HomeSu di meLibro degli ospitiPoesieFotoArticoliAmici PoetiRecensioniFotopoesieBlog-La voce della poesiaAutori vari
DELL'INDICIBILE E ALTRO
EMOZIONI DELLA SCRITTURA
In Prospettiva
Itinerari di-versi
Itinerari di-versi 2
Perle di saggezza
In limine
In limine 2
Inserimenti su suonamiunapoesia
Video preferiti
Scheda personale
e-book
Ottobre, 2010
Novembre, 2010
Dicembre, 2010
Gennaio, 2011
Febbraio, 2011
Marzo, 2011
Aprile, 2011
Maggio, 2011
Giugno, 2011
Luglio, 2011
Settembre, 2011
Ottobre, 2011
Novembre, 2011
Gennaio, 2012
Febbraio, 2012
Marzo, 2012
Aprile, 2012
Maggio, 2012
Giugno, 2012
Luglio, 2012
Agosto, 2012
Settembre, 2012
Ottobre, 2012
Novembre, 2012
Dicembre, 2012
Gennaio, 2013
Febbraio, 2013
Aprile, 2013
Maggio, 2013
Giugno, 2013
Luglio, 2013
Agosto, 2013
Settembre, 2013
Ottobre, 2013
Novembre, 2013
Dicembre, 2013
Gennaio, 2014
Febbraio, 2014
Marzo, 2014
Aprile, 2014
Maggio, 2014
Giugno, 2014
Luglio, 2014
Agosto, 2014
Settembre, 2014
Ottobre, 2014
Novembre, 2014
Dicembre, 2014
Gennaio, 2015
Febbraio, 2015
Marzo, 2015
Aprile, 2015
Maggio, 2015
Giugno, 2015
Luglio, 2015
Agosto, 2015
Settembre, 2015
Ottobre, 2015
Blog-La voce della poesia
RSS
da: www.marchecultura.com

Giarmando Dimarti

NOVEDICEMBRE

Fu come un’intesa dell’aria all’aria
dal mare alle colline
segreta e turbolenta,una scintilla
di tramonto appena liquefatto
nel calore decembrino. Qualcuno
- deciso nel suo passo -
raccolse scaglie di sole ancor freddo
ancor debole
per le tempeste passate dalla terra sul cielo,
e le gettò agli anni
alla rovescia
senza crescita o agonia o lacrime compromesse
dalla razza adulta: un fanciullo
senza riposo
con gli stami degli occhi tremolati nel vento
cantò dentro
la vita.

Incenerì le colline un fiato denso
lamentoso, alzò il mare le molecole
fino alla sparsa notte dei suoi spazi e rapì
gli occhi
un frammento taciuto nella profondità del sangue:
colmo grano inesploso in un solo abisso
maturo, memoria interstiziale
giunta da fresche battaglie senza sterminio.
Qui raccolsi gli atomi
del mio doppio rinascere, perchè tutto cadde
dalla terra in poi
con vertigine oscura di metallo a spirale.

Non uomo ancora
ma metà sangue e metà umore
uscivo dal plenilunio squamoso, alla terribile forza
che in alto mi spingeva da persistenze
radicali
come rubato eucalipto, improvvisa crescita
irresistibile. Spalancato
mi sorprendevo alla misura della mia essenza
nello spazio che incominciò a negarmi
perché toccassi, dopo la mia vanità,
un deserto di poca pena.

Oh geometria dei giorni,
oh fiato dell’anima ancora solitaria
nel mondo distante, nel cielo sostituito
dalla forma ordinata del nulla !

È possibile toccare le ragioni che asciugarono
il mio essere
in molti silenzi, e le canfore che rampicarono
con aeree mani
ad una febbre senza tregua,
forse d’improvviso. Vado in un segno
come carcere
confuso a chi vorrebbe sconvolgere una vendetta
che conosco sicura. E pesa
la mia preghiera senza verità.

