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DELL'INDICIBILE E ALTRO
EMOZIONI DELLA SCRITTURA
Amici Poeti







I MIEI AMICI POETI


FLAVIO BALLERINI

NON IMMAGINO VOCAZIONE PIU' BELLA


Non immagino vocazione più bella, talento o dote più preziosa e importante di
quella che riesce a prendersi cura degli altri in modo spontaneo e naturale, una
grazia e una direzione come conduzione migliore di vivere, come appartenenza
alla salute e alla sua promozione; un darsi, un dare il meglio di sé è giungere
al miglior dono di sé che non può che espandersi, come l'amore, come un'arte.
C'è qualcosa di più grande nell'arte, di più potente nell'amore? E ciò può
confinarsi per una sola persona? può bastare una direzione di ciò nella coppia,
che sappia, almeno, intravedere non dico la felicità ma la pienezza di un vivere
una vita che – non importa se segnata da una destinazione nella insopportabile
stazione finale del nulla eterno (un'idea che mi è tuttora insopportabile,
concepibile solo quando l'idea si associa alla paura) oppure se creduta per
qualche fede o per esperienza mistica solo una provvisoria storia che approderà
in altri regni o all'immortalità – è una vita (vera), trova continuamente fonte
e orizzonte?
Prendersi cura di sé come di tutto ciò di cui questo sé è, tutte le relazioni di
cui è fatto, questo può avvenire solo contemporaneamente; cioè è possibile
giungere alla fonte del sé e all'essenza dell'essere se riconosciamo e viviamo
consapevolmente gli intrecci vitali di cui il proprio sé è costituito e vestito,
viva luce a tutte le relazioni che ci compongono e l'umile e, se possibile,
amorevole sguardo al limite, all'ombra, al male, che ci conduca a compiere un
gesto, trovare ciò che può accogliere (forse tutto), un cuore dove la meraviglia
prevale?
La vita se non è un miracolo muore.

SALUTARE E SALVARE

Un giorno si disse: "Basta,
le mie ferite sono guarite!"
e non fece altro che vedere
e ricominciava a vivere
e guariva davvero
e qualche male liberava
vivendo

FLAVIO BALLERINI
Pesaro – (1950 – 2006)

[da: “Emozioni maldestre”, 2007]

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FRANCESCO MAROTTA
Da Il Verbo dei Silenzi, Edizioni del Leone, 1991
.
TRA PUPILLA E LINGUA

Il giorno trascorre negli occhi
le sue ore in fiamme.
Muto groviglio in maschere di carne.
Rito che polvere d'incendio solidifica
dove ferita a sangue la parola cede.
Non si fa memoria.

*

Erosa da infinità di fuoco
la pietra che canto.
Soglia dove si addensa un grido.
Alfabeti franati l'alba raccoglie
nei suoi silenzi di luce.
Segni di febbre
sull'unico specchio scampato
all'incendio del buio.
La memoria talvolta si illumina
di queste fragili voci
gemmate da un vagare di sabbia.

*

Parole di sale
sulla pietra silenziosa dei giorni.
Un canto che muove la risacca
tra onde seminate di spume.
Tra chiarori incerti.
Qui dove un verso
è quanto del tempo vive
all'insaputa del buio
(un fiore di albe bruciate
plasmato nella creta di echi
assenti)
inventare lumi di condanna.
La fiamma è voce in cerca di dimora.
Oscuro accento che curva le mappe
di rotte indecifrabili.

*

Colori di sillabe
incrinate da risacche di vento.
Anche il mare si nutre di fioriture assenti.
Ritorna al luogo d'origine
l'onda che sussurra
pietrificata nell'eco
come fiamma di voli ormai spenti.
La parola è aria indurita nei fondali.

*

Schegge di vita
nei libri bruciati.
Spargo semi di cenere al suolo
per avere occhi che sentono.
Labbra che vedono.
A ombre appena calate
ritirerò le mani dal fuoco.

*

Febbre sottile della metamorfosi.
Accesa sul confine
che tra pupilla e lingua
ricorda l'età corrosa
ramificata in circoli di fiamma.
Il lampo è sorgente di ferita.
Parola che si oscura
se nominando il mondo
alle cose rivelate
ha già bruciato il volto più segreto.

*

Il tempo dove dimorano grida
è costellato di luci
assediate di silenzio.
In quel grumo di lampi tormentati
di stelle erranti per orbite ignote
costringi gli occhi
a colmare l'aria usurpata
affinché si spandano
a predare di immagini
la bianca superficie della morte.

.
NELLA LUCE ASSENTE

Ad ogni alba il giorno
tira a sorte la strada
dove trascinerà il suo canto.
Ogni altro sentiero è fonte inespressa.
La morte vi attinge le sue sabbie.
Madre del dono silenzioso della sete.

*

Mutati in memorie d'alberi
(anche l'ultima luce dirada
in arabeschi d'ombra
sui nostri volti spariti al giorno)
dimoriamo un tempo che agita
cadenze di ferita
florescenze di voci
appassite sul confine della sera.
Qui le stagioni avvampano
in pozzanghere di torba
come lingue sabbiose senza futuro
e a nulla serve chiamarle ancora
con nomi smessi di pollini o maree
fingere cronache di equinozio
in voli disegnati dalla cenere.
Sono già pietre e arsura.
Nessuna immagine mette più radici
in terre di occhi disabitati.

*

Laguna di foglie
sbrinate per annegare negli occhi.
Luce che si scuote
nel vetro franto di specchi senza volto.
E' primavera anche questa
prateria di cemento
che strappa un grido alla gemma rinata
e accende le strade
all'aroma innaturale dell'attesa.
Un deserto profumato
schiarito per la liturgia del vuoto.

*

Liberata dal gelo delle nostre mani
la terra fiorisce in un rovo
lacrime mutate in sillabe di spuma
echi di un mondo intravisto
con pupille di radici.
I suoi occhi navigano profili d'acqua.
Sorpresi come gabbiani
al rompere dell'alba.

*

Alberi d'asfalto
assorti in un migrare di canali.
Costeggiano luci di pietra.
Dimore votate alla sabbia
dove gli uccelli si ammassano
in presagi d'acqua.
Schegge di lingue tagliate
nel cielo sepolto da un coro
che si spegne
da un presente di strade notturne
senza storia.
A questa piaga di liquidi inermi
corre la sete dei giorni
in lampi di alfabeto rovesciato.

*

Di tanti giorni fuoco rimane.
Sabbia.
Approdo di corpi accampati
nelle penombre impossibili
di stelle che si succedono
che in noi si infrangono
– nella luce assente
che la memoria respira
dilatando spazi di frammenti
alimentando schegge di parole.
Con ritagli di volti nella voce
gridiamo contro cieli lapidati.

*

Non maturano stagioni
su strade rischiarate di ferite
in questa luce di occhi mutilati
perduti nel sonno di isole profonde.
Solo notti che annotano memorie
in registri di catrame
accenti immensi da reggere
per una lingua che ha smarrito
l'antica sapienza di creare
di dare un nome
coniugare un fiore.
La parola che si iridava
come una gemma a rimembranze d'acqua
guizza oggi arida di polvere
consumata dai sogni di una fiamma.
Trasparenze d'incendio
nella sua danza immobile di ramo
che si protende verso fiumi vuoti.

*

Radici in precario equilibrio
dolenti come un profumo
di cui ignoriamo la fonte.
Così nel tempo le nostre voci al passo
(ormai del tutto spoglie
trasparenti
mute)
si allontanano da noi e ci dimorano.
Fedeli come onde
contro la rena che eternamente migra.
Varchiamo soglie
come chi salpa verso la sua ombra.
Gli anni segnati per misurare il vento.
Inconsapevoli ponti sull'abisso.
Sui nostri volti
nemmeno le maschere riposano.

*

Strade seminate di pietre.
Mappe immutabili di voci naufragate.
Rende muto il labbro
la pupilla arata da visioni di abbandono.
Vi leggeremo il cammino di un dono.
La terra che si risveglia
esercitata alla libertà di un grido.

http://spaziozero54.splinder.com/
 
 POESIE DI FLAVIO BALLERINI
Pesaro – (1950 – 2006)

---

AD ANDREA CROSTELLI (sulla “balena bianca”)
Quelle navi per un attimo in aria
sospese nel fluido canale chiaro
d’altro tempo e mondo le vele bianche
sopra e attraverso la gioia il dolore
la passione piena di ogni colore
forte di fiaba di memoria e infanzia
Dove ti porta la balena bianca?
ma cosa gridano quei neri alati?
apre varchi colorati del sogno
e vedi che permane e viaggia
lungo un aperto altrove
tutto pieno di grazia nel colore
che danza e che ti…chiama

Flavio

*

Da qualche onirico terrazzo bianco
stazione ottica dei sogni aperti,
ancora ritransitabili a notti
inoltrate su crocevia
ove solo il soprassalire muta,
quei bianchi terrazzi ov’ero lì e altrove
insieme, affacciato su altri sogni
immortale e in medesima luce
nel lieve stupire primaverile,
vissuti con la materia dei sogni
eppure ricordati come eterna
promossa felicità!
Vissuti davvero quando ritorno
sorpreso improvvisamente in balìa
inafferrabile intemporale.

30 marzo 2003

*

Grigio che confonde cielo e orizzonte
consuma la collina nel risucchio
del suo verde umido già digerito
dai moli di sera una rosa luce
lacrima oltre la campana velata
traspira sangue un cosmico delitto
per pochi minuti o un parto divino

*

Libero dentro il guscio e solitario.
Ho sentito tutti i miei cari morti,
mostratogli la fonte del disagio
come infelice fuori dall’intero –
fuori dopo la pioggia miagolava
come un grido di dolore nell’aria
mutata e dolce una gatta d’amore
lo strazio che non puoi non ascoltare
Non mi resta altro che essere presente
oggi dentro e dopo tutti i congedi
Sopra il ponte del Miralfiore l’aria
disse d’esser la vita del pianeta
oltre l’umano. Tutto muta e si può
uscire dalla propria forma un poco
e in quell’allora nell’oltre guardare
e accorgersi forse di un altro fare…
Umili e leggeri oltre il terribile

Flavio

*

Mai mi sono sentito così solo
Ed è una notte così bella nera
e luminosa di luna crescente
con tutto il cielo la stella più grande
si avvicina se la guardi alla terra,
l’aria è fresca e gli alberi della piazza
tremolano un’onda frusciante efferve
ovunque e il piacere di questi attimi
offre di starci insieme anche nel sonno.

*

Non si sa dove se ne sono andati.
Ed io non sono da allora più io.
Né confuso conosco quel che resta
nella scia di scomposti agglomerati
svaniti via, sol qualche monca memoria
qua e là nella geografia del vuoto
Appariva come una penisola
(ben ancorata a solida storia)
poi smisurabile fu il suo confine
ed arcipelago che s’allontana.
Per dubbie derive. Non sono più io.
Mi sembra un bel po’ che mi cerco.
Fu quando la corrente si raffreddò;
Ad est del golfo non c’era più sale
fiumi d’acque dolci scendendo dai poli
le primavere incerte svanivano
il ghiaccio avvicinava tutti i cuori
sorrisi si stampavano di pietra
sospesa come nel gatto di Alice.
Segni d’allarme, sogni suoni di chiurli
campane gufi inascoltati ed urli
furono disseminati nel tran tran
………………………………..
Flavio

*

(Per Kostas Kariotakis)

Per compensare tutto questo sole
d’aprile leggerò un poeta triste
la cui luce diverrà meno tetra
più attutita la vacuità del giorno
Resterò con i versi come in chiesa
- anche se dinnanzi a un inquieto mare –
in attesa che lo spirito aleggi
e come in una sentita preghiera
un angelo delicato e deciso
aprirà il cuore alla più pura pietà
Questa è la carità che voglio offrire
alla spirale nera dell’anima

[finalista al Premio “Paesepoesia”,
Belvedere Ostrense 2005]

*

Pure come invisibile radice
sorprende ai varchi un puro domandare
ove l’alieno allea forma che muta
oltre il noto che si infissa vorace
cibo a perpetuare la stessa fine
l’uguale fuggire il Logos vivace

(a Felice Serino su “L’ombra”) *
11 luglio 05

Flavio Ballerini

*

Non ricordo se riflesso dal vetro
o se fu folgorazione dell’ombra
o se vidi me specchiato dall’alto
per un istante nel limpido fiume
ricordo però la curva del cranio
le linee assorbite di schiena e spalle
io vidi ciò che mai prima non vidi
il profilo la posa in un unico
familiare ed estraneo interrogare
il mondo intero attorno
come la parte chiede al tutto cos’è
io vidi di mela formalo stampo,
vivo, fatto di antica attesa, forte,
come non fosse tutto quel che non è,
stampo dell’antico a sé, il doppio
il precedente
impronta emersa dall’ombra nell’ombra

*

Tutta la notte sogni ruotavano sulla poesia il poetare
Sono giunto là dove nasce il vento
alla curva del sogno
all’esterno pervade l’aperto
- da sopra le curve degli alberi
nell’inoltrato rimbomba
in altro modo il tempo

dicembre ‘01

*

Fra qualche grado del terrore
di sapersi mortali
e la meraviglia di essere vita.
Amare come vincere la morte
silenti in viaggio dentro lo stupore
- ehi! ce l’ho fatta! non sono caduto! -
verso il sorridere il respiro
entro l’inquieta memoria dei mali
Nell’assenza dove l’io scompare
come protezione si custodisce
la luce viva del sognare…

26 ottobre ’05

Flavio

*

Poesia

per viaggiare nella parte destra
gettando ponti dall’inconscio
a centottanta gradi l’arco
teso a raggiungere la sfera

17-11-05

Flavio
 
 Ricordando Flavio

Se io posso dirti son io ascoltami
sono innamorato del tuo ascolto
e della tua vera voce
E tu mi dici che la tua vera voce
non è quella vera ma una fra le tante
Io so che rideremo insieme
e la risata risalirà i sensi
come il suono di una cascata
su per le valli dell’Acquacheta
anche gli abissi
rideranno

Flavio Ballerini

*

Bibliotecario, filosofo, libraio nel campo delle teorie e terapie olistiche,
poeta, scomparso improvvisamente il 3 dicembre 2006
pubblica nel 2001 "Versi licantropi" che raccoglie poesie e prose e che diventa,
in collaborazione col musicista Michele Donati uno spettacolo teatrale e un CD.

Così lo presenta il poeta-pittore Andrea Crostelli

"... a Flavio la filosofia non bastava e si lasciava sorprendere dalla poesia....
che la poesia lo cogliesse di sorpresa era una delle sue aspettative maggiori,
un desiderio che alimentava i suoi sogni..
la sorpresa scaturisce a volte dalla magia di un imput che giunge dall'assonanza
di alcune parole..o dall'allitterazione,... o da parole che ritornano con
significati diversi o che, nominate, sono ripetute spezzate....
La sorpresa fioriva incessantemente dal suo innato stupirsi, con l'entusiasmo di
un bambino....lo spirito del poeta è tenere alla poesia le porte aperte sempre,
tenere alto lo sguardo, drizzare le antenne e rimanere in quello stato di
leggera insofferenza che sta nelle tensione continua dell'ascolto...
La poesia è stata per Flavio la Madre-guida del suo esistere....così gelosa da
volerselo tutto per sè"

---
 
 GIORDANO GENGHINI

Altri ritorni

1.
Sarà forse domani: con un fioco
soffio di mani: un fuoco

di specchi spenti: accanto a me rimani

ancora un poco

in questi specchi della pioggia, strani
volti degli anni e dei millenni, persi

come in gorghi notturni gli universi
dissolti: e il vuoto inganno degli inganni
ora al ricordo riconosce fine

di suono sordo divelto: e il segreto
è in noi sepolto tra venti e rovine.

2.
Navi d’unghie di morti: arcobaleno
infranto: lunghe prore luminose
nello scroscio dei raggi chiari, ed acque
e radure di mari

tra steli d’oro: e d’improvviso il soffio
di cieli e stelle dall’immenso molo
libera l’universo:

minuscolo, sul palmo della mano
bianca, insetto di brina: nel mattino
fragile, al volo.

3.
Astrali azzurri nomi, luci fatue,

petali tenui di rumore: graffi
di gesti, esile traccia

sulla pista magnetica del nastro
assente:

grecaggio della mente: e in fogli strani

virati soli, corpi d’aria, voli,

nidi di mani in alberi di veli.

4.

Polvere d’astri limpidi e pianeti

negli universi: rete

d’aria labile, d’orme

s’intesse nel respiro e spersa smaglia

il campo delle forme, nell’arena
di infiniti confini: oltre foreste
di mari e di pensieri, scroscia tersa
e svanisce tra le onde la risacca
delle cose: l’immagine stupita

di germogli di stelle: e oscilla, pulsa,
vacilla,

viva fiorisce in cieli ed antri d’albe

e giorni, voce chiara: ed oltre stormi
d’orizzonti e frastuono d’ere, s’alza
brezza di luce in neri spazi: ed ombra

tra selve d’ali e suono nasce e muore

di ritorni, di un cuore.

5.

Lampade d’erba, e luci, e forme, ed ali

di foglie, ferme:

dissolti solchi di zolle racchiuse

in corpi, e bianche orme,

e nella notte lenta transumanza
d’astri gelidi e nuvole, attraverso
fiumi di spazi e valli d’universi

celate: anse del tempo ossa di vento

imprigionano in gesti: e freddi suoni
divelti
da sordo legno intorno: da millenni
un volo
d’angeli e antiche vite, in muto stormo

per i cieli,

ove dorme nel sorriso

la fonte del pensiero: morta al giorno

dei lampi

la luce gonfia: e dall’azzurro sole
notturno, d’improvviso ai campi irrompe
sgorgando dalle vene dei sentieri
la cavalcata degli alberi neri.

6.

Spaurito, nel cerchio: intorno cerco
un’ombra luminosa nella mente
verde di limo ed onde: e un arco freddo
affonda e affiora, e ancora

affonda, e rete smaglia, e serra il varco
tra pensiero e respiro: e lento ascende

al niente, mentre il giorno si fa sera:
sbagliava, primavera.

7.

Pingue nebbia di noia: nervature
d’ombre lunghe: ritorto

albero sopra la pietraia: adunca
l’unghia della radice

raschia il fondale oscuro della mente
e affonda, e in linfa langue sconosciuta

-umido giunco timido allo stelo,
esile trama d’alito- e la foglia
dall’immobile riva, in bianco gelo

a pena viva,
tra rami neri appare: e trema, e cela
sguardi, e il volto specchiato: e d’altre foglie
infinito ricamo, labirinto

d’ignoto velo: il corpo della notte
in verde cielo.

8.

Baia dell’ombra chiara: verde nave
se n’è andata, la vita: ieri, ancora
creta di risa spente: onici vaghi
di volti: ed ora, nera
presenza d’astri serici, riflessa

sopra il mare del corpo: e s’innamora
di spazi interminabili la sera

pallida di paura, ed alta sorge

la vetrata confusa, e in prati d’ali

sottile specchio di fiati scolora

al tocco delle dita: e presa, chiusa
nella gelida gola, nella roccia,
la voce attende il dono, la parola
rubata: squarcia l’anima sdrucita
da forbici di refoli di vento:
strappa forme la terra, sole il sole
nella cala delle ombre, dove cala
la tenebra: ove l’osso

perora il volto bianco della mente
e le file di denti morti: pietra,

teca, cristallo freddo e muto, niente:
tetro, il cialtrone intona uno starnuto.

9.

Nodi di fredda seta e d’oro fuso,
nodi di nervi e chiodi ed urla e frodi
all’improvviso sciogliersi: confuso
aggrovigliarsi, forse,

di momenti e di menti:

ma intrecci di respiri, e anelli, e corse

nel teatro di verdi reti: e un drago
liquido lento emerge dai sentieri
del vento

nella fossa: ma tonfi d’acqua e brago

nel lago dei pensieri, e suoni gonfi
nell’aria grigia: nodi d’intricate

gomene: ultimo segno

di navi e vele e cancellate tracce
di presenze: ma non voli leggeri:
passeri neri nel cerchio di legno.

10.

Sussurri, vetri: cigolìo di stanze

distanti: nel deserto dello specchio
danze esili: e la toga

aperta che una mano obliqua lega
nel riflesso è persona, e ad arco piega

labile corpo assente, e nella gola
cavo legno di noce una parola

pegno di luce, ancora

deriva nella gora: lontananze
d’un segno ancora, ancora d’una voce

petali azzurri

nel prato nero: nei muti sussurri
ancora danze

di maschere velate di sembianze.

11.

La pelle è di metallo: tocca, è fredda
la bocca, e più non chiama, e lento scocca
vento giallo
d’ali chiare, il respiro: alle pareti
di foglie, l’universo nasce e muore:
e nell’intrico d’ore agita il tempo
i cieli e il mondo, e sciamano le immense
ombre del cuore.

12.

Tracce di mani, vortici di volti

tra piume di pensieri: ma di notte
salpano: ma sarmenti

e sterpi e funi e la morta parete
chiudono l’arpa nella quiete, dove
rete di suono smaglia e strappa bianca

mano di stoffa: e cadono comete
soffici, sopra l’isola

di ciottoli e di soffi

lucenti, e chiara pace: ma il gigante
azzurro, dentro l’antro d’aria, tace:
in catene di nubi avvinto, solo,

le lente onde non ode: e sono spente

le navi e il vento nel deserto molo.

13.

Del vuoto ancora il grido: nell’ovale
risonante respiri: prati neri,
sonagli d’aria e argento e ferro, e cupi

dirupi della mente
ingombrano i sentieri.

14.

Vedi? l’angelo ride soavemente
invisibile, in volo: in ombra lenta

fragile rete di colori e fregi

e rami e rado verde
sul volto tenue, oltre galassie d’anni
e cieli: e, sola, l’isola, nel solo

luogo vero presente, ora: quel volto
nel mare della mente.

15.

Dunque t’attendo: per l’appuntamento
nella nicchia di tenebra: le squame
torbide nei cunicoli di rame

oltre grida e silenzi, in morti morbide.

16.

Ombra di legno: strappa il velo, appare
d’improvviso: nel volo, nello specchio
ricerca d’aria e d’acqua, balzo zoppo:

universo-gabbiano in alto, cieca
fuga, rapida corsa oltre le stelle

d’ambra e granito:

ed ali aperte sul segno e l’intarsio
di forme, a squarciatuoni:

ricaduta sul vecchio

pavimento dei suoni.

17.

E la tua mano mi conduce: ancora
salvo: nell’aria candida, oltre il vento,

la porta lenta s’apre nella luce

musica, della voce: e nel respiro
calmo, ti sento.

18.

In gocce di cristallo le parole:
forse, i respiri: escursione veloce
furtiva, foglia, voce: liberata

fuggiva, forma viva.

19.

Il viso nella rete: smagliature

d’invisibili passi: bianche crepe
sulla parete: fra vicini volti
di specchi

e ferro dentro il ferro, cerca afferra
antica luce estinta, mentre il tempo
lo governa e imprigiona: invano atteso

invano attende un nome: ingresso, uscita
nel buio angolo bianco, ala indecisa.

20.

D’improvviso, ecco irrompono le immagini
e sguardi fra le porte

spalancate, infrangendo il nero vetro,

fra voragini gonfie: e ruota sorte
d’acqua, fuoco, aria, terra:

ogni risposta è ignota: e mai c’è morte

in questa guerra.

21.

Nel corpo imprigionata si dissolve
la voce d’aria chiara: oltre la chiglia
della luna, s’avvolve
nero limo salmastro:
e sopra il lume rovescia la sponda
e in strepiti di schiume affiora e affonda
nell’acqua: e sulla riva, la lucerna
rivela il freddo palpito degli occhi
spalancati: e la carta dei tarocchi,
cifra delle onde, segno
lastricato di mani, alla taverna
precipita sul tavolo di legno.

22.

Tu non sai cosa cela l’alta porta
rinchiusa: nelle stanze più profonde
dove l’alito è avvolto nelle squame
e la traccia di luce non conduce
che a radure
sorde: tu parli, avvolto nella scorza
del volto, della forza: ma non eri
nel recinto sepolto, dietro i neri
ricami d’onde: tu bonsai, ma parli,
forma conclusa: ma oltre le pareti
solo la tua domanda ti risponde.

23.

Sento il peso del corpo, e dure zanne
sorgono a un tratto nella gola: siedo
e segni vedo e cerchi in pietra, e attendo
l’urto profondo
del sogno oscuro: irrompe, è spento il mondo
nella sera che incede: e il cielo vola
spinto dal nero vento
tra false nubi: e sbuffi
di canto, e strane stoffe, e stretti passi
sul legno dei pensieri: oh! Il soffio attuffa
ciuffi e glifi di rose,
e in groviglio s’azzuffano le cose.

24.

Fa’ che non torni il giorno dai contorni
torvi: l’uscio si chiude, grigia grata
imprigiona la mente:
dov’erano le onde, sordamente
sciambrotta la belletta negra, e gridano
corvi, anime perse alla deriva:
oscilla nella stiva della notte
il vascello sepolto
nella rada… ma ora
ascolto ali ascolto mani ascolto
il ruscello ed ancora ascolto i verdi
coralli nella tersa acqua del volto
sconfinato: e le dita mi attraversano
e il bosco folto dei respiri ascolto
e foglie d’aria e sussurri: e si perde
fra monti in oro e azzurro
la parvenza del palpito: ossa e mura
di paura e di assenza
crollano: e immensa altura è cielo verde
dissolto: rispecchiato, il volto dura
nel mare d’erba pura, capovolto.

25.

Il gigante seduto: nella sera
stormi di luce fra le guglie grigie
della stanza, e silenzi
dentro l’ombra, nascosti:
e sguardi e suoni e falsi cerchi d’oro
tra siepi di velluto: like a bird
on the wire, tace, ascolta, è fermo,è solo
il gigante, di spalle: oltre le grigie
luci, intricate tracce di rumore
nella stanza:
e dischiude la mano il lento volo
oltre le tende e il tempo,a oggetti e spazi
confusi, nella stanza ingombra: e intanto
controluce, il gigante, in lontananza,
visto di spalle, è solo, è vecchio: obliqui
nella curva penombra, oltre lo specchio,
segni: immagini, forse, di un istante
presente, che non muta: forse, nera
nebbia distante.

26.

Sembianti inermi, valichi di specchi,
nuvole d’occhi, fermi
nei volti: mormorio stanco di maghi
e fiati di flauti
varcano i sogni folti: e cauti draghi
in vacillanti luci di voragini
chiare, e laghi d’immagini
in cieli capovolti.
27.

Oceani s’avviluppano irrequieti
nel sole, oltre le mani: la brughiera
… the moor
is dark: gelide reti nella sera
svanita intricano rami e pensieri
umidi, e l’aria spenta
incaglia strappa arronciglia: e le dita
la fossa d’acqua attende: al passo breve
fiorisce ghiaccio il prato, bianco d’onde.

28.

Semi di nebbia, nodi d’oro e fiamma
e onciali segni: mura alte di sogni,
lame di luce viva oltre la riva
nascosta: al sole correre, e negare
e la risposta,e l’ombra,e il cielo,e il mare.

29.

E invano cerchi il centro, invano cerchi
il varco in sogno vano:
la nave è morta foglia oltre la soglia
del niente,ed oltre il foglio è già la mano:
segretamente, in cerchi, guardi assente
fra specchi di metallo e nere danze
ripetute… non alberi d’argento:
chiome di fumo e maschere di vento.

30.

Riccioli verdi, eh, dici? e non capisci
se scherzi:
se, riccio aperto, lieto ti diverti
in brezze e in versi, o versi in frasche d’acqua,
in fontane: o in capriccio,
fruscìo d’uccello: guscio
sottile aperto, oh bello! e dietro l’uscio
riaverti:
credimi, cose strane,
spruzzi barocchi, verde
guizzi di crine alpestre:
occhi, trine, finestre.

31.

L’urto del vento lacera la vela
in ventagli di neve, e nella nera
luce scoscesa, beve
l’ombra fonda del sole: ed onde bionde
indorano ora i raggi: il fiato lieve
del giorno, ora rinato,
induce ad altri viaggi: ad un ritorno
oltre le porte
dell’oceano dei sogni, a navi e legni
di raggi d’oro, d’intrecciati steli
in luminose gomene ritorti
fra le sartie ed i veli: oltre le bolge
e i viluppi del porto,
dirupi, valli, gelo avvolge il sole
in bianchi nastri, e nubi strappa il vento
aggrovigliando i vertici dei monti
nell’acqua antica, in chiari
vortici: e soffia, e travolge strinati
relitti di tramonti, cieli ed astri,
tra spirali di mari.
32.

Ora le tempie sfiorano del tempo
stormi di luci
e il mondo tace, ed intendo sul volto
un ventar d’ali, ed al chiarore stanco
densi rami offre al volo
l’albero della pace: e di polito
argento ricamata alba riluce
ed ornano le notti
nubi di seta e d’oro: l’universo
s’apre, morbido, in musica infinita
e forgia forme
di resina forbita ed aria, e labili
orditi di lucenti filigrane
e d’azzurri velami: oltre la soglia
invisibile, s’apre e corpi schiude
tra lievi tracce
di luce immacolata, dove giace
l’ombra abbracciata al sole: dove dorme
nella nicchia, la voce
e dita brune tessono le foglie
e i germogli del cuore
dischiude in noi, donandoci monili
d’ultimi astrali voli
di nubi e seta ed oro e di respiri.
33.

Ecco, il mio vuoto colmano le immagini
vuote: ringrazio, antica sera, il dono
ripetuto, lo stampo delle voci
di maiolica fredda, il morto suono:
qui, nella mente, io abito, lo vedi,
amica: un sordo saio di pensieri
ricopre il corpo-mare: e la tua luce
arabescata, lucciola sul niente.

34.

Ma ora ascolto te, mia cara, amore:
nella selva dei volti e delle mani
aperte: petali d’alito, stami
di lievi sguardi in fiore, e bianche perle
di sillabe velate: e nel vederle,
cieco, dorme stasera
il vento dei pensieri: ascolto voli
molli, di suono ed eco: calma attesa
d’accese luci, folli
soffi di sogni nell’aria distesa.

35.

E tu chi sei, che appari nella strana
bellezza umana? tu che pari vento
quando ti sento: e il lento
cerchio s’apre nel cuore: e nella mente
il dubbio tu riaccendi sull’oscuro
veto del tempo, oltre il muro ed il vetro
strinato del futuro: e taci, e ascolti,
e sciogli il velo che imprigiona i volti.

36.

Ritorna l’ombra della croce: a monte
cigola il ponte teso sopra il cielo
dell’istante, riaperto alle domande
e il segno eterno, minuscolo e grande
dell’universo, è lucciola alla mano…
Non mi seguire: non so come il mare
delle forme s’addensa in tempo umano.

37.

Suono di lente corse: nello specchio
invisibile, forse,
altre strette di forze, e fiati, e mare:
ma corazze di corde, nel volare,
imprigionano le ali: e il tempo morde
l’altra luna: nel secchio, dietro il tempio
di morbido metallo, occhio del niente,
la gabbia d’aria e ferro della mente.

38.

Ci rivedremo? v’ha accolto la sera,
cari: non forme o suoni, aria leggiera,
orme di luci spente nella vita
svanita, fiori ed erbe
che verde primavera in soffi sperde.
Siete svaniti: insieme, oltre la chiara
ombra del cielo: e vi ricopre il velo
sollevato sui sassi e le acque e i passi
del passato: tornati oltre le porte
che il vento d’oro ora chiude, e la morte
suona il dolce suo flauto, nel ritorno
della notte lucente, ala del giorno:
di voi mi resta un suono
assopito, di immagini: presente
nella pianura chiara della mente.

39.

Voglio restare accanto a te: non voglio
perdermi in canto giallo
fra rondini nel cielo di cristallo
spezzato: voglio toccare le mani
ed il volto, e la voce: ora, domani,
mentre il sole ritorna e erba di prato
germoglia: e nuovo è il tronco, lieve
trama di corpo, e verso il giorno viene
giovane,e già s’inoltra nella vita
il figlio da noi nato, e andiamo, insieme,
cercando una speranza senza fine,
tra grida di battaglie sul confine.

Sarà forse domani: dalla sera
si schiude un’altra notte: ora riposa
lo stormo inquieto di forme e di mani
che irrompono nel volto cancellando
i ricami dell’alito e le orme
di luce: è notte, ascolto
le sillabe del cielo, e le alte stelle,
e le bianche acque calme:ascolto il vento
ma è terra il corpo e trema, argilla nuda:
è cava tartaruga il tempo: dorme
su un azzurro guanciale nostro figlio.
E’ lontano cento anni il nuovo giorno
e un miliardo di secoli il ritorno
dall’esilio.

40.

Dimmi tu chi era in preghiera: chi c’era
nella luce tua prima:
dimmi chi c’era, prima del respiro,
nel mistero tuo vero
oltre il chiarore teso sulle soglie:
dimmi chi s’era celato, chi c’era
tra velami di foglie e rami e rose
di vita che destando forme e cose
s’aprì nell’alba nera: ombra di mani
bianche, in paziente attesa
di onde di primavera nel domani.

Monza - Maggio 1994 [edito in proprio]

***
 
 
 
 LA VETRATA NERA

Io sono colui che ascolta
nella notte
l’urlo interminabile
come un cane di tenebre alla luna
lungo i corridoi spenti
dall’alto i pini immani della notte
sul prato
la luce alta
sotto la finestra
del lampione
in contrappunto
la nenia il canto dell’uomo che muore
anima legata
da mille metastasi alla mente
ombra immane di pini nella notte
un animale ansima in agguato.

Punti di luce
nella città
suture
nel ventre immenso in agonia del cielo
stelle cadute
dalla vetrata oscura il grido sale
sull’asfalto nero
giunge fino alla notte di febbraio
spezzata dal vento
giunge fino ad un’altra primavera
in altra vita forse
e i pini
unghia d’asfalto nella luce obliqua
paiono immobili
ma attendono
come ogni notte
un animale ansima in agguato.

Punti di luce nera nella notte
suture
nel ventre immenso in agonia del cielo
e l’urlo della notte
che muore
i corridoi percorre un canto lento
il silenzio è conchiglia
dice il folle
non conosco il mio numero sai
ma ero un tempo forse una donna
forse
un tempo
un animale ansima in agguato
la notte non vuole morire.
E’ facile invece
dice il bambino
divorare il corpo ma non la testa
è facile invece
dicembre nascono funghi immagini e pensieri
divorare l’involucro di grigia spugna
e grida
certo è facile invece
dice
con gli occhi ciechi e pieni di paura
e nient’altro dice
e niente altro
e un grido
percorre i corridoi da sempre forse
il grido della notte che muore
legata da mille metastasi
al corpo della terra in agonia.

