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Blog-La voce della poesia
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BENNY  NONASKY 

 

.IL CANTO.
(dal libro "Nelle trasparenze caotiche di nuvola perpetua")

Qualcosa ancora si prova,
pelle contro pelle,
mano strofina mano,
ma qualcosa va in cancrena,
un odore nauseabondo
che si assorbe su qualsiasi cosa
come linfa su terra,
pelle contro pelle
mano strofina mano.

Non ci sono vie d'uscita:
le porte sono sbarrate,
il cielo una linea d'aria:
tutto è chino in sé,
corpo a corpo, legato,
perso nell'oblio del mare
come veliero spaccato a metà
che cala lento, onda su onda.

La disperazione ulula,
ulunano pure i cani,
un latrato monotono,
di ferro ardente sulla carne viva.
E qualcuno ancora ruggisce, comanda,
e stringe le corde
e spacca le teste
e prega convulso
sotto gli occhi lucenti della luna.

E' come se tra le sponde di ogni sorgente
sia rimasta impregnata ogni singola cosa,
ogni luttuoso lamento.
Il sangue raccolto nelle radici intime
del profondo non sazia la voglia di riposare.

E nei pilastri di marmo
che reggono strette le catene,
qualcuno si dimena; è il suo turno.
Le sue mani legate si muovono
come uno sbattere d'ali; un moto furioso
mentre proboscidi appese a obesi uomini
cantano saltellandogli intorno,
urinandogli nella bocca,
costringendolo ad essere coro,
costringendolo a lavarsi in quel lago
che non è suo, ma che ormai lo appartiene.

Niente di ciò che fu, solo ciò che ora è.
Ora è,
ora è il lamento,
un gemito senza nome,
un latrato monotono.

E' il canto delle urine che battezza un nuovo giorno.
(Il suono delle campane, il fruscio del grano)
E' qualcosa di tenere che lieve accompagna alla morte.

Non ci sono vie d'uscita.
La polvere ha già ricoperto gli alberi
coi tarli, col cigolio del cadere,
con quel qualcosa che ancora si prova,
i brividi dell'orgasmo,
la voce della morte che servilmente
ci accompagna, ci resta al fianco
lungo tutta la vita,
pelle contro pelle
mano strofina mano.



***
 

MARIA GRAZIA  CAVAGNERO

Da CONCERTO PER PROFUMI E PER RICORDI

Ananke Edizioni, 2002


dalla sezione:

         Minuetto

          galante

BACIO DI LUNA

dedicata ad un sogno

Vedo salire alte fiamme d'arcano

oltre la luna fatale di ghiaccio.

Sento il respiro di angeli nudi,

madreperlati dall'acqua del fiume,

mentre ardo per te, bacio di luna.

Ed i pensieri incalzano ed urgono,

polveri di cocaina purissima,

incrociate aggrovigliate affollate

anfetamine, regine dell'Eros,

ed una vita s'infila nell'altra.

Le tue labbra lunari s'accendono

e il mio sangue diviene emozione,

emozione incompiuta, mio sogno

sognato e poi subito perso,

forse effimera stella, forse solo

meteora senza tempo e destino.

Ora camminano su paillettes colorate

ed il manto stradale, mio amico piovoso,

mi è compagno di luce.

Ma tu dove sei, bacio di luna?

*

VALIUM

dedicata a un gatto di nome Valium

Gatto cullato da un quarto di luna,

acrobata celeste in una notte

di Nebbia, trapezista solo per Lei,

dea di latte densa e vischiosa, mare

di gatto tuffator senza più stelle,

dell'invisibile terra curioso,

tu, brancolante nell'aria biancastra,

e miagolante al cielo perduto.

Latte e Valium per te, gatto graffiante,

che sfidi anche la settima vita

dalla tua culla di luna calante.

Valium, latte per te, gatto volato

nel Regno degli Spiritimagnanimi

da quello spicchio di luna cullante.

*

dalla sezione:

         Allegro con grazia

                      e

         Appassionato assai

DANZA NEI CAMPI

Frusciano i fiordalisi, figli del cielo,

nel vento.

Ondeggiano pingui i chicchi del grano,

s'adagiano dorate le spighe,

mentre volano i danzatori di valzer,

stringendo nell'aria corpi odorosi di donne,

tra girasoli felici,

che ruotano per mano alla luce,

tra fluttuanti papaveri,

che di porpora sudano polvere.

*

VERTICALITA'  DELL'AMORE

Capriole di felicità sul tappeto:

mi arrotolo e srotolo,

il mio silenzio urla di gioia,

il capo trema e le mandibole

si serrano e le unghie entrano

nella pelle.

Dentro di me si muovono

anime di grilli parlanti.

L'aereo del suo cuore

mi è precipitato dentro.

*

dalla sezione:

         Agitato

              e

       Prestissimo

INQUIETUDINE

A volte basta un cenno,

un cenno di rosa,

e il deserto non fa più paura

e la sabbia non riempie la bocca

e l'arsura non scava la gola.

Le ore tornano liete

e si danza di nuovo sul tempo,

come farfalle bambine.

*

SHINING

illuminazione mentale

Un frantumarsi di vetri,

tempesta irta di schegge:

lacerata spezzata trafitta,

donna, rimarrai senza nome.

Di burattino la testa

nel vuoto penzola

di pali appuntiti.

Appesa a uno stame

di ragnatela è la vita.

Siamo un brillio

di lucciole,

d'estate.


*

dalla sezione:

         Lento maestoso

                    e

              Andante

ATTESA DI CORALLO

Fermo,

immobile,

come sospeso,

il mondo si cristallizza in un secondo

o nell'eternità o in un gorgo d'angoscia,

le viscere si muovono dentro di te:

anelli rosso purpurei di Serpente

Corallo che ti striscia sul ventre.

E nasce un filo esile tenue fragile,

pronto a spezzarsi o a resistere,

a precipitare o a trasformarsi in un abbraccio

di passione,

senza tempo e respiro,

né forma.

Attesa.

Attesa di Corallo,

sei un tunnel di tensione,

nel quale l'uomo attraversa gli eventi,

il corpo teso a sentire, percepire, provare,

le orecchie pronte sì, stavolta, a sentire

il crescere dell'erba e il grido della rosa

strappata e il respiro degli angeli belli.

***

ROBERTO  IACOLINO
[necrodaimon.splinder.com]

JUNIOR-CRY

Filtri distorti
Per il suono di suppliche infantili,
raccolti acerbi
per maturità patologiche
che nascondono dietro una caramella
il gusto di violenze coatte.
Le lacrime di un bambino
Dipingono un grido muto,
nutrimento confinato
nella gola di malattie adulte
che masticano l'innocenza.
E sogno castrazioni fisiche
Per orgogli pedofili
Che reclamano la dignità della devianza,
lucidità perverse mostrate al pubblico
come profumate nudità da sedurre.
Sogno castrazioni fisiche
E lente morti raccontate da grammofoni minorenni
Che non conoscono alcuna melodia.
Sogno e non mi basta,
perché questo grido non cessa di coltivare
margherite mozzate.

*
EROMA

Nelle convulsioni di sentimenti affamati
voglio trovare l'oblio delle tue labbra mute,
rondini psichedeliche che dipingono
primavere di morfina,
la pace agognata...
la pace agognata.
Nella febbre di notti insonni
voglio raggiungere il brivido sconosciuto
di una nuova pelle,
scia rossa di neon che rapiscono lo sguardo,
overdrive di cuori
che simulano l'amore e la morte,
l'amore e l'inganno.
Non trovo altro limite in cui confinare
la perfezione del tuo fisico,
silenzio che stringe l'anima
come un guanto bagnato di cherosene,
incendio intimo che mi estingue in una confessione,
fuoco e spirito,
anatema di corpi.

*
Bugie oscene cadono sulle mie labbra chiuse,
serrate su parole che vorrei strapparmi dalla carne
per dare un senso al mio eterno cercarti.
La solitudine è un lampo freddo
che ferisce notti senza volto,
laddove il mio respiro tradisce confessioni
che fanno impallidire i casti angeli del silenzio
e l'anima ritrova il suo riflesso
nella saliva notturna di un desiderio.
È fango questo sentire...
Fango e sudore ignoto che scivola sulla pelle
vestendola di intimi lividi.
E tu manchi, effigie impietosa
sul cammeo delle mie infinite colpe.

 
*
BUTTERFLY

Spari cardiaci per vittime senza volto
che hanno la consistenza di respiri perduti.
Infrango bersagli psicologici
per colmare di vita
questi vuoti vaganti
che mi seppelliscono dentro sorrisi ipocriti.
I miei sogni infranti
come ali di farfalla sulla lapide del cielo...
9 millimetri per regalarti il mio ultimo bacio.

*
Solo tre sillabe
frantumate sulla mia bocca
e l'anima versata nella carne
come un brivido affamato.
Tre sillabe per perderti
nella notte della mia ansia
e la voglia di possederti
in un desiderio bagnato di pianto.
Per te colleziono passioni innominate,
come luci di bordelli
in cui il mio cuore brama smarrito;
passioni senza padrone
che mi camminano dentro
come piedi nudi di donna
sulla sabbia della mente.

*
DISSOLVENZA

Mi scompongo
in foglie bruciate
e sospiri spezzati...
Umido di pioggia e di desiderio,
come una prigione di buio e carne
che libera un grido di luce e anima.
Umido di labbra...
Toccato dalle infinite dita del tuo respiro,
immerso nelle tiepide strade del tuo sangue,
fino a divenire sangue io stesso
e ardere nelle tue vene,
in ogni goccia del tuo sudore,
in ogni lacrima stillata dai tuoi occhi.

*
ORROR PLENI

La parola distrugge l'immagine,
l'immagine frammenta l'insieme,
diottrie falsate da automatismi viziosi,
incubo di Warhol
dove smanie creative non creano
ma s'illudono d'ingoiare
lo pneuma delle loro mistificazioni.
Velocità che propagano
diorami verbali, musicali, visivi,
saturazioni che smembrano
il contenuto di ogni singolo concetto
nella giungla prefabbricata
del ventunesimo secolo.
Cresce il rumore
come un'asma che fruga nella carne,
coazioni mentali che ricercano
novità già morte,
omnia munda mundis
stampati col ciclostile di comunicazioni
non comunicative.

