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DELL'INDICIBILE E ALTRO
EMOZIONI DELLA SCRITTURA
Autori vari












ROBERTO ROSSI TESTA

 

Da LA NOTTE DELL’IMPRESA

 

 

Da Poesie per un no

Nino Aragno Editore, collana Licenze Poetiche

Torino, 2010

 

 

Dalla sezione CANZONI PRIMA DEL RISVEGLIO

[ proposte nella rubrica Poesia Condivisa su poesia2punto0 ]

 

Attento, pescatore,

il fiume è quasi immobile

ed il sole martella.

I tuoi occhi si chiudono

e dall’acqua si leva

una nebbia di sogni:

i tuoi morti ti chiamano,

miagolando insidiosi

come gatti o pallottole.

Incontrali, se vuoi,

le occasioni non mancano,

ma non in questo sonno.

Scuotiti, pescatore,

cala la lenza e rema:

ai tuoi fianchi le rive,

davanti a te l’oceano.

 

*

 

Tutto ciò che ricordo

è la tua gonna aprirsi

a ruota su di un prato

in una danza estiva,

e il ricadere molle

di un ricciolo ribelle

dai capelli rialzati

sulla tua nuca bianca.

Ma dietro al tuo ricordo

vengon colori d’albe

e di tramonti, orbite

di stelle e di pianeti;

e il canto delle lingue,

sul pentagramma ondoso

di tutti gli alfabeti.

 

*

 

Da Sposa del vento. Poesie 1984-2004

Nino Aragno Editore, Torino, 2007

 

 

Canto per la venuta

 

I.

Verrà. Verrà! Ancora

non ha volto né nome

ma saprò riconoscerlo

e in che modo chiamarlo

perché so da che punto

sarà la sua venuta

e ho imparato a distinguerlo

da tutti gli impostori.

Notte e giorno sto fisso

verso quell’orizzonte

non osando nemmeno

più battere le ciglia

per cogliere il momento.

 

II.

Verrà ed accoglierà

verrà ed assolverà

malgrado la sua legge

che adesso appare adatta

solo a prendere in fallo

ma che paleserà

la sua misericordia.

Brucerà interamente

tutta la legna verde

che ora fa lacrimare.

Nessuno non ne andrà

sollevato e gioioso.

 

*

 

Da Stanze della mia Sposa

Hellas, Firenze, 1988

 

Donna che sei la sorte, e che conosci

ciò che ancora non so:

sorridimi una volta,

non sospingermi sempre dove imparo

solamente a morire.

Ogni ramo si tende incontro al sole,

per me fa’ che non tardi:

fu già irriconoscibile l’aprile,

nell’estate che volge alla sua fine

fammi almeno sentire il dolce alito,

la tua carezza, che doveva crescermi.

Lascia che viva un poco, ormai che parto;

e poi, sul tuo cammino,

sia vera la promessa, e chiaro il giorno…

Tu sei la luce in forma di sorriso,

ti guardo, e col tuo sguardo vedo il dio

che dentro al petto canta;

anche se non mi ascolti e non mi parli,

anche se fuggi: e mi rimane un velo,

solo un velo di te,

nella mano protesa, mentre affondi.

 

 

 

Sito web di provenienza:

www.ebook-larecherche.it

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KONSTANTINOS  KOKOLOGIANNIS
 
 

Senza Musica - Takis Varvitsiotis

Sulle foglie appassite
Sospende la stagione

Il giardino è pieno di mani tagliate

Chiudete il mio cuore
Chiudete i miei occhi...

Mi sono disgustato a raccogliere morti

Aimè!
I papaveri solo
ritrovano
Il loro sangue sull'erba

La gente ormai non sanno più musica
Alberi scompaiano

E’ rimasto solo il cielo



traduzione: Konstantinos Kokologiannis




GIORGIO CELLI
 
[entomologo e poeta
1935-2011]
 
Memorandum con una poesia da “Gli Eldoradi quotidiani
 
Le strade della mia vita
stanno in città lontane
vanno attraverso il naufragio delle nuvole
ai confini della sera
tutte queste strade continuo a percorrerle ogni giorno
e vado sempre al di là
a ritrovarmi nel cuore della notte
sul precipizio delle stelle
le tenebre mi sono familiari.
 
*
 
In memoria di Roberto Roversi
 

«Rulla tamburo e porta la tua voce
alle foglie degli alberi più alti
per ricordare:
davvero l’uomo adesso può cambiare
e può correre con i piedi scalzi nudi
come sui carboni dell’inferno
nelle città, sulle strade e lungo il mare
dove un tempo si annidavano le fiere
del pregiudizio
e rendevano la vita un eterno
stracciare di bandiere.
Ma oggi se l’inverno viene
la primavera non è più lontana.»

(Roberto Roversi, “Rulla tamburo”)

 

 


 
EZIO FALCOMER
 
 
Sbrachi di vento
 
Per le regioni dell'essere
scarrugina la nuvolaglia
di ansimi e di occasioni perdute.
Spore di speranza,
sbrachi di vento su rughe,
silenzi...
 
E' questa brodaglia di attimi,
di sincopate abrasioni
e di strenue lotte barbariche
sul bordo del nulla che...
 
Autentico ti rende la fine intravista,
spaccone e pirata
nei gangli del giorno
 
a sputare orgoglio di vita.
 
*
 
Luce abisso 
 
Luce mia
voci dal di dentro
 
è arcana l’anima
filamentosa
dita di mille miti
 
bolidi e stanchezze
quotidiano mistero
evanescenza collosa
 
sento subisco
anelo
 
la notte
licantropa a volte
paludosa di poi
 
questa fauce
questo buco orifizio inferno
da saturare
di cibo fumo liquidi
 
di molecole e simboli
 
questo plumbeo abisso
a cui sfuggire
ancora e ancora
 
guerriero
 
*
 
La luce migra folaga 
 
La luce migra folaga
alle beate terre del tuo brivido
carezzo perla
pulsante
e bacio sussulti
di lamento azzurro e ocra
miro deità e zagare accecanti
se stringo i tuoi fianchi ardenti
indecente innocenza
ribelle gatta come vilucchio
feroce laccio
a planare su marosi gonfi
saturi di rovesci
e potenti scalmi e tempesta
densa onda e potente
siamo
da morirne oppiati
a bonaccia
sradicati da gravure
vocati alla pace gravida
degli odori che lasciano i piovaschi
quando troppa era calura.
 
*
 
Attinia
 
Intravvedo la notte e la rabbia
nella lucentezza delle cose.
Desidero una pace che cavalchi
l'oceano d'esistere,
dall'alto delle cime.
Capra di montagna,
attinia protesa al reef,
silenzio assordante,
sangue che fa rumore.
 
Insistere
alle radure di boscaglie,
di macchie inesplorate,
all'ascolto del paradosso
inesprimibile,
dove un refolo
si racconta in mille pagine,
dove un chicco replica
epopee indaffarate;
dove un seme coglie
la chiave dell'estinguersi
di galassie e di fiammelle
di fornelli difettosi.
 
 
[dal sito: scrivere.info]
 
 
 

CALIPSO

Nutre questa spiaggia
mia fame di un sempre nuovo qualcosa

di brividi soglia varcare
desidero
contro una noia che suona di peso

mi muovo
tra meandri di alghe
di palme di ruderi
cimiteri di naufraghi
uomini afflitti

desidero e non morirò
ma non muore il mio desiderio

un altrove Zeus mi vieta
mi annienta il Fato il roseo domani

donna mortale
d’amore di uomo
sfamarmi
ricordare uno ieri
un futuro inseguire
verso lui protendere le mani
potessi.

(Ezio Falcomer, “La vita picara”, Lanuvio RM, 2010

Acquistabile qui:
http://www.narrativaepoesia.com/catalogo_pg_2.html ;

sito facebook https://www.facebook.com/pages/La-vita-picara-Poesie-di-Ezio-Falcomer/117641654945712?ref=hl )




LORETO ORATI
[da Facebook]
 
LA DANZA DELLA DONNA-SALICE

In questo vento d'autunno che scuote la memoria
io rivedo la danza della donna-salice, ora che la musica tace,
là, dove la torre a mare custodisce ancora
la risacca adolescente del mio amore di collina,
ma tutte queste montagne non mi proteggono dal silenzio,
dal passaggio di giorni senza risposte,
come fossero artigli di una stagione incattivita,
e resto qui, impigliato nella rete di di troppe domande,
forse con qualche colpa, ma nessun rimpianto,

con le mani a raccogliere terra, mentre vorrebbero stringere acqua salata,

resto qui, con lo sguardo intrappolato a sud, a cercare un cielo finalmente terso,

ad aspettare una notte come quelle che mi hanno ucciso,
senza dolore,
con la spada affilata della meraviglia,
con il gesto inaspettato e travolgente di un miracolo...


*
 
IL DISAGIO DEL TEMPO

 
E' il disagio del Tempo, quello che ora mi stordisce,
io che al Tempo non ho mai creduto,
io che ho sempre ridotto gli anni ad un risveglio,
ma oggi che vedo piegarsi mio padre e mia madre,
oggi che vorrei sentire la tua voce, e resti muta,
oggi le ore graffiano, e domina la penombra,
e germogliano rughe sulla pazienza,
e cadono pietre sul campo dei girasoli,
ma resto ancora qui, immobile, a sfidare il passaggio,
a rinnegare la resa,
a cercarmi in un altro risveglio,
a cercarti...


*
 
 
 
IL RACCOLTO DELLA PAROLA

La semina delle parole non ha stagione,
ogni giorno, può essere giorno di raccolto,
ma io ho visto solo pochi giganti con mani di contadino,
fragili e callose come quelle di un dio rinnegato,

ed ho visto la loro falce calare sicura, a sterminare frumento, e sillabe,

e li ho visti curvarsi, sul tavolo della bellezza, ad impastare versi, e cicatrici rivelate,

e di notte abbracciare con desiderio i fianchi della poesia,
e addormentarsi dentro l'alba, sfiniti, tra pochi fogli strappati
e tutte le pagine di cui ha bisogno la speranza...


*
 



 
           

L'ufficiale avolese Francesco Giangreco

che scoprì Ungaretti sul Carso

 

di Gianpiero Chirico

                 
                 
             
           

              Inizia sul Carso messo a ferro e fuoco, l'avventura dell'uomo di penna naufragato nel «porto sepolto»; l'amicizia tra un poeta da scoprire e un generale pigmalione si apre su un'età, quella della Grande Guerra del 1915-'18, che segna la nascita alla poesia di Ungaretti, soldato di trincea, assegnato al fronte, nella brigata Brescia, 19º reggimento, compagnia comandata dal tenente Francesco Giangreco, siciliano.