Pigiama azzurro l’ombra d’un gabbiano
lei è ritornata
per questi suoni noi ti ringraziamo
musica auricolare pianoforte
e silenzio
sopra il tessuto d’urla della notte
che muore
mentre i sogni camminano leggeri
oltre la soglia
ti ringraziamo
per il carcere infinito dell’universo
per l’anima la vita e questa radio
e la piccola lampadina accesa
sopra la vetrata nera.

Il tempo si dibatte
come pesce strappato dalle acque
ogni cosa ritorna
anche tu cara sei davanti a me
e ti amo come quel giorno
e tocco la tua pelle
tiepida e sottile
e ti amo
oltre la notte che urlando muore
oltre la vuota scorza della mente
e i sogni che abbandonano la soglia
e l’ombra immane in falsa luce obliqua
e l’animale in agguato
oltre le squame del tempo
che si dibatte sulla riva
del cielo capovolto e delle onde.

Pomeriggio
macchie di luce fra stroncati rami
gonfi di gemme
la giovane donna seduta guarda lontano
oltre i rami
gonfi di gemme che non cresceranno
e vede il sole alto sopra i muri
oltre i tre uomini
di spalle

Ma poi per chi la raccontava quella
dell’annegato che ti tira giù
e nel corridoio l’amica
parlando a brandelli
da qualche tempo
s’è immersa nel nulla
e sono scivolata dice
quella dell’annegato
sono scivolata
per chi
dice
la raccontava ci si scosta
per non precipitare nell’abisso
degli occhi

Si spappola il cervello dice l’altra
i passeri sul davanzale
e può durare un’ora un mese un anno
è un grido cieco è l’anima che muore
i passeri vi trovano briciole
ininterrottamente notte e giorno
di timore non c’è qui
alcun motivo

E i due parlano
vicini
giovani sotto il giovane sole
filigrane di passeri nel volo
quando la smetterai con questo scherzo
lei dice
e la brezza del desiderio
come le ali ai passeri le muove
i lunghi capelli.
Sono colui che mai ti ha conosciuto
ed antico di mille anni
è il midollo d’immagini sepolte
nel tronco dell’anima
t’indicavo ricordi?
scheletri di tralicci e gru metalliche
e le sere e le nevi e le acque e i cieli

E venne poi l’artefice con l’urna
e la cifra bizzarra
oltre i sentieri antichi e l’erba nuova
oltre grida lontane di corvi
oltre steli che tremano nel vento
e venne un albero tagliato
e venne il sonno.

Così va bene grazie
a ritroso
attraverso generazioni e secoli
erbe sfuggite al faticoso seme
i millenni le ere interminabili
per riapparire ora
al cielo nudo in questa primavera
maldestramente dipinto
col grande sole falso di cartone
così va bene grazie
il senso d’ogni cosa è chiaro ora
fermo stabilito
come l’ora del turno agli infermieri.
Io sono colui che veglia
quando il mio corpo dorme
io sono colui che esplora
la pioggia sull’asfalto bagnato dalle luci
io sono colui che all’ultimo fiume
accompagna la notte
e guarda
il pettine d’argento
il molo delle anime
le grandi navi che mai salperanno
sono colui che immobile sta dietro
la vetrata nera.

Giordano Genghini
(’85 – ’93)
 
 POESIE DI ENRICO BESSO (EBY)

S'ATTARDANO I CHIARORI DELLA SERA

S'attardano i chiarori della sera
ed è un incendio rosso il vecchio molo.
Giù alla marina l'aria è a pizzicotti,
ghiaccio a cristalli è il sale sulle labbra.

In questi tardi giorni di settembre
spiuma nell'onda l'ultima illusione,
quella promessa al buio sottomuro,
la fuga degli sguardi sul domani.

Pesa sul cuore questo mare scemo,
che prende e poi riporta ciò che ha preso,
pesa anche il tonfo sordo del silenzio

e questo vecchio immobile pontile.

Risillabo tra i denti piano un nome
e in me si muore l'ora della notte.

*

IN QUELL’ANDARE A STRUSCIO MURO D’OMBRA

In quell'andare a struscio muro d'ombra,
sfugge, tra un battito di ciglia e l'altro,
l'ora del giorno che si appresta a sera
e mi dolora, genuflesso, l'ansia
nel dormiveglia tra la pietra fredda
e l'incartare del sole in persiane
rigate a coltello dal vento.

Come
il muso del cane, che mi somiglia,
scompiglio l'ombra a questa vita morta
nel segno dei miei denti sulla mela.

*

LA MIA ISOLA

Confina a nord con l'orizzonte
l'isola che il male, a sud, lentamente
consuma
e all'onda, il gesto,
straniato anche Dio,
è un passo incerto alla battigia, stanco.
Riscatta il tempo, la sopravvivenza,
rabbrividisce al volgersi, la fine,
ché di perpetuo non esiste il moto
e nell'oscillazione è l'amarezza del domani

di quest'isola mia.

*

SMURO, A TRE PASSI DA UN’ORA QUALUNQUE

Smuro,
a tre passi da un'ora qualunque,
l'intrigo complice delle stagioni ormai perdute
e in questa vedovanza di sorrisi,
al gelo arato di rughe,
lascio le stoppie scritte a bordo pagina,
cariate da menzogne dolorose.

Oh possa io confondermi di nulla
migrando sulla rotta delle rondini,
oltre l'icona della sofferenza,
ortogonale a un tronco di carrubo.

*

DILAVA LA PIOGGIA DAI VETRI

Dilava la pioggia dai vetri
che già declina, obliqua,
l'ombra nell'incorruttibile sera,
dal ballatoio sul cortile.

Non sento il tuo odore da un anno
e prigioniero dei ricordi fiuto,
come un cane randagio,
ogni angolo del nostro letto.
Spengo la notte nei lampioni
di strade che non conoscevo
e il giorno mi sorprende vivo
col cuore appeso ad un bicchiere.

*

ABITO, PALUSTRE, LA CODA ACCESA DELLA LUNA

Abito, palustre,
la coda accesa della luna,
il semicerchio stillante
a graffiare la notte con le dita,
la polvere di stelle tra le cosce.

Ho scoperto la morte, bella!
- Vuoi forse fare l'amore con tua madre? -
E l'ho odiata. Poi, sono andato a spasso nel cervello,
attraverso il naso, l'occhio,
fino a palpare il sesso dell'ipòfisi,
orgasmo di una sega circolare.

Ora, sono così come mi vedi,
- un non vivo - e siamo in tanti,
ci diamo appuntamento al buio,
guarda, l'ultima a destra è la mia stella,
quella dove scrivo, vivo,
tutte le mie poesie.

*

LO SPECCHIO NON RIFLETTE PIU’ CHE GLI OCCHI

Lo specchio non riflette più che gli occhi
e smascherato il viso al giorno,
schivo, nell'estro di luce,
l'ansia rubata di soppiatto al buio.

Non puoi conoscere quel vuoto
- a richiamare con la mente un gesto
e abbandonarlo, vinto,
ché anche una lacrima è fatica -,
non puoi.

Hanno le mani piccole i bambini,
piccole mani ad inventare grandi sogni
sui vetri appannati di fiato,
la morte è altrove.

*

A FISSARE INDELEBILE NEGLI OCCHI

Di questo ferragosto - avanti un passo
lungo le diagonali in mattonelle grigiorosso sporco -
ricorderò la balconata a mare
e il cielo a picco nell'alga che si piega a cartapesta stinta sugli scogli.

C'è l'agonia dell'onda lasca,
al ritirarsi lento dell'acqua,
in rassegnata attesa della fine.

- Clicco su pause, fermo immagine,
a fissare indelebile negli occhi questo istante. -

C'è un pò della mia vita
nel sale a scaglie che rimane.

Nell'aria a graffi e brividi, lontano,
a pelo d'orizzonte oltre lo sguardo,
la sagoma sfocata di una nave.
Sarà la vita che continua o forse
la vita che, passata, è andata via.

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LUCIANO SOMMA

SERPENTI

Michel sempre sporco
Michel senza casa
Michel senza lavoro
Michel senza nessuno
Michel deve morire
per circa un quarto d'ora
in una rue
della Paris lumiere
un gran falò
ha fatto luce
all'ombra dei serpenti
vigliaccamente
anonimi striscianti soddisfatti
per l'avenue
ora Michel
da cenere
è già vento.

SU BIANCA E' CADUTA LA NEVE

Bianca sa che il padrone non torna
ma lo aspetta ugualmente
l'ospedale è a due passi da lei
come il cibo
che non vuol mangiare
perché la memoria sua è ferma
alla mano callosa ma buona
che le carezzava la testa
ed ora che resta?
A che serve il Natale
(perché sa, lo ha capito
guardando
un albero pieno di luci
ch'è festa)
se il suo amico più caro non c'è
eppure lo cerca caparbia
nel viso di ogni passante
ma l'odore di chi amava tanto
è ormai troppo lontano
l'aria attorno si è fatta di gelo
le si appannano gli occhi
su Bianca è caduta la neve.

* * *

CARLO MOLINARO

Al ristorante economico
Dal bicchiere di plastica trasparente
illuminato da una lampadina
l'acqua del rubinetto fa riflessi
chiari sulla tovaglietta di carta
azzurra con pubblicità stampata.
Non c'è bisogno di cristalli di Boemia
né di candele profumate
né di tovaglie di pizzo o di liquori.
la meraviglia che sempre sogna è dentro
l'occhio-pensiero, l'anima che guarda.
Torino, 19 agosto 2000

*
PAUSA

Più prosegue la vita, più mi scopro
in balìa delle cose. Forse l'io
è davvero zavorra da lasciare:
non resterebbe, allora, che tacere
nell'attesa fiduciosa di ciò
da cui la mente fugge inorridita.
E' solo un'ipotesi come un'altra.
Ci sono tante cose che non so.

* * *

TERESIO ZANINETTI
(1947- 2007)

MI APRIRO' IN DUE

Mi aprirò in due
come guscio di ramarro alla frontiera
nel rigonfio del vento, parentesi graffiata
sul prepuzio dei miei sogni rapaci
che già morte pregustano indolore
Mi aprirò in due e sarò in un libro nudo
di bufera il precipizio
mentre cancella solchi d'abracadabra
la vecchia cornamusa avventuriera
Mi aprirò in due, brivido mai raggiunto
al culmine del coltello
nel centro del cranio
Io, come tutti come nessuno
alla foce del capitale
consegnerò la scorza della storia
Mi aprirò in due per non essere Uno
che ancora pensa Trino. Col coltello,
per mostrarti quanto sei lurido,
io mi aprirò in due

*

A questo non m'abituo
(Leggevo il tuo profilo esangue nei libecci
arrancando tra gladioli e fiordalisi
dentro i covoni della morte in panne):
questa luce falsa gli occhi, tradisce
bisogni e pazienze, stronca
sul nascere bocci – a questa luce
dai lividi brulli non s'abitua
il liso ricordo del domani in croce.
(Leggevo le tue rughe nei cristalli tintinnanti
assaporando intrecci mozzati di mani giunte
nel girotondo degli scorticati vivi) –
Forse era Natale o Capodanno, viziate
di droga capitalista le famiglie serravano
pance e manette (panettoni, anitre all'arancia
figli & figlie parenti stretti al collo
da gustare al dente)
- forse era l' altr' anno o non ancora.
Sta di fatto che a quest'aria di morte non m'abituo
Mentre il boia sorride con piacere automatico
ancora la mia mano rifiuta dovute tenerezze.
Sto con le mie prigioni dentro il piombo
del mio corpo stretto. Sto.
Non so come né quando. Sto.
Con il cranio dell'odio di classe. Sto.
In un mattino disatteso e stanco
qualcuno esplorerà il relitto
delle ossute gimcane a piedi freddi.
A questa maturità che selvaggiamente delicata cresce
solo un grido – domando – di vendetta e di riscossa,
dolce e tremendo come il dolore
nel tuo profilo esangue, trasparente, vivo.

 

 

GIORDANO GENGHINI

I.
Distesa sul mio cuore, l'anima mia respira.
Sul volto della foglia risplende l'universo.
Rapita dentro il corpo, attraverso lo sguardo,
la luce immaginata crea ricami e colori.
Rivestito dal mondo, cinto dagli orizzonti,
l'alto soffio del sole fiorisce in cieli d'erbe.
Lo scoiattolo-nube gioca fra i verdi monti.

II.
Mille stelle in una bolla:
in un'ala di farfalla
vasti cieli di velluto.
Le galassie sono neve
e la luna è un fiocco lieve
nella tenue luce gialla.
Gemma d'anima rampolla
dentro il corpo che la culla.

*
FABIO GRECO

Notte si fa in me
più chiara
limpida del giorno.
A breve farà eco
un silenzio solo mio.
Nella quiete emerga
una distanza che almeno
d'illusione mi sazi.
Preda è l'anima ferita
più secca, nera di dolore.

*

Ogni volta
Ti ritrovavo
seduta su scale
di sale, il mare
fra morbide labbra
posava la linfa
ed esuli zattere
gemevano smarrite
nel silenzio
delle tue braccia.

*

MICHELE PIOVANO
a mia figlia

Diciamo tempo di marzo – e la luce
come niente sale agli steli
stretti sui fianchi.
Accettala,
quasi sussurro dalla soglia: è poco,
poco più di un gioco
amabile contro la guancia.
La pelle è viva e tu
senti il volto confuso delle cose,
l'enigma che si sbianca uguale al bianco
sulla magnolia. Un brivido
tace dopo il travaglio dei rami,
più stupore che evento. Ora è voce
di fiori oltre il cortile.

 


ANDREA CROSTELLI

Ad Antonio Santinelli

L'onda, respiro del mare.
Soffiavano dalle nari i tuoi cavalli
un forte attaccamento alla terra,
un forte respiro di vento.
Voleva esser pieno il tuo passo
del giallo frumento verità,
dorato segreto dell'arte
a piccoli sorsi donato.
Appesa ai tuoi occhi e frapposta
l'atroce meridiana del tempo
fissava l'ora senza nome,
priva di sole e fughe d'ombra,
la somma di tutte le ombre.
Oggi guardo il pulviscolo dorato
nella fascia di luce: moscerini
in sospensione: catalessi del corpo
dell'arte, e penso a te, amico caro,
mentre passi ancora fra le nuvole
e sposti l'aria dei miei pensieri,
a te che mi gridasti aiuto senza voce…
riprendo a cavalcare in groppa
al tuo cavallo con la tua forza
in corpo, dopo che, per un attimo,
il tuo passo si fermò, il mare
ritrasse il suo respiro
e fu la secca.

* * *

FLAVIO BALLERINI (Pesaro, 1951 – 2006)

(Per Kostas Kariotakis)

Per compensare tutto questo sole
d'aprile leggerò un poeta triste
la cui luce diverrà meno tetra
più attutita la vacuità del giorno
Resterò con i versi come in chiesa
- anche se dinnanzi a un inquieto mare –
in attesa che lo spirito aleggi
e come in una sentita preghiera
un angelo delicato e deciso
aprirà il cuore alla più pura pietà
Questa è la carità che voglio offrire
alla spirale nera dell'anima

* * *

LUCA ROSSI

ATTESA

Foglie gialle
di un morto autunno
stavano a noi vicine,
nel punto in cui tenevo la tua mano
perché ti pensavo
troppo debole
per stringere il mondo
tra le dita.
Luce di luna che scompare
quando nuovamente fa mattino:
le stelle, l'infinito, il sogno…
Un dire oltre la notte
la nostra pena, un pensiero estinto.
Tra le mani
un filo d'erba
da porre intorno al cielo
con il quale un giorno
avresti ucciso
la lunga attesa
gridando verso il sole

12.11.02
 
 ANDREA CROSTELLI

Da: "IL CONTENITORE DELLE NUVOLE" - 2001
Circolo Culturale La Gioconda - Ostra (AN)-

LA MUMMIA

La mummia del mondo
non può ascoltarti,
sei per lei
ciò che è lei:
un organo senza fiato.
Le giri intorno,
cerchi una fessura
... occhi persi
dal grande dolore...
la cantilena del delirio
è fumo che non si posa.

*

VASTITA'

Il trapezio della luna
è un disco volante,
sul rettangolo azzurro
colpisce di luce la piccola sfera,
al ritmo di ping pong
le risate nella vallata
sono il tuono sangue del cocomero,
la gracchiante eco dei corvi.
Solitario
voli airone
al tuo nido di polvere,
congelati occhi
ti troveranno mai
Sul treno della luna i vagoni delle nubi.

*

ARMONIA

Mi cala la notte sulle spalle
il pesante mantello oscurità,
pensante paroliere al leggio
sfoglia veloce libro di parole
sulla bocca del silenzio.
L'arma in più
è l'estasiante sorriso.

*

SEGRETI...

Vero ufo
spia accesa, il Sole,
scopre segreti al sorgere,
arrossisce il tuo sguardo,
timido ti volti,
ombra che tradisce
l'anima svuotata

*

VENTO CIPRESSO

Il vento cipresso
spiraliforme nuvola,
cuscino spiumato
ventaglio carezzevole,
dormitorio perenne
pacificato spirito.

*

LA RETE

Il letto del poeta
è un fiume adagiato di parole
dove scorrono i nostri sogni:
pesci che di tanto in tanto
saltellano al di fuori
all'aria fossile:
imprimatur versi
la cattura immortale
del pescatore.

*

"CARTA BIANCA"

A Plinio Acquabona
e alla sua poesia

Non sempre
così felicemente sera,
sciogliere grumi di poesia
nelle mie vene.
Esse son lì,
a gridare solo d'esser prese,
parole di sangue universale.
Spazio in "carta bianca"
l'invenzione e l'ecclimetro
succhia al poeta.

*

FIAMMATA

Spandermi fumo
mentre l'azzurro si spegne
e arde coniato il mar rosso.
Odoro già di cenere,
vedo consumarsi
il braciere della mia esistenza.
Dondolo vuoto in cielo
ascoltandomi sereno.

*

L'ATTO

L'amore è lasciarsi
succhiare il sangue,
è un atto di farfalla
che si posa lievemente
sulle spalle dell'Infinito.

*

L'ENERGIA CHE EMERGE

Il bosco dei frati
muove il suo cappuccio stasera,
come dentro una conchiglia
tutto il respiro del mare in tempesta.
Ma non c'è inquietudine
in questa mia Pasqua,
landa di rassegnazione.
Io gorgo torbido d'un fiume
col collo radar di struzzo
rifiato dal mio circolo senza uscite.
La fede è l'energia che emerge
per camminare sulle acque,
passare a porte chiuse,
aleggiare da risorti in cielo.

* * *
Da: "DENTRO OCEANI"

(poesie e pitture per la Mostra
tenutasi a Belvedere Ostrense nel luglio 2008)

Oscuramento

Quanto mi spegnerei facilmente qui
all'ombra riarsa di un sole tagliente
alla memoria lugubre di un epitaffio immemore
quanto mi spegnerei facilmente qui
dietro il vetro che scompone il mondo
e ne clicca il suono oltre il suo sigillo
Loro son là per la strada maestra
e io di qua chiamo il mio maestro
che non arriva se non nella raccomandata di esistere.

*

Il ratto

Su questa carrozza dondolante
i cavalli, spossati, a volte si riposani,
sempre all'erta al morso del serpente,
alla rapina del fuorilegge.
Tutto ciò è il mare la nave le vele,
i tentacoli della piovra e gli agguati dei pescecani:
Terribili ansie a chi cavalca le onde,
insidie nascondono le acque
mostri per chi non può vedere.
Non gioca a carte scoperte l'Oceano,
luccicante il dorso che svia il tuo sguardo
pensi "adesso bara" e bara si fa paura.
Dubbi sulla sconfinata limpida onestà,
sincerità trasparente che non ha facce
se non la tua che vi riflette
l'anima sperduta inconsolabile dell'uomo.

*

Io sono sempre altrove

1
Ho ribaltato le mie case
e le mie cose in mare
lo faccio ormai da quarant'anni
ogni mattina quando mi guardo allo specchio
e vedo il vuoto più assoluto
piombarmi addosso
naufrago di me stesso
e della malattia che mi porto appresso:
l'ancora delle mie pazzie
gettata nell'universo senza suolo

2
Sbatto le palpebre
che si riaprono
nel nulla è cambiato
la mano del mondo
non sa dove sono
e non può afferrarmi
sono invisibile
come palpebre mute
che fanno meno rumore
e ancora meno presenza
della quercia che pensa...
io sono sempre altrove

3
Inoltrato dal silenzio
nel mare può vogare
il mio verso,
suono di bassa frequenza
ecoscandaglio di balena
parole viaggiano a lungo
sotto il braccio del mare...
... e il mare
sfoglia libri...
intanto smemorato
il mio viaggio
porta me altrove
senza rileggermi

*

Ad Antonio Santinelli

L'onda, respiro del mare.
Soffiavano dalle nari i tuoi cavalli
un forte attaccamento alla terra,
un forte respiro di vento.
Voleva esser pieno il tuo passo
del giallo frumento verità,
dorato segreto dell'arte
a piccoli sorsi donato.
Appesa ai tuoi occhi e frapposta
l'atroce meridiana del tempo
fissava l'ora senza nome,
priva di sole e fughe d'ombra,
la somma di tutte le ombre.
Oggi guardo il pulviscolo dorato
nella fascia di luce: moscerini
in sospensione: catalessi del corpo
dell'arte, e penso a te, amico caro,
mentre passi ancora fra le nuvole
e sposti l'aria dei miei pensieri,
a te che mi gridasti aiuto senza voce...
riprendo a cavalcare in groppa
al tuo cavallo con la tua forza
in corpo, dopo che, per un attimo,
il tuo passo si fermò, il mare
ritrasse il suo respiro
e fu la secca.

* * *

Da "PAESI DI MARE"
Circolo Culturale La Gioconda - Ostra
Tecnostampa Edizioni, 2008

11 novembre 2007

Concentrato
su una gamba sola
come un fenicottero
raggiungo
stasi ed estasi
e perdo così
anche l'ultimo appoggio
mentre la mente
porta lontano
nel giorno che fugge
dal corpo
e il corpo alleggerito
lievita sospeso
galleggia a mezz'aria
improvviso s'impenna
mette le ali e insegue
la mente già lontana
per riaccorparsi a lei
accettando l'eccezione
della gravitazione
al posto del consueto
toccare piedi a terra

*

Provvidenza

Sembra allentarsi intorno
il foro dei chiodi delle stelle
ma non v'è pericolo che cadano
oltre il mare che le accoglie
con il suo salvagente
resteranno a galla
oscillando ancor più nel loro tremore
ricordando il mio spalpebrare
muto e sperduto
così anche i miei quadri
protetti dalle ali degli angeli
non si staccheranno dalle pareti

* * *

Andrea Crostelli è nato nel 1963 ad Ostra, dove vive e lavora.
Collabora con diverse case editrici come illustratore,
fumettista, critico artistico-letterario. Espone le sue opere
in Italia e all'estero. Ha pubblicato varie raccolte di poesie, e
l'opera per cui ha ottenuto lusinghieri consensi dalla critica,
"Nei Mari di Melville" (Moby Dick, 2004).
 
 Giordano Genghini, Ritorni, Autoedizione, Monza 1999
"Il Segnale" anno XX n. 60, ottobre 2001, p. 62

La poesia di Genghini non ha molti punti in comune con la poesia di questi anni:
fugge il minimalismo, riesuma simboli ed analogie seppelliti da anni, elabora
una sintassi personale e ricca di invenzioni, e per finire crea all'interno
della raccolta una fittissima rete sia intratestuale che intertestuale.
Già il primo testo del libro chiarisce l'aspetto retorico e fonico: con una
frequenza ovviamente oscillante i testi trovano il loro collante in una fitta
trama di assonanze, allitterazioni, rime interne e non, ben studiate per porre
in rilievo in modo gentile ma forte il soggetto-simbolo: "Sarà forse domani: con
un fioco / soffio di mani: un fuoco / di specchi spenti: insieme a me rimani /
ancora un poco / in questi specchi della pioggia, strani / specchi degli anni e
dei millenni, persi / come in gorghi notturni gli universi / dissolti: e il
vuoto inganno degli inganni / ora alla fine riconosce fine / di ripetuta fine:
ed il segreto / in me sepolto tra venti e rovine". Sovente queste poesie, come
accade già nella seconda, si compongono di una prima parte in cui il poeta
nomina ed assegna analogie, in un lento formarsi del panorama e precisarsi dei
simboli, e di una seconda parte come svolgimento-esposizione della propria
concezione dell'universo. Nel fare ciò la tecnica è quasi sempre quella della
"brusca microscopia": da "lunghe navi luminose", "radure di mari", "immenso
molo" (l'universo), a "minuscolo, sul palmo della mano / bianca, insetto di
brina: nel mattino / fragile, al volo". E frequentissima è l'immagine
dell'universo, della vastità (a volte suggerita dai moti della natura: vento,
mareggiate, ma anche esplodere e cadere di stelle, formarsi di arcobaleni), del
"vacillare di stelle e pianeti", "arena di infiniti confini". Talvolta questa
microscopia si attua all'interno della stessa frase, con un effetto che può
essere di avvicinamento: "Astrali azzurri nomi, luci fioche, / petali tenui di
rumore: graffi / di gesti, esile traccia". Genghini dà un nome alle cose che non
riesce a toccare e che sente lontane, e così facendo cerca di avvicinarle. Tutto
questo si svolge in un reticolo di versi quasi sempre fedeli all'endecasillabo e
al settenario, musicalissimi ed assoggettati alla sintassi personale di cui
scrivevamo.
Da sottolineare la violenza di molti versi, la generale sensazione di
instabilità, il senso di minaccia astratta, magari rafforzata dallo spettro di
qualche rituale assurdo ed illogico, di una costante lotta non con la natura ma
con i suoi simboli. Insomma un agitarsi forsennato attorno alla morte (scandito
da quell'"ancora" ricorrente che è sia durata che reiterazione; e si veda anche
la poesia 32, accumulo di apocalittiche situazioni), ora in armonia ora in
conflitto con il moto della natura.
Ma dicevamo dei simboli: oltre ai corpi celesti sono fondamentali il drago (ora
feroce, ora d'oro, ora liquido...), la "vetrata / nera, che annienta il suono" e
il metallo, metafore della morte che a tratti si assommano. Assieme si consideri
una significativa attribuzione dell'aggettivo "nero", "notturno" e simili, a
creare una fosca atmosfera di morte ed immobilità, antitesi dei moti celesti e
naturali. Vittima la vita, delicata come farfalla: "e in prati d'ali / sottile
specchio si fiati scolora / al tocco delle dita". L'unica salvezza sarebbe una
risposta, una voce che replichi al nominare-chiamare dell'autore, una "parola /
regno di luce": a conti fatti la vita, che illumina e parla, è calda ed
ordinata. Basterebbe una piccola luce, come è scritto nell'ultima poesia: "è
notte, e ascolto / le sillabe del cielo: le alte stelle / dove antichi
nascemmo".

Sandro Montalto
 
 TERENZIO FORMENTI

ha iniziato il suo viaggio nell'infinito
sabato 25 aprile 2009

[Poeta, psicodrammatista, psicoterapeuta, "persona attenta ai sogni,
alle immagini, alla fantasia, alla natura, alla vita" -
col quale ho avuto una breve corrispondenza alcuni anni fa, in occasione della
mia partecipazione alle "gocce di rugiada" (dewdrops) tradotte in molte lingue.
Bresciano, aveva 86 anni .]

"mi farò una casa nel vento"

mi farò
una casa nel vento

giocherò
con le nubi

mi poserò
sul vecchio baobab

mi confonderò
con la sabbia del deserto

fischierò
fra le rocce
canzoni d'amore

e

finalmente stanco

adagiato sulle onde

mi lascerò cullare...

dolcemente

*

IO SONO L'ARCOBALENO DELLA NOTTE

a Paola

Io sono l'arcobaleno della notte
nato dalle tenebre in questa sera di magia
mi chiederete quali sono i miei colori
chiudete gli occhi e li vedrete

sono il pianto di un bimbo nella notte
la luce negli occhi di due innamorati che si cercano nel buio
i sospiri i sussurri i baci di un incontro d'amore
un fuoco d'artificio che nasce dal buio e muore nel buio
sulle rive di un lago in una notte di festa

sono gli occhi di una tigre in amore che bramisce nella giungla
le luci di Broadway e di Chinatown
gli occhi di un gatto
che miagola alle stelle sul tetto di una baita
una falce di luna
che taglia la segala in un prato di montagna
gli occhi di una volpe
che ha deciso che questa notte non ammazzerà
gli occhi di una lepre
che rassicurata bruca l'erba di un prato tenero
i palpiti di luce di una lucciola
che cerca la sua compagna fra i cespugli
sono i fantasmi e i folletti buoni
che compongono i sogni della notte
uno gnomo
che gioca a nascondino con le sue immagini
la serenata di un grillo del focolare
un fuoco fatuo
che illumina le paure di un viandante
le favole di un nonnino
narrate alla luce dei tizzoni ardenti
un vulcano
che proietta nel cielo i suoi lapilli di gioia
il pianto di stelle della notte di San Lorenzo

sono un piccolo uomo
ma sono anche
l'arcobaleno di questa notte di magia

un frammento di infinito

Terenzio Formenti

per maggiori informazioni vai sul suo sito:
www.terenzioformenti.com
 
 

POESIE DI PIERNICO FE'


8 marzo

Vorrei che un mattino ti potessi svegliare
né più moglie né madre
vorrei che un mattino ti potessi svegliare
affannata del tuo mordere lenzuola
tra sonno e veglia,cercare la casa della tua ..
felicità
vorrei che un mattino ti potessi svegliare
a sguardi d'uomini nuovi,
colta da una goccia di mare
pararti gl'occhi per la luce abbagliante,
a passi nuovi nel mondo imbiancato
di fresco.

CASA DI CAMPAGNA

Nella mattina serena, giungo al tuo riparo di palma
d'una schiuma di mare e vento riposo.
Mi è muta nella forma e negli odori la tua ombra
a rivedere il luogo d'Africa lontano.
E' canto come di tamburo il tuono,
solo ad annusare bucce vive di cocco
e bave di mare al sole, sto bambino.
Casa mia di mare aperto, anima antica ritrovata
vento che urla caldo sui tetti di lamiera
grida di gioia nella poca luce elettrica
nei pochi pesos per una comida
nel nascere d'un altro figlio sorridente
e in tutto quello che il mare rigetta a terra di notte
trovare con mani di sabbia frutti d'odori e sale
ali distese d'uccelli lillà e forza a vivere del nuovo.

CITTA'

D'una mia ombra
è la concentrazione urbana.
Il mostruoso ombreggia,
della sua catastrofe
issata e crocefissa
in boati grigi e strozzati.

Abito qui sottoposto al cielo
offeso d'una ferita sottile
io vedo io annientato e luminoso,
esplosivo nel fine del mio nulla,
mi vedo Narciso sorridente e morto.

FEBBRAIO IN LIGURIA

Febbraio in Liguria
è forse una vigna che prega in alto
e al mare ossute ramaglie lancia in frecce;
avara di sé rotola a levante
questa poca luce che fuga in relitto
e ci s'accorge di questo luogo,
 d'ordini senza suoni,
delle vuote ventate, d'un segno che vede
   | gravi
nella chiarissima luna,
le torte mani vive d'un orto.

L'AGO DELLE STELLE CADE

L'ago delle stelle cade
sul lago bianco delle strade terrestri
inonda i miei labari ostinati e stinti
mi scruta nei miei passi nemici alle leggi
   | delle foglie
trafigge l'ombra nel chiuso delle mie mani
preme sulle torri latebrose del mio abitare
stana giorni rugginosi negli attrezzi dimenticati
cade sottile in frantume vivo
parla il muto ordine della luce
percuote il tempo breve della mia ora
serba per me lo sguardo verde della terra
   |e del mare aperto.

NERVI

La cittadella di spiaggette
abitano le barche lo spazio breve,
dove l'azzurro illumina il pitosforo;
il mezzogiorno scolora violento
le fiamme d'ombra nane,
è il calpestio confuso e scuro
che a una svolta svanisce
per ritornare a nuovi suoni fuso.

Lento nel consumare il tempo
di questo giorno di mare,
è il bianco gesto delle vele
il ritornar l'andare.

OMBRA VERDE D’AFRICA

Ombra verde d’Africa
Che muori d’un silenzio sempre nuovo
E vivi d’un fiato quasi estinto,
D’occhi di madri bambine
Di bambini soldato.

Sei mani stampate sui tuoi muri
Graffiti di colpi d’uomo.

Africa lastricata sulle strade d’Europa
Sei nobile provincia del mondo conosciuto,
Umida delle tue acque e del tuo pianto
Ardente dei fuochi della terra
Colorata dei frutti e delle foreste.

Fai legna da ardere di questa croce disabitata
Respira dell’aria affidatati.

SONO ROVINE D'OMBRA

Sono rovine d'ombra gli alberi
che intorno stanno senza suono,
com'è successo e dove, quando
l'aria ha chiuso il suo sguardo?

Forse nel rumore fumigante d'odio
o nella barbarie che vince il muro,
derubato dei miei desideri
strillo come moneta al nichel!

Mi sorprende quel che di me è vivo
nella mia antica carne bianca
povero d'ogni cosa
solo sul marciapiede sputacchiato.


*


 
 

Piernico Fè è nato il 15 maggio del 1952 a Borgio Verezzi (SV). Ha svolto
un'attività in proprio come fotografo per circa 30 anni; ha fatto della Repubblica
Dominicana (in particolare) la sua seconda patria dove lavora e vive buona parte
dell'anno. Ha la residenza a Genova. Le molte poesie scritte in tanti anni,
rappresentano per lui un diversivo per avere un interesse costruttivo.
E' presente, tra l'altro, in "Antologia Italiana - Poeti Italiani Contemporanei", 2006
(vedi il post su Splinder del 4.12.2010).




