - l'Altro che dall'homo sapiens può essere, nell'avvicinamento massimo consentito, intuito come il protozoo, dal suo cosmo/pozzanghera, poteva intuire l'uomo e le ragioni dell'operare umano, come il bruco può intuire, nel proprio imbozzolarsi in crisalide, un'altra imminente dimensione della vita.
Ma intorno a ciò è dato fantasticare, immaginare, creare e tornire parole, sperimentando quali mutamenti della id/entità e dell'essere corrispondano al mutamento ed alla creazione del linguaggio e dell'ordito testuale: cosicché non è dato un pianeta ed una sua storia, ma il pianeta e la sua storia scritta dai grandi rettili in estinzione ed un pianeta e la sua storia scritta dai mammiferi incamminati verso il futuro - essi pure soggetti alla spada di Damocle del tempo. Innumerevoli dunque sono le storie e le cosmogonie e mitologie, altrettanti quanti i centri di coscienza separati attraverso i quali il Tutto ri/flette: ogni cosa "esiste molte volte, infinite volte" (Borges, La casa di Asterione).
Credo che il primo campo di battaglia della letteratura sia collegato in questa pianura che si perde in direzione dei confini spaziotemporali, del limite umano. E' il terreno che già fu degli antichi miti e cosmogonie, delle opere sacre, della scrittura visionaria, della parola orfica che si dissolve in musica e colore, dell'oceano che si apre al di là delle colonne d'Ercole della mente. Certo, anche la storia ed il presente chiamano gli scrittori all'opera: ma i ghibellini ed i guelfi d'ogni colore tramontano mentre i segni tracciati da Dante sono in/terminabili. D'altronde, nella civiltà delle comunicazioni audiovisive, dello spettacolo e del giornalismo, la letteratura, in tale ambito, è goccia nel mare: ciò che invece le è proprio ed irripetibile è il rinnovare il tentativo di sottrarre Euridice all'Ade del tempo, il sogno di circumnavigare l'anima, l'inquietudine che sempre sospinge al viaggio. Viaggio che può condurre a perdersi, ad incontrare il proprio sé od il proprio doppio, a naufragare o ad ascendere ad antichi o nuovi dèi, ad antica o nuova fede ('bheid': l'affidarsi ad un Tu benigno). Come uomini, i poeti debbono cercare di ancorarsi allo spaziotempo: come poeti, gli uomini se ne distaccano per esplorare l'ignoto, divengono "cosmonauti della psiche" (Alex Trocchi). Gli esploratori, si sa, non sono molti. Il mestiere, se esercitato al di fuori delle piste già contrassegnate, è pericoloso. Eppure vi è sempre chi viene sospinto, per quanta resistenza faccia, lungo tali percorsi: benché non promettano lucro, né ricompense.
Anche di questo aspetto della condizione umana vi è di che scrivere. Gli antichi costruirono splendidi poemi aventi per protagonisti non gli uomini ma ciò che oggi suona grottesco nominare, per i guasti che l'abuso ed il cattivo uso hanno recato alla parola: il Fato. Oggi, forse al termine di un ciclo millenario delle vicende umane, chi scrive è chiamato a scavare dalla nicchia dello spaziotempo un nuovo protagonista.
 


 
  NEL CARCERE DI SABBIA
  Racconto di Giordano Genghini tratto dal romanzo Adesso forse (visibile sul 
  sito web.ilmiolibro.it)
 