              Giangreco è un ufficiale inflessibile e un uomo incline alla cultura: sin dal primo momento capisce che quel giovane è diverso dagli altri. Tutto inizia quando un suo sottufficiale ritiene opportuno riferire su alcuni episodi che si ripetono con una certa frequenza. Racconta di un soldato assente e assorto che più di una volta ha attirato le schioppettate austriache a causa della sua mania di accendere un fiammifero o una lampada tascabile per annotare misteriose parole su fogli di carta.

              La storia la racconta Antonio Brancaforte, già docente di filosofia all'Università di Catania, (IBN), che ha raccolto la testimonianza del generale Giangreco, suo suocero, prima che morisse.

              Il tenente Giangreco incuriosito dal foglio matricolare del ventisettenne soldato dalle origini italoegiziane e formazione francese, lo fa chiamare e ne rileva l'intelligenza: il fante Ungaretti parla «impulsi incoercibili. a fissare immagini affioranti da oscure profondità». Ungaretti rischia la corte marziale e la fucilazione: i commilitoni del poeta lo credono una spia per l'atteggiamento, per il suo silenzio, per la sua diversità.

              Il tenente decide di non farlo processare per spionaggio, così come segnalato dai subalterni.

              È l'inizio di un'amicizia e di uno scambio di idee. il tenente ha trovato un interlocutore, anche se non capisce la poesia rivoluzionaria dell'allora sconosciuto Ungaretti, il quale ha solo pubblicato qualche lirica sulla rivista fiorentina «Lacerba», spregiudicata e combattiva, che sulla testata riporta un verso programmatico di Cecco d'Ascoli: «Qui non si canta al mondo delle rane».

              Giangreco prende anche la decisione di toglierlo dalla trincea e lo assegna ai servizi nelle retrovie, dove può svolgere solo mansioni d'ufficio. Questo non impedisce, comunque, ad Ungaretti di partecipare, quando è proprio necessario, ad azioni di guerra, ma gli concede il tempo per coltivare i propri interessi.

              Il giovane può adesso accendere tutte le luci che vuole e scrivere lontano dalla trincea.

              Senza rendersene conto l’ufficiale aveva predisposto quelle condizioni ottimali per favorire la nascita di un poeta.

              Giangreco confidò anche di essere stato il primo ad ascoltare la stesura di «Stasera». Al fronte, nelle gelide notti del Carso, Ungaretti leggeva e il tenente ascoltava: «Balaustra di brezza per appoggiare la mia malinconia stasera», ma versione che sarebbe diventata altrimenti: «Balaustra di brezza per appoggiare stasera la mia malinconia».

              I versi ascoltati dal tenente vengono pubblicati in una plaquette di ottanta copie a cura di un altro amico letterato e militare per caso, Ettore Serra, dal titolo emblematico di «Il porto sepolto» del 1916: fu lo stesso Giangreco a far incontrare i due.

              Ungaretti ha conosciuto diversi scrittori che lo hanno educato al gusto per l'avanguardia, come Mallarmé, Laforgue, Apollinaire, Fort, Léger, Soffici, Papini, Prezzolini, Braque e Serra. Ma è Giangreco, sconosciuto ufficiale di fanteria, silenziosa figura di amico, a incoraggiare il poeta: semplicemente levandogli la baionetta e mettendogli nelle mani la penna. Ha capito forse prima di tutti qual è la natura che anima l'uomo Ungaretti. Che infischiandosene della guerra e delle fucilate, sentiva di dover accendere fiammiferi, come scriverà nella «Vita d’uomo» edita da Mondadori nel 1974.

              Quale influenza ebbe il Giangreco su Ungaretti? La risposta è nelle stesse confessioni di Ungaretti. «Sono nato poeta in trincea». In guerra dice di «aver trovato il linguaggio: poche parole piene di significato che dessero la mia situazione di quel momento. Quest'uomo solo in mezzo ad altri uomini soli, in un paese nudo, terribile, di pietra, e che sentivano, tutti questi uomini, ciascuno singolarmente la propria fragilità».

              Del carteggio Giangreco-Ungaretti non rimangono che due lettere; una del 1942, l'altra del 1963. La prima è una risposta a una lettera di felicitazioni per la nomina a membro della Reale Accademia d’Italia. La seconda è invece lo stanco rifiuto del poeta all'invito di recarsi nuovamente sul Carso.

              Forse senza quell'uomo il poeta avrebbe avuto maggiori probabilità di morire nella roulette della guerra.

 
              (in La Stampa, Tuttolibri 13.3.'04)
 
              


 

 

 




DA "IL LIBRO DELL' INQUIETUDINE"
DI BERNARDO SOARES (eteronimo di FERNANDO PESSOA)

33. 
(154)                                                                                                                               15.9.1931


       Nuvole… Oggi sono consapevole del cielo, poiché ci sono giorni in cui non lo guardo ma solo lo sento, vivendo nella città senza vivere nella natura in cui la città è inclusa. Nuvole… Sono loro oggi la principale realtà, e mi preoccupano come se il velarsi del cielo fosse uno dei grandi pericoli del mio destino. Nuvole… Corrono dall’imboccatura del fiume verso il Castello; da Occidente verso Oriente, in un tumultuare sparso e scarno, a volte bianche se vanno stracciate all’avanguardia di chissà che cosa; altre volte mezze nere, se lente, tardano ad essere spazzate via dal vento sibilante; infine nere di un bianco sporco se, quasi volessero restare, oscurano più col movimento che con l’ombra i falsi punti di fuga che le vie aprono fra le linee chiuse dei caseggiati. 
       Nuvole… Esisto senza che io lo sappia e morirò senza che io lo voglia. Sono l’intervallo fra ciò che sono e ciò che non sono, fra quanto sogno di essere e quanto la vita mi ha fatto essere, la media astratta e carnale fra cose che non sono niente più il niente di me stesso. Nuvole… Che inquietudine se sento, che disagio se penso, che inutilità se voglio! Nuvole… Continuano a passare, alcune così enormi (poiché le case non lasciano misurare la loro esatta dimensione) che paiono occupare il cielo intero; altre di incerte dimensioni, come se fossero due che si sono accoppiate o una sola che si sta rompendo in due, a casaccio, nell’aria alta contro il cielo stanco; altre ancora piccole, simili a giocattoli di forme poderose, palle irregolari di un gioco assurdo, da parte, in un grande isolamento fredde. 
      Nuvole… Mi interrogo e mi disconosco. Non ho mai fatto niente di utile né faro niente di giustificabile. Quella parte della mia vita che non ho dissipato a interpretare confusamente nessuna cosa, l’ho spesa a dedicare versi prosastici alle intrasmissibili sensazioni con le quali rendo mio l’universo sconosciuto. Sono stanco di me oggettivamente e soggettivamente. Sono stanco di tutto e del tutto di tutto. Nuvole… Esse sono tutto, crolli dell’altezza, uniche cose oggi reali fra la nulla terra e il cielo inesistente; brandelli indescrivibili del tedio che loro attribuisco: nebbia condensata in minacce incolori; fiocchi di cotone sporco di un ospedale senza pareti. Nuvole… Sono come me un passaggio figurato tra cielo e terra, in balìa di un impulso invisibile, temporalesche o silenziose, che rallegrano per la bianchezza o rattristano per l’oscurità, finzioni dell’intervallo e del discammino, lontane dal rumore della terra, lontane dal silenzio del cielo. 
      Nuvole… Continuano a passare, continuano ancora a passare, passeranno sempre continuamente, in una sfilza discontinua di matasse opache, come il prolungamento diffuso di un falso cielo disfatto. 
  

Traduzione di Maria José de Lancastre e Antonio 



Massimo Caccia
Da: Ex silentio

ante MMXII

 

 

 
per mia moglie
 

La tua attesa, dolce di certo,

angustiata da legittime paure,

getta davanti al nostro esistere

l’inciampo d’un crocicchio.

E tu creatura ignota, ancora

nel profondo di calde mucose,

domani assieme andremo

con ritmo marcato da trappole.

Cos’è il momento eterno, allora?

Un’impronta nel mondo desolato.

 

Scopa Valsesia, 5 agosto 1994
 
*
 
 
Post mortem

 

Ormai pallide luci rischiarano

di fine novembre quest’artica sera

mentr’io stremato d’impressioni

d’un mondo lontano dal nudo essere,

m’attardo nell’inerte dispersione.

Eppure, anche se la carne rimpiangere

m’invita le giornaliere parvenze,

di me qualcosa all’oltre aspira.

 
*
 

Deboli esseri, troppo deboli

siamo sotto questo rabbioso sole.

Nello sgranare del mio rosario

riprovo ad intonare l’antifona

che riconvoca al raccoglimento.

M’hanno affranto le noie

che tutto lecito rendono,

del vuoto attorno, delle forzate

ragioni, dei torti patiti:

ancora fiato mi rimane

per urlare il mio dissenso?

 
*
 

Ancora gl’incubi delle folli notti

al viver posto a caso abbandonate.

Dietro l’angolo l’angoscia ciocca

per l’intrapreso cammino segnato

con umano sgomento.

Il silenzio di Dio sul mio eremo

immobile grava, infranto indugia

il nulla dallo scrocchiare dell’esistenza.

Finalmente il baratro nella genesi

catturato dalla contemplazione:

il cielo in terra imprevisto s’apre.

 

*

 

Come il vento ovunque,

tremula fronda all’albero ratta,

spesso mi domando quanto l’affanno

possa contare quando il nulla

a nient’altro che al nulla consente.

Cuore di pietra, già nuda morte

in gola ti strozza il ritmo roco

ed ormai più non intuisci l’acuto

spasimo delle fracassate ossa.

 

*

 

Mottetto

 

Umano frantume, del tempo sguardo

l’impietoso declinare, infitto

all’esser nato per la morte: dunque

lugubre ossessiva litania

intono (inesorabile scacco

m’accomuna ai disprezzati).

Troppo gracile mi desto dal sonno

(lo stare al mondo pretende forza)

per resister alle lusinghe:

con pretenzioso commiato osservo

la rovina dell’universo

cercando di non lasciarmi esistere.

 
Galliate, 29 settembre 2000.
 