*
MEMORANDUM  DOLORIS

Coltivo microbi esistenziali
sulla pellicola dell'anima,
amnesie sentimentali
dettate da sorrisi dolorosi.
Sui passi di girotondi psicotropi
ho bevuto adrenaline suburbane.
Sono percezioni incognite
queste pagine di diari cerebrali
che raccontano nostalgie,
morsi affamati di pianto
dove annegano allucinazioni personali.

*

THRILLER

Seppellisco la mia coscienza
dentro nove millimetri di freddo piombo
- voglio penetrarti l'anima
come un gelo finale,
come l'ultima immagine di una commedia
che rivela un volto insanguinato -
Seppellisco il mio amore
nella canna di un revolver
- il metallo di una verità
che uccide la carne con un bacio egoista -
E poi resta un piccolo spasmo
che cresce nella notte,
bevendo dalle mie vene,
mordendo il silenzio,
scavando nel cuore una tomba
profonda come il tuo sguardo...
E poi resta un sorriso
che lascia sulle mie labbra
il sapore di libertà omicide.
 
*

Ho tutto il tempo per sentirti
nell'incedere dell'istinto
che plasma l'anima come argilla
sulla sagoma della notte.
Se ricordo l'estuario delle tue labbra
schiuse sulle mie
dal cuore tracimano dolci bestemmie
che offendono il pudore.
E poi restano solo brividi
che frantumano la carne,
bevendone gli spasmi,
rubandone il sapore così intatto sulle tue dita,
così vivo sulla tua lingua.
Ho tutto il tempo per farmi di te,
lucida perdizione,
abisso eterno nella mia pelle.

*
Sono colpi di cuore questi rintocchi
che sto perdendo nella distanza.
Colpi insistenti come onde
che si abbattono sul petto
rompendo il loro grido così profondo,
colpi che sento in queste notti
costellate di stelle puttane.
Ed io ho voglia di oscurità selvagge
in cui danzare libero
al ritmo dei miei sensi,
voglia di sentire nuova carne
che affonda nella mia carne,
voglia di donarti intimità notturne
come note sulle corde di Segovia.
Sono colpi cuore questi battiti
che ti seppelliscono nella mia anima.

*
EVILIVE

Mangio bocconi d'anima
simili a consolazioni plastificate
per la mia solitudine.
Preghiere asfittiche
infrangono sermoni smunti
tra le pieghe delle mie voglie,
fame di vuoti personali
che mordono l'azzurro del cielo.
E osservo scheletri convenzionati
che insegnano a vivere
dentro le loro bare alimentari,
dove il cibo è solo una bestemmia
pronunciata per stare bene.

*

Chiudo gli occhi
sulla ferita del tuo volto malinconico
e su queste notti
sporcate dal nostro respiro.
Come un sogno da perdere nella carne,
l'onda sospinta nel sangue,
il suo agguato di edera e vertigine
che mi ricalca sui tuoi fremiti.
Chiudo gli occhi sulle tue lacrime
rapite da un orgasmo.
E solo allora capisco
che la morte ha il tuo nome,
un brivido crudele che mi spoglia
in eterno... indolente.

*
Sono lontano da me stesso,
senza un confine
che la pelle possa racchiudere
o baia in cui il cuore possa approdare.
Sono lontano da me stesso
e sto correndo verso le tue mani,
perché è in esse che ho lasciato l'onda
del mio smarrimento.
Se non le raggiungerò,
per quanto ancora la loro sottile invasione
tornerà a nascondere la mia anima...
La perfezione di un rimpianto
risiede in un muto attimo
che per sempre a noi si nega.
E quando finalmente ti avrò ritrovata,
potrò riabbracciarmi nei tuoi occhi
che la malizia infrange
in mille sguardi di luna piena.

*
KARMA-LOVE

Voglio vincere il suono
di queste perdizioni catodiche,
purgatori artificiali
per la transizione di anime imballate
dentro pellicole di trasparente voluttà.
Arcani rovesciati da diavoli chiromanti
sepolti nelle linee di mani omicide:
c'è un retrogusto amaro
in alcune carezze immacolate.
Ho pianto lacrime acriliche
sulla tela di nostalgie in bianco e nero,
residui di un'assoluzione che non conosce fine.
C'è una morte per ogni legame
e una lacrima per ogni amore,
registrazioni personali su nastri epilettici
spezzati da asettiche emozioni.

*
SANGUIS VIRGINIS

Sgrano perle di rosari
regalando alla mia anima
fremiti orfani di notti quiete.
Forse,
solo un angelo dalle ali monche
avrà pietà della mia voce solitaria
che cerca pace
come una mano bruciata
in un pugno di umida sabbia.
Sgrano perle di rosari
sulle mie labbra dipinte dalla sete,
e una stimmata riversa sul mio inguine vergine
che fa della carne la sua bestemmia più grande.

*
Respiro bocconi di vivo desiderio
in questa notte affogata di marea e onice,
correndo verso il punto
in cui si perdono le mie lacrime,
con quest'ansia di te
che annusa la mia carne.
È debole la mia poesia...
Debole d'onda infranta e acqua salata,
debole di dita sulla lama della tua bellezza.
Ma io voglio capovolgere la mia anima,
voglio che s'arrenda a questa vertigine
di bocche unite,
voglio piegare le spighe fredde
che intrecciano il loro confine
con singhiozzi di cicala.
Resisto...
Resisto alla tentazione
di riporre note incrinate
sui tasti della mia solitudine
e morire sull'enigma delle tue labbra.
Respiro la tua pelle
come un brivido ripetuto nell'ombra,
camminando oltre queste pietre
che affondano indolenti,
oltre il vento che scuote i suoi acini
di balsamo e stella.
È stanca la mia poesia...
Stanca di chiamare rose effimere col tuo nome,
stanca di riservare alla tua piena
gli stretti argini della parola.
Il cuore è pioggia e sabbia,
eco e silenzio d'ocra che battono all'unisono.
E la sento già la mia solitudine
aprire la sua ala insonne
su questi cortili assenti.
C'è un suono di fronde rimpiante,
qualcosa che mi ricorda
ospedali abbandonati e camere d'albergo,
un suono, una lettera mai scritta,
qualcosa di così nascosto
che chiama il mio dolore.
È il pensiero di averti che m'invade
come una risacca di spuma e memoria.
Respiro bocconi di vivo desiderio
in questa notte affogata di marea e onice.

*
INSOMNIUM

Mi sono perso come uno spasmo
nel petto di notti metropolitane,
inseguendo fughe lisergiche senza meta.
Prendimi,
trattieni questa mia paura
dentro plastificazioni oniriche
che non conoscono lacrime.
Voglio un sogno di naftalina
per custodire la verginità di un'emozione,
non la fissità di sguardi imbalsamati
dove si agitano angosce stremate.
Trattienimi come un'emorragia
bramosa delle tue vene,
emoglobina insonne
che cerca amori di valium;
insonnia pronunciata dentro sillabe solubili.

*
NEUROMANCER

Lascio fuggire lo sguardo
sulla scia di stelle ninfomani
che solcano matasse di cieli.
Ho poco tempo per fermare il mio cuore,
isotopo cardiaco che cavalca
brividi instabili e sinergie ribonucleiche.
Ho poco tempo per raccogliere Te Deum
dai circuiti di terminali new-age,
salvezze scadute
che rielaborano lutti multimediali
con la danza di angeli analgesici.
Ossessioni sinaptiche
seminano favole neurologiche
nei meandri della mente:
residui eterogenei di una malinconia
che dispensa aporie esistenziali.

*

IL MARE
(schiuma sulla sabbia)

Si apre la rosa del mare
sulla sabbia taciturna,
con la sua bocca
affamata di silenzio e respiro.
La schiuma scivola in una carezza
di seta e sale
e tutto si perde nella sua bianca voce
come una notte rapita dall'alba
o un addio segretamente pianto.
Vedo le onde morire ai miei piedi,
diventare suono, scintilla,
breve singhiozzo.
Sento il mare affondare la sua impronta
sulla duna dell'anima,
la sua lenta invasione costellata di ombra.
È fremito di ferita,
sangue di gabbiano in fuga
raccolto nel petto d'arenile,
come un canto,
un brivido.

*

Successe all'improvviso,
come un vento furtivo,
una pulsione di umido fuoco
riversata nel mio silenzio
come rosso cereale,
una propagazione di notte confusa
e tulipani oscuri.
Il tuo sguardo vagò nel mio
portando con sé un palpito
di stagione furiosa,
una scintilla di sale marino
e ferita nascosta.
E in quel momento persi il senso del mio dire,
sentendo il desiderio aprirsi
in un volo di uccelli atterriti,
la curva dell'anima sospinta da un ruggito d'onda
spezzare il suo confine
nella vertigine delle tue palpebre.
Restai un frammento d'uomo
abbandonato nelle tue iridi ferme e profonde,
nella loro simmetria di nero loto
che indolente spargeva rughe di ansimante memoria
in quella mia quiete perduta.

*

NOCTURNALIA

Poggia per un attimo le tue labbra
sulla polvere del mio cuore,
poggiale e lasciale indugiare
su ogni sussulto che odi.
Sentirai scorrere su di esse
il mio tiepido sangue,
un brivido ferito di cupa tempesta,
la salsedine di un pianto celato.
E quando le tue labbra
si leveranno da quello spasimo che t'invoca,
non spaventarti, amore mio,
se l'eco della mia anima frantumata
tornerà a visitare le tue ore notturne,
perché io starò battendo le strade della sera
con parole d'infinita ombra.

 
*

LE TENEBRE DI CRISTO

La sua nudità toccò le stimmate della notte
dopo aver infranto il silenzio di quel patimento,
e con le tenebre stesse
la sacra spoglia abbracciò un freddo più profondo.
I suoi occhi gridarono un nuovo pianto
leggendo parole ignote
in quella paura così solenne,
la bocca assaporò un silenzio blasfemo
pronunciato dagli esseri notturni.
Quante volte la sua pelle
cercò  carezze nel gelido vento...
Quante volte le mani
frugarono nell'oscurità atterrita
da così tanta purezza uccisa...
E finita la catabasi del cuore tradito,
il feretro del vuoto
pronunciò il suo nome come un anatema.
Il Nazareno tacque sulla soglia dell'atavico abisso.