  All’interno della buia dimora che sprofonda nella prigione scavata nella 
  sabbia, di fronte alla lontana distesa di onde grigie che sembrano mare, vivo 
  da solo: da quanto tempo non ricordo, forse da migliaia di anni. Non mi muovo 
  e non ho bisogno né di cibo né di acqua. A volte mi affiorano nella mente 
  frammenti di un lontanissimo passato e immagino - o forse sogno - di avere 
  abitato con altri in una splendida dimora dove regnava la luce. Ma ora il solo 
  pensiero del chiarore mi dà ansia. Se qualcuno, un tempo, era accanto a me, 
  l’ho perduto, forse per un’antica colpa. Quale essa sia non so: l’ho 
  dimenticata. Le mie visioni svaniscono dopo pochi attimi e io rimango, quasi 
  assopito, a guardare la danza nel paesaggio dei granelli di sabbia che 
  turbinano al soffio del vento. Per far trascorrere il tempo cerco di contarli 
  uno dopo l’altro, iniziando da quelli vicini e spingendo lentamente lo sguardo 
  più avanti, ma la mia è un’impresa impossibile: dopo qualche minuto la vista 
  si confonde e perdo il conto. Ricomincio daccapo ma, dopo aver ripetuto il 
  tentativo decine di volte, vengo colto dal sonno. 
  Mi risveglio a notte inoltrata, quando - se non pascolano le nubi o cade la 
  pioggia - nel cielo blu scuro c’è la luna. Di notte mi sento meno solo. Folate 
  di vento spazzano la striscia deserta di sabbia e sopra il paesaggio vedo le 
  stelle, numerose quanto i granelli del deserto: la prigione che mi circonda. 
  Le piccole luci degli astri hanno per me qualcosa di famigliare e mi suscitano 
  nostalgia del cielo nero che sovrasta il luogo in cui vivo. Tento spesso 
  invano di contare le stelle a una a una, come i granelli di sabbia, iniziando 
  da quelle più vicine alle vette degli alti monti disposti a semicerchio 
  intorno al carcere in cui sono rinchiuso. Ogni più tenue luccichio mi provoca 
  un brivido. 
  I riflessi dei gelidi astri mi incantano e resto immobile - nella buca oscura 
  in cui vivo - a spiare i loro piccoli lumi nell’oceano di buio. A volte resto 
  acquattato nella mia tana scavata nella sabbia, ridendo del rumore del vento, 
  come un folle. 
  Penso di essere sia un prigioniero sia un custode, anche se non so di che 
  cosa. Forse mi è stato affidato in custodia questo deserto paesaggio di 
  sabbia, in fondo al quale il sole non si vede mai, nascosto nella infinita 
  distesa di forme grigie che giunge fino all’orizzonte. Quando la noia e la 
  solitudine mi opprimono, mi incanto a guardare i velati raggi che invia, 
  sempre invisibile e nascosto dietro i monti: spero che essi facciano brillare 
  le pietruzze mescolate alla sabbia. Talvolta fingo che qualcuno si stia 
  avvicinando. Lo invito allora a prendere posto nella tana e a guardare con me 
  quelle che credo onde increspate, tremolanti in lontananza.
  Forse la follia sta prendendo possesso della mia mente perché, da qualche 
  tempo, sempre più spesso mi sorprendo a parlare con gli stormi di bianche 
  sagome confuse che intravedo in alto nel cielo, molto più in alto dei gabbiani 
  che talora sorvolano nei neri tramonti il deserto. Mi sembra di averne 
  imparato il linguaggio, di comprenderli e di essere da loro compreso. 
  Nello scorso inverno, quando la neve copriva il mio carcere di sabbia, mi sono 
  scoperto intento a imitarne le grida e a rispondere ai loro richiami, e - nel 
  delirio - ho creduto di sentirli dire che si stava avvicinando il giorno in 
  cui avrà fine la mia solitudine. 
  Il tepore mi annuncia ora il ritorno della primavera. Vedo gli sconosciuti 
  alati bianchi solcare il cielo e mi pare di sentirli gridare fra loro che il 
  momento in cui potrò andarmene è giunto, perché ho scontato la pena per la 
  colpa che ignoro. Sogno che fra breve vedrò qualcuno avvicinarsi: vincerò la 
  mia paura, lascerò per la prima volta la mia buia dimora e gli andrò incontro. 
  Vorrei comprenderne la lingua, come a me pare di capire il linguaggio delle 
  bianche creature che sempre più numerose popolano quel cielo lontano per cui 
  provo nostalgia, come per una casa un tempo mia e ora perduta.
  Poco fa, fra strisce di chiaroscuri, in un tramonto simile a un’alba o in 
  un’alba che ricorda un tramonto e in cui il sole, come sempre, non si 
  scorgeva, ho visto davanti a me qualcosa di insolito: una candida penna, 
  staccatasi da un’ala, posata sulla sabbia e lievemente mossa dal vento. L’ho 
  osservata a lungo: non proviene da un’ala di un gabbiano, né di alcun altro 
  uccello che io conosca, eppure mi sembra di averla già vista. 
  Le mie mani o, forse, zampe, sono scure, pelose e con lunghi artigli, da cui 
  si dipartono appiccicose membrane: ho sempre avuto disgusto di ciò che potevo 
  vedere di me. 
  Per la prima volta dopo millenni, rivolgo ora il mio sguardo al mio corpo, 
  immerso nell’oscurità della buia tana scavata nell’arena. Per la prima volta, 
  uscendo dal mio carcere di sabbia e, volgendo da un lato e dall’altro il mio 
  capo, mi pare di essere cambiato - come un insetto dopo la metamorfosi - e 
  scopro con stupore di possedere un grande paio di ali bianche. Le distendo in 
  tutta la loro ampiezza, scuotendo la sabbia che le ricopre. La penna caduta è 
  identica a quelle delle mie ali che ora vedo sopra di me, disegnare una vasta 
  ombra sulla sabbia grigia. La meraviglia del sapermi diverso da come mi 
  immaginavo diventa però terrore quando, oltre il silenzio delle onde del 
  deserto e le grida delle sagome bianche in volo, sento - ma forse è delirio - 
  un suono mai percepito finora. Un flebile lamento o un pianto, misto a parole 
  sconosciute, proviene dall’altro versante, a me invisibile, dei monti. Mentre 
  sto per ripiegare le ali e rintanarmi tremando nelle profondità oscure del mio 
  carcere, sento nella mente una voce, il cui tono intreccia la decisione del 
  comando a una paterna dolcezza a me ignota. La voce mi invita, in una lingua 
  che non ricordo di avere mai sentito ma che pure comprendo, a alzarmi in volo, 
  a abbandonare la prigione nel paesaggio di sabbia, a raggiungere oltre i monti 
  la casa da cui proviene il lamento che ho udito: il pianto - la voce ora 
  sussurra - di un essere umano appena nato, al quale dovrò stare accanto, anche 
  se forse mai crederà nella mia esistenza. Il mio corpo si libera dalla sabbia 
  e, leggero, si alza in volo, sostenuto dalle grandi ali. La voce risuona 
  ancora nella mia mente, confondendosi con lo scroscio dell’acqua che ora vedo 
  cadere fra le rocce, illuminata dai raggi del sole: “Nel carcere di sabbia hai 
  purificato ogni colpa” dice. 
  Le ali bianche mi innalzano oltre i gabbiani e le cime dei monti, alte sul 
  carcere di sabbia, fra i miei simili che volano con me fra le nubi chiare, 
  candidi nel cielo azzurro. “Vai dagli uomini, Hariel” dicono. “Sarai il 
  custode di uno di loro: sei il suo angelo”.
  