 
 

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Patrizio Dimitri

 

Da: Tutto è visibile
 
 
Dalla sezione: Fuga dall’ombra
 
 
PASSAGGI SEGRETI
 

Conosco i neri trabocchetti

le creature crudeli

che solcano gli abissi

posso svelare i segreti

passaggi che portano alla luce.

Oggi un sole artificiale

mi acceca e si dissolve

sul cantiere minaccioso

che ci fa tremare.
 
*
 

RICETTA DEL SANGUE

 

Nel padiglione delle salme

esito sulla soglia estiva

leggo la formula del sangue

cercando nei numeri salvezza.

Una lacrima invano cade

dove la cifra sola si divide

e infinitamente muore.
 
*
 
AERODINAMICO
 
Sono fuori di me

esco per fare un giro

prendo un sorso d’aria

pesante lascio un’impronta

nelle strade del silenzio.

Sono giorni appesi

al cielo insidiosi e densi

di nuvole e vele

velocemente vorrei

tornar leggero
volatile e lieve
aerodinamico.
 
*
 

RICOVERO INATTESO

 

Sette persone in attesa

nella stanza dei mali

dei bianchi pensieri

sette pazienti in divisa

nell’anticamera del sogno

ogni visione è schermata

oscillano i ricordi illesi

sul baratro affilato

della primavera.
 
*
 
Dalla sezione: Passaggi nel buio
 

RITI DI SOPRAVVIVENZA

 
Sottile e oscuro

è lo spessore della pelle

escogito strategie

terapie quotidiane

riti di sopravvivenza

a breve termine.

Quando cala il gelo

ho un repertorio esiguo

nei vagoni ferroviari

agli angoli delle strade

nei tunnel del raccordo

lo spettro delle mie azioni

è limitato e vano:

sono una statua di gesso

un robot fuori controllo

il convitato di pietra

della mia paura.
 
*
 
SALDI MORTALI
 

Oggi non sono in vena

porto a spasso il mio sangue

nelle buste della spesa

al supermercato dei corpi

si compra la morte a rate

ogni ferita è in saldo

è gratis ogni referto.

Sfilatemi la benda

emostatica del cuore:

nel cinematografo della notte

il film delle mie budella

è un corto d’autore.
 
*
 

PALOMBARO DELLA NOTTE

 

Io sono il palombaro

della notte in bilico

oscillo sull’abisso del sogno

sfiorando numeri e nomi

sotto il mio peso affonda

ogni relitto-ricordo.
 
*
 
PENSIERI PERDUTI
 

Con spilli colorati

vorrei fermare i miei pensieri

conservarli sotto vetro

come spoglie allineate

nere fragili farfalle

di una viva collezione.
 
*
 
Dalla sezione: Strane storie
 
SMS
 

Nei centri commerciali

e nelle multisale è guerra

i fidanzati scrivono

messaggi veloci

sms: si muore soli.

 

 

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Odysseas Elytis - Il monogramma (1971)


Piangerò per sempre - mi senti? - Per te
da solo, in Paradiso

I
Girerà altrove i graffi
della palma, la Moira come controllore
Un attimo accosentirà il Tempo

In quale altro modo, poichè le persone si amano
Può rappresentare il cielo la nostra budella
E l'innocenza colpira il mondo
Con la nera dura della morte.

II
Piango il sole e piango i prossimi anni
Senza di noi e canto le cose passate
Se sia vero

Messi d’ accordo corpi e barche bruciavano dolcemente
Le chitarre che lampeggiavano sotto le acque
Le frasi "credimmi" e "non"
una volta in aria, una in musica

I due piccoli animali, le nostre mani
Che cercavano di salire di nascosto l'uno all'altro
Il vaso con i gerani alle porte aperte
Ed i pezzi, i mari che arrivano insieme
Sopra i muri di pietra, dietro le recinzioni
L’ anemona seduta nella tua mano
E tre volte tremava il viola tre giorni sopra
le cascate

Se tutto questo sia vero io canto
La trave di legno e il quadrato fado
Sulla parete, la Sirena con i capelli sciolti
Il gatto ci ha fissato nel buio
Bambino con incenso e la croce rossa
Sul far della sera sulle rocce l’inaccessibile
Piango l'indumento che ho toccato e mi è arrivata la gente.

III
Così parlo di te e di me

Perché ti amo e nel amare conosco
Di entrare come Luna piena
Da tutte le parti, al tuo piccolo piede nell’ enorme biancheria
strappando i gelsomini - e ho la forza
Adormentata, di soffiare e di portarti
Nei passaggi della luce lunare nelle gallerie marine nascoste
Alberi ipnotizzati con ragni argentati.

Hanno sentito di te le onde
Come carezzi, come baci
Come sussurri la 'cosa?' e la 'e'
Attorno al collo la baia
Sempre noi la luci e l’ombre

Sempre tu l’asterisco ed io, la barca oscura
Sempre tu il porto ed io la lanterna a destra
Il molo bagnato e la lucentezza sui remi
Su nella casa col vigneto
Le rose legate, l’ acqua che si raffredda
Sempre tu la statua di pietra ed io, sempre l'ombra che si cresce
La serranda inclinata tu, l 'aria che l’apre io
Perché ti amo e mi ami
Sempre tu la moneta ed io la passione che la incassa:

Sia la notte, sia il rumore nel vento
Sia la goccia in aria, sia la quiete
Intorno il mare magistrale
Arco del cielo con le stelle
Sia il minimo del tuo respiro
Che non ho più niente altro
All'interno delle quattro pareti, il soffitto, il pavimento
Urlare da te e di colpirmi la mia voce
Odorare da te e di scatenare gli uomini
Poiché l'inesperto e l’ importato da altrove
Non li sopportano le persone ed è presto, mi senti
E 'ancora presto in questo mondo amore mio
Parlando di te e di me.

IV
E 'ancora presto in questo mondo, mi senti
Non si sono domati i mostri, mi senti
Il mio sangue perso e l’ affilato, mi senti
Coltello
Come ariette che corre in mezzo al cielo
Ed i cloni delle stelle piega, mi senti
Sono io, mi senti
Ti amo, mi senti
Ti tengo e ti porto e ti vesto
Il bianco abito da sposa di Ofelia, mi senti
Dove mi lasci, dove vai e chi, mi senti

Ti tiene la tua mano sopra le inondazioni

I viticci tropicali grandi e la lava dei vulcani
Arriverà il giorno, mi senti
Di seppellirci, e i migliaia prossimi anni
Brillanti rocce ci faranno, mi senti
Di lucidare su di loro la mancanza di cuore, mi senti
Delle persone
E migliaia di pezzi di buttarci

In acqua uno per uno, mi senti
La mia ghiaia amara conto, mi senti
Ed è il tempo è una grande chiesa, mi senti
Dove una volta le figure
dei Santi
Piangono lacrime vere, mi senti
La campane si aprono la sù, mi senti
Un passaggio profondo per passare
Aspettano gli angeli con candele e canti funebri
Da nessuna parte non vado, mi senti
O nessuno o entrambi, mi senti
Il questo fiore di tempesta e, mi senti
D’ amore
Una volta per sempre l’hanno tagliato
Ed è impossibile fiorire diversamente, mi senti
In un altra terra, in un'altra stella, mi senti
Non c'è il suolo, non c’è aria
che abbiamo toccato, io stesso, mi sento

E nessun giardiniere è stato fortunato in altri tempi

Da un inverno così e dal vento del nord, mi senti
Di agitare fiore, solo noi, mi senti
Nel mezzo del mare
Solo dalla volontà di amore, mi senti
Abbiamo alzato l'intera isola, mi senti
Con grotte e con cavi, scogliera fiorita
Ascolta, ascolta
Chi parla con le acqua e chi piange - mi senti?
Chi cerca l’altro, chi grida, mi senti?
Sono io che grido, e sono io che piango, mi senti
Ti amo, ti amo, mi senti.

V
Di te ho parlato a vechii tempi
A bambinaie sapienti ed a ribelli pensionati
Da che cosa è il dolore selvaggio che hai
Il riflesso sulla faccia dell'acqua traballante
E perché, dice, che vicino a te,arriverò
che non voglio amore, ma voglio il vento
Ma voglio il galoppo del mare montante, scoperto

E per te, nessuno aveva sentito
Per te nè il roveto ardente nè il fungo
nelle parti alte di Creta, niente
Per te solo Dio ha accettato di condurre la mia mano

Più di quà, più di là, con cura in tutto il giro
della riva del viso, le baie, i capelli
Sulla collina agitando a sinistra

Il tuo corpo nella postura del pino solitario
Occhi di orgoglio e del trasparente
Fondo, all'interno della casa con il vecchio scrinium
I lacci gialli ed il legno dei cipressi
Solo aspetterò dove ti presenterai
Su nella soffitta o dietro delle piastre del giardino
Con il cavallo del Santo e l'uovo di Resurrezione

Come un murale distrutto
Grande come ti voleva la piccola vita
Per entrare nella candela il bagliore vulcanico
Che nessuno ha visto e udito
Nulla nel deserto, le case diroccate
Né l’ antenato sepolto nel bordo laterale nel cortile
Per te né la vecchia con tutte le sue erbe mediche

Per te solo io, può anche la musica
che caccio da me ma torna più forte
Per te, il seno informe dei dodici anni
che guarda al futuro con il cratere rosso
Per te come spilla l’odore amaro
Che trova nel corpo e trafigge la memoria
Ed ecco la terra, ecco i piccioni, ecco la nostra antica terra.

VI
Ho visto tante cose e la terra mediante la tua mente sembra più bella
Più bella tra i vapori d'oro
La pietra affilata, più bello
Il blu degli istmi e i tetti dentro le onde
Più bei i raggi dove senza calpestare passi
Imbattuta come la Dea di Samotracia sopra le montagne
del mare

Così ti ho guardato e mi basta
E tutto il tempo essere assolto
Dentro il solco che il tuo passo lascia
Come un delfino principiante di seguire

E giocando con il bianco e con il blu, la mia anima!

Vittoria, vittoria dove mi sono sconfitto
Prima l’amore ed insieme
Per il tempo e per il giul-birshimi
Vai, vai, anche se mi sono perso
Da solo, ed è il sole il bambino appena nato che tieni
Da solo, ed sono io il paese che piange
Anche se il logos che ti ho mandato tiene per te la foglia di alloro
Da solo, il vento forte e solo perfettamente rotondo
Ciottolo nel guardare del fondo scuro
Il pescatore che ha alzato e poi ha butato di nuovo dietro ai tempi
il Paradiso!