CORRISPONDENZE



SEBASTIANO AGLIECO

 
                        FRAMMENTI DELLA VOCE
 
Come un canto si sprigiona la sera
dai tuoi occhi
e in questo istante accetto di parlarti
verso la notte non c'è vento, né aria
solo attesa
perché il silenzio non dice che silenzio
e mi stupisco se il nome ancora chiedi
il tempo, l'ora, e ti dimentichi
che nulla ti può atterrire gli occhi
l'anima di colpo guarisce
quando ad un tratto dispare il riflesso della luce
 
Quanto ancora ti porti del mio sangue alla deriva?
dove tu attingevi scorre un fiume eterno di malinconia
ferita che sempre nutre le diaspore
a fondo devi scavare per trovare la sorgiva del tuo cuore
lì disseterai le solitudini
e spogliato dei tuoi amori, infine
ti disseccherai
 
Sempre il limite della tua terra varcherai
e ti parrà il ritorno sempre una partenza
e la partenza ti parrà sempre un ritorno
perché a lungo cercato sempre troverai
perché a lungo trovato sempre dovrai cercare
 
Non c'è niente che non abbia in sé un seme
e allora non chiedere l'origine e la fine
ma passa oltre e guarda dentro l'abisso
protenditi, e vedrai la tua vita
che ritorna dalle larvate strade
e la riconoscerai, come intatta
alla vista di un tremante colore
 
Quello che chiami ritmo
è un vuoto formicolante che si mostra in tratti
isole pulsanti dai confini calmi
o tumultuose prevaricazioni del respiro
io sono la forma della voce che sempre invochi
io sono, altro non posso dirti se non descriverti
questo esistere nostro in un ritmo più grande
ombra nella luce in cui respiro
luce nell'ombra in cui sono respirata
 
[dalla raccolta: "Poesie per la riconciliazione"]
 
 
*
 
GIUSEPPE GORLANI
 
SE VOLESSI
 
Potresti, se volessi,
togliere ombre dalle pareti delle case
tornare al pozzo cui s'abbevera la vita.
Se i tuoi pochi anni non annaspassero
distratti
in melmosi cortili senza cielo
ove s'assommano parole vuote,
potresti evocare cherubini e dèi,
comprendere la sapienza apofatica
dell'Areopagita
e rinascere nella quiete viva del cuore.
Ma ad abbracci d'innocenza
ti rifiuti.
Nelle orecchie trattieni seduzioni
striscianti
e in utopie televisive affoghi
a poco a poco.
Potresti sul nulla dei miraggi soffiare
con gote d'oro,
il mondo ricordare degli antichi eroi,
risalire al Principio,
spaziare sul mondo.
Potresti raccogliere l'amore
con mani sicure
e benedire
libero da pesi e fatiche.
Realizzare il Bene potresti se volessi,
ma non vuoi
ed innalzi inni alla materia,
inventi dicotomie, catene, muri, distanze,
tempo, evoluzione, antenati scimmie:
paludi nelle quali spegnere la fiamma
che Dio pose preziosa in te,
sua emanazione diretta,
l'Uomo.
 
*
 
MARCO  MERLIN
 
Se ti dicessi
che ho ormai gustato tutta la mia vita
e il futuro mi è padre
 
diresti ch'è superbia, crederesti
di capire. Ma so vedere anch'io nel cieco
riflusso del millennio
l'alba del Quinto Giorno.
 
Quello che non comprendi
è l'oceano saturo di sale
nella goccia sorgiva,
è la piaga che ride sul mio volto.
 
 
L'ANGELO - LA MIA SORTE
 
            I
 
Sia benedetta ogni strada, ogni voce
ascoltata
            -se unica è la meta
 
Ma lasciatemi su queste rovine
a cercare la verità morente
il dubbio che ci libera. Io non sono
l'eroe che chiude nel pugno il passato
e punta le pupille dentro il sole
Io non posso       , il mio destino è qui, in qualche
libro già letto,
in un balocco rotto
o in un nome troppo semplice, tradito
a dovere nel figlio
dal padre, come un amore irredento
Il mio viaggio profonda
questo tempo, il futuro
preme dietro le spalle.
In un vagito l'angelo
mi chiama sotto i sassi,
impetra l'obbedienza
                          l'abbandono
 
            II
 
Comprendo bene
quale condanna dobbiamo scontare
trovare un nuovo
angolo di silenzio,
tornare a dire a sollevare al cielo
macigni di parole
e lasciarli ricadere su noi
 
Affondare le mani nella piaga
 
Ogni altra cosa
(anche la sapienza
                        anche la sapienza)
viene dalla paura.
 
La mia sorte è legare in ogni gesto
follia e umiltà
 
 
*
 
 
EMANUELE  ROZZONI
 
(Lethe)
 
Sei acrocori e piane e bacini
strapiombi fiordi di mare
impazzito e rade profonde
scaglie di rame inverdito.
 
Nero orifizio dirupo scivoloso
per dove piombo a precipizio
m'inabisso, dal tuo lethe oblioso
sgravato riemergendo
                                stranito.
 
*
 
L'acqua, il vento posa
tace il piovasco venuto
iroso a rimbrottarmi.
Sorridi, e ti si increspa il viso.
Conosco la smorfia gentile
non condanna, sentenza
(dicono che qui finisca l'estate)
senza assoluzione.
 
Spiove, salgo le scale
(pure già tarda l'autunno a venire).
D'altro che resta? Guardarsi le mani,
aspettare, chiedersi cosa faremo
 
domani. Rispondersi è meglio dormire.


***
 
POETI SEGNALATI DAL PROFESSOR
GIORDANO GENGHINI (MONZA)
 
tramite i circuiti postali della “xeropoesia”
negli anni '80-'90
 
 
 
TRE POESIE DI VICO PIAZZA
 
            1.
Standoti vicino, seduto così ad osservare
alberi, case rare, viadotti passare o restare
la giusta lunghezza della vita apprendo
in quest'ora meridiana d'ombre
corte come punte d'insetti, d'ombre
che nulla hanno di vita.
"Perché ci hai lasciati?"
"Viaggio ora solitario, so
che niente vale
ciò che mi attende".
Poi si interruppe - o così io credetti -
insieme cercammo la stazione. La radio
gracchiando francese, arabo, fischiava
gemendo. Vedi quel punto vuoto,
quel silenzio che ora temiamo
spostando - a dispetto della morte
che incombe - inutili le ore
ora, amandovi ora
poche sagome scorgo: la mia
le vostre riconosco.
 
            2.
Non so descriverti
che per somma di cenni
(tralasci di assecondare il mio sguardo).
Ti aspetto
contando i minuti,
i secondi, mi accorgo
ch'eri tu la prima
a dover pazientare.
 
            3.
Il volo trancia l'azzurro
lo incolora e srotola la strada
il nodo della tua venuta. Dicevi:
"Ciò che tu vuoi" - un'altra volta -
ed era un'arida ventata di scirocco.
L'ombra si leva agli angoli
solo un abile gioco di riflessi
metteva luce. Ma da te non traluce
alcun possibile nulla: era la tua mano
un segno, un pegno
senza proporzione essere
in quella sufficienza di perdono.
 
*
 
LUIGI GERARDO COLOMBO
 
            DIES ILLA
 
Dio distrusse la morte
creando egli stesso la morte:
ogni giorno
costretto a vivere
per destino o miracolo
l'uomo si prepara la sua distruzione.
In un'ora destinata
a sua insaputa
si ritroverà
svestito della sindone
dei suoi rimorsi divoranti
destato dai suoni
delle tube angelicate
per risorgere
dai rimorsi devastatori
completamente trasfigurato
in un corpo uguale e diverso.
Gli specchi andranno in frantumi
gli enigmi sveleranno ogni segreto
in una nudità abbagliante
finalmente sottratta
al crollo strepitoso dello spazio
e al franare irresistibile del tempo.
 
*
 
            CROCIFISSO
 
Non un fremito di pietà
viene dalla tua pupilla
alla mia anima in tumulto
ma il consenso accorato e costante
della tua mortale compostezza.
Nessun segno di stupore
né di rimprovero
nel tuo viso
che si china
in un bisogno di abbandono
sulla spalla destra
che è quanto di te
rimane da accarezzare.
Il tuo sguardo si rifugia
sotto le palpebre
e quando vorrei farmi forza
per avvertirne il tremito mi sento sospingere
ineluttabilmente
sul tuo cuore squarciato
per respirare
un alito
in cui si accordano
il tremito delle mie labbra
e il pulsare delle tue vene.
 
*
 
                 ACQUAMARINA
                                      *
PER LA MANUTENZIONE DELLA VITA
                                *
    MICHELE ARCANGELO FIRINU
 
 
Il mattino ti viene incontro, latteo,
adorno degli argentei ghirigori ricamati
coi fili di bave di lumache.
 
Ti ci vorrà quasi mezzo secolo
perché tu gli dedichi l'inchino
di quattro fili di erbe.
 
Il flusso delle ore verso di me si curva, radioso,
con deferenza.
 
Me ne infischio degli inchiostri più celebri:
io posso intingere il mio sguardo
nell'acquamarina delle mia mente.
 
Io sono obiquo,
se qui mi avvolgo e vado
in un saio di luce.
 
*
 
"HAIKU OCCIDENTALI"
 
composti durante un "Esercizio di Scrittura Creativa"
nell'Istituto 2E dell'Istituto Tecnico MOSE' BIANCHI di Monza
 
La morte
è un lenzuolo bianco
nel deserto in delirio.
(non firmato)
 
*
 
Vedemmo in loro
fitta la morte.
Tornammo a sentirci isole.
(non firmato)
 
*
 
Sospesa sopra il mondo
l'anima disperata vide
il suo corpo scomparire.
(Alessandro De Marco)
 
*
 
La via del sonno:
un fiume di ricordi che mi porta via
senza ritorno.
(Hu Bing Kiu)
 
*
 
Nel deserto era scesa
la mia colomba, stanca:
un lieve sogno nella sera bianca.
(Giordano Genghini - Insegnante)
 
*
 
PIERLUIGI PANZA
 
BENIAMINO
 
con gli occhi afflitti e con un pianto rotto
io sento come tu Beniamino
nel gravido convitto della notte
singhiozzi la speranza di un destino.
 
Tu che non morto voli un vento
che non è più dell'aria   tu   che non sei che aria
ma piangi a un respiro che può del tempo
cerchi un cercine di stracci nel cuore
 
un volto per volgerti ai vivi.
Oh! il tuo volto mi fa paura
mi fa paura il tuo viso furtivo
perché qui nel nido è già sera.
 
Ma ora che l'oscuro discende
e la regina si benda le ciglia
ma ora che la luna s'accende
e l'uncino arrotonda il suo taglio
 
tu chiara gora d'acqua
sorgi qual vento nel tondo del mio orto
e dall'urna per cui io giacqui
levati improvvisa nell'aria incerta.
 
O forse senza che ti veda
guarda fuori guarda la terra sotto
e senza che tu accada
rischiarati di te che non sai tutto
 
di te piangendo brilla
di te brillando piange
che già grave nel grembo della stalla
seppi di te che dentro ti raggiungo
 
e sono in te sono te... E già temo
che t'avrò tra il mio orrore
paura tra le paure e celato
ti conserverò tra il tremore e il dolore
 
di sempre.
 
[dalla rivista "il bagordo", anni '80]
 
*
 
MARIO TUCCI
 
STANZE SPARSE
 
 
Così ha pur fine l'inverno
l'ombra del cortile si addensa
dalla corte dei gatti innamorati sfuma
lo stupefatto febbraio. Ora che
m'è dato in tua memoria censire il mio tempo
e gli anni che ti ho attesa gli amici
mandano cartoline illustrate cartoline mandano
dalle frontiere dell'Ovest
da costole di azzurre periferie.
Thank you for a fine real time,
ma l'inverno ha graffiato
le strade di un tempo ha spento il lampione un sasso
prima che l'alba sorgesse dai bordi d'una
luna dimezzata; una tortora si schianta
nella barriera dell'ombra
si schianta a un segnale d'amore.
Parte di te mi chiama
dalla tromba di Satchmo per la campagna brulla
per filari indistinti per viottoli di bruma
quando la curva a un tratto si para davanti
e il prima di esistere salda un futuro
allo stridore dei freni al gioco dei piedi alla
scheggia di un brivido venuto da lontano.
 
***
 
L'erba nera della penombra
è un teatro inabitato affonda
nel silenzio delle tue ciglia nel sordo
mormorio della pioggia.
 
***
 
Ma vinta dall'ombra del prisma e del poi
una città riemerge dai campi dei papaveri
tra spiragli di nomi da ricomporre
verso le dune della sera
nella luna ridotta a sogno
oscilla lentamente dall' humus primordiale
d'una colomba morta.
Vira al rosso l'attesa della notte
alla prova del volo
voci distratte un suono
basta a scomporre ciò che non siamo
da ciò che non fummo per tutto
ciò che possiamo di nuovo gridare
mentre tubano allegre le tortore
e tu aspetti invano che il sonno
cancelli le tue impronte.
 
[da un numero del periodico letterario
"il bagordo"]


POESIE DI  PIERNICO  FE'  (2)

BELLEZZA
Sfigurata d'una luce lunare
l'ombra del cielo notturno
danza sulle tue spalle.
I segni pallidi
ti tengono tutta e sola...
Stendono rami e foglie e fiori
al tuo passo.
Rompe il tuono
e la nube del perfetto piove,
stiamo muti a bocca aperta,
soli sulla terra... desiderandoTi, una.
 
E IL TRENO VERRA'
E il treno verrà;
sferragliando il silenzio
delle nostre piccole stanze,
ci sveglierà con soprassalto
e il fischio s'appenderà
nei cortili interni delle nostre
 | giornate.
Sul filo del binario lustro
giovani viaggiatori
ci parleranno di fiori sconosciuti
vedremo uno ad uno morire
 | gli affanni
nella palma nostra della mano.
Nuove luci d'oro e scarlatto
c'insegneranno lingue nuove
e nuovo pane appena mosso dal vento.
 
DI SALE TROVO
Di sale trovo bianchi gli oggetti del mare
d'un parto notturno, vivi.
L'inverata segreta porta d'acque, per me s'apre
e d'un segno improvviso m'accoglie,
stanco ne esco da così breve viaggio
recando di me rozzi nell'abito attenti i sensi
ascolto negli occhi l'eloquio delle foglie
antico d'acque che piena le grotte
e scioglie in rugiadezza il prato.
Di me viaggia un poco, in questo bosco sacro
per me del segno è parte questo pane,
l'oggi inchiodato al tempo necessario
vile muore dei bisogni di bottega
estinto d'un miagolio di ferri.
Chi l'opera mostruosa trascina legalmente
da una coda oscura in ferite organizzate,
rovista il suo scegliticcio.
 
HAITI
Terra di folgori africane
ombre che lavorano
per le nostre sale da caffè.
Non le nuoce il delirio dell'oro
né il vento delle povere banche caduche.
Non un soffio sulla palma,
crescono nuove piante
e nuovi venti le raggiungono,
incurante di me, il mare attorciglia
nuove alghe e rigetta a terra
ad ogni alba, la notte.
 
MARE DEI CARAIBI
Sei l'orizzonte d'Africa,
sei noccioli galleggianti,
sei respiro di nubi terse,
sei sacri odori d'antiche are,
al Dio luminoso fatto uomo.
 
UN SOGNO
Quante di queste colline
saranno romanzo,
quante di queste foglie
saranno storia.
Purgata la terra dalla terra
e dalla sua eterna battaglia,
non sogneremo più,
non inventeremo scritture,
non ci saremo a vedere
la quiete senza noi,
finalmente...


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Note biografiche:

Paolo Valdossi è nato a Leggiuno (Va) nel 1944.  Da sempre a Milano,ha lavorato sempre nell’industria farmaceutica.  Ad una vita esteriormente semplice e monotona,tra lavoro,famiglia e sacrifici,si contrappone una vita interiore solitaria e schiva,nel poco tempo libero,molto varia,tra scienza,filosofia,musica e l’arte della parola narrata e cantata,in un crescendo che lo ha portato,nel 2009,scoprendo il Web,ad affidarvi i suoi lavori.   Ha partecipato ad alcuni concorsi,per prova,con risultati positivi.

 






                              

IMPROVVISA    E’   LA   VITA

 

 

                                        Improvvisa è la vita

Improvviso è l’amore,

sussulto,lunga notte di pausa,

tra sogni,veglie,domande,silenzio.

Il clamore della morte,

la cascata,là in fondo,

quando finiscono gli istanti

e lo sguardo si vetrifica nel gelo,

l’ultimo dono del respiro

che rende il nome al nulla,

il vieni,qui,ora,poi non so.

E resta il fragore delle domande

che si gettano nel vuoto,

precipitando nel salto a valle

                                        in uno scroscio di scintille al sole

O l’eternità

celata dietro la porta chiusa,

per dirti cosa fare.

Forse un sorriso,un enigma.

Improvviso è il Mistero

che ti abbandona solo

tra le onde lunghe del mare,

in attesa.

 

 

 

LA   VECCHIA

 

 

Questa vecchia,

fiore avvizzito,

lo sguardo un po’ perso,

le labbra tremanti

e curva dagli anni,

ha ancora negli occhi

un color di velluto,

di madre,di bosco,

di notte,di buio,

quando abbracciandomi

scacciava i fantasmi,

e sussurrava l’amore

con il caldo suo corpo,

ed io un ricamo

su un arazzo dorato

 

 

 

 

SONATA   PER   VIOLINO   SOLO

 

 

 

Sonata amara

sulle corde di un violino,

che vibrando nell’aria tersa,

sfarfallano emozioni accecanti,

e galleggiano lievi,

spiovendo sulla carne antica

che le accoglie in un sospiro,

e s’irradiano calde ai confini,

tornano nello sguardo

con cui mi cercano le tue mani,

nella penombra vellutata

della casa d’inverno.

E sei un sogno perduto,

che mi stringe la gola

sulle note che s’inerpicano

in un incendio di dolore,

mentre,docile,l’arco scivola

sulle corde del tuo violino

che accende di suoni

      la malinconia nascosta.

 

 

POIESIS

 

Ridere e piangere

Figura di vento

Su ali bianche

Nella distesa del sole

Gli occhi umidi arrossati

Sfolgorano l'attimo

Con cui mi cerchi

In fondo alla solitudine

Tra la luce dei prati

Stellati di rugiada

E il tuo abbraccio

Cancella il tempo

Le rughe del dolore

 

CANE   RANDAGIO

 

 

Quando allontani i tuoi passi

 

Per non vedere la mia mano

 

Tesa che ti grida aiuto

 

E il mio puzzo di sporco

 

Che apre il mio mondo

 

Alla pozza fangosa

 

Della lubrica miseria

 

Ti guardo bianca svanire

 

All'angolo della vita

 

Dove mi lasci solo e perduto

 

Bieca vescica d'immondo

 

Che vorresti cancellare

 

Con uno spruzzo di veleno

 

E non so più piangere

 

Affondo nel mio vino di cartone

E nella tua coscienza infame

 

MEDITAZIONE

 

Fiorisce un canto

profilo imbronciato d'alture

a stringere i confini del cielo

nel guazzo delle nubi

di bianco sfumato

e scivola il mattino

sul declivio leggero

dell'anima di vento

che abbraccia l'istante

nel verde greto di selva

increspato dalle cicale

 

BALLATA

 

Vapore di cielo negli occhi stanchi.

Vagano fiocchi di luce,

Bianco sorriso d'argenti

Tra gli spruzzi salmastri,

E l'immenso che srotola

Il suo tappeto di luci sgargianti,

Tra noi e il Mistero silente,

Che aspetta nell'ombra fresca del bosco

Il crosciare dei miei passi,

Tra ricordi che emergono furtivi

Nelle macchie verdi abitate

Dalla carezza dorata del sole.

E tace la vita,in un sospiro.

Aspetto la sera sospeso tra il nulla

E il torrente delle parole

Che a balzi scendono a valle

 

MI   DIMENTICHERAI

 

L'acqua scioglierà i lacci

ai tuoi calzari.

Mi dimenticherai,

libera sulla bianca sabbia,

tra il grido dei gabbiani.

Mi dimenticherai,

nel frastuono delle onde

che battono ai tuoi piedi

e scavano un abisso

che cancella il mio nome.

Mi dimenticherai,

nei giorni della pioggia

che canta sulla gronda

e profuma l'autunno

di grigia attesa.

Mi dimenticherai,

e sarà ancora primavera.

 

 

 

 

EZIO FALCOMER

 

La poesia come rischio e tensione espressiva, vitalistica; rabbia, risata ed ebbrezza. La poesia come diario dello scacco e della perdita, diario di bordo nel naufragio di fronte al nihil e alla malattia. La poesia come canto dell’amore e dell’eros: selvaggio, pagano, orfano biblico o, più semplicemente, alla fine della tradizione. La vita picara raccoglie tre anni di percorso creativo ed esistenziale sviluppato attraverso il blog e nel dialogo e confronto con il lettore-commentatore.

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Ezio Falcomer è nato a Concordia Sagittaria (VE) nel 1962 e vive a Torino. Lavora come insegnante bibliotecario. E’ scrittore ed attore.

 

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Da La vita picara

(Poesie 2007-2010)


Lanuvio RM
Narrativaepoesia
2010

 

 

 

 

E/Scatologica

Sull'asse della memoria
mi aggrappo
si stemperano gli arcani maggiori
ovipari di sensi e di storia
armigeri di eventi
pirofori di esistere in etere violaceo
di crepuscolo, come
prima di cadaverica baldoria

io, scoria di angeli
strame di miti di gloria

agli estremi bordi del Tempo

oh, restasse segno o runa
su questo sentiero
vivesse di me cuore o fremito
emaciato
su tumida e madida duna

come un resistere
a ossessa, febbrile fortuna.

 

 

 

Seta e agata


Come se tu fossi qui
a spellare con me
gamberoni e aromi di sguardi

come se tu non fossi andata via
su quelle rotaie di ignoto

parlare l'amore ancora, ballare
alla luce di mani
intrise di olio e tocchi yin e yang

rubare arcani e sillabe alla notte
con rabbia averci e stordimento di onde tenui
di fianchi parole respiri
inesprimibile labirinto di praterie
di seta cremisi e agata corniola

solo dita umide e attenzione
sentire il tuo acquoso gemito
il tuo vuoto
saturo di maestà rapace
di sete che rifiuta la paura del naufragio

di fame

che ama me

che mangio te 

che mangi me.

 

 

 

Tu mi fai essere


Tu mi fai essere
cauto scavo nella tua voce
enigma tremore silenzio
sei creatura d’acqua
di sorriso
di nervosi refoli d’ombra.

 

 

 

Armageddon


Asce scorrono lungo i viali dell’anima
svaniscono i fenomeni
a scroscio si riversano le falangi
mischia bolgia omicidio
pallide scoliosi di sciacalli splendono all’alba
si ridestano fiamme di furia
tutto un cercare la luce
tutto un ritorcersi d’asfissia
delirio remoto d’angeli nel tunnel
la fatiscente sclerosi di un dio.

 

 

 

 

Stenti fatali


Cos'è che c'è
in questa spugna dov'è intrisa la vita
in questo sogno
in cui muoiono gli dei

ragnatele di eventi
amore dolore fetore

spazi di plasma
di braccia allargate
a trafiggere il vuoto

gambe sommerse fino al ginocchio
da un mistero di palude risucchiate

lancio il bengala sull'orizzonte
l'accolgono angeli fatali
amanti
di miasmi amori e di stenti

su questa pianura
che ha desiderio d'istanti.

 

 

 

 

 

Azzurri sensi


Azalee d'improvvisi bagliori
orti sarchiati d'azzurro
sussurrano gli immensi spazi
arazzi di silenzio
respiri d'assenzio
invasi di sensi mai sazi.

 


Lunare



Lunare,
chiedi amore
e scendi lungo un fiume di malinconia
labbra di pesca cantano perenne estate
fragranza di sorrisi caldi, nascosta
sotto timido feroce veleno
sogno i tuoi fianchi...
che ti porterei alla mia bocca
...e traversare il tuo deserto
di oasi lussureggiano.

 

 

 

 

Strusci e fotoni

 

 

 

Mi ammoscio su lungaggini d'orizzonte

scroscio pensieri e veleni

sfascio cartilagini e crisantemi

piscio lunatiche tossine

striscio ubriaco lungo muri di mattoni

struscio fianchi bisognosi di attenzioni

sciami le mie ore si gettano nel mare

origami di fotoni che si perdono nel dare.

 

 

 

 

Si diramano anfratti e segrete

 

 

Si diramano anfratti e segrete

nel canto del sogno

e luci e sonagliere delirano

ascolto i miei spiriti frinire

fiotti d'ira e di blu  anelano al cielo

parto su scafo fenicio

l'Orsa e le Pleiadi mi guidano

e l'Oltre al centro del Qui

vi si appoggia chi muore ogni istante

rido ubriaco d'incoscienza

e di enciclopedica follia.

 

 

Notturno con mare




A che punto è la notte
questo calice non contiene tutto me
di stagione in stagione
varco ogni soglia
e dico addio
senza sponde dove consistere
esisto persisto e muto
camaleontica traversata
come un dramma senza esito finale
come clown che schiamazza per la via
ai bordi di un mare saturo di ciclone
vi balugina il canto degli arcipelaghi di sogno.

 

 

 

Spasimano




Spasimano le spettinate onde di papaveri
vento e luce si inabissano su gialle spighe
aria solo aria
e la notte per guarire
si elidono dai rami fiori e frutti
spauriti
per l'ignoto.

 

 

 

 

Giostra


Scalfisci diafana malinconia
nei riverberi dei tuoi vortici
centrifuga ebbrezza
in spirale l'anima si avvita
seta di schegge precipita
si deformano cavalli e figure
come fuga a favola di risa

prosciuga ogni pensiero 
la sarabanda delle tue luci.


 Ho tra le mani pochi attrezzi




Ho tra le mani pochi attrezzi
romanzi di avventure altrui
sapori di mie spiagge e periferie
sangue e lacrime anche non piovute
e l'incognito domani da disegnare

so essere intero nel frammento ma 

muoio ogni istante da quando son nato

assaporo quand'è il momento
spuma che ritorna all'onda
fragilità che non ha perché.

 

 

 

 

Brume al di qua del sole
Il sogno




Brume al di qua del sole
echi di larve o dei
mi abitano
non invitati
dipingono alfabeto remoto
e bevo le immagini
oscuro sussurro
o voluttuoso giardino
ambrosia o assenzio
d'ignoto.

 



Piovasco strenuo



Piovasco strenuo
mi schieno su vetrina
aspiro e fumo.

 

 

www.eziofalcomer.blogspot.com

 

 

DEL  SILENZIO
 
La latitanza delle parole apre il Silenzio.  E la mia esperienza del silenzio,mi sono accorto, spazia dalla luce al buio: il silenzio della vita che presenta la sua ricchezza.  Il silenzio della notte che mi apre spazi di pensiero e schiude nuove dimensioni dell'Essere e dell'esperire. Il silenzio dell'addio. Il silenzio della solitudine antica, a volte baluardo protettivo, a volte parete di una cella angusta che ti taglia il respiro e ti appanna lo sguardo.  Così, il silenzio, nel mio pensarlo, come il mare,cupo e terribile o calmo e di pallido azzurro.  Come il Divino: tremendo nella sua ira, immenso nella sua pace.
Non voglio dilungarmi troppo per non annoiarti.
Al piacere di risentirti (?)

Paolo 

 

NOTA SULLA MIA POESIA 

 Ho ammirato questa tua parola asciutta, poesia essenziale, di ricca spiritualità, rara capacità di fornire nel lessico e nei costrutti fenomeni ed emozioni di anima profonda che scava e ricerca e prega e captasensazioni e paesaggi e fenomeni... Con la fluidità, spesso, della rinuncia al soggetto e con l'infinito in  incipit

 
Ezio Falcomer
 

 

 EZIO  FALCOMER

          

 

Da La vita picara

(Poesie 2007-2010)


Lanuvio RM
Narrativaepoesia
2010

 

 

 

Escrescenze di nodi
Escrescenze di nodi
Escrescenze di nodi
delitti di un osare innocente
allo specchio sto
fievoli fantasmi di emozioni
tralucono
celiano di bruciori inghiottiti
irreversibili ferite

il passato è solo nella mente
vorrei dire, ma
cos'è questa viscera che non tace
cappio e catena
retribuzione di un vivere
che solo voleva andare
come spavaldo e sereno giocare
bambino che non voleva dormire.

 

 

 

Homenaje

 

 

 

S’assiepano rodei di odori africi tuoi

lungo i vicoli della mia anima

ed entro viscere che si consacrano a te

 

divina

 

con la lingua trascorrerò i tuoi petali

a bere le gocce di rugiada

che sanno di muschio e mare.

 

 

 

 

Aetos

 

 

 

Vorrei un giorno di refoli di luce

d'azzurri spasimi di niente

e planare su nuvole

gonfie d'elettrico e d'immenso

aquila

 

dominare cime e urli di baratri

con occhi che sanno

l'orrore e la bellezza

della storia

 

berlo, il calice

come un andare a scontro di schiere

a bolgia

di furia ed amore

a dolore attraversato

e vedere.

 

 

 

 

Anastasis ton nekron

 

 

 

Sono stato cadavere per secoli

ora canto alla luce di una stella

mannara e serafina

 

vidi gli abeti sussultare

su crosta lavica

licheni contorcersi

aspidi infami

su pianure di fuoco

e di polveri solitarie

 

lamenti di cavità viscerali

budelli di ululati

orchidee di apprensioni giallospeziate

setose lacrime

che non riuscivano ad annegare

nei torrenti della vita

avida ed incosciente.

 

 

 

 

Lejos

 

 

 

Come un lupo mi aggiro
nella notte
saturo di coscienza
nell'attesa di spegnermi
e separarmi da figure parole eventi

dove sono i tuoi fianchi?

felice la mano
si poserebbe
lieve
calda neve
sui tuoi colli addormentati

moriria feliz
a tu lado
mi amor.



 

 

Ebbro Ebro



Con questa camicia nera

sfondando vetrine di ovvietà

piogge fangose

sui miei bracieri di anarchia

ho camminato il mio miglio verde

per averti al prezzo

di un'elegia di luce e sinastria

senza di te non sono nulla

nell'uragano rigurgito sangue

e matricidi di civiltà andate

il mio vincolo è un tatuaggio

sull'odore della tua pelle

krishnamurti al kamasutra

del tuo incanto di fata celtica

piovuta su una terra

di silenzi e tori

sacrificati.

 

 

 

      Sequestro

  

 

      Ti ho sequestrata tra nevi e paludi

      il vento mi diceva il tuo segreto

      e cantava la tua vita amara

      ignara di me.

      Ti ho come perla

      libera

      che sfugge a consuetudine.

      Ti ho come magia

      gettata da un'onda

      sulla riva della mia insipienza

      stupido e stupito ti ho

      e non ti ho mai del tutto.

      Sei canto di ninfa

      barbara e trasparente

      fragile agli istinti

      sei nenia ipnotica che ci si porta dentro

      inquieta favola che cura e ammala

      che regala incanti.

 

 

 

      Saltimbanco

 

 

      Che ansimare equivoco

      è il canto che sale

      da muffe e licheni

      come strana salmodia

      manto di emblemi

      s'innalza da terra amara

 

      io respiro fra nevi

      per secoli di attimi

      testardo, intimo al sole

      sempre

      nuove gocce di speranza

      e mi contorco alla luce nuova

      mattino che riannoda parole e amori:

      saltimbanco sospeso

      fra il male e la gioia

      in gola l'urlo bambino

      che domanda, come seme o spora,

      sfrontato rigoglio continuo

      ancora e ancora...

      

 

 

      Sei bella miracolo di gheparda

    

 

      Sei bella miracolo di gheparda,

      scabra luce in fondo alla notte;

      melmosa calda alga sei;

      frecce  le mie mani

      ti inebriano, strette,

      morbida albicocca.

 

      Di febbre licantropa e criminale

      oltraggio sepali tuoi,

      irragionevole dettame d’amore,

      mentre

      in languido afrore marcisco

      di lotta d’eroi,

      errando in tuo aroma,

      tempesta che involve

      mia lurida anima

      dannata.

 

      Sei stella che ride e s’attarda

      sul cuore mio che attinse alla notte.

      Alma falena, le tue mani

      tracce lasciano su me,

      diroccato da arsura felice

      di te.

 

      Si addice

      il miracolo che al  deserto mio

      s’attarda.

 

     

 

      Succubi d'amore

    

 

      La tua carne, infinita domanda

      dove si placa il caso,

      il possibile mio non esserci.

      E il soffio della tua anima

      è il mio esserci nell'avvolgerti,

      donna di brivido e di mistero;

      riempio nell'amarti

      il possibile tuo non esserci.

      Perderci nel donarci,

      ascoltare la pioggia,

      succubi dello stringerci

      e dell'amarci.

 

      

 

      Come un respiro

    

      

      Come un respiro mi ritorni

      alle ore di gocce e miele

      sentirti in emozione e pensieri

      averti sfuggente e acuta

      in cuore

      come orizzonte di gabbiano

      ascoltarti nel volare comune

      mangiare e mangiarti

      i tuoi sonni proteggere

      folle cerbiatta

      di ansimi e graffi

      penetrante liquore.

 

 

 

      Un acanto, un lichene

   

 

      Un acanto, un lichene

      e trasmutarsi in liriche di vento

      come di savana

      eccedere nel compiersi

      di favola gitana

 

      amare e dire

      il rosso della sera

 

      come folle

      su abissi e sommità

      raccontare

      l’odore di gimcana

      fra corolle di luce

      e freddi baratri di inerme niente.

 

 

 

      Le sere che

   

      

      Le sere che

      pallidi i convolvoli

      esclamano smeralda follia

      si tingono i cuori

      di un indaco serico

      e madido amaranto

      mi scorre

      nel tacito grido

      che anela

      speziati cobalti d'ignoto.

 

 

 

 

      Panismi

 

 

      Sono ubriaco del tuo odore

      nel dolore del tuo non esserci

      mordo il mio canto pallido

      e spasimo in sogno le tue carni

      come gangetico tramonto

      selene cananea

      io strame d'angeli

      dal mio deserto rosso

      pastore di ade

      risata e urlo di fetida foresta

      t'assalgo in vampiriasi

      di nenie per zufolo e crotalo

      sei il mio centro

      ti scuoto mea domina mio giogo

      ti rovescio a estatico mistero

      di respiri di maglio.

 

     

 

 

      Anima predata 

 

 

      Se ti dài irrorata dai miei sguardi

      straluma la mia anima predata

      della ritirata brucio i ponti

      alla lotta vado

      con riso d'orgia commediata

      al caos

      e alla bolgia di sapori e silenzi e assensi

      che mi trafigge

 

      un'isola è ciò che vedo

      (naufrago)

      di polpe petali e battigie di sogno la sera

      mormorio di schiume

      galassie roteanti

      su incroci di fiati

 

      feroci.