 

 
 VALERIANA MASPERO

Il mondo 
 
Sicuramente il mondo non è come ci appare nelle sue immagini, anzi, come appare nelle nostre immagini. Gli input sensoriali creano nella nostra interiorità un mondo che corrisponde – la scienza non sa in che modo - a quello che ci fanno supporre esista in una esteriorità. Viene suggerito esteriore perché la mente ricostruisce come diverse dalle sue rappresentazioni interne quelle provenienti dagli input sensoriali. Proietta fuori le immagini di ciò che si crea nel suo misterioso interno. E’ questo curioso processo a suggerire all’ingenua coscienza individuale l’illusione - l’immagine - che esistano contemporaneamente due mondi distinti e distanti. Ciò che ci appare come immagine e ciò che esiste come suo substrato oggettivo (supposto come immagine non vista).
Immagina come potrebbe essere il mondo esterno - quello degli input - non visto da occhio umano, ma nemmeno animale e neanche alieno. 
Il nulla.
Questo gioco ti dimostrerebbe già che l’immagine inerisce a noi e non alla realtà, e che quindi il mondo non esiste di per sè come immagine. Ammetti che esso è oggettivamente invisibile.
Ne consegue dunque che proiettiamo un fuori del quale non possediamo prove esterne alla sensorialità umana nonché a quella delle macchine ottiche (queste, costruite per potenziare la vista umana, risultano perfettamente commensurabili al nostro sistema percettivo e darebbero gli stessi risultati). Ammetti dunque che non ha un senso scientificamente valido parlare di un mondo esterno. Il sistema centrale elabora e proietta i colori che costituiscono le immagini, i quali risultano essere percepiti in modi leggermente diversi - per intensità, saturazione e in certi casi presenza effettiva - da ogni occhio e da ogni cervello individuali. 
Il supposto mondo esterno non è assolutamente colorato e, poiché non possiamo negare che i grigi siano dei colori, non è nemmeno in bianco e nero.
La sua tridimensionalità è aleatoria, perché basta chiudere uno dei nostri due occhi per vederla scomparire di colpo. Il mondo non possiede la profondità spaziale che siamo abituati ad attribuirgli come oggettività.
D’altra parte proiettiamo anche la forma e l’estensione degli oggetti: essi le mutano continuamente a seconda del nostro angolo visuale (ingenerando non infrequentemente equivoci e illusioni). 
I suoni si rivelano come le apparenze più inconsistenti di tutte: sono tracce alquanto effimere lasciate da micro-fenomeni prodotti in conduttori elastici e rilevabili solo mediante particolari antenne di cui solo pochi esseri sono dotati. Il mondo è sicuramente muto e silenzioso (una valanga non fa rumore, produce soltanto una vibrazione ondulatoria nell’aria circonvicina).
La simbologia geometricoide della fisica cerca da secoli di visualizzare il mondo esterno, dall’atomo alle stringhe. Oltre le forme macroscopiche delle cose, i colori, i suoni, le luminosità, i profumi e le loro consistenze tattili – cose rivelatesi apparenze già ai filosofi – l’atomismo ha immaginato una nebulosa, un’immensa massa fluttuante, eterogenea e trasparente, ora densa ora più rara, composta da innumeri particelle di vario e poco spessore, massa e dimensione, in preda a movimenti e correnti poco compresi, a comparse e scomparse istantanee e capricciose. Nascono e si annichilano ininterrottamente, trasmutandosi le une nelle altre come nelle fantasie degli antichi alchimisti, e solo le loro tracce persistono qualche microsecondo, pulsando a velocissimi ritmi, attratte o respinte da combinazioni di forze invisibili e incontrollabili, nello scenario del vuoto generatore che le agita, scagliandole a velocità parossistiche nei suoi interni, attorcigliati sentieri obbligati – altre dimensioni spaziali - in cui superata una soglia diventano il proprio opposto, esse stesse generatrici di vuoto, ognuna con una sua probabile esistenza, una velocità e una altrettanto solo probabile posizione, effetti di una causa che forse sta nel passato remoto, o forse nel futuro.
Ipotizzando per assurdo di non possedere il nostro sistema percettivo e proiettivo, il mondo per noi sarebbe un immenso qualcosa di invisibile, impercettibile, muto, silenzioso, buio, insapore, inodore, inconsistente e indeterminato. Quando nessuno lo pensa, c’è da giurarlo, il mondo sparisce. Come immagine, s’intende. O no?
 