VII
In Paradise ho segnato un'isola
Come te, ed una casa al mare

Con un letto matrimoniale e una piccola porta
Ho buttato al senza fondo un'eco
Per guardarmi ogni mattina quando mi sveglio

Per vederti a trascorrere a metà nell'acqua
E a metà a piangerti a lungo in Paradiso.

traduzione Konstantinos Kokologiannis
[è approssimativa ma merita riprodurre quest'opera pregevole - n.d.e.]








JORGE LUIS BORGES

IL COMPLICE



Mi crocifiggono e io devo essere la croce e i ...
chiodi.

Mi tendono il calice e io devo essere la cicuta.

Mi ingannano e io devo essere la menzogna.

Mi bruciano e io devo essere l'inferno.

Devo lodare e ringraziare ogni istante del tempo.

Il mio nutrimento son tutte le cose.

Il peso preciso dell'universo, l'umiliazione, il giubilo.

Devo giustificare ciò che ferisce.

Non importa la mia fortuna o la mia sventura.

Sono il poeta.





ANTONIA POZZI


Per Emilio Comici

Si spalancano laghi di stupore
a sera nei tuoi occhi
fra lumi e suoni:

s’aprono lenti fiori di follia
sull’acqua dell’anima, a specchio
della gran cima coronata di nuvole…

Il tuo sangue che sogna le pietre
è nella stanzaun favoloso silenzio.


Misurina, 7 agosto 1938

*

Sgorgo

Per troppa via che ho nel sangue
tremo
nel vasto inverno.

E all’improvviso,
come per una fonte che si scioglie
nella steppa,
una ferita che nel sonno si riapre,

perdutamente nascono pensieri
nel deserto castello della notte.

Creatura di fiaba, per le mute
stanze, dove si struggono le lampade
dimenticate,
lieve trascorre una parola bianca:
si levano colombe sull’altana
come alla vista del mare.

Bontà, tu mi ritorni:
si stempera l’inverno nello sgorgo
del mio più puro sangue,
ancora il pianto ha dolcemente nome
perdono.

(12 gennaio 1935)

*

Desiderio di cose leggere

Giuncheto lieve biondo
come un campo di spighe
presso il lago celeste

e le case di un’isola lontana
color di vela
pronte a salpare –

Desiderio di cose
leggere
nel cuore che pesa
come pietra
dentro una barca –

Ma giungerà una sera
a queste rivel’anima liberata:
senza piegare i giunchi
senza muovere l’acqua o l’aria
salperà – con le case
dell’isola lontana,
per un’alta scogliera
di stelle –


1° febbraio 1934

*

Funerale senza tritezza

Questo non è esser morti,
questo è tornare
al paese, alla culla:
chiaro è il giorno
come il sorriso di una madre
che aspettava.
Campi brinati, alberi d’argento, crisantemi
biondi: le bimbe
vestite di bianco,
col velo color della brina,
la voce colore dell’acqua
ancora viva fra terrose prode.
Le fiammelle dei ceri, naufragate
nello splendore del mattino,
dicono quel che sia
questo vanire
delle terrene cose
– dolce –,
questo tornare degli umani,
per aerei ponti
di cielo,per candide creste di monti
sognati,
all’altra riva, ai prati
del sole.

3 dicembre 1934

*

Alpe

(...)
Sulle vette,
quando la brezza che ci sfiora è l’alito
di vite arcane riarse di purezza
ed il sole è un amore che consuma
e, a mezza rupe, migrando le nubi
sopra le valli, rivelando a squarci,
con riflessi di sogno, la pensosa
nudità della terra, allora bello
sopra un masso schiantarsi e luminosa,
certa vita la morte, se non mente
chi ci dice che qui Dio non è lontano.

Pasturo, 28 agosto 1929

*

LASCIATE CHE IO MI PERDA


O lasciate lasciate che io sia
...

una cosa di nessuno

per queste vecchie strade

in cui la sera affonda -

O lasciate che lasciate ch’io mi perda

ombra nell’ombra -

gli occhi

due coppe alzate

verso l’ultima luce -

E non chiedetemi - non chiedetemi

quello che voglio

e quello che sono

se per me nella folla è il vuoto

e nel vuoto l’arcana folla

dei miei fantasmi -

e non cercate - non cercate

quello ch’io cerco

se l’estremo pallore del cielo

m’illumina la porta di una chiesa

e mi sospinge a entrare -

Non domandatemi se prego

e chi prego

e perché prego -

Io entro soltanto

per avere un po’ di tregua

e una panca e il silenzio

in cui parlino le cose sorelle -

Poi ch’io sono una cosa -

una cosa di nessuno

che va per le vecchie vie del suo mondo -

gli occhi

due coppe alzate

verso l’ultima luce -

*

Fine 7

Ritorno ed è ancora sul greto
orma di mare
mentre l’onda si esilia.
E m’imbarca:
e saluto le rive e i colori,
sfumo nel dolce morente
tramonto,
con te mare,
ora vasta
della mia fine notturna.

*

Da PAROLE, 1938
LAMENTAZIONE

Che cosa mi hai dato
Signore
in cambio
di quel che ti ho offerto?
del cuore aperto
come un frutto –
vuotato
del suo seme più puro –
gettato sugli scogli
come una conchiglia inutile
poi che la perla è stata
rubata – (...)

Milano, 6 maggio 1933





DAI “DIARI” DI ANTONIA POZZI

[...] Stasera, in fondo a una strada di asfalto terso, al di sopra di un muro c’era un immenso cielo di tramonto, in mezzo il campanile di una chiesa, quadrato come una torre. Ma nemmeno quel cielo mi voleva, anche quel cielo non risolveva niente, e non era mio, né io sua. Mio sarebbe solo se lo potessi eternare attraverso la mia persona, assorbire e riesprimere da me, nutrito del mio sangue umano per andare fra gli uomini. [...] Desiderare di donarsi non puà non essere la suprema delle aspirazioni di una creatura; ma volersi ad ogni costo donare quando del rifiuto delle cose si ha già coscienza, è uno sconfinare illecito, un proiettarsi in gigantesche fantasie che non hanno più realtà di un’ombra nera sul muri.
Lavorare. [...] Ma che diritto ho io di parlare dei miei versi, come di qualche cosa che giustifichi la mia inerzia, la mia inattività pratica? [...]

(4 febbraio 1935)

*


Sono appena tornata dalla casa dei miei amici. Abbiamo ragionato a lungo intorno a cose grandi, troppo grandi per noi; e abbiamo detto del principio e della fine del mondo, dell’origine della materia; abbiamo vagato con la mente nello spazio costellato di pianeti, abbiamo discusso sulla vita dell’aldilà, abbiamo finito col rimanere assorti in uno stesso pensiero, mentre le ombre della sera scendevano lente, avvolgendo tutto delle loro prume misteriose. È strana l’impressione che provo io nel pensare alla vastità della terra: spingo più che posso il mio sguardo al limite dell’orizzonte; mi dico: è più grande - rivedo il panorama goduto dalla Madonnina del Duomo: no, è più grande ancora - mi si riaffaccia la visione scintillante avuta sulle cime della Grignetta. no, no, è più vasta. E allora tento, tento raffigurarmi una distesa immensa, sconfinata, che s’incurva così, laggiù... E lo stesso provo pensando all’eternità; sempre, ripeto a me stessa; sempre... sempre... Mi scuoto con un brivido: “sempre!” parola terribile, terribile come “mai!”

(7 febbraio 1926)






A Pippa 

Abito bianco
per andare a nozze con la tua morte
e con quella di noi tutti

Ti sei vestita di bianco
ma siccome la tua anima mi sente
ti vorrei dire che la morte
non ha la faccia della violenza
ma che è come un sospiro di madre
che viene a prenderti dalla culla
con mano leggera
Non so cosa dirti
io non credo nella
bontà della gente
ho già sperimentato tanto dolore
ma è come se vedessi la mia anima
vestita a nozze
che scappa dal mondo
per non gridare

Alda Merini

.

Riferimento in rete:  http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=3083



ho dormito tutto il giorno come un animale
mentre i professionisti lavorano alacri,
hanno facce serie e quando scherzano
la loro maschera diventa una notte nera,
ho iniziato a sognare cardini e piante di more
...
integrate al lavoro degli operai, magrebini
che cantano i jingle degli spot anni 80,
se non vedi non ci credi non ci credi
se non vedi, euroarredi; un mondo ricurvo
dentro polle di vetro insanguinato, pozze
di piscio di presentatrici, maiali di otto dix
nelle feste di anagni. la cultura impasta
elementi i più diversi, come nel mio sogno
di oggi che non ricordo più, ho dormito
tutto il giorno come un animale, senza
desiderare niente, senza chiedere niente,
arrancando nelle immagini del sogno
come in un acquario senz'acqua, un bosco
d'aria finta ficcato dentro lo stomaco,
mentre tredici chirurghi armeggiano nel grasso
e separano animelle dalla milza, nel sangue.

Franz Krauspenhaar


 ANTONIA POZZI


Novembre

E poi – se accadrà ch’io me ne vada
resterà qualche ...
cosa
di me
nel mio mondo –
resterà un’esile scia di silenzio
in mezzo alle voci –
un tenue fiato di bianco
in cuore all’azzurro.
Ed una sera di novembre
una bambina gracile
all’angolo di una strada
venderà tanti crisantemi
e ci saranno le stelle
gelide verdi remote.
Qualcuno piangerà
chissà dove – chissà dove –
qualcuno cercherà i crisantemi
per me
nel mondo
quando accadrà che senza ritorno
io me ne debba andare.

*

Quadro

I miei pensieri somigliano stasera
a quest’acqua bambina
che corre a passettini d’argento
dietro tutte le barche.
L’ombra del promontorio,
sul bianco mare,
- bassa nota rauca
in questa sviolinata crepuscolare -
ha il colore abbrunato di un rimorso;
ma, sulla punta,
- nitido come uno squillo battagliero -
l’ansito del faro palpita,
anelando al largo.

S. Margherita, 12 giugno 1929

*

Soste

(a L.B.)

Così,
...
con la mia testa sul tuo grembo
e le tue mani sopra i miei capelli.
Sotto le palpebre, un fervore chiaro
- tutta la rena di una spiaggia, al sole -

dentro,
il silenzio che dondola a ondate
come acqua un po’ scura, senza schiuma,
e l’anima che vibra allo sciacquio
come un mollusco gelatinoso
che abbia dischiuso la conchiglia
alla carezza del mare.