L’incendio
ritessé l’aria da chiuso letargo
ed il vento apri con sudore
le case discinte nell’umida energia
della sera. Fu felicità
nuova: i volti
sventolarono avidi le cicatrici del silenzio
dove sonora
in fremiti ineguali solleciti
s’aprì una sferza di stridori
perdutamente gettati. Un giorno profugo
raccolse
la mia fuga divisa.

Di ognuno, forse senza commozione,
resiste un odore, un fervore
accumulato, una quantità protetta
che si moltiplica interminabile
nella consumazione. Accade di crescere
una materia vorticosa
in cui gli anni entrano con atroce infinito,
un guscio
come una sorda campana, un agguato
per uscire nuovo
dal desiderio dimenticato
senza vestire
l’acqua dolce e spezzata del tempo.

Attraverso la notte
mi ferì
la luna
con tutto il suo amaro,
e
sino al sonoro del cuore
moltiplicò improvvise
le ore,
tra gli alberi che fumano l’incendio
covato nelle loro ossa.

***


scritto da Giarmando Dimarti
 

Il poeta Giarmando Dimarti dedica un omaggio in versi all’artista e poeta Andrea Crostelli, riguardante la passione di quest’ultimo per i mari di Melville.

per Andrea Crostelli
(quasi una sarabanda)

il Melville dei marioceani
ho incrociato
se mai sogno è agguato
in rotte nascoste a sestanti e carte nautiche
nelle latitudini ondivaghe delle notti marine
tra radici di stelle e la febbre profetica
della lontananza
e incredulo
con voglie estenuanti di rive
ho seguito con la vela cieca del cuore
i suoi prodigi di alchimie longitudinali

il Melville dei marioceani
sgrana acque lucide di stelle
con una polena tutelare crocefissa di silenzi
il suo solco veloce non ha prode
scorre come un cilicio sanguigno e il dolore sparso
della ragione

ogni abisso con abilità natatoria segue
le sue traverse spartizioni agguerrite
al pennone i venti riconducono le rive imbizzarrite
quando con un suono bucato
la linea del bompresso semina esistenze
numerose di stagioni e casacche alamarate

il Melville dei marioceani
ha una sete d’ombre da corrompere il grano
nel cavo oscuro della terra
ed un cuore sbrigliato come un arcolaio silenzioso
che muove giorni e piogge
ed una conchiglia dentro calendari naufraghi

quando le onde suonano brillii di campane
e il sole spoglia il cielo dei suoi innumeri astri
i fiori delle acque scapigliati hanno palpiti nuovi
alle punte della sua feluca dorata
con gli spruzzi incensi delle nuvole a picco
su i suoi occhi freschi e bonari di moby dick

il suo respiro è quello grande del mare
il suo pensiero ha le ali tempestose dell’albatros
la sua fronte maschera dune inondate e nidi sboccati
di pulcinelle con un frastuono di bonacce
la sua bocca cuce parole fluttuanti su sentieri stracciati
il suo cuore, oh il suo cuore sonoro, ha il richiamo dell’anima
prima di ogni nascita

sei tu il tempo affondato che sillaba
giorni in scomposizioni segrete? sei tu
la luce fermenta che incendia il formicaio delle stelle?
sei tu il guardiano segreto dei jiburilli
angeli nuovi di zecca delle acque tumefatte? sei tu
l’atroce che scandaglia lo sprofondo per ricondurlo al sonoro della luce?
sei tu il segno aurorale degli abissi appena socchiusi?
sei tu la misura del passaggio illimite?

mi hai colato dentro le tue cere inquiete trasparenti
il codice che accende ogni luce anche quella del dolore
le scotte tessute di canape imberbi
tese a bordare vele travagliate sulle fuggite
linee di sospesi galleggiamenti
i fervori sgroppati di uccelli marinari e pesci celieri

dammi i tuoi lampi di colore le tue tracce
minerali il vischio malefico dei tuoi occhi
spalancati al grecale che arrampica la fredda bora
le mille bocche ingoiate dal turbinio visionario
il tuo illusionismo pescecane i tuoi tentacoli di faro
razziatori di notti dopo la luna