[da Facebook (Gruppo Racconti e racconti)]

<<<

Mi alzo con la mente in un punto al di sopra del pianeta e lo guardo dall'alto, come se fosse la prima volta, come quando vedo un film e mi chiedo qual è il suo messaggio. Qual è il messaggio della vita degli uomini sulla terra? Con la mente là in alto, libera dai consueti schemi mentali, nuda di fronte al mistero dell’essere, in questo momento, immagine di ogni altro momento della storia, guardo gli uomini miei simili alle prese con il mistero dell’esistenza.
Vedo esseri umani che nascono ed esseri umani che muoiono, sottoposti come ogni altra forma di vita al ciclo del divenire; vedo due ragazzi che si baciano e si sentono immortali, e un vecchio solo che nessuno più vuole e nessuno più sa; vedo una donna che mi ha scritto dicendomi che soffre da ormai troppi anni per una paralisi sempre più devastante e che ora vuole solo morire al più presto, e vedo altri esseri umani nutriti artificialmente e che respirano artificialmente ma che per questo non hanno perso la voglia di vivere e di continuare a esserci. Vedo uomini che si affrettano come formiche sui marciapiedi delle metropoli, e altri che se ne stanno da soli in luoghi deserti. Vedo commerci sessuali di ogni tipo, per amore, per denaro, per cattiveria, per noia o per il solo naturalissimo desiderio del piacere. Vedo bambini che si ingozzano di cibo artificiale e altri che muoiono di fame. Vedo una tavola apparecchiata con grazia, la tovaglia fresca di bucato, le posate al loro posto, i bicchieri dell’acqua e del vino, i tovaglioli candidi, e una donna che gioisce di poter servire il pranzo ai suoi cari. Vedo una ragazza che suona Bach al violoncello e giovani che si riversano nelle orecchie suoni che non è possibile definire musica, perché non hanno nulla a che fare con le Muse. Vedo lotte per il potere, dittatori assassini, terroristi altrettanto assassini, e vedo chi si batte e muore per la giustizia, martire della libertà. Vedo campi di concentramento e campi di sterminio, lager, gulag, laogai, dove esseri umani sono privati di ogni dignità e sterminati con la stessa meticolosa attenzione e sovrana noncuranza con cui si eliminano i pidocchi dai capelli, e vedo ospedali e case di cura dove esseri umani sono colmati di ogni dignità e lavati, nutriti, accarezzati con la stessa meticolosa attenzione e l’affetto più delicato che si riservano ai figli. Vedo riti millenari e liturgie arcane, accanto a bestemmie rabbiose e ad altre dette così, come si dice «va là». Vedo indegni approfittatori del nome di Dio, altri che ne sono un luminoso riflesso, alcuni che rimangono del tutto indifferenti. Vedo il bene e il male che gli uomini e le donne sono capaci di generare e che spesso è quasi impossibile distinguere; vedo lo scorrere del tempo che corrode ogni cosa, e il prodigio di opere umane capaci persino di vincere il tempo. Vedo una storia senza senso che si nutre del sangue di esseri umani e di animali, e vedo un progresso indubitabile in termini di benessere e di giustizia. Vedo la bellezza e la deformità, vedo una natura che è madre e a volte è matrigna, un cielo stellato che attrae e insieme impaurisce, con il suo freddo infinito.
Vedo tutto questo, e molte altre grazie e molte altre deformità, e mi chiedo se c’è un senso unitario di questo teatro, e qual è. Questa vita, dentro cui siamo capitati nascendo senza sapere perché, ha mille ragioni per essere una grazia, e mille altre per essere una disgrazia: ma cosa è vero? Che è una grazia, o una disgrazia?
E poi vedo i miei morti. Ognuno ha i suoi morti. Nonni, genitori, amici, fratelli. Vi sono esseri umani a cui è dato di vivere la morte di un figlio, e non esiste dolore più grande. E al cospetto dei morti, di fronte ai quali non si può mentire, pongo la questione della verità: è un bene o un male che essi ci siano stati, che siano vissuti, che siano apparsi in questo mondo? Se alla fine comunque si deve morire, è meglio nascere o non nascere, essere stati o non essere mai stati, essere o non essere? E poi mi chiedo che fine hanno fatto, loro, proprio loro, ognuno diverso dall’altro, irripetibile, con la sua voce, il suo sorriso, la luce singolare degli occhi. Li potrei descrivere tutti, uno a uno, i miei morti, come ognuno potrebbe descrivere i suoi, perché sono dentro di noi e niente mai ci separerà da loro. Ma che cos’è vero, alla fine, per me e per loro, di questa vita che se ne va, nessuno sa dove?
Rispondere a questa domanda significa parlare di Dio.
 