Milano, 11 aprile 1929

*

NAUFRAGHI


Naufraghi sugli scogli,

ognuno narra
...

a sé solo – la storia

di una dolce casa

perduta,

sé solo ascolta

parlare forte

sul deserto pianto

del mare.-



Triste orto abbandonato l’anima

Si cinge di selvaggi siepi

Di amori:

morire è questo

ricoprirsi di rovi

nati in noi.

*

UN’ALTRA SOSTA [a L. B.]

Appoggiami la testa sulla spalla:
ch’io ti carezzi con un gesto lento,
come se la mia mano accompagnasse
una lunga, invisibile gugliata.
Non sul tuo capo solo: su ogni fronte
che dolga di tormento o di stanchezza
scendono queste mie carezze cieche,
come foglie ingiallite d’autunno
in una pozza che riflette il cielo.

*


Le strade

Io sono avvezza
a camminare da sola per le strade.
A...
llora tutti i bambini
che non hanno abbastanza pane
gridano, dentro di me,
girano intorno
ai primi fanali che s'accendono
con i loro capelli pallidi
nella sera.
Allora sulle soglie
si fermano stanchi esseri
uomini con occhi di poveri -
e pare che la terra
li espella dal suo grembo,
che anch'essi siano per gridare
come bambini che stanno
nascendo.
Allora dai campanili, perduti
nella foschia
cadono lenti rintocchi,cercano
il cuore di chi va solo
come leggere foglie - in volo
verso il grembo
di un cupo fiume -

Milano 1912-1938.

*

Allora hai voce
tu in me -
con quella nota
...
ampia e sola
che dice i sogni sepolti
del mondo,
l’oppressa
nostalgia della luce.

*

DOPO
Quando la tua voce
avrà lasciato la mia casa
ritorneranno di là dal muro
parole rauche di vecchi
a nominare nell’oscurità
invisibili monti.
Udirò greggi
traversare la notte:
il vento – curvo
sul letto dei torrenti –
scaverà
incolmabili valli nel silenzio.



Anna Belozorovitch
Da: Cinque passi
 
 
 
 

Mi spoglierò di tutto e andrò.

Mi sfilerò la pelle tenera e profumata.

Lo sguardo che si accontenta

delle ombre colorate d’altri,

dietro. Non sono solo pronta.

Sono nata.

*

 

Il mio viaggio è senza mappa

senza percorso stabilito, tappa intermedia,

senza aspettativa, quindi senza tragedia.

Il punto dove sono

non esiste.

Non potrei mai essere triste,

non lascio nulla.

Io voglio sempre e solo l’oltre.

Attendo sempre ancora il dopo.

*

 

Dove andare? Sara la strada a suggerire

il passo successivo.

E bolle il carburante, desiderio

di prendere, comprendere, capire,

più che d’arrivo.

Perché capire è anche possedere,

in qualche modo. Schivo

ogni suggerimento.

Io ora voglio solo verità.

*

 

E non mi dite ch’è l’età,

e non mi dite ch’è il momento,

non crederò a nulla che non vedano i miei occhi,

non coglierò quei fiori ch’altri hanno già

fotografato o dipinto.

Io non credo al fato.

Forse all’istinto.

Nelle orecchie solo il ronzio

dell’impazienza.

Chi incontro? Cosa trovo?

Io voglio tutto mio e nuovo.

*

 

Il dubbio. Vigliaccheria o consapevolezza?

Sorpresa o segreto conservato a lungo

nel cuore pallido di sogni e di paura?

Il dubbio e la voglia di certezza,

e il desiderio disperato d’assoluto,

e un’ancora affidabile e sicura,

e freno e bilancia. Il dubbio

misura la necessità di aver successo...

Può essere il dubbio coraggio?

*

 

No, mai avere dubbi prima di partire.

Non è il termine. Non è l’arrivo.

Non è il viaggio. Partire è anche aprire

gli occhi, al mattino, il giorno di partenza.

E ogni discorso, anche inutile è privo

d’attinenza, che si fa sapendo

ch’è il momento ultimo di dire,

che l’attimo non si ripeterà,

che nessun gesto avrà ritorno.

Partire è molto prima di andare,

è senza muoversi, è il solo salutare.

Partire è anche ogni giorno.

*

 

No, per il dubbio c’è posto.

E’ un silenzio, una pausa, un gesto

indispensabile come il sorriso della cortesia.

Il dubbio ha una forma e un momento giusto,

non si trasporta ne piegato ne nascosto,

non si appende in vista e non si mette in mostra.

Lo si conosce, gli ci si presenta.

*

 

E’ un incontro. Con simpatia, si verifica il biglietto,

lo si fa passare avanti, gli si dice “prego...”

gli si solleva la valigia. Ci si siede.

Si chiede scusa se si tocca il piede.

Non è un alter-ego, solo un compagno di viaggio

da non temere, non svegliare e non fissare.

Dopo il fischio, il rombo, la partenza,

è lecito dialogare, è lecito ignorarne la presenza.

*

 

E’ tanto che sono in viaggio.

Son scese notti e risaliti soli,

spazzate nuvole, sbocciati fiori,

fiorita neve, sciolto il ghiaccio.

M’affretto, accelero: non m’avvantaggio.

M’affretto, perdo il fiato. Sudo.

Mi spoglio, ho freddo. Mi ricopro ancora,

ma sento il mio corpo nudo.

*

 

All’orizzonte una nuova strada.

Mi s’aprono i pori, batte il cuore.

Saranno nuove pietre, nuove mura...

Arrivo, e i piedi perdono la forza,

le mani cadono sui fianchi.

Le pietre son fatte di pietra,

le mura sono solo stucco.

Il vento ha lo stesso suono.

*

 

Sembra una trappola, un trucco,

pensieri stanchi di chi ha rinunciato

all’idea. Sembra di divorar la scorza

tutt’intorno, senza toccare polpa.

Sembra il discorso elaborato

di chi è posseduto dalla colpa

ma non sa chiedere perdono.

Sembra uno scherzo.

*

 

Mi spingo oltre. Dove sono

le cose nuove e differenti,

gli angoli illuminati da particolarità,

gli spigoli smussati da trasformazioni,

parole e gesti ch’io non avrei compreso prima?

Lampioni spenti anche in questa città.

Il treno salta anche questa di stazione.

Nulla di nuovo, nulla di diverso.

Sempre la stessa forma, sempre la stessa rima,

stesso materiale, stessa architettura.

E nel mio cuore – la paura:

sarà cosi l’intero universo?

*

 

Forse rincorro solo il destino.

Forse non mi aspetta niente.

Ovunque guardo vedo segni della mia memoria.

Chiunque incontro nel cammino

narra la mia stessa vita.

In ogni luogo riconosco, come in un sogno ricorrente,

qualcosa che credevo di aver inventato,

e ogni nuova pagina che sfoglio

sembra rubare un pezzo della mia storia.

*

 

C’è un’ombra macabra di credibilità

su ogni cosa o pensiero.

E' una faccia oscura, un velo

addosso a ogni oggetto

ogni realtà assunta: ed è che è.

Essendoci non può uscire mai

dai limiti dal vero. E a me non basta.

Io ho ancora voglia,

ancora non dimentico,

non mi rassegno, non mi privo...

*

 

Forse non è lo spostamento.

Forse non c’entra la distanza.

Forse non c’è un arrivo.

*

 

Non è l’improbabilità che cerco,

ma ho speranza di trovarmi

accesa, incredula, con il fiato sospeso,

e ho bisogno che ogni attimo così

sia per me uno scalino nuovo

uno scalino, mai uno specchio.

Ma ogni ricordo che raccolgo è solo un nuovo peso

nella valigia, ogni nuovo racconto che ascolto

è ogni volta vecchio.

*

 

Poi, l’alba.

Un’alba come ogni mattino, ma diversa.

La luce come dopo ogni oscurità,

ma questa è più luminosa e più bianca.

Forse l’oscurità era più densa,

forse la notte era stanca,

forse quest’alba ha una nuova età.

*

 

Io apro solo gli occhi, senza questionare:

su ogni caso c’e il segno della mano

che ha dipinto l’alba e colorato il giorno.

*

 

Ed io lo riconosco e lo collego,

lo seguo sbalordita mentre va avanti a illuminare

da più lontano, poi verso di me, e tutt’intorno.

Ed io sospiro. E a un tratto

chiudo gli occhi, non dubito, non nego,

non paragono ciò che vedo

al tratto che in mente mi segnava

le aspettative. Io guardo e credo.

*

 

E sento d’essere arrivata.

E sento che ogni cosa inizia ora.

Non c’è alcun viaggio che io debba fare,

non c’è alcuna vera meta,

nulla da conquistare, da raggiungere... Non c’è.

C’è solo il bagliore dell’aurora.

E sono io, sono io la strada,

ed è la vita che percorre me.

*

 

[sito web di provenienza: www.ebook-larecherche.it ]

 
 
 

 LA SUPREMA ARMONIA

Il grido del Cristo e il silenzio del Padre compongono insieme la suprema armonia, quella di cui ogni musica non è che un'imitazione. (S. Weil).

Nel tessuto della musica non c'è che il soffio della parola, ma anche quello del grido e del silenzio.

Quello del Crocifisso è un grido che interrompe il tempo, che scuote le radici della terra e gli astri della volta celeste...

Il grembo che lo accoglie è il silenzio di Dio nelle cui braccia Gesù affida il suo spirito...

La musica, arte del rapporto, porta l'impronta del mistero in tutte le sue componenti ed aspetti, si direbbe nella sua natura ed essenza...

La reciprocità che i suoni generano e chiedono è un invito al comune sentire, consentire, sentire in consonanza, tra Dio e gli esseri umani, e delle creature umane tra loro.

La caratteristica della musica di tenere insieme, collegare, relazionare, far comunicare sembra offrirci un'icona della dinamica trinitaria, quella di un inesauribile dare e ricevere, amare ed essere riamati...

Perché la reciprocità dell'amore si realizzi si deve passare attraverso il dono di sé, che nel limite della condizione terrena comporta una sorta di morte e annullamento, un fare del tutto silenzio...

Ora, nella Trinità il generare e l'essere generato esigono lo svuotarsi per donarsi completamente l'uno all'altro e riceversi reciprocamente "... nell'abbandono di Gesù sulla croce che contempliamo l'annullarsi per mostrare l'immensità dell'amore di Dio...".