 

www.eziofalcomer.blogspot.com

 

 

 

 
GIANCARLO  MONTALTO
 

 
da: Quante stazioni mancano alla meta
 
Edizioni Angolo Manzoni, Torino - 2004
 
 
dalla sezione:
I SENTIMENTI, LE COSE
 
Negro
 
Non c'è una vita
da vivere altrove
che su questa terra
e sulle zolle il sangue dei vinti
ha ancora il colore dei negri
imbarcati.
Fabbricante di chimere
io sono come loro,
sporche le mie mani
di negro nato con la pelle bianca.
 
*
 
Perché
 
Perché io ti darò
frasi d'amore scalmanato
e tempeste d'azzurro
negli obliqui orizzonti
del nostro ritrovarci
assetati.
 
*
 
Sapessi stasera
 
Sapessi stasera
le luci sul lago
e i lampioni di stelle
sul sagrato arlecchino delle voci.
E perché dovrei dire quali sono
le frasi nascoste da musiche slave
che stropicciano l'erba
di un canto ballato nella mente
sotto il soffitto dei miei occhi chiusi?
Non ho sguardi da chiedere
né mani da sfiorare
mangio ancora chimere
e inseguo poesie,
saltimbanco di me stesso
infagottato nei decenni
di una corsa senza traguardo.
 
*
 
Rinasci con me domani...
 
Rinasci con me domani
su un marciapiede di periferia
tra uomini che volano
e uccelli che camminano
davanti a case senza porte
e occhi senza buio.
E se tu vuoi
cerca nel cassetto un ricordo sdrucito
e cucilo per me:
lo indosseremo il giorno dei rimpianti
quando la sclerosi degli anni
avrà piagato
i nostri sogni ribelli.
 
*
 
Senza
 
Senza più luce naviga la nave:
dove sono le macerie lo saprai
la mia storia la passeggio in croce.
 
*
 
dalla sezione:
LE COSE, I SENTIMENTI
 
Rosso
 
Rosso fra le mani
questo po' di giovinezza che ti ho dato.
Avrei voluto non cercarti mai
non essere per te che il manichino
cui appendere collane di ricordi
da guardare veloci
per poi voltarsi via.
Avrei voluto cercarti
e raccontarti la mia vita nuova
lastricata di bulloni sapienti
inchiodati
sulle ire silenti dei miei giorni.
 
*
 
Domenica
 
Tocca girare da solo
lungo i marciapiedi
di una domenica da spararsi.
Ho bisogno di cieli,
una tana non serve.
Mi offro un caffè
al bancone di un bar
sfoglio un giornale
e guardo il cameriere,
pensando che esiste.
Poi torno a guidare
con le mani inchiodate,
cercando una via più breve
per scappare da me.
 

http://www.angolomanzoni.it/articoli/leggi/1319 

 



 

Febbraio

 

E’ prato molle di prato il riposo lento

dove l’ombra guarda scura .

Questa poca luce bianca e liquefatta

è stretta in secche dita moribonde

vivo di questa luce di rovo

fredda di letargo cieco.

L’aria torce all’alto raggelata la sua mano;

se io potessi riposare come si posa l’ombra

vuoto d’incerti passi sordo del mondo,

                        (cieco del vento

vigliaccamente lontano,

vedrei d’inverno tremare la prima viola.

 

 

 

Preghiera per l’Italia

 

E il vento del mio dio vacante

                        (verrà,

in sottili soffi a cesellare

l’arca e la zana

a divellere astute menzogne

a svecchiare il suolo.

A pulire le mani melliflue

di impiegati arrivisti

dalle cortesie untuose,

a registrare i silenziosi boati

                        ( della miseria.

Verrà a dirmi del nuovo, a dirmi

                        ( che la morte è già vinta.

A dirmi che nessuna foglia cresce

                        (inutilmente.

Nuove parole che non troverò

                        ( sul dizionario

a dirmi di cieli e di barbagli nuovi,

di lavoro e di sorrisi, del canto

a bocca chiusa d’una balena.

Del pino secolare che abbiamo

                        (tagliato impunemente,

dell’erba madre e amica che ci perdona

                        (e ci aspetta sui prati,

dell’arcobaleno che ha i colori

di tutte le bandiere del mondo,

del gatto custode della casa ,sull’uscio

                        (ad aspettarci.

 

 

Senza nome

 

Eventi come flutti neri della notte

mi giungono dal lontano;

suoni e luci che del tenue

solo gli animali sentono.

Ci è chiuso al nostro cieco e sordo

                        (angolo.

Noi di latta di plastica,noi figuranti

senza il nome vero delle cose.

 

 

 

Vico Vegetti

 

I campanili bruni della sera

intorno alle costrette vie

parlano la musica

che si racconta a queste mura.

Sogna Dino con me che io non sogni,

per me canta che io non canti.

L’arte antica dell’ascoltare

stringe in questo luogo

magica la pietra e l’acqua.

Piove lucida e vibrante la corda

l’insidia fredda dell’immagine

non vince la musica sorgente

e in ogni dove e sempre di quel quando,

invade Dino il selciato d’acque.

 

“Faccio riferimento al soggiorno prolungato di Dino Campana a

Genova (abitava in vico Vegetti ,presso piazza Sarzano)”

 

 

Piernico Fè






POESIA DI JOSE' PASCAL

(in memoria del terremoto de L'Aquila)



 
L’inizio della fine
 

Siamo qui ad aspettare un semplice sì,

un qualsiasi segnale che smuova la nostra testa,

che sposti le lancette annodate del nostro tempo,

immobili,

eppure in un impercettibile movimento continuo teso a ricordare il passato,

a consumare quell’attimo in cui un alito di vento ha soffiato più forte portando via il tutto

e lasciando qui soltanto, l’inutile resto.

Tutto è immobile, fermo, impassibile,

eppure lì fuori c’è un rumore assordante, un gran chiacchiericcio.

 

La gente sorride, ci parla, ci abbraccia,

ma niente ci smuove.

Tutto inesorabilmente tace e scorre senza un presente. Figuriamoci un futuro.

 

E’ solo un brutto incubo - ripeto fra me e me - passerà, niente di tutto questo è vero!

Provo a svegliarmi da questo atavico torpore ma nulla ci appartiene, nemmeno la nostra vita.

Mi sento soffocare, manca l’aria, si stringe la gola, duole il cuore, soffoca lo stomaco, tremo fino ai piedi, piango e il tempo non passa mai.

 

Ma è già sera e tutto muta e riporta sempre a quell’istante in cui il vento ha soffiato più forte,

tutto si è fermato e la vita ha smesso di sorridere e il nostro cuore di sognare.

 

Aspettiamo un altro domani e speriamo nella vita che verrà.

[Pensiero estratto dalla scatola di latta

http://parolesemplici.wordpress.com



 



 

TRE POESIE DI PIERNICO FE'
 
 
 
NAVIGARE
 
 
Meglio è per me
vedere l’ombra salata e abbagliante
salire fino sulle prue infinite
pronte e vive del proprio fiato affannato,
come di chi cumulata la forza
sia pronto a proromperla sui cento mari;
vibra sotto il cielo sbiancato di nuvole alte
vibrante la bitta di gomene e catene.
 
 
Annusano marine lontane
i tendini d’un metallo viaggiante.
Nave incline alla luce ...
aspetta, frena il tuo squassante urlo
rinuncia alle tue onde sferzanti
alla tua mole,
non fare che si parta di giorno .
Noi domani tra le lenzuola azzurre della luna
quando il solo suo cianotico lume ci vede
la tua prua migrante mi sarà padre e madre.
 
*
 
 
RITORNARE A CASA
 
 
Cammino tra case di mattone
come vele piegate al vento del lavoro,
per questi pochi e grandi anni.
 
 
Un figlio, un albero amico;
dal filo incandescente che mi illumina
ombre scure e balenii leggeri.
 
 
La minestra d’una mano amica, mi sfama
l’otturatore dei miei occhi raccoglie una luce
e d’una cortina affanna l’immagine.
 
 
Acque finalmente dai botri antichi
mi trascinano in sogno, al mare
a lasciare strade.
 
*
 
 
PAROLE IN LIBERTA’
 
 
E lasciatemi scrivere
quel che più vedo,
e cosa d’altro?
E lasciatemi mordere l’aria
con una verga d’ulivo,
come facevo da bambino
ad ascoltarne il fischio.
Lasciate a me le parole sgangherate
quelle usate e consumate,
che io le possa trapiantare
in terre aride invase dal timo,
che le possa ritrovare
chi passa a caso.
E lasciatemi scrivere
dei carcerati, degli affamati,
dei condannati a morte,
dei condannati a vivere,
di una donna senza una casa,
di una casa senza una donna.
Lasciatemi scrivere su un muro

Libertà! 

LORETO ORATI
 
[da Facebook – gruppo Evoluzionismo Contemporaneo]
 
 
 
ELOGIO DELLA VITA
 

Che sia un breve salto, un lungo volo, una salita,

un giorno o cento anni, una fioritura a novembre,

che sia il lampo prima della pioggia o la sua ultima goccia,

una frustata, una carezza, una sedia che cigola,

che sia un risveglio indimenticabile o una notte da dimenticare,

una parola, un poema, un sorriso tra la folla,

un solo nome da pronunciare o mille da ricordare,

che sia una ferita ancora aperta o tutte le guarigioni possibili,

che sia una guerra d'amore o la pace dei sopravvissuti,

è la nostra Vita,

una,

passaggio nel Tempo e nel cuore degli altri...

*
 
IL TUO RITORNO
 

Alla notte imminente non chiedo la festa delle stelle,

nè una luna accecante,

non chiedo il ricevimento del sogno

e nemmeno la consolazione del silenzio,

alla notte imminente non chiedo l'avvento del nuovo giorno,

a scorticarne le ombre,

alla notte imminente chiedo soltanto l'eco dei tuoi passi,

sulle scale,

soltanto il tuo ritorno...

*

CEDO ALLA POESIA
 

Cedo alla Poesia,

alle ferite della parola,

al nome che si declina

nelle pagine del silenzio,

il tuo,

germoglio della mia memoria...

*



 
 
 
 

 

LE POESIE DI EMILIO (poeta di strada)

 
 
 
DUE LANTERNE SUL MARE
 
 
La poesia è stata dedicata al grande  poeta David Maria Turoldo
 
 
Opaca ombra
 
che veleggi sul mio cuore
 
libera l’ossequio della mia voce
 
e chiudi nell’immolata bellezza
 
un silenzio profondo…
 
La mia anima diviene conchiglia
 
e scandaglia un’infinita solitudine
 
quando il gemito dell’onda marina
 
urta le pareti del mio cuore…
 
 
Questa è la notte più lunga
 
vorrei sentirmi vivo nel mio dolore
 
mentre una tenerezza imperiosa
 
stringe forte le mie braccia
 
 
Asciugo il tuo volto dal sale di lacrime
 
… cristalli di stelle splendono
 
sul manto appiattito di un oceano
 
lontano un richiamo d'amore
 
che scorre lento tra il soffio del vento
 
e si perde nel riflesso tenue
 
di due lanterne fisse sul mare…
 
*
 
 
 
AMANTI NOTTURNI
 
Domina il lungo respiro
 
posto nell’epicentro
 
dei colori alabastri dell’anima
 
mentre la fioritura di un ciliegio
 
s’ammanta della sua ombra
 
nel dolce meriggio di Maggio …
 
   
Cristallina è la voce del vento
 
- quintessenza di un dolce sorriso-
 
perso nel candore di una solitudine
 
che lentamente lacera
 
l’umile tela della nostra povertà…
 
 
Domani riprenderò con la vita
 
l’ennesimo dialogo interrotto nel tempo…
 

una stanca  e breve narrazione del cuore

 
che si fonde nell’abbraccio infinito
 
di due amanti nascosti nella notte….
 
 
*
 
 
MATRIGNA CONSOLAZIONE
 
 
Percorro lentamente questa strada,
una galleria d’arte di volti appassiti
e brandelli di umane vicissitudini
che si perdono nell’abbandono
di un'alba nascente…la purezza
della matrigna consolazione
che muore nel sonno della tenebre.
 
La linea del mare demarca solitaria
l’infinita tristezza di un mattino uggioso
idiomatici lamenti s’addensano nella coltre
di un richiamo soffocato dall’anima…
 
Stamani, sento ancor di più sulle mie spalle
il respiro ed il peso degli anni passati
un canestro di amare follie disperse
nella clessidra di una vita mai narrata…
 
Ora, il cammino si inoltra nel giorno
e le mie preghiere si fondono mestamente
nelle opache spirali di un pensiero morente
strane malinconie che ricamano l’orlo
di un cuore che getta le sue reti
nell’enorme manto di un oceano immenso…
 
 
*
 
 
"LETTERA PER UN’ANIMA"
 
 
Mia cara...
Ti parlo di un sogno impossibile
la preghiera di una madre sola
polvere sopra destini morenti.
Sono io il ladro della tua anima
il confine irreale del tuo mondo
la geometria...

di una variabile mai  calcolata dal cuore.

Nel silenzio di questa stanza
assaporo l'ebbrezza della tua voce
il canto di grazia del mio respiro.
Ho scritto...
versi nobili nel tripudio del dolore umano
donando gioia nel tuo intimo
La notte assassina
mi riporta nell'alveo di un fiume in secca
....mentre la mia vita accanto a te
ritorna ad essere fontana che zampilla
nel nostro giardino segreto.
Accarezzo i tuoi corti capelli

sottili filamenti  d’oro bianco

cesellati con maestria dal vento di Zefiro
Dentro questa cella di speranza
raccolgo inerte il sudore
di un incontro infinito

le tue mani,  il tuo viso,

la tua bocca..
sensazioni vibranti...
oblio di due cuori solitari.
Signore,..
perdonaci se amiamo noi stessi
la vita non ha più ragione

siamo rami secchi  dentro alberi mai cresciuti

Nell'arsa terra.. ci abbandoniamo
ai nostri destini crudeli..

dove il silenzio  diviene solitudine…

in una notte di pioggia
Ti abbraccio....
 
*
 
 
 
IO NON RIDEVO ALLE 3.32 DI QUELLA NOTTE
(terremoto dell’Aquila)
 
Nessuna coincidenza con la morte
tutto era crollato sotto i nostri occhi
e la giusta puntualità dell’ urlo nel silenzio
si spegneva con il respiro della terra...
 
Io non ridevo all’Aquila alle 3.32 di quella notte…
Ogni atto umano muta ed incombe nel pianto
uomini unti dalle spirali del grande potere
spezzano l’anima della nostra povertà...
 
Io non ridevo all’Aquila alle 3.32 di quella notte….
quando una telefonata sprezzante
si perdeva in feroci risate sul dolore altrui,
mentre il boato ed il tremore della montagna
inghiottiva l’ultima paura di un bambino...
 
Io non ridevo all’Aquila alle 3.32 di quella notte…
laddove la miseria è colpevole per definizione
e.. la ricchezza è innocente per ontologia…
 
*
 
 
 
VUOTI DI PUDORE
 
Nel profondo pensiero della mia fede
cerco la disperata salvezza per guarire
da questa maledetta stanchezza d’omertà
 
Ogni notte è cieca del suo credere
nella mia totale indifferenza....
cerco un cammino verso una meta indefinita
 
Mi chiedo Signore…
 
Tu che sei il nostro affamatore d’anime vuote
riempi questo giardino terrestre della tua luce
fa delle stagioni che passano
inermi ed inesorabili, nella loro totale ferita,
siano sufficienti a riempire i lunghi silenzi..
 
I nostri cuori restano impigliati nell’incertezza
come piccoli passeri avvinti di paura
che vivono ignari davanti alle tue volte d’amore
 
Questa terra è priva del suo colore primordiale
ogni ombra ha segnato l’immagine di macerie umane
affamata della sua totale opulenza di denaro
si è divorata la sensibilità dei nostri giorni
 
Dal tuo ennesimo silenzio..
donaci la fragranza del tuo verbo..delle tue parole
affinché un seme di fratellanza riempia questi solchi…
 
 
 
Il blog di Emilio Mercatili:
 


  

 
POESIE DI NICO

(durante una permanenza nella Repubblica Dominicana)

 
 
RUMORI DI SERA
 

Rosso sul muro in questa sera nata,

che ali di nubi il giorno

hanno bagnato a croscio,

la luce qui rimasta ancora un poco

a vincere la nave della luna,

piano si sfà lucida e sfinita.

 

Nella placida oasi d’ombra fatta

s’appende lì il mio vedere, e guardo;

passa e saluto l’uomo in bicicletta

e la sua ombra rincasa fischiettando,

dalle finestre nei gesti della cena

si canta della sera ch’è serena.

 

Si dice delle cose di domani,

parla una figlia giovinetta

del compito e della camicetta,

vive le ombre danzano sul vetro

danza il ciarlare di stoviglie quieto,

danza la luna del suo lume bianco.

 
*
 
SAMANA’ 1994
 

La notte mi guarda da ogni lato

mentre dormo su questa terra che naviga.

Ronza alle sei finalmente il ventilatore,

in cucina resuscita il frigorifero

e i galli della vicina strillano i loro buenos dias.

 
 

La terra di cacao fuma la sua polvere,

nell’aria d’uragano le nuvole afroamericane

cesellano il cielo di pioggia,

raccontano storie di magie antiche

e il tuono con rumore di bottiglie

mi fa giorno dentro.

 
 

Piove il brodo tiepido del Caribe

d’arcobaleni e musiche,

piove sul mio tamarindo che parla italiano.

Il primo colibrì alle sette bacia l’ibiscus:

piovono sole, pioggia e canzoni

che la radio non ha mai suonato.

 
 

Strilli, fischi, sorrisi, saluti.

 
 

Intorno gronda pesante di pioggia,

la palma offre la sua chioma al vento

e come una ragazza ne fa vanto,

danza padrona d’una danza

mostrando il palmo chiaro delle mani.

 
*
 
TERRA
 

Dov’è il muro squassato d’anni, è qui?

è il fico selvaggio che preme la porta che non s’apre?

è la falce che canta armonie di ruggine?

E’ terra l’angolo dell’uomo,

sussurra appena d’un fiato antico il segno,

parla piano d’acqua e di pietre

e odora di limoni la terra e le mani.

 
 

Restano chiusi d’una porta cigolante

i miracoli in sogno,

a meraviglie d’archi e di pietra

a sconosciuti guadi

per i remoti luoghi vicini che s’inverano.

 
 

Se un lampo ci acceca

e apre nuovi attimi ai sensi

a raccogliere verdi cieli inusitati,

le nuove lingue parlate ci somigliano

ci scavano giù, dentro, in fondo,

nei torrenti antichi che tentano la roccia.

 
 

E ci s’accorge

di come tutto è traguardare

con un occhio solo per una fenditura

aperta per miracolo.

 
 

Piernico Fè



LORETO ORATI
[Da Facebook – gruppo Evoluzionismo Contemporaneo]
 
 
DOVE FINISCE L'INVERNO
 

E' così lungo l'inverno di questo tempo,

così tante le cose che mancano,

le fabbriche cedono sotto la neve,

al vecchio saggio non rimane che un solo pezzo di legno,

provo a voltarmi verso il futuro ma sono cieco,

allora cerco te,

nel tuo abbraccio, non può che esserci la primavera...

*
 
 
 
FRAMMENTO NOTTURNO
 

Mi lascio cadere dentro la notte,

tra questa luna accennata e una stringa di sogno,

il prossimo giorno non è attesa, solo ipotesi di luce,

rassicuro le ombre e cedo al silenzio,

nell'inevitabile stanchezza che mi scuote

sento arrivare il momento della bella quiete,

mi concedo solo un ultimo ricordo,

le tue mani e la mia resurrezione...

*
 
 
 
NEL BAGLIORE DEL TUO RITORNO
 

Che vaghi pure il mio sguardo da stella a stella

nelle ore della tua assenza, come un precipitare nella notte,

che si perda pure, tra Arrakis e Betelgeuse,

tra questa terra e la sponda opposta del cielo,

ma tutta questa bellezza che mi graffia il cuore,

cos'è poi tutta questa bellezza, se non l'eco di un canto,

quando ogni costellazione si spegne, nel bagliore del tuo ritorno...

 
*
 
 
 
OGNI LUCE POSSIBILE E' SOLO LA TUA OMBRA
Sono nato a mezzogiorno,
lontano dalla notte e dalla ferita del novilunio,
ho guardato i giorni d'eclisse con gli occhi colmi di Sole,
ho rinnegato il tramonto come un tempo di meraviglia,
poi ho incontrato te, figlia del bagliore,
ora so che ogni luce possibile è solo la tua ombra...
 



RITORNI (poesie) – GIORDANO GENGHINI

[clicca sulla copertina per leggere]

 

 
 

 

 A UN POETA MINORE DEL 1899

 

(FURTI DIVERSI: LIBERA TRADUZIONE

DI GIORDANO GENGHINI

DA JORGE LUIS BORGES)

 

Lasciare un verso per quell’ora triste

che sul confine del giorno ci attende

e legare il tuo nome alla dolente

data di oro e d’ombra tu volesti.

 

Con che passione, nel mesto tramonto

tu elaboravi quello strano verso

che fino al svanir dell’universo

ti avrebbe ricordato a tutto il mondo!

 

Se riuscisti non so, e non so nemmeno

se tu  vivesti mai, fratello mio

ma sono solo e voglio che l’oblio

 

l’ombra tua lieve restituisca almeno

a questa mesta mia giostra in cui ora

le parole ricopre questa sera.    

 



  

 

  QUARANTA HAIKU

  da Giordano Genghini, “Ritorni”, edito in proprio e visibile sul sito

  ilmiolibro.it

  

  “Tristici e prove di haiku” è una scelta di quaranta fra rime e scherzi in tre

  versi, a volte con retrogusto amaro - da qui il doppio senso della prima

  parola del titolo - e a volte ispirata ai celebri componimenti brevi

  giapponesi. Sono quasi tutti pubblicati nella stesura originaria e sono in

  prevalenza inediti.

  

  1.

  Per un tratto, il mio piede destro butto

  avanti. Ora il sinistro, e un passo è fatto.

  Così stagioni, vita, storia. Tutto.

  

  2.

  Cadono foglie lunghe.

  Per le dita dei rami

  le gemme sono unghie.

  

  3.

  Ali di luna,

  nubi sospese, nastri.

  Sulle finestre, astri.

  

  4.

  Sul davanzale, tra foglie

  tre vasi di primule in fiore.

  Ride mia moglie.

  

  5.

  Neve sui rami.

  Nere virgole i merli

  fra bianchi richiami.

  

  6.

  Edera a sera.

  Sul pioppo e sulla vita

  la pioggia è appassita.

  

  7.

  Fiori di volti

  nell’aiuola del mondo.

  È un’alba il tramonto.

  

  8.

  Capelli verdi: al vento

  felci di primavera.

  Gira il cerchio del tempo.

  

  9.

  E tu torni inattesa.

  Pesce di gioia guizza

  nel mio cuore che è tazza.

  

  10.

  Uff !, buffo guitto

  il cioccolato arraffo.

  Parlo però sto zitto.

  

  11.

  Sei bella nella pioggia.

  Esci e apri l’ombrello:

  ecco, il tuo fiore sboccia.

  

  12.

  Cade lieve la notte sul tetto

  e tiepida neve è il lenzuolo

  sul tuo corpo di donna, nel letto.

  

  13.

  Profumo di gialla luna.

  Fra petali bianchi è fiorita

  stanotte la margherita.

  

  14.

  Sera. Mi chiedo di che cosa sia

  atomo l’universo. È primavera:

  rondini nella via.

  

  15.

  Notte. Finestra gialla,

  e luce, e foglia. Inquieto un bruco veglia:

  non crede che diventerà farfalla.

  

  16.

  Autori narrativi e poeti in versi

  su carta affasciniamo. Viceversa,

  viviamo un po’ come albatri perversi.

  

  17.

  Tic tac tic tac tic tac: sull’orologio

  colpi di tacchi, e krash!, finisce a pezzi

  lo scocciatore: a terra, mogio mogio.

  

  18.

  Scommetto con Pascal nell’aldilà.

  Non meriterò, spero, la Geenna

  differenziata delle anime. Mah.

  

  19.

  L’altra vita? Con moglie angelicata,

  e i miei cari,  e infiniti - se si può - 

  libri, matite e fogli. Oppure no?

  

  20.

  Già langue o è plurilingue magna pars

  - in questa nostra strana époque - dell’ars

  poetique. O è mattana,  esausto tic?

  

  21.

  Anti-antipurgatorio, con kapò

  negli angoli. Pochi angeli, ma tanti

  loschi e potenti. Urge stare molto attenti.

  

  22.

  Inadatti, come topi nel mondo

  dei gatti. C’è però, credo, una mossa

  per non farsi spolpare le ossa. O no?

  

  23.

  Sul davanzale è nato male, storto

  un  geranio malato, e al gelo è morto.

  Chapeau. Banale non lo era, no.

  

  24. 

  Vecchio sulla terrazza. Foglie, luna

  fina. Fortuna. Vicino c’è lei.

  Per l’eterno ritorno firmerei.

  

  25.

  Storia: fra maschi impostori, canaglie

  rivali, utopie, folli folle e mali

  minori con morie, donne in gramaglie.

  

  26.

  Il peggio viene da pochi: i potenti

  e i loro bodygard, scrisse Voltaire.

  Non vide i postcursori di Baudelaire.

  

  27.

  Montaigne, maestro di saggezza, a quanti

  ignoti sei modello, e non lo sanno

  perché un castello in Périgord non hanno?

  

  28.

  Papà operaio, tu che pure il cuoio

  delle suole col chiodo rinnovavi

  fa’ ch’io oda di là, prima che muoia.

  

  29.

  D’accordo, mamma: non è stato bello

  come ci siam lasciati, tu lui io.

  Potremmo ridiscuterne con Dio?

  

  30.

  Certo, qualcuno pure deve fare

  politica, qualcuno il carceriere

  o il pilota di aereo bombardiere.

  

  31. 

  Coi sensi vedo, e sento, e tocco, io,

  corpi, ma non pensieri o sentimenti.

  Così fai tu con me. È strano. E Dio?

  

  32. 

  Mattino, estate. Barbuto, un omino

  sente il profumo del suo gelsomino

  bianco. Della sua vita non è stanco.

  

  33.

  La la la la, lallando ride e dice

  la nipotina ridesta dal sonno

  la mattina, felice. Come il nonno.

  

  34.

  Passeri in volo

  su tappeti di voci.

  Ombre di luci.

  

  35.

  Giardini e maggio.

  Sogno Lucio Battisti

  che canta. Omaggio.

  

  36.

  Vivo in Facebook

  e sui fogli di carta.

  Questo è il mio look.

  

  37.

  Sole riflesso

  da spicchi di girandola:

  zen circonflesso.

  

  38.

  Ciao, fa la foglia

  dell’acero alla brezza.

  Moglie, carezza.

  

  39.

  Lascerò quaggiù

  una bella famiglia

  e libri. Che più?

  

  40.

  Passeggio e scrivo

  a matita, in taccuini,

  haikugenghini.

 

 

 

[postati su Facebook nel gruppo Lettoriscrittori]

 
DALL'ULTIMO ALBERO SOPRAVVISSUTO

Loreto Orati  Poesie su Facebook
 
Abbiamo costruito gabbie
per i cani e per la tolleranza,
con acciaio forgiato tra fiamme di ghiaccio,
e terre inventate,
e donne martoriate,
e demoni a cui dare devozione
nelle cattedrali che battono moneta,
abbiamo devastato ogni giardino
con il passo impietoso dei barbari senza sogni,
e dedicato altari alla follia dei suicidi,
e silenzio al canto della guarigione,
abbiamo chiamato, invano, ogni possibile dio
da questa terra che invoca solitudine,
ed ora dovremmo cadere in ginocchio, sulle pietre della vergogna,

mentre dall'ultimo albero sopravvissuto, una timorosa primavera prova a perdonarci...


*
 
 
 
S'ALZANO TORRI DI FUMO

S'alzano torri di fumo dal carnaio,
dalla voragine spalancata sull'abisso dei perdenti,
brandelli indistinti di uomini dal nome sicuro
sono i fiori più belli della memoria,
quel giardino non conosce autunno...
 
*
 
 
 
E' COSA VOSTRA

E' cosa vostra il dogma dell'ombra, la lezione dell'agguato,
è cosa vostra la cravatta e l'incaprettato,
la matricola abrasa e la chiara menzogna dei comizi,
è cosa vostra il fetore della bomba e della carne aperta,
è cosa vostra l'esercito dei senza nome, la trincea nascosta,
è cosa nostra il tentativo del coraggio,
il volo maestoso del falcone sui campi aperti della memoria...

*
 
 
 

HO SCRITTO DEI TUOI OCCHI SULLA CARTA VETRATA

Ho scritto dei tuoi occhi sulla carta vetrata
con le mani sanguinanti dopo l'ennesima carezza sbagliata,
ho scritto dei tuoi occhi e della tua seta
così opposta al ruvido gesticolare dei miei giorni,
così diversa dagli stracci rimasti dopo ogni abbandono,
ho scritto dei tuoi occhi sulla carta vetrata
immaginando fosse la più delicata delle pergamene,
una promessa antica,
un ritorno,
l'anima di quell'albero dall'ombra generosa
che ha conosciuto bene tutte le mie attese...
 



 
Giordano Genghini
 

Da “Ritorni”, nella pagina di ilmiolibro.it

 
 
L’OLTRE
 

L’oltre è oltre i veli di infiniti cieli.

L’oltre è oltre le porte e il vento e il vetro.

L’oltre è nascosto: dietro

la sorte, e non si trova in nessun luogo.

L’oltre vede chi gioca scaltre carte:

forse ride, oltre il tempo, oltre il disperso

minuscolo universo

che fra i più vasti universi si affretta.

L’oltre scherza: sa già cosa ci aspetta

oltre l’ultimo gesto, quando è tardi,

oltre respiri, oltre palpiti e sguardi.

Ogni suo segno è una voce sommessa

e ogni traccia che lascia è sconnessa.

L’oltre scommette e con l’angoscia caccia.

L’oltre ti guarda in faccia

e non lo vedi, e parla benché taccia.

L’oltre ti invita, e non lo sai, con dita 

invisibili, o buffi

guizzi del cuore, o tuffi della vita.

Va a stantuffo. Sorprende, quando sboccia.

L’oltre all’uscita attende: l’oltre alloggia

in una goccia. Ti prende con la brezza

e la sua coltre ti avvolge di pioggia.  

 
*
 
E anche noi ce ne andremo  
 
 

E anche noi ce ne andremo a poco a poco

da questi giochi tessuti dal tempo.

Respiri e mente lasceremo, muti

nel vento. E già ci pare

di svanire, e si ferma già la mano

e la parola nella cava gola:

lucciola al freddo dell’autunno, suono

di spenta nota stonata del piano.

Andremo nel segreto, luci d’ombre

quiete,  in attesa già della partenza

o senza abbracci e senza addii, sorpresi,

al lungo viaggio. Sarà forse inverno 

o forse maggio. Andremo: nell’assenza

di sguardi, al giorno notturno, con gli occhi

velati come stelle

nere sperdute, o come fuochi strani

fatti cenere, o come ali di foglie

tenere, che la bora sopra i rami

divora. E sarà tardi per restare

per un minuto ancora

vicino a lui, vicino a lei, a guardare

le cose: visi, reti di onde, lieti

sorrisi, rose, petali di mare.

 
 
*
 
 

Sarà forse domani


Sarà forse domani, con un fioco
soffio di mani, o un fuoco
di specchi spenti: accanto a me rimani
come in un quieto gioco ancora un poco.
Qui, nel paesaggio d’acqua e i voli vani
di ali, resta ancora per un’ora
pure se è tardi: insieme a me rimani
fra voci e gesti nella pioggia, e tersi
sguardi fra luci, strani
occhi degli anni e dei millenni, persi
nel tempo che cancella gli universi
e l’orma di ogni stella
dal cielo nero. Il teatro di vetro
scherma la mente breve con la vela
nata dal fiato leggero. Ecco, infine
dal vuoto, dall’ignoto, il lieve velo
infinito dietro il veliero appare
fra maschere di neve e fine argento
e avvolge il mare stupito dei volti
oltre i giorni e i ricordi e oltre le frante
forme delle ombre. Svaniscono i bordi
delle cose, fra le violente corse
e le spezzate onde
di rondini, ferme nel vento: forse
termini della landa assente, forse
ritorni dal niente.

 

 

GIORDANO GENGHINI

 

RICCIOLI VERDI 

 

Riccioli verdi eh? dici: e non capisci

se scherzi:

riccio aperto, stupito ti diverti

... fra brezze e versi, o versi frasche d'acqua

di fontana, a capriccio, e senti un terso

fruscio di uccello fra i ventagli. Guscio

sottile, dietro l'uscio è dolce e bello

e inatteso riaverti:

felci, capelli, scale d'aria e a luglio, 

stamani, ala sorpresa, e nel mattino

frullo celeste di rose in cespuglio.

Credimi, cose strane:

spruzzi barocchi, vesti

fiorite, giochi sciocchi,

arazzi, fini pizzi di sorrisi,

visi, frizzi, improvvisi

guizzi di crine alpestre,

occhi, trine, finestre.

 

 

LORETO ORATI [da Facebook]
 
NELLE LETTERE DEL TUO NOME
Nelle lettere del tuo nome finisce il mio alfabeto,
saprò rinunciare a tutte le altre parole,
sarò muto se non sarò con te,
ti chiamerò, ogni volta, come fosse il mio primo vagito,
come nascessi in quel momento o tornassi alla vita,

ti porterò in dono questo mio silenzio, per ascoltare la tua storia,

la mia storia,
la tua giornata appena finita,
la mia giornata che comincia, con il tuo arrivo...
*
 
 
QUANDO, A VOLTE, MI CAPITA DI PENSARE ALLA MORTE

 

Quando, a volte, mi capita di pensare alla morte,

allora vorrei mettere la vita all'angolo e chiedere risposte,

tutto quel buio, tutte quelle assenze,

tutto quel farsi da parte senza volerlo,

tutta la bellezza vissuta, lasciata, affidata,

il senso vuoto delle stagioni, la neve, l'alluvione, il pozzo,

le mani fredde e nascoste alla luce, dopo così tanta luce,

chi resta, il ricordo, il dimenticare, lo sfaldarsi del sorriso,

le parole, dette e scritte, e magari potessero sopravvivere alla carne,

come fanciulle immortali che continuano a giocare

tra l'ultimo raccolto ed ogni prossima semina...