*
 
Ho rovesciato mille croci sul cuore
per ricordarmi sempre i morsi delle tue mani
così ladre di emozioni sussurrate.
L'inerzia della tua bocca
su una scritta di sospiri inarcati come note
di notti gravide...
Io e te giocavamo a legarci l'anima
con doglie di stremato desiderio.
Quanti brividi che spogliano della pelle
ho collezionato stringendo il tuo corpo...
Tu li chiamavi chiaroscuri dell'essere,
mentre io ricamavo sulle labbra
dolci bestemmie che t'incoronavano madonna.
Sei ancora quel fuoco freddo
che stormisce tra le foglie delle mie smanie.
Mai ho pensato  d'immolarti
sui cunei di oblii vigliacchi.
Mai... Mai la mia lingua
ha rinnegato il tuo respiro così affamato.
Abbraccio cadute che mi lacerano
nel volo di farfalle incendiate.
Se potessi raccogliermi in una sola lacrima,
affonderei nelle tue scure iridi
come una falce di luna orfana di silenzio.
Lasciami sussurrarti lentamente
tra le  dita,
prima che l'alba ti porti via dalla mia carne.

*

Inquieto viverti
che fruga selvaggio nelle mie viscere
nascondendo fronde ansimanti
e smanie di notti gravide.
Inquieto volerti
che frantuma i confini del cuore
con la sua fame d'onda scura.
Tu mi releghi in lontananze profonde,
lontananze di cupo oceano
che bagna le mie coste atterrite.
Inquieto sfuggirti
che affonda il suo gelido lampo
nei confini dell'anima muta e smarrita.

*

CHRONOSEX

Ho chiuso la mia anima nel tuo cuore,
come un souvenir di Norimberga
partorito da camere a gas romantiche.
Concedimi una nuova corsa
sulla tua intima pista,
bolide smarrito tra overdrive clandestini
che falciano lune al nichel-cadmio.
Concedimi una nuova fuga
su circuiti emozionali,
scintilla innamorata d'incendi
e ustioni spirituali.
Scontri di sensazioni cardiache
ci uniscono in amplessi definitivi:
amo desiderarti sul metallo
di cronometri impazziti
che regalano eternità distorte.

*

EMO-LOGOS

A volte
mastico morfologie distorte
dettate da empatie solitarie.
Anime libere come sospiri di piacere
vestono la mia intimità
di lividi onirici,
canovaccio descritto da convulsioni loquaci
che stimolano il cuore.
Regalami un solo attimo
in cui abbracciare immortalità ottiche
che ti vedono bella in eterno.

*

 
È forse l'anima
che stringe la dura rosa di questa violenza
o una bianca paura che spacca lenta il cuore.
O forse è solo un'onda interiore
che si abbatte come un bacio
sulla bocca del mio rimpianto.
Farmi male di te fino a dimenticarmi
in fondo alla mia pelle,
sulla tua pelle,
nei tuoi brividi,
mentre mi giochi ancora su aritmie d'inquiete emozioni.

*
BLAST

Calcolo gli algoritmi  di frustrazioni reiterate,
standby affettivi che lasciano il posto
ad apatie psicosomatiche.
Sono un brivido asettico che non trova
Una pelle in cui contaminarsi.
Sono un silenzio che ingoia dosi di roipnol
Per regalarsi amnesie salvifiche.
E adesso bruciami tra passioni di acetilene
Che non smettono di scrivere ustioni
Sulla mia coscienza perduta.

*
Solo una lingua di spuma
resta a lambire la sabbia dell'anima,
pietra pomice levigata
da solitudini d'acquerello
dove la tua voce batte lontana.
Ho ancora tempo
per abbracciare la libertà azzurra
di un aquilone,
respiro annegato sotto la palpebra del cielo.
E la mia carne piange lacrime di te
come uno sguardo orfano di visioni.

***


FRANCESCO BALLERO

 
Nel mio esilio mi abbevero al silenzio
 
Nel mio esilio mi abbevero al silenzio.
Preso per mano in povertà prorompe
di fronte a Te il mio nome.
Eccomi Padre, fronzolo di foglia
con turbine di vento
che alta balbetta appena una sua bizza.
E se assordato un tempo
da ruvido dolore
acido e rozzo era il mio parlare,
nell'intimo mi imprimi la Tua voce
ora che al silenzio il mio calice trabocca.
 
© francesco ballero
 
 
 
            Preghiera di Natale (2009)
 
            d’oggi il mio viso in Te tutto è riflesso,
            Verbo che sveli all’Uomo la sua effigie,
            siedi nell’universo e nella carne,
            quella corrosa, quella crocefissa,
            dall’alto a noi, da un non distinto luogo,
            entri nel mondo a spendere l’essenza,
            tra gli oscuri dirupi
            tra i densi labirinti
            tra i nostri mancamenti.
            Amor che muovi sì le stelle e il sole,
            ma molto più per noi doni la Vita

            © francesco ballero
          
       
                  Di sera  
                  Tu prendimi, Signore, e fammi fuoco
                  in questa mia sera
                  di sfibrati abbandoni.
                  
                  Io affido al tuo respiro la mia pena,
                  la brace che mi inchioda,
                  come ali che riposano sul vento.
                  
                  Se all’ombra si diradano i colori
                  nelle parole tremule dette
                  tra me soltanto,
                  
                  plasmami uccello che vola alla foce
                  tra le case che illuminano i campi
                  nella minuta fiamma del mattino.
                  
                  Risillaba la vita
                  quale allegra aria che scuote i bambini
                  questo tuo riflesso agile di luce.
                  
                  © francesco ballero
              

             
                  Ipostasi

                  Ed intanto l'amore crocifigge
                  con la cruda calura delle lacrime.
                  
                  Chi mi accompagna ora durante il fiume
                  laddove spasima e dilaga il mare?
                  
                  Sosto docile in questo corpo nudo,
                  mi dilato in un alito d'azzurro.
                  
                  Scalda il sole e macina tra i sassi
                  cristalli di sale.
                  
                  Si slarga il mare in trame d'argento,
                  slega il tramonto teneri pensieri.
                  
                  Ed intanto l'amore ci incorona
                  con la clemente danza della sera.
                  
                  © francesco ballero
                  
               

 
Rintocchi
 
Quel salmastro di mare
e i colori e l’amaro,
quell’aroma assolato sui rami
di ginepro e di mirto
e quell’aria ammaestrata dal falco,
ora tutto mi torna negli occhi
in questi sbiaditi mattini;
coi riflessi di un volo
se ne vanno sperduti.
E gli anni e le stagioni
gocciano in un vago taglio di sole,
e sono vele e bandiere ammainate
al rintocco di passi
discostanti o vicini.
 
© francesco ballero
 

       
            Risacca
  
            Qui un fremito affiora
            esposto alla forza
            di irrequieti marosi.
            Io vago naufrago
            ove vortica l’aria
            e un risucchio di suoni la decora.
            
            La luce più limpida
            non è altro
            che una crepa di nuvole al tramonto,
            un labile alone di rughe
            su questo deserto degli anni
            risaliti nel vento.
            
            Qui il chiodo nel legno,
            un fasciame che a rotoli si disfa
            dove furono amore le spine
            di impetuosi orizzonti
            in uno sghembo di bordi:
            e a tratti ritorno ai tuoi occhi.
            
            © francesco ballero
            
                                    
        
             
                  Calipso
 
                  Mi nasconda il tuo amore e un ampio oblio,
                  il breve grembo d’ombra che fa un fiore,
                  una dimora limbo rosso fuoco.
                  
                  Perduri ogni parvenza in te di folgori
                  che immergono gli immoti pomeriggi
                  in arenili e turbini di schiuma.
                  
                  Piegato in nuove nuvole e in un volo
                  risuoni di un tuo sguardo e poi di nulla.
                  
                  Si spenga quel riflesso delle lune
                  che il sangue mi colora nelle vene.
                  
                  Ma risuona una prora nel mattino,
                  con le vele spiega ali al mio respiro.
                  
                  © francesco ballero
                  
              

          
                  Disincanto 
 
                  Amara già sfiorisce la fragranza
                  delle rive assolate,
                  il mare sospeso alla magra luce.
                  
                  Ora la pioggia ci piega all’autunno,
                  un tintinnio di gocce
                  su concentrici intrecci rintoccano
                  e gli occhi indugiano in fiochi orizzonti
                  sbigottiti ad un broncio di nubi.
                  
                  Distinguo sulla spiaggia spopolata
                  dall’ebbra estate l’eco del furore,
                  squarci di reti, remi abbandonati.
                  
                  Mi conduce lo strepito
                  di uno svuotarsi avvilito del cuore.
                  Poi ancora impaziente s’agita il vento.
                  
                  Sogno di te, di un ignoto destino
                  giocato nel nodo di un’onda,
                  noi travolti per caso
                  o forse per forza.
                  
                  © francesco ballero
               
 

Nel limite
 
Autunno viene il suo passo breve
e la voce fonda.
 
Un vento si è levato stamattina
d’oro e di porpora al dopo pioggia.
 
Fresco un fruscio fiorisce per i viali,
eco di suoni rappresi nel petto.
 
Ecco che si colora
la terra di un volubile vestito.
 
Figure provvisorie,
volteggi rarefatti
nei recinti del tempo
 
Il mio sguardo si arrende
sospeso al limitare del mistero.
 
Sono miei questi giorni
che piegano all’inverno,
io fragile lembo
che la terra raccoglie.
 
© francesco ballero
 
 
       
                  Percorso notturno
 
                  Indulgente ci schiara la luna
                  e tu scruti
                  dove l'ombra si scioglie.
                  Una sopita valle si svela
                  e un murmure si posa
                  sui nostri passi adagio
                  come una nuvola di voci.
                  Siamo appena in attesa
                  di un alito che sorga per le case,
                  noi per ora sospesi
                  a questa rada luce.
                  © francesco ballero
              
 

                  Vennero velieri
 
                  Vennero velieri all'inquieta marina
                  con il respiro candido degli angeli
                  e io posai gli occhi al ciglio del colore
                  che echeggia sin da dove scende il cielo.
                  Udii isole gioire molto lontano
                  là dove cieli in amore risplendono.
                  Infinita mi sia un'alba dalle rive
                  che risuoni tra questo spesso buio
                  che sale tra le case.
                  Non tace mai l'urlo dei gabbiani,
                  intanto io scorgo sempre,
                  tra lo smeraldo dell'acqua marina,
                  un riflesso di vele.
                  Salpano velieri miti e leggeri.
                  