La musica contribuisce, in quanto è arte, a dare forma al divino... come attraverso un velo sottile...

Non è questo Nulla-Silenzio-Amore del Figlio che grida l'abbandono del Padre e "soffia" lo Spirito, il mistero della musica? Non è forse Lui il velo sottile che squarciandosi si fa mediatore tra Dio e noi mediante la Croce la suprema armonia?

La musica è suono che rompe il silenzio, è brezza, è tuono, è grido. Il mistero che si apre nel suono del grido di Gesù sulla Croce è così profondo che sembra impossibile ormai disgiungere Dio stesso da quel grido. Gesù Abbandonato è la suprema armonia. "Perché Gesù è il Salvatore, il Redentore, e redime quando versa sull' unmanità il Divino attraverso la Ferita dell'Abbandono che è la pupilla dell' Occhio di Dio sul mondo: un Vuoto infinito attraverso il quale Dio guarda noi: la finestra dell' umanità attraverso la quale si vede Dio....
L' occhio di Dio sul mondo è il Cuore di Cristo, ma la pupilla è quella ferita".

Quel grido non è suono che il silenzio possa assorbire, non è ferita che si richiuda nell'abbraccio, ma è foro, apertura costante fra cielo e terra, possibilità di vedere. Per Dio e per gli esseri umani...

Sulla croce si condensa la serietà e la dismisura, la gratuità e l'eccesso del dono d'amore; si rivela il principio della bellezza di Dio: il dono supremo della sua vita per noi.
Lo splendore del fondamento della fede, che ci commuove, è qui, nella bellezza dell' atto d'amore.

La suprema bellezza della storia è quella accaduta fuori Gerusalemme, sulla collina, dove il Figlio di Dio si lascia inchiodare, povero e nudo, per morire d'amore.

La nostra fede poggia sulla cosa più bella del mondo: un atto d'amore perfetto.
La croce è l'immagine più pura, più alta, più bella che Dio ha dato di se stesso.

La Croce è grido e silenzio, è suprema armonia che unisce cielo e terra, canto di cui ogni cuore umano porta l'eco... è suono e soffio che ogni autentica musica tenta di imitare ed esprimere nel corso dei tempi.

Signore Gesù per l'esempio luminoso, dolorante e tenerissimo di tua madre, che prende parte al mistero del tuo amore per noi, "suprema armonia", noi ti rendiamo grazie.

Questa icona di musica dell'anima e del cuore, ci sostenga nelle prove e nelle tribolazioni, ci renda forti e coraggiosi solidali con coloro che consumano in ogni tempo il sacrificio pasquale del tuo Figlio nella loro carne.

Per questo amore perseverante e lacerante, genesi di una nuova vita e sempre di nuova musica, nel tempo e nella storia, noi ti rendiamo grazie, Signore!

*

Elaborazione: Monache Benedettine S. Margherita Fabriano
smroberta.osb@gmail.com

Pensieri di: S. Weil, C. Lubich, E. Ronchi, M. T. Henderson, H. U. Von Balthasar.




Carla Parola

Fare il punto della situazione



Dividiamo questo scritto in due parti: una è il punto della situazione generale, vale a dire dove sta andando l’umanità in questo momento, mentre l’altra riguarda la vostra situazione personale, quella che vi chiama a “fare il punto”. Perché? Perché le Forze che sono sulla Terra coinvolgono la società e quindi ciascuno di voi. In questo momento c’è una massa di Forze estremamente potenti che vi permea, arrivando da altri pianeti, dall’Universo tutto, e spingendovi a tirare fuori il meglio che è dentro di voi: quello che non è più filtrato dalla personalità, dall’Io, dalle aspettative. Una delle cose che portano il genere umano all’insoddisfazione sono proprio le aspettative. L’aspettativa è la mamma della delusione. Tenetelo sempre presente. L’unica aspettativa valida, giusta, che vi deve permeare è quella di aspettarvi dalla Vita sempre il meglio, ma non in base al vostro volere: dovete volere il meglio perché è attraverso questo che potete fare esperienze che vi portano a vibrare più in Armonia con voi stessi, e soprattutto in Armonia con il divino. Questo meglio non è sempre rose e fiori: a volte è un meglio pesante, sono esperienze dure, coinvolgenti, che vi possono spiazzare. Ma non è mai la cattiveria della Vita o la nostra stupidità ad attirare questo tipo di esperienze: è semplicemente una necessità della nostra Energia, che vuole fare quell’esperienza perché è proprio attraverso di essa che possiamo armonizzarci e fare un salto evolutivo. Più volte è stato detto che non c’è situazione che non abbia in sé la soluzione. La Vita non può permettersi di avvilire i suoi figli. La Vita che facesse del male ai propri figli avvilirebbe se stessa. Nelle situazioni ci sono sempre la soluzione o le soluzioni: l’importante è non affannarsi per cercarle, ma essere consapevoli che la Vita ci ama, ci dà e ci mette in condizioni di superare certe prove per far sì che possiamo conoscere meglio noi stessi e tirare fuori il meglio di noi. Nelle difficoltà esce il meglio o il peggio di un individuo. Se riusciamo a far uscire il meglio, questo si tramuta poi in Gioia, in comprensione di noi stessi e crea uno stato vibrazionale in Armonia con la Vita che ci porta a fluire senza intoppi. ORA stiamo vivendo un momento particolare in quanto siamo sollecitati dalle Forze esterne a fare il punto della situazione dentro di noi. Mai come in questo momento è giusto dire che i nodi vengono al pettine. È necessario fare chiarezza. ORA facciamo chiarezza dentro di noi. Respirate profondamente in modo rilassato. Guardiamo il punto della situazione: mettiamo il punto all’inizio di una riga, dopo questo punto c’è la nostra Vita, il nostro vissuto, gli attimi che viviamo. Dirigiamo ORA il pensiero sulle nostre insoddisfazioni, quel malessere che a volte ci tormenta, a volte ci lascia sereni e a volte ritorna molto più forte. Questo malessere per noi deriva da qualcosa: è il lavoro, l’amore, la salute, la famiglia, gli amici, la società. Che cosa ci dà malessere? Questo malessere ha un nome: il vostro. Siete voi che vi procurate questo malessere, perché non riuscite a gestire le situazioni in un modo costruttivo. ORA dopo il punto mettiamo il malessere, poi mettiamo il vostro nome oppure la parola IO. Questo IO è l’artefice del malessere. Ciò che vi dà malessere non è che il mezzo per farvi comprendere meglio come siete fatti, perché non riuscite a gestire il malessere ma vi lasciate condizionare da esso. Andiamo avanti, e sempre respirando profondamente cerchiamo di immergerci nella Leggerezza. Quel malessere ci ha fatto capire qualcosa di noi: anche se ci sembra pesante da sopportare e a volte impossibile da superare, se noi lo mettiamo in relazione all’Universo quello stesso malessere diventa assolutamente relativo: è un attimo della nostra Vita, della nostra esperienza terrena che sta passando. Non possiamo tenerlo dentro di noi se non fino a che abbia rilasciato in modo chiaro tutto quello che doveva rilasciare, e cioè lo stimolo per capirci meglio. Attraverso quel malessere abbiamo capito ciò che ci manca, a che cosa aspiriamo, e tutto questo ci porta a conoscerci meglio. A questo punto questo mezzo che è entrato nella nostra Vita DEVE divenire leggero, perché ha rilasciato ciò che doveva rilasciare. Se continuiamo a tenerlo in noi diventiamo vittime, ci sentiamo in balia di soprusi, ci sembra di non poter più uscire da questo stato d’animo. Con la Leggerezza andiamo oltre. ORA siamo oltre il nostro Io, siamo leggeri nel fluire della Vita. Siamo un punto luminoso, ma siamo pieni di informazioni. ORA facciamo il punto delle nostre informazioni. Ci sono cose in cui crediamo, cose che rifiutiamo, cose che ci lasciano dubbiosi. Facciamo una premessa, e soprattutto affermiamola a noi stessi: VOGLIAMO ESSERE FELICI. Allora quello in cui crediamo, quello di cui dubitiamo, quello che ci dà da pensare non può intaccare la nostra Felicità. Una Felicità che è fatta di ricerca, di curiosità, di voglia di capire ed anche di dubbi, ma sempre gestita con Felicità. O per meglio dire con Letizia, che era così cara a Francesco: la perfetta Letizia. Se credo in qualcosa e questo mi procura Letizia, è inutile che io lo cambi nella mia Vita. Devo solo rendermi conto che altri hanno raggiunto la Letizia attraverso altre situazioni, altri modi di pensare, altri modi di vivere. Se sono in perfetta Letizia, rispetto la Letizia degli altri. Le situazioni che ci fanno dubitare sono le situazioni più importanti, perché sono quelle che ci spingono a saperne di più, a capirne di più, a immettere nuove informazioni dentro di noi. Non dobbiamo dubitare delle persone: dobbiamo dubitare delle informazioni, di quelle che non ci sembrano giuste per noi. Attraverso il dubbio noi approfondiamo le informazioni. Molte volte le informazioni si rivelano preziosissime perché ci aprono orizzonti che fino a ieri erano sconosciuti. La nostra attenzione va ORA oltre il punto iniziale. Nel metterci in dubbio, in discussione, nell’aprirci ad altri temi noi facciamo un salto evolutivo. Ho parlato di Leggerezza, vi ho invitato a sentirvi leggeri perché non siamo che una parte del Tutto, una cellula di un unico corpo perfetto e armonioso. Lasciandoci fluire abbiamo tutto ciò che ci serve: tutte le informazioni arrivano a noi per allietarci la Vita, per renderla più costruttiva, non per farci soffrire o metterci in angoscia. Il dubbio deve essere solo stimolo, non può essere angoscia. La nostra attenzione va ORA oltre il punto iniziale, e andiamo avanti con le nostre puntualizzazioni toccando una parte importante del nostro vivere: il rapporto con gli altri. Gli altri sono noi stessi, siamo noi, in quanto siamo permeati, attraversati ogni momento dalla stessa Forza, la stessa Forza che invade i miei atomi, i tuoi atomi… Siamo tutti la stessa Forza. L’altro arriva a me perché io lo attiro, perché la mia capacità vibrazionale attira quella persona e quella situazione: è attraverso l’altro che io apporto ai miei atomi qualcosa in più. È attraverso l’altro che io mi conosco meglio, che approfondisco qualcosa di me, ed è sempre attraverso l’altro che ho la possibilità di emettere delle vibrazioni che altrimenti non emetterei. È l’Energia che ci domina, l’Energia che vuole arrivare a vibrare sempre più in armonia con il divino, l’Energia che vuole superare tutte le nostre costruzioni mentali che diventano gabbie: siamo schiavi di queste costruzioni mentali. L’Energia vuole essere libera, fluire in modo armonioso, vuole che noi arriviamo a sentirci parte armoniosa dell’Universo; vuole quindi che togliamo tutte le asperità e tutti blocchi dalla nostra Vita. Ripeto che l’altro è una parte di noi: siamo noi a livelli diversi, a vibrazioni diverse e - parlando di personalità - con sensibilità diverse, ma la Forza universale è uguale per tutti, attraversa tutti allo stesso modo. ORA mettiamo un punto per chiudere questa parentesi, e invece di mettere un punto fermo mettiamo un punto interrogativo. Il futuro? Il domani? Che cosa ci aspetta? Qui tornano le ansie, i pensieri tumultuosi, le nostre aspettative, le paure… e noi perdiamo la Leggerezza. Allora togliamo il punto interrogativo e mettiamo un punto esclamativo: affermiamo quello che deve essere il nostro futuro. Non riempiamolo di “voleri”: voglio questo, voglio quello, deve accadere questo, quello… Se accade questo sono felice, speriamo che questa situazione si risolva così… NO. Dopo il punto esclamativo mettiamo una sola parola: UMILTÀ. Viviamo con UMILTÀ. Siamo piccoli, ma nel nostro essere piccoli c’è la potenza del grande: dobbiamo usare questa potenza del grande perché ne siamo imbevuti, siamo parte di questa potenza, non dobbiamo distaccarci e neppure dimenticarlo. L’UMILTÀ che sia vera, autentica non può che essere tale dopo che ci siamo sentiti cellule di un corpo perfetto. Ognuno di noi è usato secondo una Legge che non viene dalla nostra Mente ma viene dall’Intelligenza dell’Universo. Le cellule del nostro corpo sanno perfettamente ciò che devono fare, e se nessuna si ribella il corpo è perfetto e sano. La stessa cosa è chiesta a noi: non volere se non l’Armonia che ci viene dal vibrare in unità con l’Universo tutto. Non possiamo raggiungere questa Fluidità, Armonia, Leggerezza, quest’assenza di Paura, di Ansia se non attraverso l’Umiltà. L’Umiltà non ci rende piccoli nel senso di miseri, ignoranti, persone di poco conto: ci rende invece grandiosi perché consapevoli di essere divini. Il divino dentro di noi non si può manifestare a livelli alti e armoniosi se noi continuamente lo costringiamo nei nostri ruoli, nel nostro Io, nel nostro voler essere qualcosa per dimostrare agli altri che noi siamo. NO! Noi non siamo apparenza, ruoli, caricature di quello che dovremmo essere. Quando arriviamo ad Essere, percepiamo la Vita, gli altri, gli eventi, tutto ciò che ci circonda nel segno del divino. Nessuno di noi è chiamato a compiti che non sa o non può sostenere: anche gli eventi che sembrano annientarci hanno in sé la soluzione e la Forza per poter essere gestiti. Noi possiamo trovare la soluzione e questa Forza solo se siamo parte attiva del divino, se la nostra divinità non è chiusa da quelle gabbie della personalità che ci fanno a volte molto comodo, ma ci bloccano anche molto nel nostro vivere. La parola UMILTÀ andrebbe contornata di punti esclamativi, di ghirlande, di campanelli che suonano: deve essere qualcosa di gioioso. Sentirci attivi nell’Umiltà, vivere con l’Umiltà attivata in noi dev’essere qualcosa che ci procura Euforia, perché significa che abbiamo capito qual è il nostro posto nell’Universo. Perché abbiamo capito che cosa stiamo a fare in questo mondo Terra, perché vuol dire che abbiamo tolto dalla nostra Mente tutte le diatribe che non ci conducono a niente se non ad affermare il nostro Io. Non c’è niente da perdere vivendo con Umiltà: si perde solo l’Ansia, la Paura, l’Arroganza, la Superbia, che portano inevitabilmente all’insicurezza di sé. Se non si capisce il valore dell’Umiltà si ha continuamente bisogno di incrementare il proprio Io, di sollecitare continuamente gli altri a gratificarci, e se questo non avviene per noi è l’Infelicità. Ognuno di voi conosce la propria vita, la propria storia, sa a che punto dell’Evoluzione si trova, lo capisce. Quello che deve essere tenuto sempre presente è che l’Evoluzione non può essere faticosa se viene vissuta con Umiltà. Allora la Vita e l’Evoluzione ci usano affinché possiamo fare ciò per cui siamo programmati, quello che è nelle nostre corde fare: dobbiamo usare i nostri talenti. Non per dimostrare a noi stessi quanto siamo bravi, ma per metterli al servizio della Vita che ha permesso che noi li avessimo. L’Umiltà è un cielo sereno, è un fluire armonioso, è assenza di Paura. Sono consapevole di essere e questo non può rendermi superbo: semplicemente mi rende sempre più consapevole. Quando ho la Consapevolezza di essere parte di un Tutto non posso che avere Umiltà, proprio come la cellula che autonomamente non può decidere che vuole essere un’altra parte del corpo, che non può decidere di volere più sangue di quanto non le serva o di quanto non le arrivi.
Lasciamoci fluire: nella Fluidità c’è tutto, assolutamente tutto. La Mente fluisce e non si impunta più, non difende più le proprie posizioni: le vive, e se io vivo le mie posizioni, le mie convinzioni e sono felice nessuno può permettersi di dire che sono posizioni e convinzioni sbagliate, perché sono quelle che mi fanno felice. Non posso affermarle per creare dialettica: le devo vivere fino in fondo con Coerenza. Devo rispettare l’altro che ha altre convinzioni e posizioni e deve viverle allo stesso modo, con Coerenza. Se anche l’altro arriva alla serenità, alla Letizia vuol dire che sono giuste per lui.
Abbiamo fatto il punto, ma soprattutto abbiamo capito ciò che ci può far star bene, cosa può mutare il nostro modo di vedere la Vita: l’Umiltà. Se facciamo il punto della situazione dal lato umano, con il nostro Io, con la nostra personalità, a volte con la nostra Arroganza esce un quadro che può essere disastroso, perché ci possono essere interi settori del nostro vivere che non vanno, che non funzionano, che ci creano problemi continui. Se però noi questo punto lo facciamo con l’Energia, con l’Umiltà, con la Consapevolezza di essere una parte del divino, il risultato è diverso, perché con Umiltà capiamo quello che la Vita, attraverso i nostri eventi, ci vuole dire e insegnare. Attraverso questi eventi, se gestiti con Consapevolezza e Umiltà, noi possiamo veramente far risplendere il nostro Dio interiore.
Chiudo con un augurio per tutti voi: dopo il punto ci sia una fila di punti esclamativi vibranti, attivi, gioiosi che si tramutano in mani che vi prendono, vi trascinano lungo la via. Lasciatevi trascinare: non c’è pericolo in quello che la Vita vuole da voi; non impuntatevi: osservate gli eventi, non sollecitateli. La certezza deve essere sempre una: la Vita è Amore, noi siamo Amore, non dimentichiamocelo mai.