Melville dei marioceani
esondami dentro
con la superba onda sgranata dei reef oceanici
la tua inesausta magia affondata
il tuo equoreo eden frammentato tra misura e caos
perché io viva irrisolto come un condannato

Giarmando Dimarti

  • 1

     

    Ciò che distingue il verìdico cantore di carme sacrale
    mecenate di coscienze,
    dal verboso armigero dei righi illusionista delle viscere
    è l’arte raffinata di racchiudere
    la poesia in un numero esiguo di versi
    conciliando rafforzata
    la capacità di spillare
    potenti getti emozionali.
    Chi conosce il Crostelli poeta e pittore
    sa bene ch’esso
    non necessita nemmeno di questo “defìcere”..
    è la sua stessa percettibile aura
    ad emanare l’arte sacra ed appagante
    delle anime “notabili” (e che va aldilà di ogni magniloquente opera).

     

    Ostrogoto del 19 dicembre 2009

     
  • 2

     

    versi di grande freschezza e ricchezza, questi dedicati al mio caro amico pittore-poeta Andrea – dove pare di vivere immersi nel sommesso mormorìo del mare.
    Un plauso e un saluto, Felice

     

    Felice del 19 dicembre 2009


    ***

    NON E' VERO CHE LA TERRA STA MORENDO

     
    Commentando con una mia amica, laureata in Scienze della Terra e giornalista nel campo scientifico, il gravissimo disastro ecologico dovuto all’esplosione del pozzo di petrolio sottomarino che interesserà per prime le aree costiere della Louisiana, del Texas, dell'Alabama, del Mississippi e della Florida, il discorso non poteva non includere il titolo del mio blog: “Bip… La Terra sta morendo”. La conversazione si è poi spostata sul confronto fra la nostra esistenza e quella del nostro Pianeta, cogliendone l’evidente disparità. L’uomo si è appena affacciato sullo scenario dell’Universo, mentre la Terra gira attorno al Sole da oltre quattro miliardi di anni. In questo enorme lasso di tempo, immani catastrofi di ogni genere hanno dato il via a situazioni ambientali fra le più disparate, molte delle quali pur ospitando la vita, sarebbero state impossibili per la nostra e per quella di quasi tutte le specie oggi viventi. Ciò significa che le variazioni ambientali, per quanto estreme, non rappresentano una qualche minaccia per la Terra, bensì per i suoi abitanti. Possiamo ben constatare, infatti, che il nostro Pianeta è al meglio del suo stato di salute. I continui sfoghi dei suoi vulcani sanno di foruncolosi adolescenziale. I terremoti, la deriva dei continenti e i moti convettivi del suo magma provano che i suoi sistemi, cutaneo e circolatorio, sono tuttora decisamente giovanili. Inoltre, ha già dimostrato di avere una costituzione robustissima: l’ultimo incidente capitatole solo 65 milioni di anni fa (cosa vuoi che siano per lei alcune decine di milioni di anni!) per l’impatto con un asteroide o una cometa, non le ha prodotto che una piccola escoriazione rimarginatasi magnificamente. Anche se buona parte delle specie allora viventi (compresi i dinosauri) scomparve, per quelle riuscite a sopravvivere essa offrì subito nuove possibilità evolutive. Purtroppo, ne approfittò anche un nuovo essere autodefinitosi “intelligente” perché capace di inventare, di astrarre e di interrogarsi su se stesso e su ciò che lo circonda. Ma si sa, nessuno è perfetto e il nuovo arrivato dimostrò subito la sua vera indole cominciando a togliere di mezzo persino i suoi simili, anche se per il semplice fine di appropriarsi delle loro ricchezze. Una volta sperimentato che la legge del più forte dava ottimi risultati, ne fece la sua regola maestra. Tant’è che la sua storia è costellata di guerre e genocidi. Sempre più ingordo e ringalluzzito dai successi raggiunti, ha cominciato a violentare persino la Natura, convinto di avere le capacità per sottometterla. Si arroga il potere e il diritto di inquinare, deforestare e saccheggiare, depauperando ogni risorsa, nella presunzione che saprà trovare le soluzioni agli eventuali problemi che man mano dovessero presentarsi. Non ha mai capito, invece, di comportarsi come un virus che, nell’uccidere chi lo ospita, finisce per eliminare anche se stesso.