                  © francesco ballero
                  
              
 
                  Barche
  
                  Il mare è un’ampia voce
                  che risuona
                  senza riposo
                  e sfiora nubi e sponde,
                  stelle e pietre.
                  
                  Io amo le sue parole
                  di salsedine
                  e mia vita è
                  questa erratica barca
                  scavata in cuore fragile
                  che penetra a fatica
                  nell’azzurro.
                  
                  Naviga lenta,
                  il tempo dentro al tempo
                  ed un avaro spazio
                  nello spazio,
                  non cerca porti
                  immobili e sicuri,
                  
                  ma a volte trova asilo ad una proda
                  dove si tuffano
                  luci protese
                  in silenziosi abbracci.
                  
                  Delle altre barche
                  non conosco il nome,
                  qualche parola vaga
                  sporgendosi da prua,
                  ma anche di loro io so
                  
                  che le cavalca
                  con nuvole quel vento
                  che nutre vele e brividi nell’acqua
                  e la sorte è incerta
                  pure stamane,
                  la tempesta, la calma,
                  il vento teso.
                  
                  © francesco ballero
                  
                

                  Il tempo d'amore
  
                  La donna che amo più non sa il mio nome,
                  e io brucio un fuoco di rovi e di linfa
                  che adesso sono un albero frondoso
                  per ombra e nidi di passeri e storni.
                  Ecco trattengo il battito del pendolo
                  mentre tintinna la fiamma del cielo.
                  
                  © francesco ballero
                  
               

                  Ci curveremo sul mare a un eremo
                  di infinito orizzonte
                  poi che s’addenseranno quiete le ombre.
                  
                  Ma ora nell’aria dell’estate accesa
                  a ogni passo fugace si allontana
                  la morte e noi corriamo al tintinnare
                  giocoso di onde per spiagge remote.
                  
                  Ogni conchiglia è nostra,
                  ci trattiene l’involucro di un tempo
                  volubile
                  e il colore che già volge all’autunno.
                  
                  Da sempre ci sospende e ci riprende
                  il mutarsi dei fiori e delle foglie
                  e da sempre ogni sera
                  il sole ci saluta e se ne va
                  oltre l’onda che dondola le barche.
                  
                  © francesco ballero
                  
                 
         

Fiore
 
Ti coglierò tra l'erba ariosa e folle,
schiusa nel calice del tuo segreto,
ancora così gracile di vento
sotto l'azzurro immenso dov'è vita
la luce che ti avvolge e poi si stende
sopra le mie rovine e tra le spine.
In quest'età quest'attimo quest'ora
mi strapperai un sorriso e una preghiera.

© francesco ballero
 
 
                  Nausicaa
 
                  Come soffio di vento ecco fu un sogno
                  da chiara luce limpida a stendersi
                  sui tuoi giochi da bimba
                  e ora son danza i sospiri d'amore,
                  tu dolcissimo stelo.
                  
                  Nudo sfinito da dietro un cespuglio
                  ti guardo e vorrei i tuoi piedi baciare
                  ma stupore mi vince
                  e pudicizia dagli occhi mi avvolge,
                  tu freschissima palma.
                  
                  Sia benedetto quel livido mare
                  e l'impeto delle onde e le tempeste
                  poi la trepida Ogigia
                  e il nume che sin qui mi gettò,
                  tu mio tenero sguardo.
                  
                  © francesco ballero

            
                  A Saffo di Lesbo
 
                  A che cosa somiglio l'amore?
                  Ai colori dell'autunno - lo somiglio.
                  Variegato il suo regno,
                  voluttuosi regala contrasti,
                  scabrosi timbri e teneri e garbati,
                  schietti gli intrecci e subdoli.
                  
                  Uno stormo di foglie malinconico
                  il cielo acconcia,
                  melodici abbandoni
                  a una pena mi piegano sì grande.
                  
                  Vieni amore vieni,
                  che un fremito mi prenda!
                  Dolce allorquando ascolto la tua voce
                  il mio cuore batte forte e si spaura,
                  un brivido di fuoco è nella carne.
                  
                  La morte poi non è tanto lontana.
                  
                  liberissima rielaborazione, reinterpretazione ed assemblaggio
                  di frammenti sparsi di Saffo di Lesbo
                  
                  © francesco ballero
                  
                  

                  Lo scudo di Perseo
  
                  Quella ruvida rena non oltraggia
                  le ombre mie su un giaciglio adagiate.
                  
                  Ora col corallo adorno il tuo viso
                  e tu con me tra le stelle riposi.
                  
                  Lieve un vento per Pegaso si svela,
                  lui offre sogni poi suoni e parole
                  non soggiogate da paure di pietra.
                  
                  © francesco ballero

***


TAHAR  BEN  JELLOUN

JENIN - UN CAMPO PALESTINESE

 
Le urla continuano a viaggiare e liberano le
farfalle chiuse nei nostri petti.
Le urla ci vestono e nominano gli assenti.

 
*

 
da: IL DISCORSO DEL CAMMELLO

 
sentite questo canto
è il richiamo delle dune
lontano dalle città tranquille
danzano
l'uccello apre le nuvole
che liberano le mani defunte
siamo nati
con le scritture sulla fronte
la nostra stella
si alza una volta all'anno
nuda all'orizzonte
solleva la terra
al giorno benevolo
 e vertigine

 
*
 
Il sogno scarlatto mi manca
ho ho ebbrezza
non conosco più il riso
sono il solo sguardo vivente
strappato ai capelli del mare
sono la parola insensata
nata dalle ustioni
sono un pezzo di giorno
sospeso
sono fiamma
che ha consumato il suo corpo
l'assenza e ilcolore
io
manco
al riso
   in questo tempo in cui la guerra è più facile
sono canto e delirio
  aperto sulla follia
ma a cosa vale la follia di un cammello?

 
*

da: A OCCHI BASSI

 
Luce sopra luce
sogno del mio sogno
fonte d'acqua e di sillabe
silenzio che fa levare il giorno
spingi questa porta nell'albero
questa è la nostra dimora
qui atterrano le strisce del cielo
e tu diventi la luce.

 
*
da: POESIE D'AMORE

 
Quale uccello ebbro uscirà dalla tua assenza
tu la mano del tramonto confusa al mio riso
la lacrima diventa diamante
e risale la palpebra del giorno
è la tua fronte ch'io disegno
rubando la luce
e il tuo sguardo
se ne va
sull'onda ritornata
una sera di sabbia
il mio corpo non è più lo specchio che danza
allora mi rammento
ti ricordi
tu creatura nata da gazzella
il sogno balbettava in noi
il suo canto effimero
il vento e l'autunno e nient'altro
io ti dicevo
lascia i tuoi piedi nudi sulla terra umida
una strada bianca
e un albero
saran la mia memoria
affida all'orizzonte che canta i tuoi occhi
la mia mano
solleva la criniera del mare
e sfiora la tua nuca
ma tu tremi nello specchio del mio corpo
nuvola
la mia voce
ti porta verso il giardino di alberi argentati
era una primavera aperta sul cielo
e mi ha dato una bambina
una bambina che piange
una stella spiccata
e il mio desiderio si separa dal giorno
lo raccolgo su un foglio di carta
e me ne vado a nascondere la follia
in un macigno di solitudine

 
*
Stelle velate e nuvole rivoltate
nella memoria defunta
Sfoggio di morte
bianca
nuda sull'erba
Cadono sillabe decrepite
grumi di sangue
rammentano.
 

***
 


OCTAVIO  PAZ

TRA ANDARSENE E RESTARE

Tra andarsene e restare è incerto il giorno,
innamorato della sua trasparenza.
La sera circolare si fa baia;
nel suo calmo viavai si mescola il mondo.
Tutto è visibile e tutto è elusivo,
tutto è vicino e tutto è inafferrabile.
Le carte, il libro, il bicchiere, la matita
riposano all'ombra dei loro nomi.
Il battito del tempo nella mia tempia ripete
la stessa testarda sillaba di sangue.
La luce fa del muro indifferente
uno spettrale teatro di riflessi.
Mi scopro nel centro di un occhio;
non mi guarda, mi guardo nel suo sguardo.
Si dissolve l'istante. Senza muovermi
io resto e vado. Sono una pausa.

*

AUTUNNO

In fiamme, in autunni incendiati,
arde a volte il mio cuore,
puro e solo. Il vento che lo desta,
tocca il suo centro e lo sorprende
nella luce che ride per nessuno:
quanta bellezza sparsa!
Mani ora cerco,
e una presenza, un corpo,
quel che frantuma i muri
e fa nascere forme inebriate,
un tocco, un suono, un giro, solo un'ala,
celesti frutti della luce nuda.
Dentro me cerco
ossa, violini intatti,
vertebre oscuree delicate,
labbra che sognan labbra,
mani sognanti uccelli...
Qualcosa che s'ignora e dice "mai"
cade dal cielo,
da te, Dio, mio avversario.

(traduzione Francesco Tentori)

*

da: PIETRA DI SOLE

... vado tra gallerie di suoni,
scorro tra le presenze risonanti
vado per trasparenze come un cieco,
un riflesso mi cancella, nasco in un altro,
(...)
vado pei tuoi occhi come per l'acqua,
le tigri bevono sogno nei tuoi occhi,
(...)
vado pei tuoi pensieri assottigliati
e all'uscita dalla tua bianca fronte
la mia ombra abbattuta si strazia,
raccolgo i miei frammenti uno a uno
e proseguo senza corpo...