*
 
LA VIA DEL BAGLIORE

 

E' dentro le ombre che bisognerebbe guardare

perché la via del bagliore è facile da seguire,

come se avessimo un cuore nascosto,

dimenticato in qualche viaggio doloroso

e mai cercato, per riportarlo a casa,

come se l'ultima rosa fosse nata a novembre

e noi l'avessimo ignorata, spaventati dall'imminenza della neve,

dentro le ombre, perché meritano nuova luce,

come l'amore che fa paura, ma continua a chiamarci,

e non cede al nostro timore, né all'assenza dei baci,

perché è proprio la via del bagliore, quella a cui vorrebbe condurci...

*
 

ALLA PRIMA METAFORA

 

Ti ho amato, Poesia,

dalla prima volta che hai coperto il mio orizzonte

con la magnifica tempesta delle parole,

io, sbadato pescatore su fiumi in secca,

prigioniero nei miei vestiti senza storia,

nuovi e polverosi, come i libri conservati e mai letti,

ti ho amato, alla prima metafora, annientato dalla meraviglia,

al limpido dire dei giganti, curvi e maestosi sotto il peso del mondo,

al sale sulle ferite, ai versi come cicatrici, alla fatica del vivere,

e ti amo, Poesia, in questi giorni minacciati dal silenzio,

perché muto è il custode del futuro, ma canta ancora, come un figlio felice,

il vecchio navigante che non teme la burrasca, né le vele strappate..

 


E TI SO ESISTERE IGNARO

Lirica di Vittorio Fioravanti - da Facebook

 

Bigliettaio sulla linea 18,

ex-caporale della Wehrmacht,

ti è rimasto

intatto un berretto

di presunzione

e ad entrambe le mani

livide mutilazioni,

che tu esalti

con ostentata

disinvoltura

premendo pulsanti e dando

resti e biglietti

con sette dita soltanto.

 

Se m’ostino a fissarti,

nell’interno rastremato,

tra volti sconosciuti

e braccia appese,

e reni e dorsi piegati,

ancora dura e tagliente

far udire la tua voce,

squarci intravedo di memorie

di guerra:

una trincea

stretta e ingombra di corpi

come questa vettura,

e tu, dentro, dare ordini concitati,

con dita insanguinate

serrate al grilletto,

mentre nelle pupille tue cenere

piccole immagini d’uomini

si profilano rapide

per poi sparirvi raggiunte

dall’impietoso

fuoco della mitraglia.

 

Ma quando t’avvicini

con risposte cortesi,

sconcertato m’arrendo alla realtà

assurda del presente

tuo innocuo di sopravvissuto,

e ti so esistere ignaro

- o del tutto dimentico -

che su un prato, in Piemonte,

ad ogni primavera rossi fiori

la sagoma supina ridisegnino

del tuo ultimo ucciso.





 
FERNANDA FERRARESSO (FERNI)
 
Ringraziare ora e da qui desidero

da questo corpo in cui mi trovo adesso
per il tempo che mi è concesso
lo scorrere divino  il perdere tempo   per ritrovare nello spazio
ciò che credevo altro.
Ringraziare desidero ancora
quell’ora che si nasce e ci nasconde
in tutte le più piccole e feconde dinastie del niente
nei labirinti delle storie nelle creature create da parole comunque  fatte
di terra e di cielo di carbone e di diamante  tra le fessure  della mente
le creature cresciute nella roccia di un dove
tra sconosciute arene di galassie che non hanno sponde.

Ringraziare e ringraziare ogni giorno vorrei
con le braccia aperte questo immenso che non colgo
se non per semi e bulbi per piccolissimi occhi
che  mi sono gemelli   tutti i cristalli
le algebre e le geometriche divisioni che moltiplicano
le incommensurabili misure delle onde
l’amore che scompagina ogni compagnia terrestre il dio che si fa
pecora insetto e bocca un travaso di suoni e un gorgogliare d’acqua
la mistica intemperanza del rosso delle fragole e del sangue
il canone ambizioso della neve   lo splendore del suo abbaglio il trifoglio
il fuoco e il senso della cenere quando in un soffio
mi mostra il vento e  lo stupore grande dentro le minuscole o  che  pronuncio

Ringrazio e  abbasso l’io in ginocchio al più infimo scalino nella sapienza del basalto
dentro il ventre di un oscuro futuro già nel mio osso
ringrazio ringrazio per ogni palazzo di ghiaccio per la corsa della lepre
e la savana e il gattopardo
e ancora ringrazio per tutto il silenzio che mi beve l’orecchio e in cui disseto
la mia ansia più temibile e fruttuosa
ringrazio per il legno del mio polso per il picchio e la picchiata  che lo scrive
ringrazio la musica del fiato ogni respiro che mi ha ingigantito
nella identica misura di questo corpo invecchiato
ringrazio per il grano e la farina di una mano
ringrazio per le  foglie della menta e un filo d’erba nel prato per gli spilli d’intelletto
per le formiche i pipistrelli e i melograni
per il sorriso sdentato di tutti i vecchi che ritornano bambini
ringrazio per i cucchiaini per il miele e per le api che lo hanno preparato
ringrazio gli aquiloni che altrove mi hanno trasportato e i manichini e anche per i matti
tutte le follie che mi hanno salvato
e anche ringrazio per i manici di scopa e le mollette del bucato
per il minuscolo foro dell’occhio in cui s’insedia l’universo senza perdere un pezzo dell’intero.

Ringrazio per l’amore e il dispiacere di averlo perduto
per averlo cercato e di nuovo perso in un cammino erto
che ho dovuto compiere come un cieco nel nero e nel mai vero
nel pozzo senza fondo della claustrofobia del mondo
ringrazio per il morso del mio cane per il gracidare delle rane
per i grilli del campo e quelli che mi suonano la testa
ringrazio per tutte le volte che ho condiviso la festa
per i violini e le viole per il latte delle mamme
per tutti gli alberi dell’orto e  i frutti e i nidi

Ringrazio per le epopee delle messi e le bacheche multiformi delle nuvole
per il miglio e le migliaia di impronte ritrovate sul mio cammino
per il bruco e il bricco del vino per un catino di suoni
quando la pioggia vi suona le sue arpe
ringrazio per tutto ciò che non ha ancora un nome
dentro la mia biblioteca di inesauribili precipizi per tutti gli esercizi
e gli errori che ancora commetto per ogni dettato
e per l’inchiostro per la penna e la tela che lo ha accolto
per la fionda dell’alba che dritta lancia ogni giorno fino al tramonto
e poi ripesca il sasso nel grande baratro notturno
ringrazio il piede che ad ogni passo mi sostiene
e la mano che con altre mani trova l’incontro.  Ringrazio.
Ringrazio il pianto di una quercia lucente e il segreto di un sasso
tale e quale sono e siamo  esposti alle onde di un oceano infinito
questo perdere ogni attimo e  sentirsi  presente nel corpo d’ombra sognato.

 
 [grazie ferni per avermi concesso di condividere questi tuoi splendidi versi]




 

LORETO ORATI  [da Facebook]

 
I PASSI DEL PADRE
 

I giorni si fanno martirio, impotenza,

i passi del padre si trascinano con il mio futuro

verso l'abbandono, dentro la memoria,

di così poco amore ho nutrito gli anni già dimenticati,

di ancor meno parole,

ed ora, tutta questa fatica, questo lento avanzare

verso la sponda più lontana della notte,

questo mio pentimento,

un figlio non ancora padre, lontano dal padre,

mentre il tempo si fa sipario, ed il teatro si svuota,

mentre l'emozione del danzatore già diventa ricordo

sul palcoscenico del crepuscolo...

 
*
 
IL NOME DI OGNI LUCE CHE CONOSCO
 

Stanotte voglio strappare il tuo corpo al rifugio dell'oscurità,

 

al dono della sonnolenza,

 

accendere un fuoco nel bivacco del desiderio

 

perché possa illuminare i tuoi fianchi,

 

pregare ogni frammento di Sole sopravvissuto

 

perché trovi salvezza dentro i tuoi occhi e diventi la mia prossima alba,

 

stanotte voglio pronunciare il tuo nome, con la chiarezza degli insonni,

 

perché le ombre sappiano, finalmente, qual'è il nome di ogni luce che conosco...

 
*
 

LE TUE LABBRA SONO UN ROSSO VELIERO

 
Le tue labbra sono un rosso veliero
ed io ti attendo, come acqua da navigare,
mio è il senso di ogni mare,
mia la rotta che ti conduce,
mio il profumo dei giardini che hai lasciato,
nascosto nel vento che mi solleva in onda,
e nella prua che si confonde al mio oceano

io tremo, e ti accolgo, e cancello tutte le tempeste,

restano rovere e sale a confondersi, come in un bacio,

sotto stelle imminenti a cui dare il nostro nome...
 


EZIO FALCOMER
 
 
Sbrachi di vento
 

Per le regioni dell'essere
scarrugina la nuvolaglia
di ansimi e di occasioni perdute.
Spore di speranza,
sbrachi di vento su rughe,
silenzi...

E' questa brodaglia di attimi,
di sincopate abrasioni
e di strenue lotte barbariche
sul bordo del nulla che...

Autentico ti rende la fine intravista,
spaccone e pirata
nei gangli del giorno

a sputare orgoglio di vita.

 
*
 
La luce migra folaga
 

La luce migra folaga
alle beate terre del tuo brivido
carezzo perla
pulsante
e bacio sussulti
di lamento azzurro e ocra
miro deità e zagare accecanti
se stringo i tuoi fianchi ardenti
indecente innocenza
ribelle gatta come vilucchio
feroce laccio
a planare su marosi gonfi
saturi di rovesci
e potenti scalmi e tempesta
densa onda e potente
siamo
da morirne oppiati
a bonaccia
sradicati da gravure
vocati alla pace gravida
degli odori che lasciano i piovaschi
quando troppa era calura.

 
*
 
Luce abisso
 

Luce mia
voci dal di dentro

è arcana l’anima
filamentosa
dita di mille miti

bolidi e stanchezze
quotidiano mistero
evanescenza collosa

sento subisco
anelo

la notte
licantropa a volte
paludosa di poi

questa fauce
questo buco orifizio inferno
da saturare
di cibo fumo liquidi

di molecole e simboli

questo plumbeo abisso
a cui sfuggire
ancora e ancora

guerriero.

 

 

LORETO ORATI
(da Facebook – gruppi di poesia)
 
FACOLTA' DI PAROLA

Io la sento, l'assenza,

come una lama conficcata nelle carni del futuro,

manca l'amore,
manca il silenzio,

manca tutto quello che dovrebbe esistere

perché solo il cuore abbia facoltà di parola,

ma aspetto luce, ancora,

con il coraggio ritrovato di un sopravvissuto...

*
 
BREVIARIO DEL TUO RITORNO

L'accenno d'ombra al di là del vetro

è il lieve inchino del giorno al crepuscolo,

mentre l'orologio alla parete segna le sette,

l'ora discreta che ti riporta a me, ogni volta,

quando l'attesa sa che è tempo di tornare incanto

e le scale già esultano nella carezza dei tuoi passi,

quando la porta che si è aperta per il tuo donarti al mondo

tra poco si richiuderà alle tue spalle, con gesto leggero,

ed ogni cosa, nell'imminenza della luna, tornerà necessaria,

come l'ultimo sprazzo di luce conservato nei tuoi occhi,

per i miei occhi...

*
 
DELLA CANDELA CONSUMATA

Della candela consumata non resta che un velo,

cera e fumo che furono luce,

e della foglia a terra non resta che un albero nudo,

immobile come il viso dopo un abbandono,

e di tutte le cose che sono state

non resta che memoria, una pietra o un soffio di maestrale,

e solo dell'amore non si conosce il tempo,

e resta il presente, il boato del cuore, e mai il rimpianto,

una candela accesa, di cera che sgorga da radici e non si consuma,

un albero di foglie sempreverdi, prigioniero nella torre della primavera...

  

GIORDANO GENGHINI
 
DA “LA VETRATA NERA”
 
 
Certo lo so mentre si fa vicino
dice il vecchio bambino
mi divorano il corpo e poi la testa
il bambino lo dice lo ripete
si siede
dice ho sete
certo
poi la testa lui dice
nascono funghi in resti di pensieri
che divorano involucri
di lunghi
sguardi bianchi
di grigia spugna
e di grida
certo ripete poi ridendo forte
con gli occhi ciechi pieni di paura
è soltanto un involucro
spugna grigia e nient’altro
così ripete ho sete e grida e beve
e ha sete ancora - io vedo nella neve
candida pura prima della pioggia
che in grigio fango
affonda e affoga volti e cose belle
che le scioglie e in poltiglia fa le stelle
e un grido ripercorre i corridoi
il grido della notte che sta male
ma non muore - legata
al letto di ospedale
e al cervello spaccato ed al suo cuore.
 
 
 
 
 

ORA LE TEMPIE
(VARIAZIONE DA “RITORNI”)


Ora le tempie sfiorano del tempo
stormi di luci
e il mondo tace, ed ora il volto intende
un ventar d’ali, ed al bianco chiarore
densi rami offre al volo
l’albero della pace: e di polito
argento ricamata alba riluce
ed ornano la notte
nubi di seta e d’oro. L’universo
s’apre fiorito in musica e infinite
forgia forme
di resina forbita, ed aria, e labili
orditi di gemmate filigrane
e di azzurri velami, e oltre la soglia
invisibile si apre e corpi schiude
fra lievi tracce. Dorme
forse, stesa sul dorso fra le viole
l’ombra abbracciata al sole
e dita brune e foglie e aiuole e orme
e germogli di canti
si aprono in noi, donandoci monili
di lune e voli e scale e foglie e giri
- labbra e sorrisi, e incanti di respiri.

 
 
 
 
 
CETTINA LASCIA CIRINNA’
 

ricordo persistente

... e ti ritrovo a sprazzi
nei miei pensieri
seduto comodo
... con aria scanzonata
con occhi calmi
smaniosi di vita
luccicanti di passione
ed io per te
scalo montagne
attraverso deserti
navigo per mari sconosciuti.
Adesso ho imparato
a catturare nel sogno
un indizio
un particolare
un segno
che mi rimanda
puntuale
al tuo ricordo.

Erba, 5 aprile 2011

 
 
 
MICHELA ZANARELLA
 

NEL TEMPO DELLA LUNA

Mi sfiora ogni notte la tua anima
e nel tempo della luna
il silenzio cerca tra le lenzuola
le acque di un amore in fiamme.
Mi sveglia una luce di ciglia
assetata della mia carne.
La passione vive quando ancora
il cielo tace.
E quel frugare tra le labbra
eternità,
quel gridare all'alba il volto del piacere
è eco di paradiso sul cuore.



GIORDANO GENGHINI

DA “LA VETRATA NERA”

(Sez. 17.)


Forse è domenica - forse è ancora maggio
verso il sorteggio
è pronta l’urna letto fra le sbarre
verso le cifre bizzarre
oltre i sentieri antichi e l’erba nuova
oltre lontane grida di corvi
oltre steli che tremano nel vento
l’urlo nel corridoio è forte ora
e nel cortile dell’ospedale
niente più pezzi di rami
amianto sbriciolato come squame
di pesce grigio
più nessuno lavora non c’è gente
la vetrata nera
ricopre la città il cielo le forme
quella vetrata nera enorme taglio
nel ponte nel cervello l’osso il cranio
che divide la mente
di un albero tagliato resta il segno
vuoto e un ascia lasciata dentro il legno
morto e la traccia delle orme ed il sonno
e il niente - tutto è spento
e un ragno pende dal filo nel vento.

<<<


"Forse l’orizzonte offre la stella mattutina
dai falsi contorni per ricattare la carne
modulando le ore leggiadre che lasciammo
per approdi del flauto,
o raccattare le più che povere stagioni.

Ho cercato un passaggio per l’eterno,
per quella luminosità che in Cristo
la mia pelle di umano, ferito nel conflitto,
traspare nelle tracce di incursioni.
Non conclude la parola , il verbo pregno,
nei sedimenti allertati della fede,
cerco ancora quel codice sospeso
lungo le pieghe della mia stanchezza."

Antonio Spagnuolo


 ENRICO BESSO

Da "Anni di vento"


*
Più forte già di me
del mio dolore,
nel cerchio di un inutile frammento,
il male, infame,
viene pronunciato a mezzabocca,
quasi sottovoce,
– ché a dirlo forte forse ti contagia? -

Quando sorrido a cielo aperto al giorno,
nell'ora scarsa d'ambra del mattino,
il mio tumore appare all'orizzonte
s'accende lentamente
e mi riscalda.

*
Sorpresi a declinare amori stanchi, noi,
uomini di una stagione sola,
nel – fumo uccide –
ché la vita invece anche,
col capoufficio che ti tocca il culo
e tu che – non l'ha fatto apposta! –,
viviamo di candeggi in lavatrice,
un euro d'enalotto nelle tasche
e l'agenzia di viaggi nelle scarpe.

*
Smorendo al cigno della sofferenza,
il male, sgomita derive
e làcera cenacoli di sedie vuote,
prede intessute alla stessa ragnatela.

Poiché, noi, figli siamo di un’icona
– un michelangiolesco cristo in croce –.

*
S'annotta a strati chiaroscuri,
il giorno in fuga dalla cieca voce al muto sguardo,
sordo, all'onda immane,
traligna incerto nei sudari senza nome.

*
Scrivo a braccio, sul braccio,
o forse è meglio dire
ch'è il braccio che mi scrive,
spesso monco delle parole che non sa contare
– a undici si stacca –.
Sordo al ritmo
(non può essere altrimenti!) degli accenti
e muto in quarta, ben venga,
trapuntato in quinta.

Il poeta scrive coi piedi,
non tutti i poeti, vero,
ma la figura rappresenta il tratto
e a me, stasera, puzza la parola.

*
E lavala tu questa poesia,
con un riflesso assonico di luce,
un po' d'azzurro strappato dal cielo,
l'atarassia dell'animo felice.

Stendila nell'assolo di una stella,
sulle tre corde della balalaica,
tra le coccole rosse dei ginepri
e nel profumo della violacciocca.

Stirala a fuoco lento sulla brace
con lamine cromate di vibrafono
e infine indossala come calendula
sanguigna e vai controvento all'inferno.

*
In quell'andare a struscio muro d'ombra,
sfugge, tra un battito di ciglia e l'altro,
l'ora del giorno che si appresta a sera
e mi dolora, genuflesso,
l'ansia nel dormiveglia tra la pietra fredda
e l'incartare del sole
in persiane rigate a coltello dal vento.

Come il muso del cane, che mi somiglia,
scompiglio l'ombra a questa vita morta
nel segno dei miei denti sulla mela.

*
Di quell'ossuta mano a ravviare, lenta,
l'azzurrità del cielo, madre,
ho qui davanti a gli occhi il gesto stanco

e a mezzasera,
in questa attesa assurda della fine,
pare appoggiarsi, fredda, alla mia spalla.

Fuori, avanza svelto,
il passo silenzioso dell'autunno.

*
Dicotomie di amori in bancarella (un mazzo dieci euro)
e a calci e spinte e ghirigori farsi largo al cuore,
ché avvicinatevi signori, noi, svendiamo proprio tutto
anche quel misero pudore che ci resta.

Amori freschi, appena colti, sguardi che se prendi tre,
rischi di pagare mille volte d'averne lasciato uno
e poi sedie vuote e posti a tavola per chi non c'è,
non ci sarà mai più.

Solitudini, listini senza prezzo su ricordi stinti
come quei jeans che non ti vanno
e odio per le buste della spesa,
per le comari a contrattar lo sconto,
ché Marianeve, lei, non ha mai detto una parola
e cucinava bene.

*
Conosci questo passo lento, notte,
e la tua solitudine è la mia.

Come ortica di mare sfuggo l'onda,
quest'avido tempo senza memoria,
queste pietre che traspirano angoscia
e questa penna senza fantasia.

Ed io vorrei potere farmi foglia
per mordere l'acqua chiara d'ottobre
e diventare aeroplano di carta
per bestemmiare più vicino a Dio.

Dipoi disfarmi in rucola selvatica,
spicchio di limone agro nel the
e sabbia, sale, vento e infinità,
nel cielo che si fa di rame io ...

*
Sferza la pula al viso forte il vento
e di granaglie l'umido sapore,
tra vagolanti stelle dispettose,
nel cielo stinto con la varecchina.

Ti ho vinta ai dadi tanto tempo fa,
fuori pioveva l'acqua di settembre
e l'abbuzzire dell'età sul seno
già s'accosciava al buio della strada.

L'Italia – casachiesa di puttane –
nel tuo parlare così tanto strano
e il pane nelle patte sbottonate
sapeva della casa in Albania.

Adesso non è facile spiegare
perché ti porto i fiori al cimitero.

Un soldatino blu
Papà, stammi vicino,
tienimi forte stretto a te,
ritorna insieme a me un po' bambino,
giochiamo ancora a fare il karatè.

Tu sarai Zorro ed io farò il cavallo,
con le pistole come quelle dei cowboy,
a Ciccio, il gatto, faremo fare lo sciacallo
e ai canarini nella gabbia gli avvoltoi.

Papà, non ho la forza di saltare ...
sento le gambe senza peso, molli molli,
ho freddo ... ed ho ripreso anche a sudare ...
ti raccomando l'album con i miei francobolli.

Col trucco della mamma sarò il tuo capo indiano,
ti legherò a una gamba del tavolo in cucina,
col casco della moto diventerò un marziano
e la tua penna a sfera sarà la mia antennina.

Papà, non riesco più a tenere gli occhi aperti!
Papà, non posso più quasi parlare!
Papà, ora sei qui! Ora che posso averti...
sento una voce che mi chiama ... devo andare ...

Hai chiuso gli occhi, ora non soffri più
e il tuo papà rimane solo qui a giocare,
coi tuoi balocchi, un soldatino blu,
addio bambino mio ... non mi scordare ...

Un ragazzo antico di Calabria
Sul barroccino di frutta e verdura
incorticato all'angolo del corso,
lupini e fichi d'india scintillavano
nell'acquolina in bocca dei ragazzi.

Erano gli anni della pasta e sarde,
del falco pecchiaiolo in aspromonte,
delle ginocchia sporche e spellacchiate,
del gracidare greve dei bufoni.

Sfilava tra le case abbarbicate,
nell'aria di ricotta stagionata,
la processione con l'astile in testa,
ricordo il barbugliare del torrente,
i pantaloni corti e nelle tasche,
un piccolo confetto d'anicino.

Pescatori
Io non dirò di loro che dal mare vengono
e al mare, come bambini, vanno.

Non vi dirò del sale sotto sole,
degli occhi persi all'infinito,
dei lumi accesi a notte nelle case.

L'onda riporta sempre ciò che prende
e io non vi dirò di ciò che ho dato.

*
È un violino impazzito
l'urlo rauco del mare in tempesta,
la corda tesa nelle notti insonni,
quando la luna zoppa
sgrolla alta di luce opaca
la strada del ritorno.

Quanto fango su questa nostra storia,
quanti occhi di pianto al cuscino.

Lascia che il volo delle ciglia
baci la curva delle labbra,
che segua il segno oscuro
delle piccole rughe sul viso
e nel vento,
a riccioli scolpiti dalla pioggia,
gridalo forte il tuo orgoglio di donna ferita,
ché nel silenzio dell'alba
anche un richiamo può essere amore.

Il profumo dei limoni
E porterò con me il profumo dei limoni,
i cerchi intorno al fuoco a fine estate,
gli amici, i giochi, i cori, le canzoni,
i bagni a mezzanotte e poi le serenate.

Li porterò con me quei vetri colorati
e quella casa bianca in riva al mare,
il canto dei delfini innamorati
lo porterò con me, non lo potrò scordare.

Avevi gli occhi al cielo a far l'amore,
la prima volta sotto gli ombrelloni
e ci batteva forte forte il cuore,
tra l'onde di granito senza suoni.

Pelle brunita tra i capelli un fiore:
sabbia, sole, mare e il profumo dei limoni.

Anni di vento
Erano gli anni di cose proibite,
dei primi turbamenti, i primi ardori.
Anni di mosca cieca e margherite,
dei baci di nascosto, i primi amori.

Erano gli anni a balli stretti stretti,
di cuori sul diario e di colori.
Anni di banchi a scuola, di biglietti:
– dopo la campanella aspetto fuori. –

Erano anni che non puoi capire,
guance di mele rosse, d'oro e argento.
Anni che non potranno più venire,
parlano sottovoce e io li sento.

Ora che si avvicina l'imbrunire,
penso a quegli anni miei,
anni di vento.

GIORDANO GENGHINI
 
HAIKU

Solo dormire
fra silenzio e chiarore
e volti e mare.
 
 
QUARTINA

Fra i confini invisibili, fra i monti
spezzati dalle nubi, dove il cielo
si fa tempo spaurito, e sguardi, e ponti
- là è tardi, e là il pensiero è vento, e velo.
 
 
HAIKU
 
Mi pesa in mente
l’ombra dei miei vestiti
- sogno nel sogno.
 
 
*
 
1.
Vola in obliquo
da balaustra a cielo
un merlo nero.
 
2.
Coprono il sole
ventagli di ginko
- l’afa scompare.
 
3.
Le verdi ombre
delle anatre sul lago
- carpe nel fondo.
 
4.
Sono abbracciati:
bianchi cigni li osservano
riflessi in acqua.
 
5.
Dal passeggino
mostra farfalle in volo
dito di bimbo.
 
6.
Oltre le bici
ferme alla staccionata
fronde nelle onde.
 
7.
Lei sta lanciando
piccoli sassi in acqua
- lui guarda e ride.
 
*
 
INFORMAZIONE
[CINQUE VERSI SIA IN ITALIANO SIA IN FRANCESE]

Sole e acqua e amore
in tele al Trocadero
- poi spengo tutto.
In tutte le altre immagini
il mondo è solo brutto. 
 
INFORMATION

Soleil eau amour
télé au Trocadero
- puis j’arrête tout.
Dans toutes les autres images
il y a le pire du monde.
 
*
 
SUMMER

A last rose - pallid flower
solitary on its black stem -
apart faded now falls down
in this summer by cruel sun
that rotates in the air of town.

 
[TRADUZIONE LETTERALE IN ITALIANO]

ESTATE

Un’ultima rosa - pallido fiore
solitario sul suo nero stelo -
in disparte appassita ora cade giù
in questa estate dal crudele sole
che ruota nell’aria della città.
 
*
 
SHORT POEM
[IN ITALIANO E IN TEDESCO]

SEI VERSI

I rami hanno le foglie
adesso succede - è l’estate.
Ma il mondo è malato:
metti la tua mano sugli occhi.
Tu devi cercare
speranza - e pazienza e parole.
 
SECHS VERSEN

Die Äste haben die Blatter
jetzt das geschieht - ist der Sommer.
Aber die Welt is krank:
leg ihr die Hand auf den Augen.
Du musst versuchen
Hoffnung - und Geduld und Worten.
 


LORETO ORATI

 

Poesie da Facebook

 

 

IL LIMITE DELLA TUA BELLEZZA

Da qui non riesco a scorgere

il limite della tua bellezza,

troppo vasto è il regno in cui mi sono perduto,

e allora non mi resta che chiudere gli occhi,

e sfiorarti appena i capelli, in un silenzio che ti racconta,

su questo frammento di terra

che mi ha portato in dono la carne dei sogni...

*

 

 

L'ALTRA MADRE

Un vagito,

l'unico suono che non ricordo,

la luce improvvisa, il primo respiro, terra vergine,

le braccia di mia madre

troppo grandi per quel frammento d'esistere,

forse fu come ascoltare il germogliare dei sogni

dopo il silenzio del mare primordiale,

ma oggi, qui,

tu sei altra madre,

in te il sogno sbocciato, il canto, tutti i ricordi possibili,

in te nuova luce, il respiro immobile, terra rinnovata,

braccia in cui dissolvermi lieve,

oggi, qui,

il mio esistere si riflette nei tuoi occhi,

tu che sei l'altra madre,

madre d'altro amore...

*

 

IL PASSO SUONATO DALLE NAVI

Ho seguito poche volte il passo suonato dalle navi,

io che sono carne di collina, e breve pianura,

e poche volte ho letto il pentagramma delle onde,

l'accordo del sale che si schianta in risacca,

molto spesso ho sentito il tamburo della terra,

le canzoni del frumento sui campi del futuro,

e tanto mare immaginato, e pane appena sfornato tra le mani,

e d'acque, allora, si veleggia addosso al sogno,

e di terra, e di fango, si vive e sopravvive,

e siamo spighe in un vento troppo forte,

e siamo speranza di mare, bella ipotesi di navi sul canto del frangente ...

 



 

POESIE DI LUIGI GIORDANO

 
 
È un ventaglio rigido, fermo.
Puoi solo distinguere velati pastelli
dalle palme egiziane,
un’aria triste da signora
sorseggiare l’umido frutto tropicale.
E’ un’ombra che oscura il mio cuore
dove pietre di mare dagli occhi bagnati
scrutano incessanti le forme dei mille piedi
sprofondati impunemente sulla mia levigata
esistenza profanando la costa
tomba e silenzio
dei tuoi occhi verdi come la pietra
che come Pietro
mi adagiavi su comode reti
dove il tramonto consumato
ti prendeva per mano incalzando la notte.
 
*
 
Sui tetti rossi rotola il vento
strappando le ombre dei pali 
da quella strada che fu tutto per noi!
Violento piega i raggi del sole 
come quell’ultimo ramo
su nel cielo, spezzato per una mela rossa.
Nulla fa più ombra ,
neppure il gatto dal muso tondo e i baffi teneri
che usciva solo per amore.
Sibila forte, e chiama a raccolta le ultime barche
dietro i raggi del sole
ardito censisce le tenebre a raccolta,
lo puoi vedere quando dal cimitero
cala e ti porta orgoglioso 
notizie dei morti, vasi e fiori ne sono testimoni,
e quelle lettere,
quelle lettere, dal bordo dorato
fecero calare un cupo silenzio.
 
*
 
A pezzi i miei muscoli 
Lottano con la bava del mare
Le mie ali sbattono immergendo
La testa nell’onda
dell’infinita circonferenza.
Non temo la profondità,
o le reti dell’anima
Che nel tuo agitare
Più stretto fa il nodo.
 
*
 
Cammino dentro l’agosto dalle pareti roventi
Sono carico di profumi e grilli e piccoli animaletti
La curva della costa disegna una ruga profonda 
Fatta di schiuma bianca e pietre, e sopra la lunga ferrovia. 
Com’era azzurro e calmo quel giorno il mare
Pareva che il cielo si fosse disteso incantando i pesci
dopo aver bevuto.
Dal passato compare una culla, una culla 
In pieno azzurro colma di festa e gioia .
Per poco tempo.
Chi ha memoria ricorda solo tanti corpicini 
Avvolti in lenzuola sulle pietre di un mare tanto sognato.
 
*
 
La nebbia è caduta all’improvviso
E con un respiro profondo palpita,
si muove, arrossisce, nascondendo le canne
Rifugio di intime relazioni.
E’ simile al colore delle anime
Imprigionate dalle reti nel ricordo di mio padre .
Vieni, incamminiamoci 
passando sulle morbide alghe
così non lasciamo tracce.
Il vomito del mare giace
Allineato come è stato posto dalle onde.
Vieni, presto, raggiungiamo le canne
Prima dell’alba,
prima che il sole sciolga i nostri corpi di neve.
 
*
 
Tutto tremula sotto il sole dei vicoli,
da lontano una lastra di calore
si erge dall’asfalto agitando le sagome
di uomini senza ombra 
le cose ,le vie ,le strade sembrano mute
e sospese
attraversando la piazza ormai senza pelle dal calore 
mi ungo del sacro della chiesa
portando con me l’inconfondibile
cigolio della porta
un raggio profana la calura 
attraversando il costato di Cristo dall’alto della vetrata,
tutta la speranza è riposto sul sorriso
d’un bimbo tra le braccia della madre
e l’enigmatica versione degli apocrifi 
 
*
 
ANNI
A sera, da anni cammino
Sulla cornice del mare
quando l’aria sta per cambiar stagione,
quando la luce riverbera gli occhi,
e per un attimo come i sogni
disseminati sul percorso
ti rivedi come in uno specchio,
mille volte, ma sempre la stessa immagine
uno dopo l’altro gli anni ti abbandonano
e come in uno specchio si moltiplicano
e si genuflettano davanti all’ultimo.
 
*
 
Davanti al mare 
apro lo scrigno 
delle promesse
e con le orecchie tese
come un gatto peso 
i rumori della scogliera.
Vivida e sprezzante si infrange 
come un ricordo l’onda,
si spezza multiforme 
come quel lontano autunno.
Quel ricordo raccolto da grumi di sangue sciolto.
Scivola sotto il cuore il dolore sottovento,
l’arteria volteggia legata al relitto
sbattendo il calore del ricordo
sulla follia di quella schiuma 
infrangendo col mare in tempesta
quel letto vuoto
 
*
 
Vivide luci 
Incorniciano di giallo 
Il collo della costa.
Una cerniera dorata si incammina 
per tutta la lunghezza dei tuoi occhi
fino al cielo,al cielo dei tuoi occhi verdi.
In mare si accendono le lampare
Il silenzio è tale che i flutti 
Si impadroniscono della mia anima,
della mia vita,
Si impadroniscono dei miei piedi,
Schizzando schiuma divina 
All’apice della mia pelle 
Stretto dal sale ,illuminato dalla luna;
porgo il diario,quello scritto dalle pieghe
dei rivoli del fiume in piena
che piangendo affuisce al mare 
padre e madre di ogni inconscio movimento
quando turbina e irritato ti chiama a sé
come il fiume che timidamente 
si avvicina per essere fagocitato
senza lasciare traccia.
 
*



GIORDANO GENGHINI

 

A SHORT POEM

IN ENGLISH E IN ITALIANO

 

MORNING

 

A wave of voices

- but you are beside me.

Let us go home:

I see flowers forsaken

- now theirs white mouths don’t talk.

It is morning: these words

trash from nocturnal brain

stifle my soul again

- and it rains, yes, it rains.

Boughs strike our wet windows

as misfortunes of my past

- I was struggler with shadows.

Petals drop to the ground

with theirs dark silent sounds.