Vito Mancuso
Da Io e Dio. Una guida dei perplessi 


 
Carla Parola

La Vita
 
Chiariamo meglio il concetto di Vita. Quando si parla di Vita si parla di una vibrazione onnipermanente, onnicomprensiva e “invasiva”, in quanto “invade” tutto l’universo. Voi non avete ancora una definizione esatta di Vita, anche se la volete riprodurre e volete capire come la si può creare in laboratorio. Bisogna distinguere fra la Vita biologica, che realmente si può ricreare in laboratorio e che si riproduce in natura, e la Vita come Essenza (tale da potervi far riportare in vita un morto), che non avete ancora capito. Perché? Perché non è alla portata della razza umana. Non potete manipolarla in quanto è una vibrazione cosmica. La Vita è un “qualcosa” che attiene alla parte più alta del Tutto, la vibrazione più alta del Tutto. Può essere definita Vita o Intelligenza superiore, ed è la depositaria dei “segreti” dell’universo. Se gli astri non vi cadono in testa, se tutto funziona in modo armonico è perché la Vita o Intelligenza superiore controlla, dirige, fa sì che tutto abbia un ordine. L’essere umano è molto lontano da questo concetto perché, essendo dotato di libero arbitrio, ha delle “scappatoie”: crede di essere assolutamente autonomo nelle sue scelte, pensa che a guidarlo debba essere solo la razionalità e pensa di essere arbitro assoluto del proprio destino. Non è proprio così. Anche il libero arbitrio, che nessuno può togliervi, è comunque limitato a quella che è la vostra funzione sulla Terra. Siete liberi di fare ciò che la Vita permette a voi di fare. Ma quando la Vita vi lascia liberi e quando vi imbriglia? Siete liberi quando dovete fare delle esperienze che servono alla vostra Evoluzione: quelle che dovete comunque fare, anche nel caso in cui si tratta di esperienze di distruzione. Quando vi imbriglia? Quando andate contro l’ordinamento perfetto e preciso della Vita. Questa è la Vita in quanto Forza cosmica, una vibrazione che non potrà MAI essere ricreata in laboratorio.
 
---
 
 
Amarsi
 
Per amare se stessi bisogna innanzitutto conoscersi: non si può amare ciò che non si conosce. Quando cominciamo a volerci conoscere dobbiamo iniziare ad accettarci, quindi prima conoscerci e poi accettarci, partendo da un presupposto semplicissimo: non ci siamo fatti da soli.
Fisicamente ci siamo trovati così: ci hanno fatto; energeticamente e caratterialmente siamo il prodotto di un insieme di fattori: dalla genetica ai condizionamenti della società, all’energia che ci permea. Quindi tutto sommato il nostro compito cosciente inizia dal momento in cui vogliamo conoscerci.
Dobbiamo conoscerci e dobbiamo amarci proprio perché non ci siamo fatti da soli ma ci siamo trovati così, e il nostro compito è di iniziare la conoscenza di noi stessi con Amore.
Se iniziamo ad avere astio nei nostri confronti, se non ci amiamo troveremo tutti i difetti possibili, faremo di tutto per assomigliare a quello che gli altri vogliono che siamo, vorremo in tutti i modi essere quello che la società ci impone di essere, vorremo ricoprire dei ruoli per far colpo sugli altri, per ritagliarci degli spazi, ma non saremo mai noi stessi.
Se non siamo noi stessi non ci possiamo amare, perché saremmo delle caricature.
Quando diciamo “ama il prossimo tuo come te stesso”, il comandamento più forte (l’unico valido perché nel momento in cui amo me stesso come amo gli altri non faccio agli altri ciò che non voglio sia fatto a me), tutto il resto non serve più: non serve la legge o la regola perché io amo me e amo l’altro, rispetto me e rispetto l’altro, ed in questo c’è già tutto.
Non farò la guerra, non compirò soprusi, non litigherò perché avrò rispetto di me stesso e dell’altro.
Amare se stessi diventa difficile quando si abbina l’amare se stessi all’egoismo, quando viene detto “ama te stesso” e la risposta è “non sono mica egoista: devo amare gli altri!”
Certamente devi amare gli altri, ma come li ami? Con il tipo di amore che sai emettere, esercitare, ovvero lo stesso tipo di amore che emetti verso te stesso.
Tu vai amando gli altri perché gli altri ti confortino, ti accettino, per sentirti importante, perché nell’amare l’altro tu provi soddisfazione.
È però un amore malato, distorto, parziale, perché se non hai amato prima te stesso, se non hai fatto prima il lavoro per conoscerti, accettarti, amarti non potrai amare veramente l’altro: lo giudicherai, l’altro dovrà corrispondere a ciò che tu vuoi, andrai verso l’altro senza pietà, senza comprensione, perché non hai capito te stesso.
La cosa più bella che l’essere umano possa fare è quella di accettare se stesso con Amore.
Allora inizia una conoscenza di sé che è gratificante, perché ognuno ha dei tesori dentro, ognuno è portatore di una parte meravigliosa del divino, ma molto spesso questa parte viene soffocata, non viene conosciuta. Perché?
Perché in quel momento non è di moda, non è produttiva, gli altri non la accettano, e quindi mistifichiamo noi stessi per favorire gli altri, favorire la società.
Quando la persona è avviata nel processo di conoscenza di sé attraverso l’accettazione e usa l’amore per sé come strumento, entra in una scia di comprensione talmente positiva che capisce anche gli altri, i loro difetti e le difficoltà che l’altro può avere nel gestire se stesso e nel cercare di conoscersi, per cui ama veramente l’altro.
Ne ama le carenze, le difficoltà perché sa quanto sia difficile capire e amare se stessi, perché ha fatto questo lavoro su di sé.
L’amore per se stessi non si potrà mai ottenere se non si parte da questo: se non si parte dall’accettazione e dalla conoscenza di sé e dal principio-base che siamo una parte del divino e che dentro di noi c’è una parte meravigliosa che dobbiamo semplicemente ricercare.
La personalità va messa in secondo piano: ci serve, è giusto che ci sia, ma non ci deve dominare.
La parte che deve emergere sempre è la parte migliore di noi: la parte divina che è in noi.
 