*

SPARO

Salta la parola
innanzi il pensiero
innanzi il suono
la parola salta come un cavallo
innanzi il vento
come un vitello di zolfo
innanzi la notte
si perde per le vie del mio cranio
dappertutto le tracce della fiera
sulla faccia dell'albero il tatuaggio scarlatto
sulla schiena del muro il tatuaggio di ghiaccio
sul sesso della chiesa il tatuaggio elettrico
le sue unghie sul tuo collo
le sue zampe sul tuo ventre
il segnale viola
il tornasole che gira fino al bianco
fino al grido fino al basta
il girasole che gira come un ahi scorticato
la firma del senza nome lungo la tua pelle
dappertutto il grido accecante
l'ondata nera che copre il pensiero
la campana furiosa che suona sulla mia fronte
la campana di sangue nel mio petto
l'immagine che ride in cima alla torre
la parola che fa scoppiare le parole
l'immagine che incendia tutti i ponti
la scomparsa a metà abbraccio
la vagabonda che uccide i bambini
la idiota la bugiarda la incestuosa
la cerva inseguita
la mendicante profetica
la ragazza che nel mezzo della via
mi sveglia e mi dice ..

*

PIETRA DI SOLE
(frammento)

tutto si trasfigura ed è sacro,
ogni stanza è il centro del mondo,
è la prima notte, il primo giorno,
il mondo nasce quando due si baciano,
goccia di luce di visceri trasparenti
la stanza come frutto si socchiude
o esplode come un astro taciturno
e le leggi mangiate dai topi
le inferriate delle banche e delle carceri,
le inferriate di carta, le reti,
i campanelli e le spine e gli aculei,
la predica monocorde delle armi,
lo scorpione mellifluo col berretto a quattro punte,
la tigre col cilindro, presidente
del Club Vegetariano e della Croce Rossa,
il somaro viscoso, il coccodrillo
che fa il redentore, padre di popoli,
il Capo, il pescecane, l'architetto
del futuro, il maiale in uniforme,
il figlio prediletto della Chiesa
che si lava la nera dentatura
con l'acqua benedetta e prende lezioni
di inglese e di democrazia, le pareti
invisibili, le maschere marcie
che dividono gli uomini dagli uomini,
l'uomo da se stesso,
     precipitano
per un istante immenso e scorgiamo
la nostra unità perduta, la mancanza di difesa
che significa essere uomini, la gloria che significa
           [essere uomini
e spartire il pane, il sole, la morte,
la paura dimenticata d'esser vivi.

***

CROBIOTERMI

Dietro approvazione dell'autore (di cui non
so molto), ecco alcune sue poesie
che reputo davvero originali ed eccellenti.
 

nuovi dei

Impone il silenzio
la mano indifferente.
La morte posa nuda
fra la gente che evapora
e la pioggia
tenace
annacqua i medesimi orpelli.
Soggiogato dalle false frontiere
spira malsano il vento
piegando l'erba
dalla parte contraria.
Scavavo fosse
negli occhi della gente sorda
mentre la mente
assumeva i colori del prato.

 
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Le torri nel sole
 
Farfalle di pelle esausta
sulla muta del tempo.
Dinanzi, l'affanno.
Le torri nel sole
come dita sgomente,
ghermivano il cielo
impossessandosi del crepuscolo,
l'inutile padre
di luminescenze illusorie.
       " Visioni di te
         fra le falci dell'ombra.
         Visioni ed aurore,
         e il tuo sorriso distorto
         deturpato,
         dall'evanescenza del ricordo."
Rifugiato ed ebbro,
ogni giorno è drogato
dalla luce e dall'alba,
pellicole e placente
che avvolgono il solco
dove partorire gli eredi
fra le fauci della vita.
         "Nello spazio e nel tempo
          sovente mi raggiungi
          confondendo il tuo profumo
          con gli odori della morte.
          E così mi consumo,
          inseguendo il tuo passaggio
          masticando memoria,
          illudendomi di una scia
          che un sussurro ha già dissolto."

 
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...
Avvolto nel rifugio di un istante
si avvinghia la sincronia di un palpito
mentre fuori il resto è polvere
e dissolvenza in fuga,
sugli ultimi guizzi dell'ombra.
Nell'involucro di un sospiro appeso
è fucina vibrante l'umidità dei tuoi occhi
vampa e pozza dove abbeverare il mio sguardo,
lo stagno
dove i cigni e le foglie
dondolano nell'autunno.

 
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scrosciando d'improvviso

 
Scrosciava l'improvviso
come squarcio nello squarcio
allagando gli infecondi pertugi,
esplodendo  furia sull'impenetrabilità.
Poi, sul sale, nel balzo e nel vuoto,
spuma di te.
Aggrappando i giorni ad un filo d'erba
il tuo profumo mi sfugge
e lo rincorro invano
nel ricordo e nello spreco che fu
del predatore sazio.
Finalmente, con l'alba,
la pace mi cuce
ricamando il pensiero
col disegno dei tuoi occhi,
cullandomi i riflessi di una luna che scompare
portandosi con sè
il sorriso del tuo ultimo sguardo.

 
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Superfici

 
Bivacchi di un sorriso
sopra il solco delle intemperie.
Melodiche illusioni evocavano
coreografie rapinatrici.
I bagliori dell’arte mutavano
il significato delle parole
e noi,
che ci perdiamo
in un mare senza onde.

 
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Ordalia

 
I polmoni respiravano i tuoi occhi
nella digestione d’intenti.
Aspiravo quel preciso umido istante
di proibita sostanza
coltivazioni, che l’alba puntuale mi miete.

*

Aguzzino è il ricordo
architetto paziente di ogni incisione,
il ferro perverso
che indugia in me e dipanando svela.

*

Confessioni estorte
nella cantina del tempo,
cartoline ed uncinetti
ricami sulla pelle della tua immagine
e del tuo profilo terso
che ogni giorno l’imbrunire depreda.

*

Mi arrampico sulle vibrazioni
di quella carezza stridula
che mi cigola sui polsi.

*

Ruggine e sangue
imbrattano la mente e le pareti mute
nella sala delle mie torture.

 
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La quiete, lo stagno e l'improvviso
A volte è l'alito del paradiso
che colora gli occhi delle cose
A volte è solo una carezza
nel ritmo sordo dell'abitudine.
L'acqua mossa
risvegliava l'autunno
riflettendone i colori
ed i tuoi occhi d'ocra
erano foglie d'acero
che mi guardavano passare.
A volte si deve scegliere
per poter sopravvivere.
Sono figlio della pioggia
ed attendo che le nuvole
mi vengano a salvare.

 
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Monokromikon

 
Residui e derive
di una mattinata stanca,
sedimenti e insonnie
di chi non conosce il morso,
la fuga, l'istante.
Lo sforzo s'arrende
al peso consueto
di un sorriso piegato
da gravità insaziabili.
La luce tingeva
minuti e finestre
di giornate mai usate,
intermezzi sul vespro
di un'ordinaria costanza.

 
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La notte dondola sui lampioni
I miei occhi sanno correre
fra le ore sagomate
di battiti e tregue
sul dondolio dei giorni
dolce moto perpetuo
che rovista il ricordo
del tuo odore che non c'è.
Sgocciolano i lampioni
striando la strada
di riflessi e parole,
piangono luci
mentre il silenzio intorno
è solo un crocicchio steso
che sulla guancia s'arrampica
.
[Crobiotermi & Morfea77]

 
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Boccioli d'argento nell'oscuro giardino del mio pensiero

Tavolozza di labbra,
mosaico e scalpello
opaca lanterna
che placa ogni suono
La voce arranca
sulle vene del collo
si strusciano vocali
su quella grinza di pelle.
 
Risacca d’ogni equilibrio
io nel buio mi sporco le dita
e restauro purezza
bevendo acquavite
da un mistico ricordo.
C’è il suono e la saliva
a marchiare la mente
il buio e la stella
a viaggiarmi vicino
e nel silenzio l’impronta.
 
Tu sei fossile e fenice
edera ed ombra d’ogni sera
incurante mi calpesti le ore
finche lo sforzo del vento
non cancelli i passaggi
finche il palato della notte
non sia l’impasto del tempo
che mi cavalca il cervello.
Tu sei disegno ed esodo
fiore della notte che annuso
a cui versare le mie parole
adagiandomi lenta sui fruscii
intonando nenie dolci
da mescolare alla linfa che ti sazia
mentre il tempo sbuccia le mattine
e ne fa grotte colme d’ombre e di stelle.
[Crobiotermi&Morfea77]

 
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Steli di Bucaneve
Attese il dissipar tenace
e poi gli ultimi, disperati guizzi
delle ombre urlanti.
Aspettò che l'onda calda
si facesse involucro
attorno a un bozzolo di colori.
Attese sospeso, nella verginità dell'aria,
dentro a un volteggio pregno
di fuggevoli, insoliti aromi.
Infine,
i suoi occhi poterono schiudersi
liberando il candore
fra l'increspatura di un sorriso.

 
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L'infinita cruda trasparenza
Spero in un fugace riflesso
seguendo con le dita
le crepe dei tuoi dinieghi.
Mi abbandono sulla fragile crosta
di un mio sguardo
che non trova risposta.
E la mia vita scorre stanca
inseguendo il tuo profilo sfuocato
sotto un mare di vetro.

 
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Adagio scolorire
 
E mi scivola fra le dita
ogni minuto passato
sgocciolando nel ricordo
di memorie sopite.
Distratto dalla tua movenza
dondoli in me, foglia d'autunno,
come scherno nell'aria,
leggera illusione
sul finir dell'estate.

 
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Escaping
 
In un altro luogo
dove il glicine governa
il profumo di un'essenza
si ricuciscono
gli strappi del cielo
scolorando le tenebre
sui vetri delle mie finestre.
In quell'altro luogo
fremono le piume
planando sui campi disegnati
dalle superate mestizie.
E mi abbandono al tuo richiamo
fluttuando d' incenso
sul contorno di  un sorriso.
E mi abbandono al tuo respiro
ritrovando la salvezza
dentro al fiore della tua pianta.

 
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Caduta libera
Piove rancido
e mi cede l'ulitimo appiglio
sul precipizio dell'esistenza.
Volando a peso morto
brucio l'ultimo attimo
sull'uscio dei misteri
e del dilemma insoluto.
Cos'è la carne,
chiave di un involucro
o semplice cibo per sciacalli?