It is morning - it rains

over the wave of voices

Your face is close to me.

Nothing else - runs a key.

 

[Traduzione letterale in italiano]

MATTINO

 

Un’onda di voci

- ma tu sei accanto a me.

Ti prego, entriamo in casa:

vedo fiori abbandonati

- ora le loro bianche bocche non parlano.

È mattino: queste parole

rifiuti del cervello notturno

mi soffocano ancora l’anima

- e piove, sì, piove.

I rami colpiscono le nostre finestre bagnate

come le mie sfortune del passato

- lottavo con le ombre.

Petali cadono sul terreno

con i loro oscuri silenziosi suoni.

È mattino - continua a piovere

sull’onda di voci.

Il tuo volto è vicino a me.

Nient’altro - una chiave gira.

 

*

 

A SHORT POEM

 

[IN ITALIANO E IN NEOGRECO]

 

QUATTRO VERSI

 

Le ali del vento sono davanti al muro.

L’angelo dei nostri sogni è nascosto

da una maschera dell’alba, ma l’ombra

e la luce non sanno nulla. Come noi.

 

 

Tετράστιχη

 

Τα φτερά του ανέμου είναι μπροστά από τον τοίχο.

Ο άγγελος των ονείρων μας είναι κρυμμένο

με μια μάσκα της αυγής, αλλά η σκιά

και το φως δεν γνωρίζει τίποτα. Όπως μας.

 

*

 

SESTINA

 

C’è un ragazzo che dorme fra i detriti

e un padre gli riposa accanto a terra.

Si odiavano: credevano in partiti

diversi e in fedi opposte, sempre in guerra.

Il solo amore che mai non finisce

- quello dei morti - adesso li riunisce.

 

*

 

MUSICA SILENZIOSA

 

Pace alle foglie - ora piove.

Verdi dita suonare si sentono

le tastiere dell’umido niente.

 

*

 

NOITE (NOTTE)

[PORTUGUÊS-ITALIANO]

 

QUARTA

 

A paisagem das sombras irreversíveis

cobre com nuvens de sonhos os mundos.

A alma está entre braços invisíveis

- mas alguém abre seus olhos profundos.

 

QUARTINA

 

Il paesaggio delle ombre irreversibili

con nuvole di sogni copre i mondi.

L’anima sta fra le braccia invisibili

- ma qualcuno apre i suoi occhi profondi.

 

*

 

A SHORT POEM

[ ITALIANO-DEUTSCH]

 

QUATTRO VERSI

 

Ora è fine d’estate e non c’è il sole.

Le nostre ombre sono quasi ponti

al peso della pioggia. C’è altra gente.

Non sogno: vedo, e è bello - oltre a ciò, niente.

 

VIER VERSE

 

Jetzt der spät Sommer hat nicht den Sonnen.

Unsere Schatten sind fast Brücken

unter den Regenlast. Heute wir müssen gehen mit andern.

Kein Traum. Sehen ist eine schöne Sache - und nichts weiter.

 

*

 

SHORT POEM

[DEUTSCH - ITALIANO]

 

FLUCHT

 

Die trügerische Realität sucht und findet uns nicht::

ich bin ein Baum unter den Bäumen

du bist eine Blume unter den Blumen

und unser Traum beginnt zu tanzen und das Licht

anzündet eine Lampe fur uns. Vielleicht

der Flucht wird sein Ende - aber nur morgen.

 

FUGA

 

La realtà ingannatrice ci cerca e non ci trova:

io sono un albero fra gli alberi

tu sei un fiore fra i fiori

e il nostro sogno comincia a danzare e la luce

accende una lampada per noi. Forse

questa fuga avrà la sua fine - ma solo domani.

 

*

 

PRESENÇA - (PRESENZA)

[PORTUGUÊS - ITALIANO]

 

QUADRA

 

Eu nunca a vi aqui, mas para alêm

do mundo e para alêm do estranho vêu

e para alêm do que os olhos veêm

ha uma presença - o cêu de nosso cêu.

 

QUARTINA

 

Non l’ho mai vista qui, però io credo

che oltre il mondo, oltre lo strano velo

e tutto ciò che coi miei occhi io vedo

c’è una presenza - che è cielo del cielo.

 

*

 

DIFESA

 

Gli sguardi e il corpo, il presente e l’infanzia

sono dentro di me: non sono niente

- la mia immaginazione è l’esistenza.

Lo schermo mostra il sangue della gente.

 

*

 

IL GIOCO DELLA FOLLIA UMANA

 

Sembra che nulla possa mai cambiare

il folle gioco dell'anticipare

la morte di chi già deve morire.

Ma sei libero: se puoi, tu non giocare.

 

*

 

UNA NUOVA MATTINA

 

Come in un chiaro dopopioggia ora

le belle cose

sono tutte con me: non cambia ancora

il loro modo di essere, che adoro.

Ecco il mio anello d’oro, ecco le rose.

E nel cielo un uccello in alto vola

e calma e quiete ancora sento attorno

e ascolto quella dolce voce che amo.

Ed ora scivola

su questo nuovo giorno anche una nuvola

- va con la luna, bianca come un giglio.

Presto ritornerà a casa mio figlio.

 

*

 

SPUR

 

Unsere menschliche Geschichte ist eine blutige Spur

- ein Signal des Schritte von Blinden.

Mein Geist nicht rebellieren mehr. Nur

mein Herz leidet - und manchmal hofft. Die Augen

sehen einen kleinen Schein

weit, weit weg - in das Land der Träume.

Dies ist das Licht

des Himmels vielleicht - oder nichts.

 

TRACCIA

 

La nostra storia umana è una traccia insanguinata

un segnale di passi di ciechi.

La mia mente non si ribella più. Soltanto

il mio cuore soffre e talvolta spera. Gli occhi

vedono un piccolo bagliore,

lontano, molto lontano - nella terra del sogno.

Forse è questa la luce

dei cieli - oppure niente.

 


 LORETO ORATI
da facebook


DISSOLVENZA


·Forse è nella dissolvenza il gesto dell'eternità,

farmi aria, o polvere leggera, tutto intorno a te,

muto, come le parole pronunciate con lo sguardo,

impalpabile, come le carezze rubate ad un sonno profondo,

tutto intorno a te, nei giorni a venire,

come un profumo appena accennato, come l'eco di un "ti amo"

che ancora potrai sentire, quando ascolterai il delicato silenzio dei ricordi...

*

AL PROSSIMO BIVIO


Che la tua strada sia quella da percorrere,

prendi il sentiero sulla destra,

al prossimo bivio,

supera il passo e scendi a valle,

ma non dirigerti verso il tramonto,

io ti aspetto poco più in là,

dove la notte è quasi finita

e non ci resta che incamminarci verso l'alba...

*

NEL TUO PORTO SICURO, LASCERO' BRUCIARE LA MIA NAVE


Ancora in viaggio, contadino coperto di sale,

ed eccole di nuovo, le imboscate della bonaccia,

le vele spente, e poi strappate dalla burrasca,

le secche,

la ferita del frangente,

i porti abbandonati in fretta, di legno marcio e spezie da dimenticare,

ancora in viaggio, e quanto mare da affrontare, ancora,

quanto mare,

ma non cede il mio sguardo, inciso nell'orizzonte,

e cerca foschie da cancellare,

isole a cui dare il nome, e quell'ultimo approdo,

acqua di rose e una sedia sulla riva,

rivolta verso la tua casa...

*

IL GESTO DEL RICUCIRE


Io l'ho provata quella vertigine,

quei pugnali conficcati in tutti gli organi vitali,

quel tentativo di volo, ed ogni schianto,

io l'ho vista tutta quella bellezza

ed ho conosciuto l'Incanto, anche se una sola volta,

io l'ho aspettato e l'ho visto arrivare, per poi ripartire subito dopo,

e l'ho visto salutarmi, ogni volta, promettendo un ritorno,

e quante volte l'amore ha provato a strapparmi la pelle,

ma tutte quelle volte mi sono ricucito, urlando,

con il fragile filo che unisce la memoria ai giorni del futuro...

*

CANTO FERMO DEL PADRE


E' stata un canto fermo la tua vita

sul quale ho saputo costruire rare melodie,

piuttosto note spezzate,

perdute,

mai incastonate nei passi, mai intrecciate negli sguardi,

sfiorarsi e mai toccarsi,

parlarsi e quasi mai ascoltarsi,

l'orchestra ha suonato pochi abbracci,

la viola ha stonato sul pentagramma di ogni possibile incontro,

e non resta che questo mio ciliegio d'ottobre,

e la tua quercia piegata, di ombra ormai stanca,

e questo mio raccogliere le tue foglie, una ad una,

come i giorni che rimangono per un ritorno d'amore...

*

LA STESURA DELL'ULTIMO CAPITOLO


E' stato un breve romanzo notturno,

di parole sussurrate, ma capaci di scuotere tutti i silenzi,

di voci affondate nella pelle,

di un amore teso, mai immaginato, straripato dallo stupore,

e' stato un romanzo scritto d'istinto,

con l'inchiostro della paura,

con troppa ispirazione e poca grammatica,

pagine graffiate, bagnate, dedicate al fragile palco del futuro,

è stato il territorio dell'attesa e dell'incanto

e la porta spalancata sulla città degli incauti,

ed ora non mi resta che l'ultimo capitolo,

un pugno di lettere senza senso, che tu hai lasciato sul mio cuscino,

e trema la mia mano, nel movimento del raccoglierle,

e si stringe in pugno, perchè non ricorda come si scrive la parola "addio"...

*

IO, LA PRIMA PIOGGIA E CIO' CHE RESTA DELLA MALINCONIA


Un pò mi sento come questo Sole di settembre, che cede il passo alla prima pioggia...

Curvo, stanco per le fatiche dell'estate, pronto all'abbreviarsi inevitabile del giorno...

Io che sono nato in pianura, diventato ragazzo sulle colline, uomo ancora no, in un certo senso...

Io che correvo tra ulivi e querceti, ieri mi sono innamorato del mare, e c'è ancora sabbia sotto le mie scarpe...

Ma di un mare lontano da qui, un mare che non ho mai visto, al di là di troppe montagne e poco coraggio per il tuffo...

E di una donna-salice, carne di sale e di sud, incanto, notte, attesa e perdizione, stupore, radice della bellezza...

Che bello quel mare che non ho mai visto, e quelle torri abbattute, e quelle orme che avrei voluto seguire...

Ciò che resta della malinconia, adesso, è una risacca che non potrò aspettare, nè dimenticare...

Una voce muta...

Un silenzio di lama affilata...

E tutto questo amore, che devo scontare...

Tutta quella libertà, che devo scontare...

Continua a piovere, fuori, in questa stanza, sui campi della memoria...

Tornerà il Sole, mi basterà passare il guado di un autunno che ingiallisce il cuore...




LUIGI GIORDANO
 
E ti chiedi : 
di fronte alle fotografie più belle 
sei dunque tu? 
ogni pagina che voltavo 
dalle narici si inerpicava fino al cuore
la mandragola.
Come un carro nel fango 
percorrevo con l’aiuto d’un bastone di castagno 
il sentiero del nulla 
sprofondando col peso della mia zavorra 
nella terra .
niente di tutto questo ero 
e niente di tutto questo sono
sono solo una flebile luce nell’universo
della mia coscienza 
seppellito nel mio spirito .
 
*
 
L’ombra del sogno
infrangiti con tutto il tuo alito
sulla fronte di questa costa ,
schiumeggia sul porto dalle labbra aperte
accogli sapiente e vorace il frutto
del mio sogno.
Dammi il doppio di quello che io ho dato a te,
dall’ombra ,dal giorno, dalla notte.
circondami onda rumorosa e avida,
al tuo risucchio
lascia gli urti delle pietre alle mie orecchie,
lascia il miagolio dei gatti all’angiporto,
lascia che ancora una volta io 
come allora salga su in alto
sul vertice dell’ombra
ancora innevata e possa immedesimarmi in te
vortice allusivo e uscirne catapultato 
in ginocchio sulla riva di così tanto sogno
a baciarti sulla fronte.
 
*
 
DUE MONDI
 
La pioggia ride sul vetro,
non ha più il coraggio di bussare,
il freddo ha congelato le tracce
una finestra divide due mondi.
La luce d’una lampada 
sospira sul servo che disperde 
Gli ultimi fogli alla morbida fiamma 
Addio agli ultimi ricordi in un grigio fumo 
In occhi che schiudono lacrime
mentre la lampada ingoia il buio
facendo apparire ancora una volta 
Quel freddo vetro a dividere il mondo
 
*
 
LUCI E OMBRE
 
Nasce dal basso 
Dai piedi si alza sollevando la luce
Pochi attimi , e il buio te lo ritrovi negli occhi
A ogni sguardo l’alba portava al tramonto
E il tramonto portava l’alba sulle spalle
Rovesciandola sul mare 
E ogni mattina moriva all’orizzonte
Prima ancora di nascere,malata 
Si alzava fino allo zenit 
Per scaldare gli oceani
Scivolando dietro i monti
Per i tuoi occhi
Rovescia i tuoi passi 
Oltre le gambe 
Vaga saltando la corda oltre i fotoni
Girala in senso esoterico 
E allora l’ombra di Dio sarà la luce.
 
*
 
Grande anima 
Camminava tra le reti 
E le mareggiate del sangue
sulle pareti del cuore 
Con amore portava 
Garofani rossi 
Pensando fossero rose
E dagli occhi di lei scendevano lacrime di gioia.
 
*
 
Siamo un po’ come quelle anime 
Che non trovano posto sulla terra
Allora aspettano nel cielo,
e per passare l’attesa
A volte si siedono accanto a noi.
Sono quelle anime che hanno perso
L’amore 
e così cercano un corpo 
Da abbracciare
 
^
 
La luce scivola sull’acqua
Come fosse quella pietra piatta
Che vigoroso lanciavi
Facendola saltellare come un delfino
Tra un’onda e l’altra ,
percorrendo il giro del cuore
di tuo figlio nell’emozione più grande
di quella pagina di luce bianca
che il faro stava scrivendo
per tenerlo sempre nel ricordo
della tua ragione nell’avventura di quel percorso
che dura meno di cento anni.
 
*
 
PSICHE
 
Laggiù , sull’acqua, qualcosa palpitava 
sembrava una farfalla gialla 
tra schizzi di diamanti .
Molte altre volte ho pensato 
a quelle ali gialle bordate di nero 
come calici sul velluto.
Avessi potuto conoscerti prima
mi sarei tuffato in quel mare azzurro 
dove ti ho conosciuta la prima volta,
quante domande ti avrei fatto 
ora ti vedo solo in sogno 
e nei tuoi viaggi astrali 
quando lasci il mio corpo alla luce del camino.
 
*
 
ATTESA
 
Le foglie aspettano il vento
Per nascondersi negli anfratti più remoti
E poi lasciarsi morire .
Sono un po’ come quelle anime stanche
Che si staccano dal corpo.
Come le foglie dagli alberi.
Solo che al contrario di queste,
Loro, non sanno dove andare,
allora seduti sui marmi
aspettano i loro cari.
 
*
 
UNA GIORNATA
 
Io sogno, e nel sogno il cielo 
è come uno zoppo 
che trascina un velo sbiadito 
tra noi e le stelle 
e gli ulivi sembrano ancor più 
nodosi e curvi.
E i fiori, quei fiori gialli e rossi,
non sopportano più 
d’aver perso il profumo,
allora il peso del dolore è troppo,
così, lo stelo si curva, perdendo i petali 
sulla terra.



GIORDANO GENGHINI

 

ASSOLO

Assolo potente di tromba:
si fa un silenzio di tomba
poi in casa si sparge il terrore:
ha inizio il mio raffreddore.

SOLO

Solo de ma grande trompette:
ma femme est effraiée et muette.
Tout le monde est plein d’amertume
commence le concert de mon rhume.

 
*
 

THREE OLD STARS
I’m standing at this window
behind the elastic glass
of my eyes.
I am unthinking
- but I see over the grass
three old dusty stars
in a dark street.
- they are three stars, without their soft and sweet sky.
The old stars shine below
a lamp in the shadow now
- their grey lights have nothing
of the high flames or of the brilliances that bright
light up the black nights.
These three old stars are the sisters of the dead things.
Maybe the three old dusty stars will dance soon
in the cool river - with the trembling moon.


TRE VECCHIE STELLE

Sono qui a questa finestra
dietro l’elastico vetro
dei miei occhi.
Sono senza pensieri
- ma vedo sull’erba
tre vecchie polverose stelle
in una strada oscura
- sono tre stelle senza il loro morbido e dolce cielo.
Le vecchie stelle luccicano sotto
un lampione ora nell’ombra
- le loro grigie luci non hanno nulla
delle alte fiamme o dello splendore che rischiara
le nere notti.
Queste tre vecchie stelle sono sorelle delle cose morte.
Forse presto le tre polverose vecchie stelle danzeranno
nel freddo fiume - con la tremante luna.

 
*
 

LA NAVE

Tracce di mani, vortici di volti
sulla nave che salpa. Nella sera
fluttua nelle acque fra velami folti
e funi: e la sua antica prora nera

si getta nella rete di onde, e i molti
profili avvolge la nebbia leggera
spinta dal vento, e strisciano dissolti
nastri di nubi sulla tolda intera

fra folate possenti. Ma il gigante
al timone è nell’antro d’aria, e tace:
curvo, e immobile, e stanco, e vecchio, e solo.

Le luci delle case sono spente
e la città nel cielo avvolta giace.
Il capitano guarda verso il molo.

 
*
 
RISVEGLIO


Nei suoi sogni
ha camminato parlando
con edere e pietre e venti.
Nei suoi sogni
ha cambiato il mondo
con l’ultima giusta guerra
finché la terra
non è diventata il cielo.
Ora è sveglio e la sua città
dorme dopo quel sanguinoso
giorno violento e strano
- è sveglio, e la sua mano
trascrive i suoi sogni, piano:
quei sogni che ricorda ancora
ma lontano,ormai troppo lontano.

 

GIORDANO GENGHINI
 
 

OLTRE LA SOGLIA [SONETTO]

Ora le tempie sfiorano dei cieli
stormi di luci e nel silenzio tace
il mondo, mentre un tenue ventar d’ali
un volto attende - ed alla bianca pace

densi rami offre agli orditi dei voli
l’albero di oro e seta e suono e voce.
E nella notte ora salpa dai moli
degli universi, la nave veloce

e va, fra lune ed infiniti mari
di forme, e cerca fra le eterne aiuole
chi oltre la soglia degli sguardi dorme

e la traccia delle sue prime orme.
L’ombra ora abbraccia il luminoso sole
fra germogli di canti e di respiri.

[Prima stesura: 1980, in “Ritorni” - Nuova stesura, 2012)

 
*
 
 
DOMANDE


La luce con la sua matita chiara
scrive su un muro scuro in questa sala
molte parole che nessuno legge.
Sono domande i segni, e chiedono da dove
vengono gli uomini, e chiedono da dove
vengono le infinite stelle ardenti
in questo cielo remoto e perché
viviamo, e che cos’ è
il vero amore, e perché ...
... Nessuno legge. Ci crediamo forti:
inganniamo i fratelli e scateniamo
guerre contro i morenti, e poi agitiamo
i pugni contro i morti.



QUESTIONS


The light by its clear pencil in this hall
writes on a dark wall
many words which nobody reads.
These signs are many questions: whence come
the men, and whence come
the bright stars in this remote strange sky
and why we live and what’s the love and why…
We are strong - nobody reads.
We deceive our brothers and we make
the wars against the dying men: then shake
our fists against the deads.

 
*
 

ALMOST A SONNET

I’m looking at my soul, among these stones.
I have to learn alone, I explore my face:
it is easy to forget the body. My brain
is a book without the words. It rains.

I’m talking with my soul and this is a right place.
There's a little space here and the light don’t appears.
I’m talking with my soul: my mind makes a miracle
and in the bright night to my brain allows all possible.

Now I’m looking at my soul, no more than that.
Now I’m talking with my white soul: here nothing has changed
but also everything is changed, while I discuss with her.

Finally she looks at me: she’s sly like a cat:
she want to speak more often with me, she says, very more often.
I close this story by offering to my soul a good beer.



QUASI UN SONETTO [TRADUZIONE IN ITALIANO]

Sto cercando la mia anima, tra queste pietre.
Devo imparare da solo, esploro la mia faccia:
è facile dimenticare il corpo. Il mio cervello
è un libro senza le parole. Piove.

Sto parlando alla mia anima e questo è un posto adatto.
C'è un po’ di spazio qui, e la luce non appare.
Sto parlando alla mia anima: la mia mente fa un miracolo
e nella notte luminosa per il mio cervello permette tutto il possibile.

Ora sto guardando la mia anima, nient’altro che questo.
Ota sto parlando con la mia bianca anima: qui non è cambiato nulla
ma è anche cambiato tutto, mentre io discuto con lei.

Infine lei mi guarda, è sorniona come un gatto:
lei vuole parlare più spesso con me, dice, molto più spesso.
Chiudo questa storia offrendo alla mia anima una buona birra.

 
*
 
MY FATHER (MICROPOEM)


My father worked, he was a labourer -
his words don’t came to me, I was mad and he died too soon.
Now I see him in his sepia photos in overalls of worker
and I see also his paceful smile in a far-off night of moon.

SOME TRANSLATIONS WORD BY WORD
[FRANÇAIS] - MON PÈRE (MICROPOÈME) - Mon père travaillait, il était un ouvrier / ses mots se m’ont touché, j’étais fou et il est mort trop vite. / Maintenaint je le vois dans ses photos sépia, avec son bleu / et je vois aussi son doux sourire dans une nuit de lune - très loin.


[ITALIANO] - MIO PADRE (MICROPOESIA) - Mio padre lavorava, era un manovale / le sue parole non mi sono giunte, ero matto ed è morto troppo presto. / Ora lo vedo nelle sue foto seppia in tuta da operaio / e vedo anche il suo mite sorriso in una lontana notte di luna.

 
*
 
 
PENSIERI


Io penso al destino delle anime - a volte -
quando al corpo le strappa le unghie della morte.
Dove sono ora - chiedo - uomini e donne nati
che a milioni dal mondo se ne sono già andati?
Menti, affetti, parole cosa diventeranno?
Forse, esse ora ci parlano soltanto con il suono
del vento e delle foglie, o col rombo del tuono
guardandoci dai sogni che la notte ci dona...
Forse forme invisibili ma per sempre viventi
si aggirano fra i nostri corpi, lenti opachi e pesanti...
Forse lucente nebbia nasconde i loro volti...
Spero e credo che noi non saremo mai morti
quando noi moriremo, lasciando il mondo e il tempo.
Ma che cosa saranno le anime nel vento?
Ci sono giorni in cui a ciò penso, talvolta.
In altri giorni sempre penso alla vita morta.

 
*
 

HENRIK NORDBRAND: A SHORT POEM
AND MY FREE TRANSLATIONS [ENGLISH - ITALIANO]
FROM THIS DANISH POET


AFSTANDE


Afstandene bliver stǿrre
og der bliver lǽngere mellem bladene.
Der bliver lǽngere mellem menneskene
og der bliver lǽngere mellem ordene.
Der bliver lǽngere mellem fǿlelserne.
Og de dǿde blade, de dǿde mennesker
og glemte, forslichte ord og fǿlesler
tager stille og ubermǽrket til i tal
mellem de endnu levende.

DISTANCES


The distances increase
and increase the spaces between the leaves.
Increases the gap between the men
and increases the gap between the words.
Increases the distance between the feelings.
And the dead leaves and the dead men
and the words and the feelings forgotten and worn
increase silent and unobserved
among those who are still living.

[Free translation in English - by the help of google.translate.it]

DISTANZE


Aumentano le distanze
e aumentano gli spazi fra le foglie.
Aumentano le distanze fra gli uomini
e aumentano le distanze fra le parole.
Aumentano le distanze fra i sentimenti.
E le foglie morte, e la gente morta,
e le parole e i sentimenti dimenticati e logori
aumentano silenziosi e inosservati
tra coloro che ancora vivono.

[Libera traduzione in Italiano - con l’aiuto di google.translate.it]




LORETO ORATI
[da Facebook]

OGNI RUGA E' UN VERBO


Nel romanzo dello specchio, ogni ruga è un verbo,

un solco che tracima memoria, un gesto, un dire,

così nella prima che appare a vent'anni, appena visibile,

ecco il germoglio delle notti insonni, a rigirarsi sopra un nome,

così a trenta, se quel nome ancora pesa così tanto,

ecco la traccia profonda della vita che strappa, a inciderlo ancora,

così a cinquanta, in un giardino d'inizio autunno,

i ciclamini sparsi ci raccontano storie già dimenticate, il costruire,

l'aver perduto, forse l'amare,

e poi nei giorni che ci avvicinano a qualche risposta,

ecco i campi arati del ricordo, sterminati, come sul viso di un dio,

e tutte quelle cose fatte, fogli appena leggibili, pieni di lettere confuse,

e qualcosa ancora da fare, un saluto, una valigia da preparare,

una ruga ancora, improvvisa, come quel lieve timore prima di ogni viaggio...


*

LA SERA CADE LENTA


La sera cade lenta, sulla cenere del giorno,

perchè abbiamo bruciato così tante ore, tra gli angoli di strada e le bestemmie,

nell'incendio dei marciapiedi e dei sorrisi di circostanza,

ma la sera è destinata a disperdersi, dentro il richiudersi delle rose,

a noi basta aprire una porta, e un abbraccio, per rinascere,

per dimenticare quel fumo acre in cui si agita il sopravvivere...

*


ASCOLTA LE PAROLE DI UN SOPRAVVISSUTO


Ascolta le parole di un sopravvissuto,

che la vita è tentativo di volo, e possibile caduta,

ed io sono caduto, dalle alte mura della sua roccaforte,

e con le ossa spezzate mi sono rialzato

davanti all'ennesima torre da conquistare,

con il nome di altra meraviglia inciso sul cancello,

con le spade sguainate dell'amore ad aspettarmi, ancora una volta,

ad aspettare me, ombra di soldato con un frammento di scudo

ma lo sguardo alto, coraggioso, a preparare l'incoscienza di un nuovo volo,

di un nuovo, possibile precipitare, dal torrione della bellezza...

*


LE ROSE DI SANGUE


Una carezza non può farsi catena,

succede solo a chi è già prigioniero

e ne conosce la ruggine sul cuore,

prigioniero dell'ombra, del delirio,

e di quell'addio che non rende folli, ma lucidi tra i lucidi,

e sfodera lame, e colpi implacabili come un "ti voglio",

finchè resta solo il silenzio, quella dannata quiete che precede il dolore,

finchè resta solo chi dovrà cogliere rose di sangue, nel giardino dell'amore malato,

là, dove fino a ieri camminava una figlia, vestita solo di primavera...

*

NEL CHIEDERE AL VUOTO "COME STAI?"


Nel chiedere al vuoto "come stai?"

io maledico l'assenza,

e lo lascio qui,

a incidere i giorni che dovranno arrivare

con la lama del tuo silenzio,

ma senza dolore,

senza rimpianto o strada di ritorno,

solo un bagliore,

il bagliore di ciò che siamo stati...


*

ALLE CUPE OMBRE


Alle cupe ombre, io provo a contrapporre luce di parole,

fragile tentativo di poesia, dove la notte è senza stelle,

e che sia dell'inchiostro su fogli immacolati, l'unico nero,

che sia del verso sanguinante, l'ultimo scarlatto di ogni tramonto,

che non c'è oscurità che possa cancellare la bellezza,

non c'è tempesta che possa far dimenticare la quiete,

e proprio lì, mi sono fermato,

dove oscurità e tempesta diventano ricordo

e le cose del mondo ritornano al bagliore,

la bella casa in cui sono nate, prima di quelle ombre inevitabili...

*

HO PROVATO A NASCONDERMI


Ho provato a nascondermi,

dietro il tuo vestito dimenticato nell'armadio,

quello che conosco bene, i bottoni, le pieghe, un piccolo strappo,

ho provato a nascondermi,

dietro un calendario di qualche anno fa,

quando ho sentito rallentare il passo di mia madre,

ho provato a nascondermi,

dietro lo specchio, uno specchio senza nemmeno una striatura,

ho provato, ma tutti continuano a trovarmi,

l'amore, il tempo, gli errori,

perchè la vita non ti lascia andare, ti morde, ti rivela,

ti toglie il fiato sulle salite e davanti a certi sguardi,

ti strappa ogni rifugio, sempre, perchè si sazia solo di orizzonti aperti...

*

...le ore non sono che catene di sabbia,
si agitano nella clessidra, come serpenti senza incantatore,
io vivo di vetro in frantumi, e della risacca dei tuoi occhi...

*

HO SENTITO LE MIE BRACCIA GUARIRE


Ho sentito le mie braccia spezzarsi

ad ogni abbraccio mancato,

ad ogni abbraccio negato,

quando vivevo nel fragile rifugio dell'egoismo,

roccaforte di cartapesta sotto le piogge dell'esistenza,

ho sentito la fiamma di ogni sguardo opposto,

la fitta di ogni gesto sbagliato, e voluto,

il sapore del sangue sulle labbra,

ad ogni bacio mai restituito,

ho sentito le mie braccia guarire

quando tu hai bussato alla mia porta,

e sono venuto ad aprirti,

in un mattino di luce nuova e redenzione...

*

COSI' SI DILATA L'AMORE


Così si dilata l'amore,

nei coltelli di vento,

nelle onde che non ritornano,

nella carne maciullata dalle notti in trincea,

nel perdono mancato, a colpe mancate,

così si dilata l'amore, e ci strappa,

mentre sarebbe divenire radice, il suo destino,

un vento immobile,

un'onda di ritorno da sabbie d'argento,

carne di fiamma per bruciarsi le labbra,

nessuna colpa, nessun bacio mancato...

*

...nell'assenza della luna
nuda è la notte,
così, nell'adagiarsi della vela
svanisce il senso del mare,
nel tuo chiudere la porta
il mio tempo migliore...





LUIGI GIORDANO

Ci sono due tipi di anime:
quelle che aspettano un bel corpo
e poi lo possiedono
e quelle che aspettano lo spirito
di quel corpo

*

L’angelo gioca con la tua anima.
Gli angeli stanno tutto il giorno
Accanto al camino e guardano
il fuoco.
E il fuoco si agita, si muove.
Solo ora capisco perché le fiamme
sono sempre in movimento.
E guardano il tizzone farsi cenere
e guardano sbocciare
nuove anime che aspettano
nuovi angeli.

*

RICORDO DELLA MIA INFANZIA

Il suo fumo era grigio
come le nuvole,
il suo profumo era dolce come l’olio d’un fiore
che si eleva come un’ape sazia
alle radici dell’incenso.
Tu aspiri l’anima
come di vespro.
Dalla vetrata un alito di luce
attraversa la chiesa
e il fumo grigio si curva
al passaggio dell’angelo.

*

IL TEMPO

Solo adesso mi è tutto chiaro!
Quanto tutto è inutile,
privo di certezze
tempo corrotto e spavaldo
e io ne feci parte
né mai saltai un giorno.
nessun giorno,
né giorno spezzava la settimana
e i giorni si susseguivano
come ladri che entrano nella notte
stesa tra corde di lenzuola bianche.
Ogni giorno aggiungevi
un anello alla catena
mentre giravo le spalle all’Eden.

*

ANIME

È stato un soffio di vento,
un lampo,
un lieve fruscio,
un fruscio,
lieve.
Sono anime che vagano
nei boschi e alla fine
di ogni sentiero
si siedono accanto a te
e aspettano la pioggia
guardando le pozzanghere.
A volte pensano d’esser messaggeri
altre volte sono semplicemente
anime del bosco.

*

LA NOSTRA MORTE

Rosse come stelle
nel buio.
Come una ferita aperta
premono sull’aria
fino a strozzarsi
o gusci smembrati
dal cielo vi inchinate
offrendo grani
di melagrane
sulla porta dove
ognuno di noi cade
senza midollo
su fiori d’un secolo arido.
Mentre grani rossi
Rintoccano
nel deserto dell’anima nostra.

*

IL MELOGRANO

Arrivo da una lunga siccità
come gli autunni
di questi ultimi anni
che sempre prima oscurano i giorni
e come becchini ammucchiano foglie
sui viali
aprendo la strada ai morenti.
Arrivo da una lunga siccità
trovando nei miei ricordi
l’albero del melograno, e allora
aprii il frutto sgranandolo come un rosario
e il succo tracciò immagini
di piacere,
e tracciò immagini
sulle zolle,
e come grani di un rosario
cadevano sulle mie mani tremanti.

*

LA NOSTRA MORTE

Rosse come stelle
nel buio
come una ferita aperta
premono sull’aria
fino a strozzarsi
o gusci smembrati
dal cielo vi inchinate
offrendo grani
di melagrane
sulla porta dove
ognuno di noi cade
senza midollo
su fiori d’un secolo arido.
Mentre grani rossi
rintoccano
nel deserto dell’anima nostra.

*

CAPO D’ANZIO

Dondolanti fiori gialli sul crinale
del dorso della curva del tempo
e melograni
che appaiono dal cielo
con il frutto ancora aperto
in questa aria salina
che tutto penetra
facendo impercettibili
e piccoli i vanitosi
altri profumi.

*

Per terra un uomo
che schiaccia la sua ombra
dove l’ anima
ha dimorato

*

Il GIORNO DEI MORTI

I morti non parlano,
non esistono più,
sono specchi vuoti,
dimenticati,
solo ogni tanto
ci ricordiamo
di esistere senza di loro.
Solo ogni tanto,
quel tanto da rivedervi
nel ricordo
fino a dissolversi
negli anni
fino a dimenticare
che è poi perdonare.

*

LA PROVA

Sono qua,
ad un passo
dalla foce,
sono qua,
solo ad un passo,
così sottile, fragile, e
flebile come l’anima
di una farfalla
che dal bozzolo si invola
perché niente è più necessario.

*

RUGIADA

Tutte le sere un fruscio
come quando gli uccelli spostano il nido
da un albero all’altro, per paura,
mentre le anime dei morti
guardano fuggire il giorno
dietro i monti innevati
e rossi di luce.
Allora le anime che hanno lasciato il corpo
come la luce lascia le tenebre, fuggono,
e corrono verso i nidi dei pettirossi
per paura della tristezza,
che da sempre, i vivi, ad ogni alba,
come la luce, si portano dietro.
Mentre l’anima delle nuvole
forte come le radici del cielo
versano sui vivi il pianto dei morti,
e i ciuffi d’erba si piegano
sotto il peso della rugiada.