 
fonte: stazioneceleste.it
luglio 2012


 
DAI “DIARI” DI ANTONIA POZZI

E come sei rinata? Non sono ancora rinata.
Sola. In questa mia bella casa, coi mobili ricchi, e dalla radio la voce del paese che amo (forse ancora attraverso il tuo sangue, amore indimenticabile) e ho davanti la piccola lampada della fedeltà che non basta a calmare l’irrequietudine, a riempire la vita. E in questo terrore: mi perdo, non mi ritroverò, non mi riguadagnerò più. Piccole cose mi scalpellano, miserie mi corrodono. Quanto bene vorrei volere e non c’è nessuno e se qualcuno venisse, ormai è forse troppo tardi e il sangue è ancora malato di te, di voi.
Sorsi di vino giallo, acre, e tutti sono ancora lontani, perduti in questa notte piena di echi come una caverna. Domani, via, per l’ennesima volta partire - nach Berlin, zu fahren - e laggiù, forse per capriccio, lavorare.
Geld verdienen - ma poi?... [...]

(S. Silvestro 1936 - 1 gennaio 1937)


* * *

[...] Ieri sera un angelo mi ha preso per mano. Non era ancora buio. Di là dai veli della pioggia e della sera gli alberi e le montagne erano ugualmente oscuri. L’angelo mi ha messo una mano sulle spalle, mi ha fatto salire di corsa le scale nere, fin qui nella mia stanza. Non avevo più fiato. Allora l’angelo mi ha messo una mano sul collo, sono caduta in ginocchio davanti alla finestra aperta, senza respirare ho guardato il profilo immobile della montagna. Poi giù: tre volte ho baciato la terra (il pavimento di mattonelle rosse) premendo bene le labbra - e i pugni li avevo così stretti al petto che mi dolevano le ossa. Dopo -mi sono alzata come da un sonno di anni, leggera come una donna che ha partorito. Ho aperto gli occhi. L’angelo non c’era più. [...]
Forse tutti quelli che hanno molto sofferto e sono un po’ deboli e malati, a un certo punto cominciano a sentire gli angeli. Se no, perché avrei baciato la terra l’altra sera? [...]
Non so: non ho mai provato forte come in questi giorni il senso di essere trasportata da una corrente violenta, ad una tensione altissima. E, nello stesso tempo, mai avuto così solido il senso della personalità e della responsabilità. Mi sento in un destino. È difficile che queste intuizioni siano sbagliate. [...]

(9 - 10 settembre 1937)



Carla Parola

Essere semplici

Trattiamo un argomento che deve essere considerato alla base della Vita: l’unità dell’essere umano.
Questo è molto importante perché, se vogliamo percepirci parcellizzati, ossia con tante componenti slegate una dall’altra, ci arrechiamo un torto, non facciamo altro che alimentare la nostra parte mentale che MAI sarà saziata se non dopo un bagno di Umiltà.
Ogni volta che noi vogliamo sapere di più, questo ci stimola a voler sapere sempre di più, e in questo nostro voler sapere ci dimentichiamo che dobbiamo invece “sentire” più che capire.
Più alimentiamo la nostra Mente, meno alimentiamo il nostro sentire, e meno riusciamo ad ascoltare il nostro Istinto.
Questo accade quando vogliamo analizzarci in modo parcellizzato.
Siamo UNO, e come tali cambiando un singolo aspetto noi innestiamo un cambiamento che poi investe tutta la nostra sfera emotiva, la parte più sensibile di noi. Questo pensiero ci deve portare a ragionare in modo semplicissimo: se noi siamo UNO, perché dobbiamo dare importanza a molte cose e perdere così la semplicità del nostro vivere?
Se continuiamo a pensare in modo complicato diventiamo complicati e la nostra Mente si sviluppa a dismisura, non nel senso di acquisire maggiore capacità di capire, ma solo maggiore capacità di accedere a più informazioni che poi, mischiandosi fra loro, creano una grandissima confusione.
Il consiglio che viene dopo questo ragionamento è soltanto uno: per vivere bene è necessaria un’estrema semplicità. L’essere umano non può essere contorto, complesso e soprattutto non può essere così sconosciuto come certe teorie vogliono farci credere.
L’essere umano è elementare quando riesce a vivere come unità, nella semplicità.
È la Vita che si incarica in ogni momento di fornire lo spirito giusto affinché l’Armonia sia nostro patrimonio.
La mente non accetta tutto ciò perché vuole sapere, capire, sviscerare, confrontare, ma questo non è sempre bene, soprattutto quando va a scapito della semplicità di pensiero e non apporta un arricchimento energetico, ma soltanto un dispendio di energia e una grande confusione.
Siate semplici, estremamente semplici.
Dovete vedervi come una scintilla del divino che ha in sé tutta la capacità per progredire, per esaltare il divino e soprattutto per vivere in Armonia.
Armonia = semplicità. I contorcimenti mentali possono anche alimentare la nostra gioia di sapere, di capire, ma moltissime volte non ci portano alla serenità.
Ad un certo punto ci vuole il coraggio di fermarsi e di decidere che quello che sappiamo è già troppo, e quindi ridurci a cellula e vivere nella massima semplicità.