 
<<<

Circuit fatum, nihil immune
 
.............................................................................
Osservo l'esecuzione del panorama
e il cielo espande il suo sangue scarlatto.
...................................................
La via è tracciata da interminabili forche
dove dondolano ricurve, le decomposte virtù.
.................................
L'uomo dal picco sacro imperturbato osserva
e preme la mano sulla lastra delle nuvole.
........
.......
......
.....
....
...
..
.
<<<

Crobiotermi

 
Non c'è da fidarsi,
no,
di me non c'è proprio da fidarsi.
Accarezzo il viso altrui
con la lama fra le dita,
bisbiglio confidenze
ma solamente a me stesso,
sono l'anima in pena
e un probabile misantropo.
Non c'è da fidarsi,
assolutamente nulla di cui fidarsi.
Io rifuggo l'amore
soffocandolo nel buio,
io prometto e non mantengo
sono zingaro, giocoliere
illusionista e traditore.
No,no, credimi,
è meglio non fidarsi.
Ho due facce come luna
una chiara e regolare
l'altra tetra e sempre all'ombra
ma non posso governarle,
son sorgente arsa e secca
che trattiene ogni parola
sono il fuoco d'artificio
che ti scoppierà nel palmo.
Non fidarti.
Davvero. Non lo fare.
Perchè non occupo uno spazio
ed evito il contatto.
Perchè quando arriverai
col desiderio di sfiorarmi
e convinto che io sia lì,
troverai solo aria mossa
ed io sarò già altrove.


<<<

 
PAOLA  INSOLA
NAVIGARE NECESSE EST

 
Trame di seta imbrigliano il vento
pronto a lacerare vincoli tesi
al furtivo gioco di raccogliere
con le mani a conca, sorgiva
sete di spazi increspati.
E la domanda penetra legni
quasi intatti, svuota la conchiglia
tradita da una nota di luce
prima di invaghirsi del sole.
Per altre vie rifrange l'onda
capace di sfogliare lo scoglio
con braccia grandi avvolgenti
e nude la spuma impazzita
dal coito interrotto col cielo.
Mi penserai fuoco liberato
dalle qcque, sale perverso
o cristallo che divina saggezza.
Per i naviganti dell'ora saremo
diafane vele trafugate alla notte
ma dell'intreccio di una logora tela
siamo l'ordito che resiste
al gorgo del destino: "Navigare
(o amare?) necesse est".

 
*
NICOLETTA  RAMI  RAISE
IL MATTINO IN CUI CI FU IL MIRACOLO DELLA LUCE

 
Noi abbiamo veduto la sorgente della luce gocciolare
sangue nell'aria e gli uccelli fermare le ali sopra il
mare precipitando così verso l'acqua e la caverna del
nostro cuore ha battuto irregolare con sonorità che si
rinfrangevano contro pareti di carne e rimbalzavano
riempiendo le stanze finché fuggimmo presi dal terrore.
Dapprima avevamo intrattenuto buone relazioni con le
maschere dell'uomotopo in agguato fra la miseria
 | l'uomotalpa
che dorme mentre altri stanno morendo l'uomoviolino
 ! dalle
note sdolcinate nelle anticamere dei ministeri
 ! l'uomorinoceronte
con fragilissime ragazze sotto le zampe
l'uomostregone con la clava alzata per sacrifici umani
e l'uomopirana l'uomoragnoveleno l'uomodueteste adibito
alla sorveglianza sul denaro l'uomoghigliottina certo
dei codici e l'uomometropolitana per lo sfruttamento del
subconscio e l'uomogabbia per le relazioni amorose e
ancora l'uomovetroaffumicato per nascondere gli occhi.
Il mattino in cui ci fu il miracolo della luce avevamo
alcuni appuntamnenti d'affari e un vasto giro di ricognizione
nell'animo d'un uomoarcipelago ma accadde questo fatto
 | del
sangue nell'aria e ci fu il suicidio degli uccelli e il
nostro cuore non obbedì al ritmo così noi fuggimmo dalla
nostra stanza che ormai era invasa da mostri mentre alla
sorgente della luce il sangue seguitava a gocciolare e gli
uccelli con strida sempre più alte si inabissavano nel mare.
Solo gli uomini in maschera ignorarono ogni cosa e
 ! continuarono
a camminare lungo le strade o a strisciare addosso ai muri.

 
*
ANTONIO  SPAGNUOLO

 
L'inerzia della storia è volontà di un attimo
chiuso ai tessuti.
Altro luogo in cui eravamo
decadenze di tibie
per sospendere voci di mercato
e ortaggi mattutini da riprendere al taglio.
Incorporate agli amplessi,
stanze, figure, lenzuola,
giocheranno al rimorso,
regola di doccia vertebrale
E che fatica andare e venire,
fermare la carne in quel che è stato.
Rimane una sorpresa: il tuo nome al rovescio.
Riprovo un'altra volta col cinabro.

 
*
IVO  GIGLI
QUEST' AZZURRITA'

 
quest'azzurrità che so pensi smorire
raccoglila nelle mani,
forse un occulto cassetto crepato potrebbe
ma poi guardo i tuoi occhi seri
e faccio cenno di lasciare aprire le mani,
di chiudere l'antico cassetto
e assieme muti
ascoltiamo gocciare l'azzurro
per la porta aperta
sul cortile devastato dal fango
1976

 
*
GUARDANDOTI NEL GIORNO VERDE

 
Guardandoti nel giorno verde
d'acacie e di frescura, ascoltando
la tua querela alta severa
di forza mi portasti ai nodi estremi
che mai cessan di urtare nelle coste
e con lente maggiore ingranditi
vidi il lamento e la torsione
ma più volte sentii il volo frangere
i vetri del presente verso che cosa
mai non so,
come un ribattere bambino
che con il pianto in gola dice no,
sentii la morte nelle mani aperte
e un folle alitare alto insieme
e fu smarrimento, fu attesa
- continuava il giorno col suo verde incanto

 
*
QUEL NON ESSERCI ASSIEME

 
Quel non esserci assieme,
solo la nicchia d'aria
e d'ombra tua al Belvedere,
una presenza s'allarma
dell'assenza, è tinta ancora
dell'immagine dissolta che accanto
era intento, unione, amore
e che ora adempie solo
il destino antico dell'isola
perduta nel silenzio
per il tuo eclisse

 
*
NICOLA  FIORELLA
IL CANTO DELLA TERRA

 
Siamo in cammino dalla nascita
alla ricerca delle città sepolte.
La crescita del mondo
era nelle nostre mani,
nel vivere quotidiano,
nel ferro forgiato dal fuoco
e nella creta plasmata veloce.
Il canto della terra
era sui campi di grano
e nelle lunghe stagioni
c'erano spighe alte e gialle.
La vita degli uomini
correva sui grandi fiumi
e nelle grandi cascate,
nei boschi verdi
e sui rossi tramonti.
Ora, dopo il paradiso,
nei giorni aspri delle mutazioni
assistiamo increduli
alla morte del mare
e all'ultima agonia della verde foresta.
Nel dolore di oggi
io grido perché questa terra è sacra
e con i miei sogni dilatati dal sole
voglio vivere vicino al mare
la nuova stagione del mondo.

 
[ Poesia vincitrice al Concorso Naz. di Poesia
LI.S.S.P.A.E ]

 
*
A DUE PASSO DALLA LUNA

 
Torno qui ogni sera
a guardare il Naviglio stanco
mentre la primavera
con i suoi occhi verdi
riempie la mia vita.
Torno qui, come quel tempo,
che insieme camminavamo
sotto il portico dei lavandai
dove l'acqua limpida
riempiva d'amore i nostri occhi.
Torno qui ogni sera da solo
per ritrovare il tuo volto
e il tuo sorriso
che si specchia sull'acqua
a due passi dalla luna.

 
*

Frammenti da Yannis Ritsos

 

Ci siamo alzati,

abbiamo scoperto gli specchi, ci siamo guardati,

ed eravamo giovani prima di migliaia di anni, giovani

dopo migliaia di anni...

...

e quella luce non era affatto rifrazione

ma la nostra luce filtrata entro tutte le morti.

                                        [da Quando giunge lo Straniero]

 

 

            ... Per questo gli uomini

quando sentono la paura del lavoro, dell'usura, del vuoto, dei giornali,

della memoria delle guerre, dello stridìo delle articolazioni alle loro dita

o dell'urlo del sole che s'incunea tra le loro ossa,

afferrano le donne come se afferrassero i rami o le radici di un albero sopra il baratro

e là sopra rimangono sospesi come se lottassero o giocassero con il caos;

e le donne lo sanno e chiudono gli occhi:

non dicono di no:

attendono:

e quando quelli si addormentano, loro vegliano,

e anche quelli sono loro figli come i loro figli,

e come questi anche quelli li faranno crescere

li nutriranno del loro seno e del loro silenzio, talvolta del loro rifiuto,

ancora li colmeranno con la sete dell'unione: ed un'onda gigantesca

arrotonderà il suo slancio sotto le costole dell'uomo, pronta

a colpire in piena fronte gli ostacoli, a stritolare gli ostacoli,

fino a spegnersi sul quotidiano arenile, sui piccoli ciottoli, nella stanchezza, nell'oblio.

                                        [da Quando giunge lo Straniero]

 

NERO  LUCI

 

Da IN UN AMEN


neuromantischelieder

di un gentiluomo

dell'Università di Torino

 

EDITORE NO REPLY S. R. L.

2005

 

 

bisinca

 

e tolgono fiato

baci da tua bocca

&t;p class="MsoNormal">conclusioneundecima

 

detta da cabbalisti

a killing kiss.

tu qui subumbra

conspectu domini

sulle tue labbra

lamorssantorum

a kissing kteis.

la pornoprisca

dei canti cantico

furori herotici

ne scrisse Origene

da bacio morte.

 

*

 

Fimerodia

 

Fimerodia d'estate

corre la dea alata

col suo brusio di spighe

locuste sui balconi,

la sinfonia di grilli

in prati verdi gialli

col corpo chiama coito

meccanica da onda,

annunzio del ti amo

tramonto da monsone

col bacio buona notte

fimerodia d'estate.

 

*

 

ugaritico

 

ora che trabocco

di numeri e parole

e amore grigio fumo

celato ma si sente

si prega solo qui

fra quello che rimane

menzogna d'innocenza

innalzerò i prescelti

amore dato a ognuno

quello che posso fare

cubo centrale sono.