da: stazioneceleste.it
30.10.12

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E’ Natale ogni volta
che sorridi a un fratello
e gli tendi la mano.
E’ Natale ogni volta
che rimani in silenzio
per ascoltare l’altro.
E’ Natale ogni volta
che non accetti quei principi
che relegano gli oppressi
ai margini della società.
E’ Natale ogni volta
che speri con quelli che disperano
nella povertà fisica e spirituale.
E’ Natale ogni volta
che riconosci con umiltà
i tuoi limiti e la tua debolezza.
E’ Natale ogni volta
che permetti al Signore
di rinascere per donarlo agli altri.


(Maria Teresa di Calcutta)




Piccoli annunci


CHIUNQUE sappia dove sia finita
la compassione (immaginazione del cuore)
- si faccia avanti! Si faccia avanti!
Lo canti a voce spiegata
e danzi come un folle
gioendo sotto l’esile betulla,
sempre pronta al pianto.


INSEGNO il silenzio
in tutte le lingue
mediante l’osservazione
del cielo stellato,
delle mandibole del Sinanthropus,
del salto della cavalletta,
delle unghie del neonato,
del plancton.
d’un fiocco di neve.


RIPRISTINO l’amore.
Attenzione! Offerta speciale!
Siate distesi sull’erba
del giugno scorso immersi nel sole
mentre il vento danza
(quello che in giugno
Guidava il ballo dei vostri capelli).


SI CERCA persona qualificata
per piangere
i vecchi che muoiono
negli ospizi. Si prega
di candidarsi senza certificati
e offerte scritte.
I documenti saranno stracciati
Senza darne ricevuta.


DELLE PROMESSE del mio sposo,
che vi ha ingannato con i suoi colori
del mondo popoloso, il suo brusìo,
il canto alla finestra, il cane fuori:
che mai resterete soli
nel buio e nel silenzio tutt’intorno
- non posso rispondere io.
La Notte, vedova del Giorno.


Wislawa Szymborska





GIOVANNI COZZA

PIANSE LUI ALMENO


Io cerco e non oso la
svogliata ombra del
Cristo sul muro al materialismo
indotto e rotto
trascino le mie bave per
chiostri e affreschi remoti e
sbiaditi. Oltre il
dirupo urge il digiuno e il
capo sotto la tenda allo
sperpero delle miserie consce ove
placa il fetore del sudato e il
feroce turgore per l'esclusa rinuncia
dato il breve spazio. Eppure
non vale. La breccia torna da
tempo troppo incisa e il
tuo corpo di carne sale al
mistico repertorio della sacrilega
offerta nella stupenda
lascivia di un mantello per me
disteso e fatto. Appeso alle
mie plastiche
mani figuranti profili
fermi d'avorio nello
stillicidio mi vedo di mal
sommerse paure. Pianse Francesco almeno
un giorno lontano e santo nel
saio avvolto.