 

Essere se stessi

Riuscire ad essere sempre se stessi può sembrare difficile fino a quando non abbiamo capito chi siamo e che cosa facciamo su questa Terra.
Nel momento in cui la nostra Consapevolezza, tesa a far emergere il meglio di noi, ci ha portato a capire che siamo qui come parte di un disegno divino, come parte di un Tutto, allora abbiamo l’obbligo, il dovere di esprimerci al meglio.
Che cosa vuol dire esprimersi al meglio?
Non certo aderire a  ciò che vogliono gli altri o la società, ma semplicemente aderire a noi stessi, fino a che l’essere se stessi diventa l’unico modo naturale di vivere, l’unica priorità che la Vita ci pone.
Perché la Vita vuole che siamo noi stessi?
Perché in noi, nel nostro essere è inserito il programma, lo scopo della nostra Vita, ciò per cui noi abbiamo deciso di compiere il percorso terreno.
La Vita non ci può usare per l’Evoluzione se noi non decidiamo di essere noi stessi, e con ciò di aderire questo programma che a volte è sconosciuto, ma che si manifesta quando noi, aderendo a noi stessi, ci mettiamo al servizio della Vita e dell’Evoluzione.
Questo è un argomento su cui è necessario insistere, perché molte volte l’essere se stesso suscita paura nell’individuo, il quale teme che l’essere se stesso lo porti allo scontro con altri, ad andare contro le convenzioni sociali e persino contro se stesso, nel senso di andare contro i propri interessi.
Quando però parlo di essere se stesso intendo l’aderenza a se stessi rispetto alla parte più alta di noi, non a quella delle convenienze e dei tornaconti.
L’aderire a noi stessi non può mai portarci danno: se è la Vita a porgerci quella situazione, allora vuol dire che dovevamo passare da lì, che quella situazione era ed è giusta per noi, che l’Evoluzione ci aiuterà a svilupparla, e che attraverso la gestione di quell’evento, di quell’incontro - se lo gestiamo aderendo a noi stessi - abbiamo la possibilità di emettere quanto di meglio è in nostro potere emettere.
È importante emettere sempre il meglio, e questo deve essere fatto in modo naturale, in modo non preordinato: non bisogna soffermarsi a pensare se ci conviene agire così, se è più conveniente agire in altro modo, oppure pensare a quale impressione diamo agli altri agendo in quel modo e a come potremmo fare per essere giudicati in modo migliore.
Sono pensieri che non devono esistere.
L’unico pensiero sano, costruttivo, evolutivo che dobbiamo sempre avere è:
IO AGISCO COSÌ PERCHÉ  COSÌ SONO, COSÌ SENTO, COSÌ NON FACCIO TORTO A ME STESSO PUR RISPETTANDO L’ALTRO.

 