 

*

 

farbenlehre

 

ombre rosse

d'alba e di tramonto

e il parteciparvi

rapporto luce tenebra

l'occhio in dualità

il rosso lo distrugge

ed anche nervi e sangue

producesi l'ossigeno

per la ricostruzione

un film a luci rosse

il sangue a mezzogiorno.

 

*

 

Scriba manent

 

solo ibis suona

scimmia ripete solo

in somma nuova strage

sangue d'infanti al sole

spunta ancora suono

sulla pietra scritto

s'ode a gioia sacra

scritti inni e saluti

sordi a unione sorti

solo manent scriba.

 

*

 

magnifiche sette

 

e meno dieci la sveglia giù dal letto

precipitando così dal piano astrale

molteplice e studenti aliti in tram

nell'intelletto disintegrato

nell'hitparade delle coscienze

la questione degli universali

controversia nettunisti/ vulcanisti

il sole poco a poco di mattina

molti fino all'uno dei al lavoro.

 

<<<

 

[MALEDIZIONI

Collana a cura di Sparajurij]

 Non tutte le Maledizioni vengono per nuocere.



DYLAN THOMAS
 
Ci fu un redentore
 
 
 
       Ci fu un redentore
 
       più raro del radio,
 
   più comune dell'acqua, più crudele della verità;
 
       fanciulli tolti al sole,
 
       si riunivano intorno alla sua lingua
 
   per udire la note dorata girare in un solco,
 
prigionieri dei loro deisderi sprangavano gli occhi
 
dentro le carceri e gli studi dei suoi sorrisi senza chiave.
 
 
 
       La voce dei pargoli dice
 
       Da un perduto deserto
 
   bisognava far calma nel suo tranquillo tumulto;
 
       quando uomo ostile feriva
 
       uomo, bestia, od uccello,
 
   noi celavamo il terrore in quel fiato omicida;
 
bisognava tacere, quando la terra divenne fragorosa,
 
dentro le tane e i manicomi del terribile grido.
 
 
 
       C'era gloria da udire
 
       nelle chiese del suo pianto,
 
   sotto il suo braccio piumoso, mentre colpì, sospiravi,
 
       oh tu che non sapevi
 
       piangere sulla terra quando un uomo moriva,
 
   immettersi una lacrima di gioia nel divino diluvio
 
e appoggiasti l'orecchio a una conchiglia di nuvola:
 
ora nel buio siamo soltanto tu e io.
 
 
 
       Due orgogliosi oscurati fratelli,
 
       sprangati dall'inverno fianco a fianco
 
   gridiamo a questo vuoto inospitale anno,
 
       oh noi che non sapemmo
 
       trarre un solo sospiro nell'udire
 
   la cupidigia umana avventarsi sul prossimo in fiamme
 
ma gemendo corremmo a rifugiarci dentro le azzurre mura,
 
ora versiamo gigantesche lacrime per la colpa mal conosciuta,
 
 
 
       per il crollo di case
 
       che non allevarono le nostre ossa,
 
   per le morti coraggiose degli unici mai ritrovati,
 
       ora vediamo, solitari noi,
 
       la nostra polvere di veri stranieri
 
   cavalcare attraversi le porte della nostra
 
impenetrata casa. In noi esiliati, risvegliamo il molle,
 
inerme, disserrato, scabro e setoso amore che frantuma le pietre.
 
 

ULISSE FIOLO
 
Il glicine del tempo
 
Alla fine, c’è il glicine
che ogni mattina ha più butti me;
par che di notte
recuperi il riposo nella luce
liberando la linfa accumulata
e, anche se siamo già a metà luglio
e l’afa strappa il fiato,
lui la vince comunque:
ogni giorno si arrampica più in alto,
spande frasche, fa foglie,
si attacca dove trova – non si stanca
di contendere al caldo un po’ di verde;
ha persino due piante
nuove, spuntate su direttamente
dalle radici estese sottoterra:
era fiorito una seconda volta
a fine giugno, più
che aprile e maggio, poi
ha perso tutti i petali e ora,
senza rumore, continua
a fare il suo lavoro – a gareggiare,
anzi a lasciare fare al tempo:
dicevo, ce la sta facendo meglio
di me che invece
ogni mattina cado
dal letto, senza mai toccare il fondo
del giorno, qualche terra
dove lasciarmi andare e fare
la fine buona
del seme che feconda – nel morire.
 
<<<
 
Un’esperienza (come fare senza?)
 
 
Così, un giorno scomparve: stava male,
ma la pietà che aveva per se stesso
non lo lasciò scappare – era di sale;
fu un bene, lo può dire solo adesso:
senza senso ogni cosa e il più normale
gesto di vita, amore non espresso,
non gli riusciva più: ciò che più vale
non era niente – vuoto, senza nesso;
sentiva tutto come morto e eterno
a un tempo, eroi i suoi congiunti e santi
gli amici che lo ressero al suo posto –
finché non ritornò: piano, l’inverno
dell’anima fu sciolto e i nuovi canti,
nel cuore, risuonarono all’agosto.
 
 
[dal blog di Tiziana Curti: DIALOGO SULLA POESIA ]



Ultima nudità
 
Nel tempo degli incensi
festeggio la furbizia del papavero
a germinare gorgheggi per il ventaglio dei petali,
nell’eterno lacerarsi del mio dubbio,
... che confonde – cretino - le nuvole al singhiozzo
e tradisce l’ultima nudità della mia rabbia.
False parole,
gocce rade che giungono sgradite
per le ore improbabili, stupidamente incallite
alle preghiere,
leggére sorprese quasi frutto di spazi
per le sospensioni
del prossimo tuffarsi delle note.
Ora la pelle decompone ginocchia,
perché le nostre lettere bruciate nel timore dei figli
battono la meridiana contro il cuore.
Nel gesto del tuo, a volte, morbido ancheggiare
era la timidezza dell’attesa,
ora respiro vocaboli di fumo
per una storia che finge la speranza
e cessa di riaccendere ogni parvenza,
come una trottola impazzita per vertigini….
Si appiattiscono i giorni anche se i germogli
hanno un grano di luna ben nascosto
e la mia erranza consegna il segno della fantasia.
Hai lasciato splendori che svaniscono in timide esclusioni,
ed io recido gli sbuffi del pensiero
ora che divoro l’ indugio inutilmente.
Racchiude l’onda che si fa bianca
tutta la freschezza delle trascorse armonie
in quel particolare ritmo che rivela
il quotidiano senso delle memorie.
 
*
Antonio Spagnuolo
 
da: poetrydream.splinder.com


 
FRA DUE GIORNI
 
Fra due giorni ancora avvertirò
Scosse di adrenalina 
dagli effluvi delle tue mani laviche
al richiamo della mia pelle sensibile
tra le nervature dei crateri dell’essere.
 
I tuoi fianchi discopriranno il corpo
Sino a raggiungere scintille di labbra,
limpidi sorrisi in grado di risolvere
i più tortuosi pensieri.
 
Ancora offrirai i tuoi morbidi seni 
alle mie mani: nelle profondità
degli occhi ritroverò il tuo cuore a fissarmi,
pupille di luminoso zaffiro
capace di dissolvere ogni avversità
della mente a ostacoli.
 
Nulla rimarrà un giorno 
di questi corpi fugaci; ma nell’estasi
al crepuscolo emigreremo
verso mondi intatti e ancora
il nostro sogno dischiuderà amore
negli infiniti attimi di tenera eternità.
 
Piero Donato (28.12.2010)
da "La pietra del Mito", Rupe Mutevole Edizioni, Ravenna, 2011


 

 da Hopkins, con lui, e poi ...
 
 Padre Hopkins, tu che sapevi e sai
tu che hai scritto per i morti per acqua
 aiutami a parlare attorno e di fronte all'isola
piccola e felice tra l'oscurità della notte e
le luci della festa, isola del simbolo di chi
Tu riconoscevi, a cui raccomandavi le persone
 in pericolo da ogni dissennatezza
errore o macchinazione, soprattutto paura
legandole ad un discorso molto più alto di quanti
sentiamo, voci non di coro ma riti stanchi
di uomini slegati dall'Eterno,
 superstiti di Chardin e di Nietzsche.
Parole consumate sull'abisso di
 una retorica falsificatrice che anche te,
 padre, colpì perché criticavi quello che già
criticava il Maestro tuo
contro tribunali e curie di ben pettinati crini,
di stiratissime camicie, di non logori abiti e
mani curate lenti dorate che predicano l'opposto,
 mentre gente si animalizza sempre di più,
lasciata senza parola piena,
ripiena di possibilità di scegliere la propria vita
verso un obiettivo di amicizia e di contraccambio,
di onore e gloria autentica, non fine a se stessa,
 onore e gloria riportate qui sulla terra, regno degli uomini indiati,
di uomini che non potranno avanzare
 per la povertà di una o poche persone che pensano alla loro sbornia o
 civetteria, al nostro personalismo e narcisismo che
portano alla morte per annegamento,
 alla dispersione che non cancelleranno i sogni
 cristallizzati ogni sera in mostri e fantasmi.
Non posso seguirti, Padre, nella consonanza di
una poesia dotta, in una lingua e  in un  tempo diversi,
e data la differenza di intelligenza tra noi
 accetta con i silenziosi soccorritori dell'umanità il mentre dico.
So che la poesia oggi non è accettata
come i superiori Tuoi,  non calatasi nella nostra gente
 che la vede distante e non ad essa destinata ma
 per pochi distratti della realtà, gente che non pensa alla pensione,
alla percentuala del profitto, al miglioramento del pil.
Poeti, non comuni mortali che tentano solo di essere
pari al gene proprio, di avvicinarsi alla destinazione
 ultima dell'umanità ovvero di ritornare al
punto omega che è anche alfa,
porto di arrivo e di partenza dove il capitano
saluta la nave in allegria dopo aver preparato tutto
 per il ritorno, senza nessuna idea di naufragio
perchè confidante nell'amico in plancia
che non tradirà mai, la sua prerogativa di traghettarore
di anime verso lo splendore di
un porto non sepolto ma pavesato a festa.
Se questo non dovesse vedere,
 il pianto non sepellirà gli scomparsi
ma rigenererà i disperati e i vili e coloro che sono
nel terrore e nel disorientamento, allungando una mano che
affettuosamente li porterà al ricovero da se stessi.
Padre Hopkins, tutti coloro che hanno aiutato
 entrino nella tua poesia, nel Tuo continuo pensiero
legato a quello eternamente generativo del Padre,
 e ti chiedo di avere comprensione e
pietà per quelli che agognano di capire
*
Ettore Bonessio di Terzet
[da: poetrydream.splinder.com
di Antonio Spagnuolo]
Giovedì, 26 Gennaio 2012
PROPOSTA N° 295


Vertigine

di Antonia Pozzi

 

Afferrami alla vita,

uomo. La cengia è stretta.