    A nulla sono valsi i continui appelli degli scienziati; gli evidenti mutamenti climatici; il susseguirsi di disastri; il rischio di estinzione e/o la scomparsa definitiva di intere specie di animali e di piante. La legge del profitto prevale su ogni cosa. Una legge miope perché non riesce a vedere oltre l’oggi, perché non gliene frega di come lasciamo la Terra ai nostri figli. Sono sicuro che se per caso si scoprisse qualcosa di non inquinante e di alternativa al petrolio, i sacerdoti della legge del profitto ce la terrebbero ben nascosta. Gli imperi economici derivanti dall’oro nero sono inimmaginabili e altrettanto inimmaginabili sarebbero le conseguenze di una loro caduta. La legge del profitto impone di raggiungere i massimi benefici economici col minimo dei costi. E fra i costi, i più onerosi, ci sono quelli che riguardano la prevenzione e la sicurezza… Se al minimizzare tali spese (se non addirittura alla loro cancellazione) aggiungiamo l’imprevedibile, l’errore umano e l’ignoranza, ecco che il disastro esplode con tutta la sua cieca veemenza.
    I nostri governanti conoscono bene questo stato di cose, ma si voltano da un’altra parte. E’ il potere economico che li manovra e li sostiene, e spesso ne fanno parte direttamente.
    Nel frattempo l’energia del Sole lentamente immagazzinata nel sottosuolo durante milioni di anni, sotto forma di idrocarburi, continua a essere liberata (assieme all’anidride carbonica sviluppata dalla loro combustione) nel volgere di tempi proporzionalmente irrisori. Basta qualche rudimento di termodinamica e di fisica atmosferica per rendersi conto di cosa ciò comporti. Ma si sa, la Fisica non è mai stata una materia molto amata dagli studenti, tanto meno dai nostri politici i quali fanno già grande fatica a districarsi fra le materie di loro pertinenza.
    Cina, India e prossimi altri paesi emergenti (tra l’altro con popolazioni numerosissime) affacciandosi, com’è giusto e prevedibile, sul mondo economico e produttivo, correranno anch’essi verso il consumismo sfrenato e quindi abbisogneranno di ulteriori immense risorse energetiche, quali che esse siano, e si uniranno al banchetto mondiale. I risultati ve li lascio immaginare.
    Come fermare tutto ciò? La risposta a questa domanda contiene la soluzione al più grande problema della storia dell’umanità e non sembra che esistano alternative facilmente praticabili. Nel frattempo potremmo raggiungere, se già non l’abbiamo fatto, il punto di non ritorno (che nessuno sa dove collocare) e ogni sforzo per rimediare potrebbe risultare inutile o inattuabile.
    Quindi mi debbo contraddire: la Terra non sta morendo. Ancora ne ha per almeno 5 miliardi di anni, prima di ritornare nel grembo della stella che l‘ha partorita. E’ la NOSTRA Terra che sta morendo, quella che appena l’altro ieri aveva ancora cieli trasparenti e mari puliti, acque cristalline sgorganti da sorgenti immacolate, immense e smaglianti foreste, ricche di tante varietà di animali e di vegetazione. Quella che aveva le quattro stagioni. Per lei è indifferente se gli oceani diverranno color cacca e se i cieli conterranno fetide atmosfere. Né tantomeno le importa se andremo a farci fottere. Lei continuerà ad accogliere e nutrire i nuovi arrivati che ci sostituiranno. Già li vedo accoccolati su una spiaggia mentre, accarezzati da una calda brezza di anidride carbonica, indagano sull’orizzonte di un, per loro meraviglioso, mare di merda.
     
0 voci totali

<< Tutte le categorie



Home|Su di me|Libro degli ospiti|Poesie|Foto|Articoli|Amici Poeti|Recensioni|Fotopoesie|Blog-La voce della poesia|Autori vari