*

Dentro di me vennero
Dentro di me sostarono
Piansi , risi
Il ceppo si fece cenere
La luce si fece notte
Notte.




GIORDANO GENGHINI

A QUATRAIN IN TWO LANGUAGES
( PORTUGUÊS - ITALIANO)

SE... (QUADRA)
Se em mim fala uma voz no som das ondas
quando em mim fala alguém que a alma sente
então eu imagino um angio - presente
mas invisível - na esplêndida sombra.

SE... (QUARTINA)
Se in me una voce ha il mormorio dell’onda
su parla l’altro e l’anima lo sente
allora penso a un angelo - presente
e invisibile - dove la luce è ombra

*

L’ALTRO

Quando l’Altro col suo vento che spira
la anima e i sogni vorrà all’altra riva
dormendo nella notte calma e viva
della sua luce, ne vivrò il respiro.

*

SFIDUCIA

Dietro il vetro, stamani
c’è un passero: lo vedo.
Vuole parlarmi, credo
perché fermo rimane
e mi offre anche del pane.
Mi fissa a lungo, attento,
- ha sfiducia in noi umani:
per lui, noi siamo strani.
E vola via nel vento.

*

UNA OTTAVA LIBERAMENTE ISPIRATA AL TESTO LATINO
DELL’ EPIGRAMMA “OMNIA TEMPUS ...” DI LUCIO ANNEO SENECA

Il tempo tutto divora ed afferra
e cambia: nulla può sempre durare.
Si asciuga il fiume, il monte crolla a terra
franando, e si ritrae dal lido il mare
lasciando il suolo arido. È una guerra
in cui vince la morte, che bruciare
farà anche il cielo. La legge è morire
e il mondo intero dovrà scomparire.
.

TESTO ORIGINARIO LATINO DI SENECA (I - 232 R)

Omnia tempus edax depascitur, monia carpit,
Omnia sede movet, nil sinit esse diu.
Flumina deficiunt, profugum mare litora siccat,
Subsidunt montes et iuga celsa ruunt.
Quid tam parva loquor? moles pulcherrima caeli
Ardebit flammis tota repente suis.
Omnia mors poscit. Lex est, non poena, perire:
Hic aliquo mundus tempore nullus erit.

*




EZIO FALCOMER
 
 

Alcova

Palpita arrembante
la pelle sovrana
esclama tua voglia
innalza esalta
le piume del mondo perverso

sommesso sommerso
un gemito assalta
queste pareti fiumose
d'imbroglio di alcova

ascolta omesso fremito
dissolvi violaceo tepore
intenso cantare
di curve sommità
di anfratti di voglia

accenditi all'universo
delle profondità
che celano moine di coiti
come gabbiani di scoglio.

(Ezio Falcomer, “La vita picara”, Lanuvio RM, 2010

 
 

ECCO, ADESSO

Ecco, adesso sono più leggero.
Se mi dici che ti lavo via tutto il sale,
se mi dici che con me sprofondi
in un sonno di pace,
se mi dici che leggi il nostro futuro
ogni giorno,
se mi dici che i fantasmi non hanno potere.
Ecco, sono più vero,
se il mio cuore si apre,
se il sapere è identico all’amare,
se con te sono pirata e bambino,
libero di mostrami stupido.

La sera è una conquista,
il silenzio del sussurro
nei petali di complicità,
nelle note che il tuo corpo rimanda
se toccato nell’immenso ascolto
del dimenticarmi di me.

Voglio viverli questi flutti
del dolore e del piacere
degli occhi tristi e luminosi
del variare delle stagioni.

Siamo tutto quello che viviamo
e abbiamo vissuto
tutto quello che non sappiamo
tutto quello che mangiamo insieme.

Ecco, adesso sono leggero.

 
 
 

CHELE D'AMORE

Sequele di aromi
umori estasiati
tutto mi porta
il vento di vita

un flutto sommerge
miei malati sapori

le chele del tempo
brezze sciupano e faville
al macero di gloria
di boria ostinata
ma non il cuore che ama

singulti di stupiti cantori
si diramano a radure

e l'amore è ormai
mio vizio e mia aria.


 GIORDANO GENGHINI

NUOVI RITORNI

[Settembre 2012]

1

Forse ricordi. Tracce delle forme,
rintocchi neri di cose svanite
tra cieli e orme: e rivedo rincorse
e forse abbracci giovani fra voci
e luci e volti oltre i neri confini
del tempo, e bianchi tramonti fra nevi
dissolte, e tocchi lievi e volti e gente.
Oppure, tutto è solo umano niente.


*

2

Ricordo sguardi e mani e ancora appare
il paese - e la tua voce di mare
e il sorriso e le onde e il sole e il viso
da amare - e le tue dita mi attraversano
e il soffio folto dei respiri ascolto
e pelle d’aria e sussurri, e si perde
la parvenza dei palpiti - e ogni muro
scompare, ed il tuo corpo è un fiore puro
dissolto, e rispecchiato in acqua il volto
sento accanto, nel cielo capovolto.

*

UN MIO SONETTO ISPIRATO DA UN SONETTO D’AUTORE
(“LOS ENIGMAS” DI JORGE LUIS BORGES)

GLI ENIGMI


Sono colui che ora sta cantando:
sarò domani il misterioso e il morto
l’abitante di un mondo oltre il cui porto
non ci saranno il prima, il dopo o il quando.
Così la mistica ha affermato. Indegno
mi credo dell’ Inferno e della Gloria.
Io so soltanto che sempre la storia
cambia le forme e le cifre e il suo segno.
Che labirinto e che splendore infine
cieco e abbagliante sarà la mia sorte
quando la mia avventura avrà la fine
nella strana vicenda della morte?
Desidero il suo oblio immacolato:
essere sempre, ma non essere stato.


*

“LA PORTE” (GUILLAUME APOLLINAIRE)
[Le poème en Français - La mia libera
traduzione in Italiano]

La porte de l’hôtel sourit terriblement
Qu’est-ce que cela peut me faire ô ma maman
D’être cet employé pour qui seul rien n’existe
Pi-mus couples allant dans la profonde eau triste
Anges frais débarques à Marseille hier matin
J’entends mourir et remourir un chant lointain
Humble comme je suis qui ne suis rien qui vaille

Enfant je t’ai donné ce que j’avais travaille


LA PORTA

La porta dell’albergo sorride orribilmente
O mamma tutto questo che cosa può importare
A me questo impiegato per cui più nulla esiste
Pesci strani che a coppie vanno nell’acqua triste
Freddi angeli sbarcati a Marsiglia dal mare
Sento un canto che muore lento e che muore ancora
Umile come me che non sono più niente

Figlio mio io ti ho dato ciò che avevo lavora.




*

L’INTIMO PAESAGGIO [SONETTO]
(Rielaborazione di un testo poetico della mia raccolta “Ritorni”,
risalente agli anni Ottanta)

Quando urla il vento, lacera la vela
in ventagli di neve, e accende le onde
sull’intimo paesaggio, e al cuore cela
l’ombra fonda del sole. Ma vie bionde
indorano ora i raggi, e si rivela
il giorno, ora sereno - oltre profonde
acque e oceani di sogni - ragnatela
di steli d’oro, e calma pace infonde.
Le valli della mente e le spirali
- fra bianchi nastri e nubi della sera
nell’aria antica, con vòrtici chiari
oltre relitti di tramonti e mari -
la brezza spegne, spirando leggera
tra farfalle di stelle e luci di ali.


*

OMAGGIO ALLA POESIA DI VANNI SPAGNOLI

Appartiene a “Prigioniero dell’alba”, una bellissima e originale raccolta dei versi – che mi piacciono moltissimo – di Vanni Spagnoli, la lirica che qui riproduco (i lettori tengano presente che i caratteri tipografici scelti per il libro non sono questi, e sono a loro volta un’opera d’arte nell’opera d’arte).
Vanni Spagnoli, a mio parere, è un poeta non inferiore ai maggiori autori italiani dei nostri giorni.

.
Gli uccelli che assumono incerti
L’incontrastato dominio
Dell’aria
Nell’ora in cui gli dèi
Riposano
Nelle loro dimore alte
S’avventurano tra grida improvvise
In un brivido di voli bassi
Il cielo è accorciato
Ogni sera
Dal fremito continuo delle ali
.
Ringrazio Vanni Spagnoli per il dono dei suoi versi.


*

VERSES FROM SHARED IMAGES – 00 [ENGLISH – ITALIANO]
.

I traveled toward my old age, maybe.
I traveled between my dreams
and our reality -
this dream outside the dreams.
...
I travel now
between our words
and the world
of the persons I love. They are sweet
and pure as a new snow.
I’m traveling, now.

.

Ho viaggiato verso la vecchiaia, forse.
Ho viaggiato fra i miei sogni
e la nostra realtà –
questo sogno fuori dai sogni.
Io viaggio ora
fra le nostre parole
e il mondo
delle persone che amo e che sono dolci
e pure come la neve
che cade ancora.
Sto viaggiando, ora.

*

UNA BRÚJULA [JORGE LUIS BORGES]
.
Todas las cosas son palabras del
Idioma en que Alguién o Algo, noche y día,
Escribe esa infinita algarabia
Que es la historia del mundo. En su tropel

Pasan Cartago y Roma, yo, tú, él,
Mi vida que no intiendo, esta agonia
De ser enigma, azar, criptografia
Y toda la discordia de Babel.

Detrás del nombre hay lo que no se nombra;
Hoy he sentido gravitar su sombra
En esta aguja azul, lucida y leve,

Que hacia el confín que un mar tiende su empeño,
Con algo de reloj visto en un sueño
Y algo de ave dormida que se mueve.

.

YO HE ESCRIBIDO ESTE SONETO EN ITALIANO,
INSPIRADO PARA EL SONETO DEL GRANDE BORGES:

UNA BUSSOLA

Sono parole le ombre di ogni cosa:
le scrive in infinito labirinto
- la storia di chi vince e di chi è vinto -
nella sua lingua, Qualcuno o Qualcosa.

Passa Cartagine, e Roma, e l’ansiosa
vita che non capisco, e io, tu e il finto
mio crittogramma e l’enigma dipinto
e anche Babele discorde e furiosa.

Dietro i nomi sta ciò che non ha nome:
oggi ho intravisto la sua traccia, come
bussola in cui oscilla l’ago lieve

che del confine in mare indica il segno:
simile a un orologio apparso in sogno
o a un uccello che dorme e che si muove.



LORETO ORATI
da facebook


LE ROSE STRAPPATE AI GIORNI DI MAGGIO


I giorni di maggio si fanno tempesta

quando cuori d'inverno strappano le rose,

e non resta che il raccolto del sangue,

la semina negata al futuro,

tutte le spine del mondo conficcate nel ventre,

le mani dell'oscurità a graffiare ciò che resta della luce,

e resta un dolore,

un dolore che ammutolisce anche il silenzio,

un orizzonte crollato sulle spalle di un figlio,

carne di bambina maciullata, tra le mani di una madre,

e resta l'agonia dell'Amore,

disteso in un angolo buio, muto,

mentre il profumo delle rose svanisce lentamente

e comincia a nevicare, ancora una volta, nello stesso giorno di maggio...

*

FINO AL CAMPO APERTO DELLA TUA CARNE


Alla tua fonte torno a dissetarmi, ancora,

alle tue acque di rosa e desiderio,

umore aspro di miele appena raccolto,

e circondo i tuoi fianchi,

e lascio libere le mani, a riconoscerli ogni volta,

a farne mare per il mio estuario in alluvione,

e aspetto, paziente, il tuo tremare che mi scuote,

e che mi libera, finalmente,

nel solo abisso che non mi fa paura,

quello in cui precipito, esausto,

fino al campo aperto della tua carne...

*

E RITORNO


E ritorno,

da un tempo in cui non sono stato,

che le ore erano spine, ed io una rosa appassita,

e ritorno solo per le tue mani,

perchè mi hanno indicato un rifugio, un germoglio d'avvenire,

ed io non ho potuto che chiamarlo amore,

ed è tempo in cui sono,

tempo di spine ormai rattrappite, nel gelo in cui le ho abbandonate,

perchè adesso le ore si fermano a sorridermi,

e sei tu la rosa che trafigge i miei occhi...

*

UNA COSA RICORDERO' PER SEMPRE


Gli anni ci lasciano,

e lasciano memoria, a volte,

ma tante cose passano, e si dimenticano,

come tutti i giorni di pioggia,

certi dolori poco importanti,

un ritardo della primavera,

migliaia di sorrisi appena sfiorati

e qualche libro inutile,

ma una cosa ricorderò per sempre,

l'istante in cui ho fermato la mia auto

per lasciarti attraversare,

quelle strisce sbiadite, e i miei occhi storditi...

*

IN UN IMMOBILE RIPETERSI DELL'INCANTO


Il Tempo s'arrende ai paradossi dell'Amore,

svanisce nel lampo della Presenza,

dilata ombre e lontananza, quando l'Assenza è abisso,

e s'arrende a me, alla lama affilata dei miei occhi,

che t'imprigionano,

e ti proteggono,

e ti fanno scudo,

e ti vedono bambina, e donna, e fiamma d'amante,

radice che si fa azalea, e azalea che torna radice,

in un immobile ripetersi dell'Incanto...

*

...e dirò ancora grazie all'Amore,
all'istante dell'Incanto,
ai giorni delle fondamenta,
al giardino dei desideri,
e alle crepe, e alla caduta, nel volo spezzato dell'addio,
... e poi al tremare della memoria,
alle notti senza armistizio,
al faro, in lontananza, vaga intermittenza di assenza e di ritorno,
e dirò ancora grazie a te,
perchè sarei stato nulla, senza il miracolo di questo dolore...





LUIGI GIORDANO

L’uomo e il gabbiano


Come passeggeri di una nave affollata
anneghiamo negli stessi occhi
dell’orizzonte degli oblò.
Siamo come gabbiani
che giunti sulla linea del tramonto
pensano d’aver trovato la meta
In realtà hanno smarrito
anche la strada del ritorno
allora, i sopravvissuti ,
stanchi, tornano sulle loro scogliere.

*

Peso colorato sospeso
tremante sull’acqua
io ti rivolto
come nei fiumi il mio lungo viaggio.

*

La terra chiude gli occhi
le ciglia degli alberi annegano
sull’ultima
mela rossa
a dimenticarmi.

*

Striscia di vento all’improvviso
sterpaglia piegata
nelle radici il sonno

*

IERI

Voltai le spalle alla casa
e tutto sembrava ovattato
e tutto sembrava come
quando soffia il vento caldo da ovest
che corre perdendosi sotto l’orizzonte
e tra ciuffi d’erba e zolle di terra rosse di ferro
miele che sgorga.
Si sovrapposero strato dopo strato
I pensieri , così è la vita
e divenni l’oracolo del mio futuro
seppellii quello che capivo
il resto come un tizzone al fuoco
divenne cenere .

*

Siamo come quelle ombre
che si staccano dal corpo
per unirsi nell’amore
come le stelle dal cielo
per dissetarsi nell’oceano
ed è per questo che siamo sereni.

*

PICEA GLAUCA

Picea glauca si dondola nella notte
quando eccelsa ti sagoma il sogno
e lascia in te al mattino
radici sottili che il lieve manto della terra
non riesce a coprire
allora l’anima è sempre pronta
alla bava delle prime luci
che avvolgono metà della terra
ad attingere l’inchiostro che il buio
ci ha donato in cambio d’un foglio bianco.

*

META

Le acque del porto brillano
che sembrano tanti garofani bianchi
in un cielo sereno.
E’ bello piangere
quando si arriva.

*

DOMENICA

Un balcone mi raggira
su gerani a cascata
ed esco dalla bocca
tracciando corde musicali
come ad una festa.

*

ANNO NUOVO

Arrivano i primi segni
sul bordo del cielo
come su una lavagna nera,
sono le prime stelle che accompagnano
le vele dagli oblò rovesciati
a guardare il passato
sulla linea dell’orizzonte.
Così passano gli anni lisi.
Nell’amore terreno
in cui l’altro rimane,
consumandoti,
perché tu non sia più individuo
ma parte del buio inconsumabile
di quella lavagna nera
sul bordo del cielo



EZIO FALCOMER


UN ACANTO, UN LICHENE


Un acanto, un lichene
e trasmutarsi in liriche di vento
come di savana
eccedere nel compiersi
di favola gitana

amare e dire
il rosso della sera

come folle
su abissi e sommità
raccontare
l’odore di gimcana
fra corolle di luce
e freddi baratri di inerme niente.

*

OLANZAPINA

Sbroda una plebaglia d'inconsulte forme
in licantropa frenesia

la giostra del mio cuore
vuole andare oltre
sempre e comunque

acuminato dente si conficca
a stridere il mio sonno
la notte per amica e la caccia
ad imprese urgenti
bulimia selvaggia
spiaggia di fuochi accesi

solo una molecola per limite
e la mia saggezza
di reduce di sbarchi e liquami

solo una molecola e sinfonie di pagine
e voci
joker da scena
puttana di lungo corso
briccone trickster
sopravvivere comunque
a ogni sghimbescio
a ogni perplesso sguardo
di suocere madri mogli
piccolo borghesi
di vilipesi padri suoceri
zeri di fallo, di ordine ossessi
azzerati e sorpresi
dal timballo del lessico

solo una molecola
e il combattere allo stremo
con la morte per amica
e una fica d'ossessione

e il miracolo di amore
e la luce
che ti invade alla fine
come un alzarsi d'aquilone.

https://www.facebook.com/RottamiDoroEzioFalcomer201012

*

Mi vive qualcosa

Fluttuano da lava e poltiglia
le luride e artistiche cose,
come una flebo mi trascorrono le ore
e i secoli.
Genoma che visita i figli dei figli.
Ignaro dei padri, degli avi.
Scricchiola ogni legno pestato nel bosco;
è tundra, è taiga
la strada del sogno migrante.
Accadono i fenomeni
fanfara di luci, suoni, fetori
e bancarelle del porto.
Mi vive qualcosa
che permesso non chiese.

*

Le foglie

L’anima tua mi abita
gialla,
senza tormento.
Come un manto,
le foglie
dei tuoi giorni
indugiano sul mio viso;
la tua gioia mi sveste
da rottami e chincaglie.
L’amore è questo gelato che mangio,
esposto alla tua luce,
che di meraviglia
sprimaccia il cuscino,
lo ingolfa
di emozione e di senso.

*

Scialo

Scialo, deduco, drago
sradico liquami da calme fiale
conduco gli squali ai moli
il bruco diafano che ami
candito lo riduco al tuo fiele.




DUE POESIE DI FERRUCCIO BRUGNARO

ABBIAMO VISTO

Abbiamo visto e vissuto come il gelo
abbraccia l'erba di notte,
come il mare
addenta sempre le stesse baie.
Abbiamo visto e vissuto
ciò che altri uomini abborriscono
e altri ignorano. Abbiamo accettato
scalzi la neve, le giornate tristi
e interminabili e solo noi conoscemmo
il nevischio assiepato sui regoli
delle finestre, il sole trascinato via
di forza dal vento. Noi conoscemmo la luce
del silkenzio come nessuno, sentimmo come
nessun altro venire con la notte
l'amore degli astri e il cuore morire.


IO SOLO CON LA VITA

Abbandonatemi al buio
quanto più vi aggrada, allontanatemi isolatemi quanto vi fa piacere.
Io non vi dirò più nulla ormai,
il mio pensiero guarda solo all'amore:
con lui solo discorre
giorno e notte e va per la terra.
Sono un uomo, sono un uomo ora!
Il silenzio mi ha rivelato un camminamento segreto.
Il dolore
mi ha raccontato
cose grandi. Battete pure,
fate a piacimento.
Io sono con la vita
ormai
ho una vita tutta per me.





TERESIO ZANINETTI

Non per nulla
tutti i fiori ritornano nel perimetro estatico
del cuore rimasto
sgranulando bocci d'orchidee e trifogli
Nel caldo mattino
solleviamo briciole
per palpiti senza respiro e ancorché deserto
il prato riavrà parole dovunque l'aria lo voglia
silenzio
di fate di prua
nei vuoti balconi
dove rasserena la dolce canzone
di rabbie e singhiozzi
silenzio
non un'anima fiati
il silenzio si scioglie nel gelo.

(Dicembre 1994)

Dalla Rivista GRANDE VETRO, Maggio '07




GIORDANO GENGHINI

VERSI IN ITALIANO ISPIRATI DA LIRICHE DI POETI RUSSI – 1
“ALLA LUCE DELLA LUNA” DI KONSTANTIN BAL’MONT (1867 - 1943)
Una mia libera traduzione, in endecasillabi, di un sonetto di Bal’mont.

Quando la luna splende nel profondo
cielo notturno, e riluce d’argento,
la mia anima aspira a un altro mondo:
mi sento ad esso sospinto da un vento.
E boschi e monti e vette nella neve
vado sognando, ammalato d’eterno,
veglio e respiro la luna, e nel breve
incanto scordo la terra e il suo inferno.
In me io attiro quel bianco pallore
come un elfo rivesto il suo splendore
ne ascolto il silenzioso mormorare.
Dimentico sia il male sia la gente
e mentre tutto a me attorno scompare,
divento nube, brezza, soffio, niente.

*

ELFCHEN – [ITALIANO - ENGLISH] N. 15

Tutto
è incerto
ma noi abbiamo
radici, rami, eternità e
cielo.

Everything
is uncertain
but we have
roots, boughs, eternity and
heaven.

[L’ “Elfchen” è una poesia tedesca in cinque versi. La poetessa Marina Maggio me ne ha spiegate le semplici regole: eccole. Il primo verso è formato da una parola, il secondo da due, il terzo da tre, il quarto da quattro e il quinto e ultimo ancora da una.]

*

ELFCHEN - [ENGLISH – ITALIANO] n. 16

No
dream. We
live in islands,
before the bridges. Nothing
else.

Nessun
sogno. Noi
viviamo in isole,
prima dei ponti. Niente
altro.

*

LE MIE LIBERE VERSIONI IN RIMA DA GRANDI POETI – 2
[ITALIANO – PORTUGUÊS]
Quartina (“quadra”) ispirata da “Enigma” di José Saramago.


ENIGMA
Nasce in me un nuovo essere a ogni ora.
Chi ero, l’ho scordato. Chi sarò
conserverà dell’io che sono ancora
il compimento di quello che so.

ENIGMA [José Saramago]
Um novo ser me nasce em cada hora.
O que fui, já esqueci. O que serei
Não guardará do ser que sou agora
Señao o cumprimento do que sei.

*

MICROPOEM N. 26 [ENGLISH – ITALIANO]

Her old brain is almost nothing
her mind – a music
of a destroyed guitar.

Il cervello è quasi nulla
e la mente - una musica
di chitarra spezzata.

*

MINHA IMITAÇAO DOS GRANDES POETAS - 11 -
[ PORTUGUÊS - ITALIANO]

JULIETA A ROMEO (JOSÉ SARAMAGO)
É tarde, amor, o vento se levanta
A oscura madrugada vem nascendo,
Só a noite foi nossa claridade.
Já não serei quem fui, o que seremos
Contra o mundo há-de ser, que nos rejeita,
Culpados de inventar a libertade.

MINHA IMITAÇAO
È tardi, amore, il vento ora si leva
e l’oscura mattina sta nascendo:
solo la notte per noi fu chiarore.
Non sarò più chi fui: ciò che saremo
è contro il mondo, che più non ci vuole
e ci incolpa di libertà, mio amore.

*

TRES VERSOS COMPARTIDOS EN "MICROPOETRY Y AVES" – 3
[ITALIANO – ESPAÑOL]

MILAGROS

Pàjaros de luz
florece blanco el hielo
- el agua es cielo.


MIRACOLI

Lucenti uccelli
fiorisce bianco il gelo
- l’acqua è cielo.

*

NACHAHMUNG DER GROßEN DICHTER - 12 -
[DEUTSCH - ITALIANO]

HERMANN HESSE: “BEIM SCHLAFENGEHEN”
Nun der Tag mich müd gemacht,
soll mein sehnliches Verlangen
freundlich die gestirnte Nacht
wie ein müdes Kind empfangen.

Hände, lasst von allem Tun,
Stirn, vergiss du alles Denken,
alle meine Sinne nun
wollen sich in Schlummer senken.

Und die Seele unbewacht
will in freien Flügen schweben,
um im Zauberkreis der Nacht
tief and tausendfach zu leben.

UNA MIA LIRICA IN ITALIANO LIBERAMENTE ISPIRATA A
“BEIM SCHLAFENGEHEN” DI HERMANN HESSE.

IL MOMENTO DI CORICARSI
[Tre quartine di settenari rimati]

Stanco di questa giornata
dai desideri stremato
cerco la notte stellata
come un bambino assonnato.

Mani, cessate di fare,
mente, sia pace al pensiero:
è tempo di abbandonare
i sensi al sonno leggero.

È l’ora: l’anima, sola,
dentro la notte infinita
dal corpo libera, vola
verso una più intensa vita.



LORETO ORATI
(da Facebook)


CHISSA' SE TUTTO QUESTO E' DAVVERO POESIA


Chissà se tutto questo è davvero poesia,

questo denudarmi davanti alla moltitudine,

questo svestire i miei giorni,

i ricordi,

affidare alla luce tutte le cicatrici,

raccontare dei frammenti migliori, quelli che somigliano all'oro,

e delle pietre, quelle che sono e restano pietre,

e di tutto quest'amore,

strappato a forza dagli artigli della paura,

o precipitato tra le mie mani, così tante volte,

come una lama di Sole nel cuore del temporale,

e subito svanito, dentro la danza imprevedibile delle nuvole,

mentre tornavo a guardare il cielo,

a cercare una nuova lontananza d'azzurro,

mai sconfitto...

*


...ai limiti della notte sciolgo le catene,
dimentico l'ansia dei marciapiedi, il formicaio di metallo,
la finestra si fa confine, steccato da saltare solo per le stelle,
ora la mia terra è il tuo ventre, la tua terra il mio sangue...

*


IL GESTO DEL SOLLEVARSI


Siamo terra,

a volte radice, quando vinciamo ogni irrequietezza,

siamo possibilità d'incontro,

incrocio di strade che costringe ad una scelta,

siamo ipotesi di cielo, di sguardo alto,

troppe volte paura del volo,

ma oggi non temere le grandi altezze,

amore mio,

indossa le ali che ti ho portato in dono

e sfida finalmente ogni vertigine,

perchè l'amore è il salto dei coraggiosi,

e vive con cuore di albatro, sopra le amarezze del sale,

nel gesto del sollevarsi...

*


LA RADURA CHE COSTEGGIA IL LAGO


...E' la tua rosa notturna a privarmi del sogno,

perchè il sogno si fa carne, al suo dischiudersi,

e arrossiscono le stelle stesse, sopra il nostro passo a due,

e si voltano le ombre, a rivelare di nuovo il bagliore,

e svaniscono le ansie, le imboscate, il danno del tempo,

siamo miele e rugiada,

fatica e gemito,

intreccio di arditezze,

labbra sulle labbra, e fiamma,

radice di quercia ferma, profonda,

piantata dentro la radura che costeggia il lago...

*


LE MIE LABBRA NON SONO CHE SPONDE DI TERRA


E' nel tormento della parola

che respirano a fatica i poeti,

nella spina del verso,

nell'insonnia che rinnega il sogno,

e cercano luce, per spezzare tutto quel buio,

e frutteti rigogliosi, al centro preciso di ogni deserto,

ed io non posso che inchinarmi

davanti al sangue della bellezza, ai fogli d'oro e di miele,

al silenzio che diventa montagna inarrivabile,

d'echi che scuotono il mondo,

perchè le mie labbra non sono che sponde di terra

su cui germoglia soltanto il tuo nome...

*


LUIGI GIORDANO

La farfalla


Vola attorno i petali d’un fiore
quando il sole è alto
poi con un ultimo stacco
al calar del sole
torna nella crisalide lasciata vuota
come l’anima dal corpo.
A sera la ritrovi svolazzare su una vecchia
fotografia, adagiandosi
per qualche attimo,
e priva di forma come un’anima
e senza nome
scompare

*

TRATTO DA UN SOGNO

Mai un punto fu così lodevole
Assoluto, avvolgente
Come dentro un deserto nel cielo
Fumi gialli eterni
Ho scoperto
La tua sorte
Serena, implacabile, per sempre
In una sfera immutabile.

*

Scaverò il mare,
scaverò le onde,
cercherò i ricordi più profondi
nel ventre del tuo profumo,
nelle tue orme,
nei tuoi baffi come antenne
a percepir l’immense stelle
da orione alle pleiadi,
ai mandorli nella notte a far strada
alle lucciole,
e cigolar di onde piegate a schiuma,
tanta schiuma, come argento sotto la luce bianca
della lampara.
La storia non si ferma continua la sua strada
Anche su una lapide, senza aspettare
Il gelo dell’inverno,
e anche allora non ci sarà il vuoto
ma fuoco delle stelle inconsumabile,
perche conosciamo il sangue del mare
che esce dalle tue ferite per incoronare
il peso del tempo e il cielo, quando
s’inchinava sul mare.
Porterò croci sul mare,
la croce di un’amara solitudine.
Ma anche allora ti scriverò…e saprà di sale

*

Colava il sole
Dagli occhi dei monti
Come lava sulla faccia della terra
Piegando le braccia degli alberi
in preghiera.

*

Taci, nasconditi dietro il vento,
nasconditi, oggi è freddo.
Si alza dal profondo dell’anima
il gelo di questo giorno;
nasce e poi nel silenzio muore come le ombre
orfane d’un calore mai dato

Tuoi sono i pensieri, tue le emozioni.
Ogni secondo d’un secolo
vibra in te sigillato
ora tira su le coperte al vento
prima che la neve silenziosa e cieca divenga bufera.

*

Chiunque può entrare
In un quadro privo di cornice
un po’ come nei sogni
dove i luoghi non sono
mai perfettamente delineati
perché non hanno margini .


*

FEBBRAIO

Muovono al vento
come giunchi di Crimea
verdeggianti.
Fili e fili ronzano.
Con tanti nodi gli uccelli
scompongono il cielo
spargendo il buio
su pali grezzi
in un giorno di febbraio.

*


GIORDANO GENGHINI


POEMS POSTED IN FACEBOOK – 2
« LENTE EST LA NUIT » (UN MERVEILLEUX POÈME ÉCRIT
(9.02.20139 PAR LA POETESSE ANANDA DOE)
[ SEGUITO DA UNA MIA POVERA TRADUZIONE IN ITALIANO]


Lente est la nuit
En sa diction d'étoiles
réminiscentes,
S'écoule silencieuse la phrase
à la flamme éclairée,
Mortes, les étoiles ?
Mirage et rêve, la vie ?
Mais le rêve est réel et réelle la mort,
et réel ce que tes yeux voient.

Toutes ces présences-fantômes
hantant l'entre-deux monde...
Penser au chat, toujours sauvage, méfiant des seuils :
Il faut une ouverture, un espace pour la fuite
du corps.

Ainsi, la liberté se meut en sa prison mentale,
et se révèle, d'un voile obscure, que la maya elle-même
ignore.


[ LA MIA TRADUZIONE IN ITALIANO]

LENTA È LA NOTTE

Lenta è la notte,
nella sua dizione di stelle
reminescenti,
si esaurisce silenziosa la frase
rischiarata alla fiamma.
Morte, le stelle?
Miraggio e sogno, la vita?
Ma il sogno è reale e reale è la morte,
e reale ciò che i tuoi occhi vedono.

Tutte queste presenze-fantasmi
che frequentano il mondo fra-i-due-mondi...
Pensare al gatto, sempre selvaggio, che diffida delle soglie:
occorre una apertura, uno spazio per la fuga
del corpo.

Così, la libertà si intrappola nella prigione della mente ancora ,
e si rivela in un velo oscuro, che maya stessa
ignora.

*

MICROPOEMA N. 31 [ESPAÑOL-ITALIANO]
Es hermoso el invierno
del alma del amor
- luz de los cuerpos.

Bello è l’inverno
dell’anima d’amore
- luce dei corpi.

*

TWO MICROPOEMS

I
Il corpo del mondo
è forse un seme
per fare altri mondi.

II
Non so se riuscirò a capire
il senso della vita,
dopo la mia morte.

*

MICROPOEM N. 50 [ENGLISH – ITALIANO]

Ancient landscape:
the earth is empty
and rises from the flood
of the sea.
In the sky
as in a mirror
the invisible rivers
and the light
- greater than any galaxy –
that appears, very bright.

.
Antico paesaggio:
la terra è vuota
e sorge dal flutto
del mare.
Nel cielo
come in uno specchio
gli invisibili fiumi
e la luce
- più vasta di ogni galassia –
che risplendendo appare.


*

MICROPOEM N. 55 [ENGLISH – ITALIANO]

Our future can't be here.
On the fields, crows are crying.
I dreamed tonight
the shadow of my father
as alive. He had in his hands
a newspaper and a beer.
I saw him somewhere:
he smiled as those who know.
Someone here waits for dawn.
But our future can't be here.
.

Il futuro non è qua.
Sui campi, corvi gridano.
Ho sognato stanotte
l'ombra di mio padre
come vivo. Aveva in mano
il giornale e una birra.
Stava da qualche parte
col sorriso di chi sa.
Qualcuno aspetta l'alba.
Ma il futuro non è qua.

*





GIORDANO GENGHINI

TEXT BY EMILY DICKINSON (FROM “ANGELS, IN THE EARLY MORNING ,1859” )


“Angels, in the early morning, / May be seen the dews among, / Stooping – plucking – smiling – flying / Da the buds to them belong? // Angels, when the sun is hottest / May be seen the sands among, / Stooping – plucking – sighing – flying / Parched the flowers they bear along.”
.

TRADUZIONE IN ITALIANO: “Angeli, al primo mattino / si possono vedere fra la rugiada / chinarsi – strappare – sorridere – volare / i germogli sono là per loro? // Angeli, quando il sole è più rovente / si possono vedere nella sabbia / chinarsi – strappare – sospirare – volare /essi portano con sé i fiori appassiti.”

*

MICROPOESIA N. 14 [ ITALIANO - PORTUGUÊS]

Nel ricordo le barche vanno piano –
e l’acqua ascolta
il grido lanciato dal gabbiano.
.

Vão navegando os barcos
na lembrança – e a água escuta
o grito que lança a gaivota.