Esseri perfetti

Oggi facciamo un viaggio affascinante.
Ci siamo già immersi dentro di noi, abbiamo cercato gli angoli bui, la forza per riuscire a superare situazioni faticose, abbiamo sperimentato la voglia di esplorarci.
ORA entriamo in noi vedendoci perfetti.
Questa è una cosa che non abbiamo ancora provato.
In questo momento siamo una cellula del divino, una cellula primordiale, una cellula che non è ancora invasa, abitata, gestita dalla personalità, ma solo e semplicemente dalla vibrazione del divino.
Questa cellula è perfetta, noi siamo perfetti.
In questo momento c’è una pace, una tranquillità, una serenità, un’acquiescenza totale a noi stessi.
Non ci domandiamo nulla: siamo in pace e soprattutto siamo senza Io, senza personalità.
Come cellula del divino occupiamo il posto che il divino ci ha assegnato, come cellula del divino abbiamo il compito dell’Armonia, dobbiamo essere armoniosi.
Questa Pace ci avvolge, ci culla, ci tranquillizza: non dobbiamo fare nulla.
È tutto a posto, regolare, tutto divino.
Nel nostro fluttuare incontriamo altre cellule, come noi divine, come noi senza personalità; le accogliamo come loro accolgono noi: è tutto a posto.
La Pace si consolida, l’assenza di pensiero è una realtà; continuiamo a fluttuare.
Pian piano, con lentezza ma con determinazione, veniamo assorbiti da un vortice, un vortice di energia benefico, un vortice che ci ingloba.
In questo globo non siamo soli: ci sono altre cellule come noi, senza personalità; seguiamo la spirale di questo vortice: è sempre più tumultuosa, più rapida, finché ci deposita sulla Terra.
Noi, cellule perfette, divine abbiamo preso possesso di un corpo.
Un corpo che ha un luogo, un tempo, ha dei vicini, si deve rapportare con altre cellule perfette che hanno anch’esse un corpo.
Non dimentichiamoci mai che siamo perfetti.
Il corpo ha delle esigenze, vive nella materia; c’è una società, delle regole, bisogna confrontarsi con altri esseri che hanno un corpo abitato da cellule perfette.
La riflessione che viene in conseguenza di ciò è solo una: se io mi raffronto con esseri perfetti, io che sono perfetto non posso arrivare allo scontro.
Devo capire che nel mio rivestire la materia, nel mio farmi gestire dalla personalità ho dimenticato parte della perfezione che è dentro di me.
Chi mi è accanto, l’altro essere, la persona con cui mi confronto è il mezzo che la Vita usa per ricordarmi la mia perfezione, per ricordarmi che dentro di me c’è un’Armonia, i codici divini, c’è la guida della Vita e io non posso decidere con la personalità, ma devo lasciare alla Vita la guida di me.
Come faccio a vedere l’altro perfetto quando la mia personalità attribuisce all’altro ogni genere di difetti? Come posso pensare che il suo comportamento sia giusto quando è così in contrasto con quello che mi aspetto o con quello che io ritengo sia il giusto comportamento?
Devo ricordarmi che abbiamo la stessa matrice, io e l’altro, che siamo due cellule perfette, due cellule del divino che devono solo ritornare ad attuare, a vivere, a mettere in pratica costantemente questa perfezione.
Come possiamo dare una definizione di questa perfezione?

Come possiamo pensare che la perfezione sia qualcosa che possiamo codificare, capire, qualcosa a cui possiamo dare delle regole?
La perfezione divina non ha regole, leggi, non ha condizionamenti, non uniforma gli esseri umani, la società. La perfezione divina è rispettosa di ogni essere, lo vuole portare nuovamente in Armonia attraverso l’ascolto dell’Istinto.
Ascoltare se stessi e non colpevolizzarsi.
Un essere divino perfetto non può avere colpa: può soltanto fare un’esperienza che gli ricorda quanto si sia staccato da questa perfezione.
L’esperienza deve ricordarci che dobbiamo nuovamente tendere alla perfezione, e quindi modificare e migliorare il nostro modo di essere.
Non è superbia sentirsi perfetti, non è orgoglio: è solo una realtà che ci siamo dimenticati.
Venendo dal divino veniamo dalla perfezione.
Ogni nostro travaglio, ogni discesa nella terrenità non ha altro scopo che quello di farci ritornare a questa divinità, a questa perfezione.
Sentirsi divini è un atto di grande saggezza, e quindi in esso non c’è superbia, non c’è orgoglio ma semplicemente Consapevolezza.
Negare questa matrice divina dentro di noi vuol dire negare l’essenza stessa della nostra Vita.

***


Danno energetico

Ogni cosa che viene eseguita con Amore lascia traccia positiva nell’Energia e dà un incremento positivo all’Evoluzione.
Ogni cosa eseguita negativamente porta il risultato contrario e arreca danno all’Energia.
Che cosa si intende per danno energetico?
Si intende la “discesa” vibrazionale che avviene a seguito dell’”insulto” subito a causa della negatività prodotta.
Limitare il danno è possibile e semplice: è sufficiente capire il processo energetico e adeguarsi.
Quando si emette negatività l’Energia che ci permea è investita da una “scarica” contraria a quella che è stata la richiesta energetica.
L’Energia non può richiedere negatività attiva.
Non può indurci a gestire le situazioni in modo negativo.
Una volta emessa, questa negatività destabilizza l’Energia e l’individuo avverte un marcato disagio che “corrompe” l’Armonia.
Il metodo più semplice e facile per tornare alla positività, in modo veloce e risolutivo, è quello di mettersi all’ascolto di sé con Verità, senza mistificare ciò che si sente.
Capire che il nostro comportamento ha prodotto negatività equivale ad annullarla.
Questo avviene perché la Consapevolezza del proprio agire è una Forza potente ed equilibrante.
Riconoscere l’errore equivale ad annullarlo.
Siate sempre veri con voi stessi, non mistificate il vostro sentire.
E’ questo l’unico modo di non arrecare danno all’Energia.

[fonte: da stazioneceleste.it - settembre 2012]

0 voci totali

<< Tutte le categorie



Home|Su di me|Libro degli ospiti|Poesie|Foto|Articoli|Amici Poeti|Recensioni|Fotopoesie|Blog-La voce della poesia|Autori vari