E l'abisso è il risucchio spaventoso

che ci vuole assorbire.

Vedi: la falda erbosa, da cui balza

questo zampillo estatico di rupi,

somiglia ad un camposanto sconfinato,

con le sue pietre bianche.

Io mi vorrei tuffare a capofitto

nella fluidità vertiginosa;

vorrei piombare sopra un duro masso

e sradicarlo e stritolarlo, io,

con le mie mani scarne;

strappare gli vorrei, siccome a croce

di cimitero, una parola sola

che mi desse la luce. E poi berrei

a golate gioiose il sangue mio.

 

Afferrami alla vita,

uomo. Passa la nebbia

e lambe e sperde l'incubo mio folle.

Fra poco la vedremo dipanarsi

sopra le valli: e noi saremo in vetta.

Afferrami alla vita. Oh, come dolci

i tuoi occhi esitanti,

i tuoi occhi di puro vetro azzurro!

 

*

 

 

 La campana sommersa


Per i miei occhi malati,

una trasparenza di falso cielo,

dentellata di falsi pini.

Da una tempia all'altra,

sospeso a una tensione acuta di violini,

un dondolio d'intensità diverse,

rotto da scrosci fondi.

Nell'anima,

nessun motivo costringente:

poche note sgranate e increspate

liberamente.



Milano, 26 aprile 1929

 

*

 

Saresti stato

Annunzio
saresti stato
di quel che non fummo,
di quello che fummo
e che non siamo più.

In te sarebbero
ritornati i morti
e vissuti i non nati,
sgorgate le acque
sepolte.

La poesia,
da noi amata e non sciolta
dal cuore mai,
tu l'avresti cantata
con gridi di fanciullo.

L'unica spiga
di due zolle confuse
eri tu –
lo stelo
della nostra innocenza
sotto il sole.

Ma sei rimasto laggiù,
con i morti,
con i non nati,
con le acque
sepolte –
alba già spenta al lume
delle ultime stelle:
non occupa ora terra
ma solo
cuore
la tua invisibile
bara.

22 ottobre 1933

Federica Galetto

 

Nell’erba il punto

 

 

È un innocente martirio,

legato, spesso retto dai corvi

passanti di lato,

ai segni lasciati e sbrecciati

con melliflua impazienza

Se forza è sola mi stringo

a te

che senza cado dall’alto

e sorrido

 

*

 

Che dire di soli e di mani all’acceso imbianchire del giorno

radici espiantate del nerbo in rovina

che dire se mai si volesse cantare di fiori in silenzio

sull’onda del mare

assorto

come segale rotta da venti pagani

su steli di rose e fogli d’ardesia

 

*

 

Andando vedevo le luci spaiate ingrandirsi sbieche

distratta la mente s’impigriva in sbadiglio

le mani fosche di tedio raggiravano fiori

e ancora non conoscevo alcuna memoria che

abbagliasse il giorno pieno

 

*

 

Vento furibondo sui colli

S’aprono le crepe di luce

e nubi si spezzano il collo

nei vuoti d’azzurro

 

*

 

È la decadenza del torbido che invecchia

appesa alla balaustra m’osservo fra le altezze

sporte all’incanto dei voli tristi

di giorni e notti a sventolare

in ginocchio

 

*

 

Questo è il tempo per concerti di luna

uscenti da un angolo enorme

dove blu è l’esterno della porta

Gocce d’estate nebbiosa sulle colline

graffiano come spaventi

Questo è il tempo per le parole perdute

un sottile raggio in un distante coro che canta

 

<

 

This is the time for moon’s concerts

coming out from a huge corner

where blue is the door outside

Drops of foggy summer over the hills

like fears they scratch

This is the time for missing words

a subtle ray in a distant choir singing

 

*

 

Mi resisto nello sforzo immane

credo ormai ai sentieri dispersi

o alle minime segrete

distratta mi stendo sulle rade ombre

che forse non so più dire se vivo o sogno

rimangono solo i vetri chiusi e le stelle

sotto i piedi e il capo

 

*

 

Sono indelicate le ciglia a battere fuochi

o gote spinte al basso nei tondi vuoti

si rispecchiano bene i sogni nel blu

che saturo inonda la pupilla

raschiare i colori per cedere al dissolversi

 

*

 

Destano bianche immolate cere

d’imposizione

le mani tue che s’aprono

in occhi striati di grigio

restanti a guardare come impressa

è la mia piaga d’amore per te

in somma totale d’ascolto le membra

riflettono carne e comete fra i baci

in respiro. Il fiato di Dio.

 

*

 

Porto gli orli e le balze del tuo cappotto

nelle sfilze radiate dall’occhiello

staccano bottoni dati al macero

eppure bellezza compare dal bavero alzato

tornerò ad indossare tagli di sbieco e lunghi

pastrani per averti addosso

 

*

 

Se cascano le note sui pendii scoscesi

resta la calma nelle pieghe del fieno

remano inconsistenti

ai bordi estesi dei prati

i sogni

poggiando su una nube

che passa come oro e pietra

nell’ardere luce

 

*

 

[sito web di provenienza: www.ebook-larecherche.it ]


 

GIORDANO GENGHINI

 

IL GIGANTE SEDUTO
(da “Ritorni”, 1985, ora nel sito web ilmiolibro.it)

Il gigante seduto: nella sera
stormi di luci fra le guglie grigie
della stanza, e silenzi
dentro l’ombra, nascosti,
e sguardi e suoni e falsi cerchi d’oro
tra siepi di velluto.
Like a bird
on the wire…
Tace, ascolta, è fermo, è solo
il gigante, di spalle: oltre le bigie
nubi, intricate tracce di rumore
in frante risonanze.
E dischiude una mano il lento volo
oltre le tende e il tempo, a oggetti e spazi
confusi da pareti. E in lontananza
controluce, il gigante
visto di spalle, è solo, è vecchio. Obliqui
nella curva penombra, oltre lo specchio,
segni: immagini, forse, di un istante
presente, che non muta, o forse nera
nebbia distante.

 

 

 Quando dal mio buio traboccherai

di schianto

in una cascata

di sangue -

navigherò con una rossa vela

per orridi silenzi

ai crateri

della luce promessa.

 

Antonia Pozzi, 13 maggio 1937

 

 

 

Incantesimi

Alti orli ghiacciati
si disfecero al mondo.

Solcava
lenta e lieve la barca
laghi d’oro,
andando così nel sole
abbracciati.

Gracili reti bionde
imprigionavano l’ora.

E nacquero brividi;
crebbero
voci tristi;
fischiò
a sponda il dilacerarsi delle canne.

Belve chiare
guardarono dal folto
a lungo
il tramonto nell’acqua,
andando così verso l’ombra
io libera
e sola per sempre.



22 dicembre 1935


 

La vita sognata
 
(...)
Perchè tu eri 
la purità mia,
tu cui un’onda bianca
di tristezza cadeva sul volto
se ti chiamavo con labbra impure,
tu cui lacrime dolci
correvano nel profondo degli occhi
se guardavano in alto –
e così ti parevo più bella.
 
O velo tu
– della mia giovinezza,
mia veste chiara,
verità svanita –
o nodolucente – di tutta una vita
che fu sognata – forse –
 
oh, per averti sognata,
mia vita cara,
benedico i giorni che restano –
il ramo morto di tutti i giorni che restano,
che servonoper piangere te.
 
 
ANTONIA POZZI
25 settembre 1933
 
 
Preghiera alla poesia 
 
Oh, tu bene mi pesi
l’anima, poesia:
tu sai se io manco e mi perdo,
tu che allora ti neghi
e taci.
 
Poesia, mi confesso con te
che sei la mia voce profonda:
tu lo sai,
tu lo sai che ho tradito,
ho camminato sul prato d’oro
che fu mio cuore,
ho rotto l’erba,
rovinata la terra –
poesia – quella terra
dove tu mi dicesti il più dolce
di tutti i tuoi canti,
dove un mattino per la prima volta
vidi volar nel sereno l’allodola
e con gli occhi cercai di salire –
Poesia, poesia che rimani
il mio profondo rimorso,
oh aiutami tu a ritrovare
il mio alto paese abbandonato –
Poesia che ti doni soltanto
a chi con occhi di pianto
si cerca –
oh rifammi tu degna di te,
poesia che mi guardi.
   
*

Quando dal mio buio traboccherai
di schianto
in una cascata
di sangue -
navigherò con una rossa vela
per orridi silenzi
ai crateri
della luce promessa.
 
13 maggio 1937
 
*
 
Incantesimi
Alti orli ghiacciati
si disfecero al mondo.
Solcava
lenta e lieve la barca
laghi d’oro,
andando così nel sole
abbracciati.
Gracili reti bionde
imprigionavano l’ora.
E nacquero brividi;
crebbero
voci tristi;
fischiò
a sponda il dilacerarsi delle canne.
Belve chiare
guardarono dal folto
a lungo
il tramonto nell’acqua,
andando così verso l’ombra
io libera
e sola per sempre.

22 dicembre 1935
 
*
 
La vita sognata
(...)
Perchè tu eri
la purità mia,
tu cui un’onda bianca
di tristezza cadeva sul volto
se ti chiamavo con labbra impure,
tu cui lacrime dolci
correvano nel profondo degli occhi
se guardavano in alto –
e così ti parevo più bella.
O velo tu
– della mia giovinezza,
mia veste chiara,
verità svanita –
o nodolucente – di tutta una vita
che fu sognata – forse –
oh, per averti sognata,
mia vita cara,
benedico i giorni che restano –
il ramo morto di tutti i giorni che restano,
che servonoper piangere te.

25 settembre 1933
 
*
 
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