*

FERNANDO PESSOA, “QUADRAS AO GOSTO POPULAR” – N. 140
[“Quartine di gusto popolare”,
con una mia libera traduzione in versi ottonari rimati italiani]


140.
Há un doido na nossa voz
Ao falarmos, que prendemos:
É o mal-estar entre nos
Que vem de nos percebermos.

140.
Teniamo in noi prigioniero
un folle mentre parliamo :
è quel malessere oscuro
che appare se ci ascoltiamo.

*

(ITALIANO- ENGLISH) – 4

“Il sonno, il sonno congelato del suo corpo, è un mare profondo: / qui il porto invisibile attende tutte le anime / dietro il sole d'oro e dietro la vita, inspiegabili misteri”.

TRANSLATION IN ENGLISH - “This sleep, his frozen sleep, is a profound sea: /here the invisible harbour waits for all the souls / behind the golden sun and behind the life, inexplicable mysteries”.

*

ALGUNOS VERSOS (ESPAÑOL-ITALIANO) – 9

UNA IMITACIÓN DE GIORGIO CAPRONI

Mi partido politico
es muy fuerte.
En este invierno
es el único capaz
a abolir la muerte
para un tiempo eterno.


Soltanto il mio partito
è veramente forte.
In questo inverno
è il solo in grado
di abolire la morte
per un tempo eterno.

*



Un forte vento percuote
le case bianche
e muove tutte le tende
come vele
in un mare di luce.
.

A strong wind beats
the white houses
and it moves all the awnings
like sails
in a sea of light.

*

AS POESIAS DE PESSOA [PORTUGUÊS – ITALIANO] – 1

“TENHO DÓ DAS ESTRELAS” - FERNANDO PESSOA (ORTÓNIMO)


Tenho dó das estrelas
Luzindo há tanto tempo,
Há tanto tempo…
Tenho dó delas.

Não haverá um cansaço
Das coisas,
De todas as coisas
Como das pernas ou de um braço?

Um cansaço de existir,
De ser,
Só de ser,
O ser triste brilhar ou sorrir…

Não haverá, enfim,
Para as coisas que são,
Não morte, mas sim
Uma outra espécie de fim,
Ou uma grande razão –
Qualquer coisa assim
Como um perdão?


[TRADUZIONE IN ITALIANO ( DI LUIGI PANARESE ) “HO PENA DELLE STELLE - Ho pena delle stelle / che brillano da tanto tempo, / da tanto tempo... / Ho pena di loro. // Non ci sarà una stanchezza / delle cose, / di tutte le cose, / come di un braccio o delle gambe? // Una stanchezza di esistere, / di essere, / soltanto di essere, / l’essere triste lume o sorriso... // Non ci sarà, infine, / per le cose che sono, / non la morte, bensì / un’altra specie di fine, / o una grande ragione: / qualcosa così / come un perdono?”. ]

*



LUIGI GIORDANO


DOMENICA SERA


A sera della domenica
quando l’ultima luce
disegna gli angoli delle case
e oscillano le voci
e quella tristezza domenicale
stampata nell’aria
pervade il tuo essere
già da sempre.

*

IL TEMPO

Ti riappare agli occhi
solchi di rughe salate
scorrere fino ai baffi
Il lume della ragione
offro per uno specchio nuovo.

*

LA LETTERA

Nel calore d’un ceppo isolato
sta una donna accanto
al proprio cane.
Il tempo scivola
sull’inchiostro di una mano
come i giorni dell’anno
si radunano fino alla domenica,
fino alla fine dei fogli bianchi.

*

LE LENTI

Tre vene giganti
attraverso un paesaggio
lunare portano sangue
alla mia penna

*

Le rovesciate reti del porto
alzano il profumo
come un gas stagnante
sul paesaggio lunare
dei nostri sogni
come quando guardavamo
l’eclissi dal vetro affumicato
dei nostri polmoni ansimanti
dalla gioia del vapore.

*

GLI EX MORTI

Sei dentro una bara
come la luna nel cono del sole
a calzare di notte il mare
con parole nascoste
dietro l’inchiostro
sul banco abbandonato
in una profonda voragine
e piano si allontanano i passi
al suono di una campanella
nell’ira dei morti
appesi agli angeli.

*

Le camice, i pantaloni,
i maglioni, i guanti:
non sapranno mai che noi
li abbiamo indossati.
Giacciono lì, inconsapevoli, vuoti,
afflosciati su una sedia
aspettando quei morti
che non sanno
che noi siamo esistiti.

*

Ti guardano nel silenzio,

ti guardano come cercassero qualcosa.

A volte sono ostili, ingombranti,

ma mai freddi,

riempiono solo un vuoto,

creando calore

con le anime nuove

*

Il vapore di quel viso
svaniva sotto un sogno
vuoto d’ossigeno .
La tua bellezza si fermava
su uno specchio umido
disegnato da un dito.

*

Simile all'iride dell'occhio
il fiore lasciò i petali
dentro la sua forma interiore

Ceriale, 2012

*


LORETO ORATI
da facebook


IO SONO CIO' CHE NON DEVO ESSERE


Non chiamarmi più,

madre,

dalla tua casa antica dove finisce la salita,

forse verrò, un giorno, con i piedi feriti,

ma ora resto qui,

dove la valle si copre di ginestre,

a confondermi con il vento,

con le pietre smussate,

con il cielo più basso, quello che appartiene alla terra,

perchè io sono ciò che non devo essere,

io sono valle di ginestre,

e vento,

e pietra smussata,

e cielo basso,

e terra...

*


POCHE COSE CONSIDERO VITA


E' tutto un rincorrersi tra gli anni,

con il pugnale del tempo puntato alla gola

e qualche fiore da raccogliere, con pazienza e fortuna,

è tutto un risalire di stupori e bestemmie,

basse maree e pochi sorrisi da ricordare,

un intrecciare i giorni come perle coltivate,

forse una, o due, purissime e imperfette, trovate nei fondali del cuore,

un passare da qui che chiamiamo esistere,

una sosta, o una destinazione, magari solo un sogno,

ma poche cose io considero Vita,

le carezze di mia madre,

l'improvvisazione del tramonto,

i tuoi occhi che mi cercano, mentre mi stai aspettando...

*


AI CONFINI DEI NOSTRI OCCHI NON CI SONO NAZIONI


Ai confini dei nostri occhi non ci sono nazioni,

ci sono altri occhi,

e dentro quegli occhi si perde a distesa l'unica nazione che ha davvero un senso,

e non ha nessun confine,

e sono occhi che scavano, e strappano, e diventano iride del cuore,

e ci lasciano senza fiato, tremanti,

ad abbassare le palpebre per liberare una lacrima,

un rivolo appena percettibile di sale e di belle speranze,

destinato a quell'oceano che ha dimenticato tutte le burrasche,

finalmente...

*


.L'ASSENZA NON E' CHE UN VOLO IN LONTANANZA


L'assenza non è che un volo in lontananza,

accenno di orizzonti che non ci hanno ancora scelto,

coperti da scogliere in fiamme e resti di naufragi,

e aspettiamo, restando,

la stessa rotta da inseguire,

un sicuro ritrovarsi,

aspettiamo che la malinconia ci porti le stesse ali spiegate,

un segno,

un giorno buono per imparare a volare,

là dove cielo e terra e mare torneranno unico luogo,

unico nuovo abbraccio...

*

DOVE S'ILLUMINA LA NOTTE

Non un luogo,
un nome,
un volto,
un cantico,
seta e respiro,
carne profumata,
un volo,
il desiderio,
Bellatrix e Deneb,
tutti i giardini di Babilonia,
la mia morte e la Fenice,
l'incanto,
Tu...

*

L'ESTENSIONE DEL SOGNO

Mi chiedo spesso come tu sia riuscita a cambiare la mia vita,
forse magìa,
o solo quel caffè strappato a un giorno di pioggia,
e mi chiedo se a questo somigli il rivelarsi dell'amore,
al drappo d'oro che solo la tua mano ha saputo gettare sui miei giorni perduti,
al risveglio quotidiano che era gesto d'incertezza
ma che dal tuo arrivo è diventato estensione del sogno...

*


GIORDANO GENGHINI
(da Facebook)


KLEINE GEDICHTE [DEUTSCH - ITALIANO - ENGLISH] – 17


Worte können auch keine logische
wie Musik oder wie die Farben
in einem abstrakten Malerei.
Ein Gedicht kann
sogar so sein:
dann und wann
regen ist mein.

[ITALIANO: “Le parole possono essere anche senza senso logico / come la musica o come i colori /in un dipinto astratto. / Una poesia può essere / anche così: /grillo giallo / chicchirichì.”]
[ENGLISH: “Words can also be no logical/ like music or like the colors / in an abstract painting./ A poem can be even / so, as now: / sky is a raven / into the snow.”]

*


12 - QUOTES AND POEMS IN ENGLISH [CON TRADUZIONE IN ITALIANO] –
“WORD”, A SHORT POEM BY STEPHEN SPENDER (1909-1995), FROM “MEETINGS AND ABSENCE”


The words bites like a fish.
Shall I throw il back free
Arrowing to that sea
Where thoughts lash tail and fin?
Or shall I put it in
To rhyme upon a dish?

[LIBERA TRADUZIONE IN ITALIANO, DI ALFREDO RIZZARDI] “LA PAROLA - Morde la parola come un pesce. /Libera la lascerò andare / sfrecciante verso quel mare / dove il pensiero sferza coda e pinna? / O la trarrò a riva / per far rima su un piatto? ”

*


11 – QUOTES: CITAZIONI E POESIE [IN ITALIANO] –
“VIVRANNO PER SEMPRE? ” BY GIOVANNI GIUDICI (1924-2011), FROM “LA VITA IN VERSI”

Vivranno per sempre? .Sempre, sì – mi dicevo
e le vedevo
alla distanza del tempo rimpicciolire
lontanissime, in piedi, a braccia conserte
su quelle stesse soglie, o leggendo gli stessi giornali
crollando il capo, scuotendo gli stessi grembiali,
di nero o di grigio vestite e decisamente
fuori di moda come diventerà
ogni persona vivente
- ovunque e su quella stessa
strada fra il mare e una fila di platani
dove quieta ubbidiente e dimessa passò
la mia età infantile .- quelle persone viventi
che passarono poi come l’età
rispondendo di no alla domanda
che avevo dimenticata: no (dicendo)
non vivremo per sempre
- senza notizia alcuna, senza coscienza
di storia o di giustizia, senza il minimo dubbio
che un’altra vita sarebbe stata a venire
più vera, con più intelligenza:
e dunque senza viltà consegnate alla sorte
- alcune con stupore della morte,
con desiderio altre, con sofferenza.



*

EXTRAITS PAR LES « DERNIERS POÈMES D’AMOUR » DE PAUL ELUARD (1895-1952) [FRANÇAIS – ITALIANO] – 1


MATINES

J'ai rêvé d'une grande route
Où tu étais seule à passer
L'oiseau blanchi par la rosée
S'éveillait à tes premiers pas

Dans la forêt verte et mouillée
S'ouvraient la bouche et l'oeil de l'aube
Toutes les feuilles s'allumaient
Tu commençais une journée

Rien ne devait faire long feu
Ce jour brillait comme tant d'autres
Je dormais j'étais né d'hier
Toi tu t'étais levée très tôt

Pour matinale m'accorder
Une perpétuelle enfance

[TRADUZIONE ITALIANA] « MATTINI. /Ho sognato di una grande strada / Dove tu eri la sola a passare/L’uccello imbiancato dalla rugiada / Si svegliava ai tuoi primi passi // Nella foresta verde e bagnata / La bocca e l’occhio dell’alba si aprivano / Si accendevano tutte le foglie / Tu davi inizio a una giornata // Non dovevamo mancare nessun colpo / Quel giorno brillava come altri / Io dormivo ero un nato ieri / Tu invece ti eri alzata prestissimo // Per accordarmi mattutina / Un’infanzia senza fine. ”

*

PUZZLE 1 - [FRANÇAIS – ITALIANO]
[J'ai fait ce poème-puzzle en utilisant quelques vers coupés par Paul Verlaine (1844-1896) en « Épigrammes, XVI, VII : Nascita di Venere (Botticelli) »]


NASCITA DI VENERE (BOTTICELLI)
Vénus, débout sur le plus beau des coquillages,
aborde, nue, au moins sauvage des rivages,
ne cachant de son corps avec ses longs cheveux
que juste ce qu’il faut pour qu’y dardent nos voeux.
Le visage est suavement indifférent
et se pare d’une inquiétante innocence.

[TRADUZIONE IN ITALIANO : « NASCITA DI VENERE (BOTTICELLI) – « Venere, in piedi sulla più bella fra le conchiglie / approda, nuda, alla meno selvaggia delle spiagge, / e con i suoi lunghi capelli non nasconde del suo corpo nient’altro / che ciò che occorre ad attrarre il desiderio amoroso. / Il suo viso è soavemente indifferente / ed è abbellito da una innocenza inquietante.”



*

ELFCHEN - [DEUTSCH – ITALIANO - ENGLISH] -. 28

Vielleicht
unser Nest
ist der Himmel,
das Haus der Sonne.
Vielleicht.

Forse
nostro nido
è il cielo,
la casa del sole.
Forse.

Perhaps
our nest
is the sky -
house of the sun.
Perhaps.

 -------------------------------



La luce a Venezia
è la sola anima galleggiante
che respira e sospira con lei
per le sue vicissitudini

La sua antica memoria
ha vivi i ricordi
dei giochi fatti insieme
fino a quell'ultimo nascondino
da che nessuno fece più tana

La luce si chiede ancora
cosa spezzò quell'amicizia
ma chi correndo
cadde dentro a un pozzo
non udì più la sua cara voce
(se non un'eco di sgolato pianto
a strugger le budella)

A tentoni
il braccio lungo della luce
andò per ripescarla e non bastò
(a volte il buio che inghiotte vince)

Lotta Venezia
perché si materializzi il miraggio
di uscire alla luce
e con la luce
prendersi sottobraccio
discutere dei tempi andati
e confidare
nella vita nuova
che rispunta
(e riluce)


Andrea Crostelli






LUIGI GIORDANO


Nei giorni tranquilli che precedono
la mattina della messa
nell’orto abbandonato
ti accompagnano piccoli rumori,
rami secchi e suoni di piccoli animali,
un tavolo vecchio, una bottiglia dal vetro verde,
una tazza venata, un lapis sdentato, e un forcone
dal manico consumato.
Quando sei solo, tutto cambia forma,
anche la terra e i profumi,e
All’improvviso le persone passate
ritornano sotto i venti di scirocco
per ripartire dopo la messa
guardando passare dall’orto i ricordi.

*

Quanti timidi veli la notte stringe tra le dita
Quante mani incrociate
Le chiese sono piene di ginocchia lussate
Tutti i giorni sono come gli anni
Come terribili tempeste
E croci accecate da fulmini
Mentre si leva dalla ciurma la preghiera
Nessuna preghiera ce li fa tornare
Che breve cammino
Lascia l’albero maestro
Vieni via con me prima,
Prima che il mare ci cacci.

*

Il tempo è strano
qualche passo ed entri in casa
i panni sono ancora sulla sedia
il caffè sale borbottando
il fuoco vola in cielo
lasciando l’ultima cenere bianca
le parole e le cose osservano
una pausa di silenzio.
Io me la ricordo così questa storia.

*

IL CINEMA

Probabilmente non ci sarai
tra strade e alberi che corrono nella notte
e luci,
non ci sarai al caffè
non ci saranno più gesti e voci,
non ci saranno più le strade bagnate
e i lunghi viali
nei colori delle foglie
d’un cinema appena chiuso
nel sapore delle caramelle
mentre il proiettore urlava il cinegiornale

*

PADRE E FIGLIO

In quel mondo separato
da una piccola membrana
mentre chiudi le ciglia del regno
a piccoli passi veloci
tra lingue diverse
ti infrangi nel limbo
d’un pensiero così amato
che neanche l’amore
poteva contenere quel regno
così invisibile agli occhi
verdi di quell’amore filiale
che nasceva nel tempo
dove anche la morte
cambiava aspetto.
Questi furono i giorni
Che capii di quanto amore
Fummo fatti.

*





GIORDANO GENGHINI
(da Facebook)
.

CITATIONS ET TRADUCTIONS DE VERS [FRANÇAIS – ITALIANO] – 1
VERS DE PAUL ELUARD (1895-1952) – PAR “BELLE ET RASSEMBLANTE.”, DANS LE RÉCUEIL “LA VIE IMMÉDIATE”
Un visage à la fin du jour
Un berceau dans les feuilles mortes du jour
Un bouquet de pluit nue
Tout soleil caché
Toute source des sources au fond de l'eau
Tout miroir des miroirs brisés
Un visage dans les balances du silence
Un caillou parmi d'autres cailloux
Pour les frondes des dernières lueurs du jour
Un visage semblable à tous les visages oubliés.

[TRADUZIONE IN ITALIANO: “Un viso alla fine del giorno / Una culla fra le foglie morte del giorno / Un mazzo di pioggia ignuda / Nascosto ogni sole / In fondo all’acqua ogni fonte delle fonti / Spezzato ogni specchio degli specchi / Nelle bilance del silenzio un viso / Una pietra fra altre pietre / Per le rame delle luci estreme del giorno / Un viso che somiglia tutti i visi dimenticati.”]


[Traduzione del poeta Franco Fortini (1917-1994)]

*

CITAS Y TRADUCCIONES DE VERSOS [ESPAÑOL – ITALIANO] - 3
VERSOS DE PABLO NERUDA (1904-1973) – POR “ODA AL TIEMPO”, EN “ODAS ELEMENTARES”
[...]
Es bello como lo que vivimos
envejecer viviendo.
Cada día
fue piedra transparente,
cada noche para nosotros fue una rosa negra,
y este surco en tu rostro o en el mío
son piedra o flor,
recuerdo de un relámpago.
Mis ojos se han gastado en tu hermosura,
pero tú eres mis ojos.
[...]
[TRADUZIONE IN ITALIANO: “[...] / È bello / così come siamo vissuti / invecchiare vivendo. / Ogni giorno / è stato una pietra trasparente, / ogni notte per noi è stata una rosa nera, / e questi solchi nel tuo volto e nel mio / sono pietra o fiore, / ricordo di un lampo. / I miei occhi si sono indeboliti mentre guardavo la tua bellezza, / ma tu sei i miei occhi. / [...]”]

*

VERSOS DE AMOR EN ESPAÑOL (CON TRADUCCIÓNES) - 1
CITA DE PEDRO SALINAS (1891-1951): “LA VOZ A TI DEBIDA”, XVII
[Photo (from the web): lovers, a painting made by Alphonse Mucha ]

Para vivir no quiero
islas, palacios, torres.
¡Qué alegría más alta:
vivir en los pronombres!

Quítate ya los trajes,
las señas, los retratos;
yo no te quiero así,
disfrazada de otra,
hija siempre de algo.
Te quiero pura, libre,
irreductible: tú.
Sé que cuando te llame
entre todas las
gentes del mundo,
sólo tú serás tú.
Y cuando me preguntes
quién es el que te llama,
el que te quiere suya,
enterraré los nombres,
los rótulos, la historia.
Iré rompiendo todo
lo que encima me echaron
desde antes de nacer.
Y vuelto ya al anónimo
eterno del desnudo,
de la piedra, del mundo,
te diré:
"Yo te quiero, soy yo".

[TRADUCCIÓN EN ITALIANO (POR EMMA SCOLES) – “LA VOCE A TE DOVUTA, XIV - /Per vivere non voglio / isole, palazzi, torri. / Che altissima allegria / vivere nei pronomi! // Getta via i vestiti, / i connotati, i ritratti; / non ti voglio così / travestita da altra, / figlia sempre di qualcosa. / Ti voglio libera, pura, / irriducibile: tu. / Quando ti chiamerò, so bene / fra tutte le genti / del mondo, / solo tu sarai tu. / E quando mi chiederai / chi è che ti chiama, / che ti vuole sua, / sotterrerò i nomi, / le pergamene, la storia. / Comincerò a distruggere quanto / m’hanno gettato addosso / da prima ancora che nascessi. / E ritornato ormai / all’eterno anonimato, / del nudo, della pietra, del mondo, / ti dirò: /«Io ti voglio, sono io».” ]

*

VERSES OF THE GREEK POETS – VERSI DEI POETI GRECI [ ENGLISH – ITALIANO] – 1,
1904

[ENGLISH – “VOICES”, BY CONSTANTINE KAVAFY - Ideal and beloved voices / of those who are dead, or of those / who are lost to us like the dead. // Sometimes they speak to us in our dreams; / sometimes in thought the mind hears them. // And with their sound for a moment return / other sounds from the first poetry of our life -- / like distant music that dies off in the night. (Translation by George Barbanis, in his website).]

[ITALIANO - “VOCI”, DI COSTANTINOS KAVAFIS – Ideali amate voci / di coloro che son morti o come i morti / sono per noi perduti. // A volte ci parlano in sogno / a volte esse ci vibrano dentro. // E con il suono, per un istante l’eco fa ritorno / della prima poesia di nostra vita - / come lontana nella notte una musica che dilegua. (Traduzione del poeta Nelo Risi e di Margherita Dalmàti, Torino 1992)]

*

ANTOLOGIA MÍNIMA DOS VERSOS DOS HETERÓNIMOS DE FERNANDO PESSOA (1888-1935), COM TRADUÇÃO EM ITALIANO – 2
CITAÇÃO DE “A PASSAGEM DAS HORAS – ODE SENSACIONISTA” I, VERSOS 1-5 - POESIA DO HETERÓNIMO ÁLVARO DE CAMPOS –

(Dedição – A José de Almada-Negreiros – Almada-Negreiros: você não imagina como eu lhe agradeço o facto de você existir – Álvaro de Campos)
(Dedica - A José de Almada-Negreiros - Almada-Negreiros: lei non immagina quanto le sono grato per il fatto che esista - Álvaro de Campos)

Sentir tudo de todas as maneiras,
Viver tudo de todos os lados,
Ser a mesma coisa de todos os modos possíveis ao mesmo tempo,
Realizar em si toda a humanidade de todos os momentos
Num só momento difuso, profuso, completo e longínquo.
[...]

[TRADUZIONE IN ITALIANO DI PIERO CECCUCCI (MILANO 2012)] “IL PASSAGGIO DELLE ORE – ODE SENSAZIONISTA - Sentire tutto in tutte le maniere, / vivere tutto da tutte le parti, / essere la stessa cosa in tutti i modi possibili e allo stesso tempo, / realizzare in sé tutta l’umanità in tutti i momenti / in un solo momento diffuso, profuso, completo e distante. / (...) ]




DUE POESIE DI PIERNICO FE'
 


America Latina senza stelle

E’ America l’ antica scala che la fatica affanna senile ?
Anime senza neppure un marciapiede ,
dai sottili manifesti ci guardano.
America è spazzatura al sole ,
il nuovo giovane Dio indio distoglie lo sguardo stanco
dalle nostre sale .

Non è più qui l’odore che ha solo la morte
e non più vita e morte che si distinguano;
la speranza nuovissima d’un ultimo,
ci sorprende a bere un ultimo caffè .

*


Ragazzo del ‘99

Ti hanno ingannato ! Fante contadino ,
strappato alla tua vita ,alla montagna ,ai sassi grigi,
al sole .
Il “giorno” lasci il tuo vestito usato
al grigioverde fuori di misura ;
il treno delle nebbie , al fronte , alla tragedia .
Lì per strappare terre e genti tue ?
Tu non sai nulla degli “onori”,
sai bene d’un mulo e della sua salita.
Conosci i colpi di lampi insanguinati ,
del poco pane , un pranzo e la tua cena.
Tieni stretti nei pugni sedicianni
dietro gl’occhi chiusi dagli scoppi ,
ombre grandi come le tue pietre ,
silenzi come la tua casa;
ma sogni il tuo sentiero, i fiori,
l’erbe e i buoi pazienti .
In quelle notti di sola morte ,il tempo da te migra ,
risuona la tua campana e in bocca una canzone
tra i denti , d’ un gemito bambino .
L’urlo di silenzi troppo uguali e senza posa,
un grido dal buio ,poi...nulla ,un pianto dirotto
del compagno,
chissà quali i pensieri e i sogni sulle lontane ali del tempo .

Torna ai sassi grigi la tua parte viva
è nuova guerra con la sua salita ,
onori festeggianti non ne hai ,
gusti il tuo tempo il tuo formaggio , gl’anni
vivi d’un lento mormorio di voci,
vegli le pietre dei tuoi cari sposi.
Preghiere bianche per due bianche croci.


Piernico Fè




LORETO ORATI
[da Facebook]


TRA LA STANZA ACCANTO E LA CINTURA DI ORIONE

Impotenti,
nella finitezza del san...gue,
assetati d'amore e d'immortalità,
uomini e donne al confine dell'incanto
come custodi infelici di castelli in rovina,
viviamo di piccoli morsi, o nel digiuno,
ipotesi di dèi nel sogno dei poeti,
ci muoviamo con la pesantezza di un pianto,
a volte con la sfrontatezza dei fiori in autunno,
tra la stanza accanto e la cintura di Orione,
ma non il tempo dev'essere catena,
nè le distanze,
o l'ipotesi dell'addio,
un divenire in alto, questo dovremmo inseguire,
perchè arriva sempre il giorno in cui smette di nevica
e maggio ci travolge...

*


MI SONO FERMATO DAVANTI ALLA TUA CASA


Mi sono fermato davanti alla tua casa

come sulla porta di un santuario,

ed ho pregato l'amore perchè mi aprisse ogni serratura,

ed abbattesse lo steccato intorno al tuo giardino,

perchè mi lasciasse entrare nelle tue stanze benedette

con il passo tremante di chi giunge all'istante del miracolo...

*


GLI OCCHI DELLA MADRE


Gli occhi della madre sono i nostri occhi,

la stessa trama di rughe,

lo stesso intreccio delle vene, sulle mani consumate

da tutte quelle carezze, lungo il rosario degli anni,

e ricordi ancora il primo giorno di scuola,

il tuo pianto sulle scale,

il suo pianto dell'abbandono,

e ancora lei, ad aspettare,

con le stesse braccia aperte di oggi,

ormai fragili roccaforti,

intatte mura d'amore...


*

PER IL BREVE TEMPO DI UN SORRISO


Sono rimasto in silenzio

tutte le volte che avrei dovuto darmi una risposta,

ho abbracciato così poco mia madre,

ho visto mio padre curvarsi, e mi sono sentito maestrale,

ho camminato su strade ancora da costruire,

ho avuto dubbi, una certezza, poco coraggio,

mi sono affidato al cuore, alle ali di Icaro,

ho coltivato rose e ortiche, ho cercato tesori mai perduti,

ma ti sono appartenuto, per il breve tempo di un sorriso,

e ho vissuto davvero, in quel fragile danzare di labbra...

*

LA QUESTIONE DELL'ORIZZONTE


C'è un luogo dove la terra si curva, sotto il peso del cielo,

dove il nostro sguardo deve fermarsi,

dove nasce l'istinto del viaggio, il senso delle vele,

dove cominciano altre nazioni, altri canti, altri amori,

e spesso mi sono chiesto se valga davvero la pena partire,

sfidare le montagne, o la strada salata del mare,

per giungere magari a città da cui vorremmo solo ripartire,

e che sia nel gesto del ritorno, il vero cuore dell'andare,

o si risolva in uno stupore immobile, la questione dell'orizzonte,

quello che mi coglie nell'istante del tramonto,

quando tutto si ferma, perchè so che stai arrivando...

*


NELL'ASSENZA DELLA TREGUA


In quello che mi circonda, non sono,

nell'assenza della tregua,

nelle strade torturate dal drago di lamiera,

nel caos di tutti questi silenzi in fila,

e sbanda la poesia, su parole lisce,

sul disincanto che non disgela,

sugli occhi bassi,

mentre amore volta le spalle ai timorosi

ed io gli corro dietro, con poco fiato ancora...

*


Del mio tempo il senso
A Felice Serino

 
Ascoltami, Felice, esiste

una forma che sgretola

le cose, entra ossigeno

nel sangue ed è la poesia.

Dove tu sei ancorato

ad un computer per emergere

dalla chiave della

nebbia, immagino la città

di te da me visitata nel 1984.

Dove accade la vita ed è la

Vergine a prendermi per mano

sotto il Manto, gioisco e

trasalgo per mio figlio

amato e non voluto diciottenne.

Calma estiva nelle mattine

di pace occidentale nella sua

per economia differenziandosi

essenza,

da quella dell’Africa Centrale,

la morte dei bambini neri.

Presagi di gioia, Felice, dopo

le visite rarefatte alle librerie

e alle farmacie e i libri letti,

lo squillo del telefono,

la voce degli amici e

bere il vino rosso per redenzioni.

Parlano i pini del Parco Virgiliano

e un messaggio giuntomi per e-mail

da sorgiva ragazza, dice che

le sono piaciute molto le mie poesie

sul sito di Felice Serino.

Pasolini e Dario Bellezza

vegliano, maledetti angeli.

Mio figlio guida l’auto con

sicurezza, padre gioioso, ho spiato

il suo diario dove ha scritto

sei una ragazza affascinante

verresti a cena con me?

Ieri succhiava dalla tetta.

 

Alessia, perdonami una vita!!!

 

Raffaele Piazza





GIORDANO GENGHINI

[da facebook]

CITAÇOES E POESIAS DOS POETAS PORTUGUESES [COM TRADUÇÕES EM ITALIANO] - 2
SOPHIA DE MELLO BREYNER ANDRESEN (1919-2004))
-
“AS CIGARRAS”
Como o fogo do céu a calma cai
No muro branco as sombras são direitas
A luz persegue cada coisa até
Ao mais extremo limite do vísivel
Ouvem-se mais as cigarras de que o mar.

[TRADUZIONE IN ITALIANO DI FEDERICO BERTOLAZZI, MILANO 2013: “LE CICALE – Con il fuoco del cielo la calma cade / Sul muro bianco le ombre sono diritte / La luce insegue ogni cosa fino / Al più estremo limite del visibile / Si sentono più le cicale del mare.”]

*


EXTRAITS PAR LES « DERNIERS POÈMES D’AMOUR » DE PAUL ELUARD (1895-1952)
[FRANÇAIS – ITALIANO] – 10

« ET UN SOURIRE », PAR « LE PHÉNIX » (1951)
La nuit n'est jamais complète.
Il y a toujours puisque je le dis
Puisque je l'affirme
Au bout du chagrin une fenêtre ouverte
Une fenêtre éclairée
Il y a toujours un rêve qui veille
Désir à combler faim à satisfaire
Un cœur généreux,
Une main tendue une main ouverte,
Des yeux attentifs
Une vie la vie à se partager.

[TRADUZIONE ITALIANA] “E UN SORRISO – La notte non è mai completa / C’è sempre perché lo dico / Perché l’affermo io / In fondo al dolore una finestra aperta / Una finestra illuminata / C’è sempre un sogno che veglia / Desiderio da appagare fame da soddisfare / Un cuore generoso / Una mano stesa una mano aperta / Degli occhi attenti / Una vita la vita da dividersi. ”

[On a publié en France le livre avec les « Derniers poèmes d’amour » de Paul Eluard à Paris (1962 et 1993). En Italie, sous la direction du grand poète Mario Luzi (1914-2005), on les a publiés à Firenze (1996), traduits par Vincenzo Accame. Surtout pour le groupe « Les poèmes de Paul Eluard », mais aussi pour quelques autres groupes en Facebook, je veux proposer un choix de ces vers du grande poète : en Français, et traduits en Italien.]

*

TRÊS VERSOS [PORTUGUÊS – ITALIANO -] – 22
Em cada hora
o coração do céu, escondido
no céu dimora.

[IN ITALIANO: “In ogni ora / il cuore del cielo , nascosto / nel cielo dimora.”]

*


SOME VERSES (ENGLISH – ITALIANO) – 50

Maybe
the whole universe
is a mask
of the true reality
that our eyes
cannot see.
.

Forse
tutto l’universo
è una maschera
della vera realtà
che l’occhio umano
mai vedrà.

*


THREE VERSES (ENGLISH – ITALIANO) – 51

A white bird flying
leaves a bough – as from its body
goes away a soul.

[TRADUZIONE IN ITALIANO: “ Un uccello bianco volando / lascia un ramo – come dal suo corpo / si stacca un’anima.”]

*

LITERARY MOSAIC IN TWO LANGUAGES [ENGLISH – ITALIANO] – 2
VERSES OF THE POET DYLAN THOMAS (1914-1953)

Beyond this island
beyond this sea of flesh
beyond this bone coast
the land lies out of sound
and the hills out of mind...
Over the border
lover be lost, love shall not
and death shall have not dominion.

[I took these verses of Dylan Thomas from his poems “Ears in the turret hear”, “ And death shall have no dominion” and “Poem in October”]

TRADUZIONE IN ITALIANO: “Al di là di questa isola / al di là di questo mare di carne / al di là di questa costa di ossa / si estende la terra fuori da ogni suono / con le colline fuori dalla coscienza... / Oltre il confine / si perderanno gli amanti, non l’amore / e la morte non regnerà.”

*

LOS SEIS TANKAS DE JORGE LUIS BORGES (TANKA 5 Y TANKA 6) – [ESPAÑOL – ITALIANO] -
[con mi libre traducción en Italiano, en 31 silabas (5 - 7- 5 - 7 - 7) como en los versos originales de los tankas de “El oro de los tigres”, y con la ilustración de un cuadro que me gusta.]

5.
Triste la lluvia
Que sobre el mármol cae
Triste ser tierra.
Triste no ser los días
Del hombre, el sueño, el alba.

6.
No haber caído
Como otros de mi sangre
En la batalla.
Ser en la vana noche
El que cuenta las sílabas.

[TRADUZIONI IN ITALIANO]
TANKA 5. “Triste la pioggia/ che cade sopra il marmo/ triste esser terra. /E non essere i giorni/ dell’uomo, il sogno, l’alba.”
TANKA 6. “Non sono morto/ come altri del mio sangue/ nella battaglia. /Io nella vana notte/ sono chi conta sìllabe.”

*

SOME VERSES (ENGLISH – ITALIANO) – 58
By television I see blood again
also in this morning, men against men –
I come up: there is no more rain
and I see a ladybug on a wood
from which the sun ray emerge:
sadness and happiness merge.

[TRADUZIONE IN ITALIANO: “Alla televisione vedo ancora sangue / anche stamattina, uomini contro uomini - / esco: non c’è più pioggia / e vedo una coccinella su un legno / dal quale emergono i raggi del sole: / tristezza e felicità si confondono. ”]





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