2° classificato al Premio Internazionale di Poesia
"Guido Gozzano" 1975

Da "Controcampo", anno II - N. 1

*

CARLO ERBETTA

FANTASIA N. 6


Bagliori viola su crocefissi
aggrumati in deserti
tabernacoli pipistrelli di
silenzio "Cristo dove
sei?" - "Ancora Ti
giocano ai dadi del
la parodia!" stingono rotule di
legno farisaiche labbra al
l'ora nona del Venerdì Santo da
pulpiti-uragano agli eletti
quaresimali di pani
d'oro da graticole reprobi
iconoclastici invocano
paradisi il grido cade per
la terza volta il
clamide cade fustigato
anfiteatro di fiaccole al
Gladiatore morente
"adagio maestoso" sul
la piazza-proscenio si
recita a soggetto strabocca il
calice di tutti i
crocefissi una
parabolica verità
mistificata.

Encomio al Premio Internazionale di Poesia
"Guido Gozzano" 1975

Da "Controcampo", anno II - N. 1

*

TERESIO ZANINETTI

Non per nulla
tutti i fiori ritornano nel perimetro estatico
del cuore rimasto
sgranulando bocci d'orchidee e trifogli
Nel caldo mattino
solleviamo briciole
per palpiti senza respiro e ancorché deserto
il prato riavrà parole dovunque l'aria lo voglia
silenzio
di fate di prua
nei vuoti balconi
dove rasserena la dolce canzone
di rabbie e singhiozzi
silenzio
non un'anima fiati
il silenzio si scioglie nel gelo.

(Dicembre 1994)

Dalla Rivista GRANDE VETRO, Maggio '07


*

Traduzione di una poesia di Meena pubblicata su "Payam-e-Zan' N. 1, 1981

Mai più tornerò sui miei passi

Sono una donna che si è destata
Mi sono alzata e sono diventata una tempesta che soffia sulle ceneri
dei miei bambini bruciatri
Dai flutti di sangue del mio fratello morto sono nata
L'ira della mia nazione me ne ha dato la forza
I miei villaggi distrutti e bruciati mi riempiono di odio contro il nemico.
Sono una donna che si è destata,
La mia via ho trovato e più non tornerò indietro
Le porte chiuse dell'ignoranza ho aperto
Addio ho detto a tutti i bracciali d'oro
Oh compatriota, io non sono ciò che ero
Sono una donna che si è destata
La mia via ho trovato e più non tornerè indietro
Ho visto bambini a piedi nudi, smarriti e senza casa
Ho visto spose con mani dipinte di henna indossare abiti di lutto
Ho visto gli enormi muri delle prigioni inghiottire la libertà
nel loro insaziabile stomaco
Sono rinata tra storie di resistenza, di coraggio
La canzone della libertà ho imparato negli ultimi respiri,
nei flutti di sangue e nella vittoria
Oh compatriota, oh fratello, non considerarmi più debole e incapace
Sono con te con tutta la mia forza sulla via di liberazione della mia terra.
La mia voce si è mischiata alla voce di migliaia di donne rinate
I miei pugni si sono chiusi insieme ai pugni di migliaia di compatrioti
Insieme a voi ho camminato sulla strada della mia nazione.
Per rompere tutte queste sofferenze, tutte queste catene di schiavitù,
Oh conmpatriota, oh fratello, non sono ciò che ero
sono una donna che si è destata
Ho trovato la mia via e più non tornerò indietro.


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*

DUE POESIE DI FERRUCCIO BRUGNARO

ABBIAMO VISTO


Abbiamo visto e vissuto come il gelo
abbraccia l'erba di notte,
come il mare
addenta sempre le stesse baie.
Abbiamo visto e vissuto
ciò che altri uomini abborriscono
e altri ignorano. Abbiamo accettato
scalzi la neve, le giornate tristi
e interminabili e solo noi conoscemmo
il nevischio assiepato sui regoli
delle finestre, il sole trascinato via
di forza dal vento. Noi conoscemmo la luce
del silkenzio come nessuno, sentimmo come
nessun altro venire con la notte
l'amore degli astri e il cuore morire.


IO SOLO CON LA VITA

Abbandonatemi al buio
quanto più vi aggrada, allontanatemi isolatemi quanto vi fa piacere.
Io non vi dirò più nulla ormai,
il mio pensiero guarda solo all'amore:
                                            con lui solo discorre
giorno e notte e va per la terra.
Sono un uomo, sono un uomo ora!
Il silenzio mi ha rivelato un camminamento segreto.
                                                                 Il dolore
mi ha raccontato
cose grandi. Battete pure,
fate a piacimento.
Io sono con la vita
                          ormai
ho una vita tutta per me.






JORGE LUIS BORGES

Rimorso per qualsiasi morte
[da Fervore di Buenos Aires]

Libero dalla memoria e dalla speranza,
illimitato, astratto, quasi futuro,
il morto non è un morto: è la morte.
Come il Dio dei mistici,
del Quale si devono negare tutti i predicati,
il morto ubiquamente estraneo
non è che la perdizione e l'assenza del mondo.
Tutto gli derubiamo,
non gli lasciamo né un colore né una sillaba:
qui c'è il patio che già non condividono i suoi occhi,
là il marciapiede dove spiava la sua speranza.
Perfino ciò che pensiamo potrebbe starlo pensando lui pure;
ci siamo spartiti come ladroni
il capitale delle notti e dei giorni.



Emily Dickinson

Sognamo - ed è buona cosa -
Ci farebbe male - fossimo svegli -
Uccidiamoci - visto che non è altro che un gioco -
Urliamo - tanto siam noi che giochiamo -

Che male c'è! Gli uomini muoiono - di fuori -
è, questa, verità - di sangue -
Ma noi - moriamo sul palco -
e il teatro - non muore -

Attenti - a non scuoterci
ché non si aprano gli occhi - a nessuno dei due -
Per paura che il fantasma - dimostri l'inganno -
E la fredda sorpresa

ci congeli in steli granitiche -
con sopra solo Età - e Nome -
e forse una frase in egizio -
E' più prudente - sognare.

[n. 531, 1862]

*

Giochiamo a "ieri" -
Io, la fanciulla a scuola -
Tu - e l'eternità -
la favola mai raccontata.

Il dizionario saziò la mia fame -
I logaritmi -
vino assai secco -
la sete -

Eppure non dev'essere proprio così:
i sogni colorano il sonno
e l'accortezza dei rossi, il mattino,
s'insinua e scuote la persiana -

La vita era ancora un embrione -
Scaldavo il mio guscio -
Quando tu sconvolgesti l'eclisse
e l'uccello, così, è caduto.

Sbiadisce l'immagine delle manette
- dicono - agli occhi di chi è da poco loibero -
Nulla per me di più familiare
della libertà -

Il sonno - la notte -
mio ultimo atto di riconoscenza -
La luce che entrava - il mattino -
il primo miracolo.

Sarà dato all'allodola di rientrare nel guscio
e volare, più leggera, nel cielo?
Non saranno le catene di oggi
più dolorose di quelle di ieri?

Sulla pelle di chi,
assaporata da poco la libertà,
e di nuovo dannato, non sarà
più profondo il peso delle inferriate?

Dio dei ceppi
Dio dei liberi -
Non mi sottrarre
la mia libertà

[n. 728]

*


Sola, non posso stare -
Perché mi vengono a far visita -
Ospiti al di là della memoria -
Ospiti che ignorano la chiave di casa.

Non usano abiti o nomi -
calendari - o climi -
ma abitano case comuni
come fanno gli gnomi -

A volte corrieri interiori
ne annunciano l'arrivo -
Ma mai la partenza -
perché non se ne vanno mai più.

1861

*

Grandi strade di silenzio portavano
lontano, alla volta di zone di pausa - vicine -
Qui non vi era segnale - né dissenso
né universo - né legge -

Gli orologi dicevano che era mattino
a distanza le campane sollecitavano la notte -
Qui tuttavia il tempo non faceva fondamento
Perché l'epoca si estingueva.

1870

*

Portare la nostra parte di notte -
la nostra parte di aurora -
riempire il nostro spazio di felicità
il nostro spazio di risentimento -

Qui una stella, e là una stella,
alcuni si perdono!
Qui una nebbia, e là una nebbia!
infine, il giorno



EMILY DICKINSON

C'E' UN CERTO TAGLIO DI LUCE


C'è un certo taglio di luce,
Nei pomeriggi d'inverno,
Che opprime come il peso
Degli accordi d'organo in una cattedrale.

Celeste ferita ci infligge;
Non troviamo cicatrice,
Solo un intimo divario
Nel luogo dei significati.

Nulla può esso insegnare a nessuno,
E il suggello, disperazione...
Una sofferenza imperiale
Mandata a noi dall'aria.

Quando scende, il paesaggio si tende in ascolto,
Le ombre trattengono il fiato;
Quando svanisce, è come la lontananza
Nell'aspetto della morte.

*

T. S. ELIOT

La precipite colomba spezza l'aria


La pricipite colomba spezza l'aria
D'una fiamma di terrore incandescente
Le cui fiamme proclamano
L'unica remissione dell'essere e del peccato.
L'unica speranza, o se no la disperazione,
E' nella scelta dell'una o dell'altra pira -
Ad essere redenti dal fuoco mediante il fuoco.

Chi dunque appressò il tormento? L'Amore.
Amore è il nome inusitato
Dietro alle mani che temerono
L'intollerabile tunica di fiamma
Che forza umana non può strappare.
E soltanto viviamo, soltanto sospiriamo
Consunti dall'uno o l'altro fuoco.


*

LUIS CERNUDA

Non è l'amore a morire


Non è l'amore a morire,
siamo noi chi muore.
Innocenza prima
abolita in desiderio,
oblio di se stessi in altro oblio,
rami intrecciati,
perché vivere se svanirete un giorno?

Vive soltanto chi fissa
sempre davanti a sé gli occhi della sua aurora,
vive soltanto chi bacia
quel corpo d'angelo librato dall'amore.

Fantasmi della pena,
di lontano, gli altri,
quanti quell'amore persero,
come un ricordo in sogno,
ricercando fra le tombe
un altro vuoto stringono.

Per di là vanno e gemono,
morti eretti, vite dietro la pietra,
battendo impotenza,
raspando l'ombra
con inutile tenerezza.

No, non è l'amore a morire.






 
Roberto Perrino
 
Da: L’ordine delle cose
 
 

Lanciamo appelli quotidiani a rinsavire,

torniamo sui nostri passi a tre o a quattro,

oltre le porte osiamo alzare il tono,

da questa parte non ci richiama il grido

di quelle madri a cui il grembo fu strappato,

e rifiatando, alle ansie assoggettati,

ridiamo ora

con pacche sulle spalle.

 

*

 

Torni a casa in un’aria da fine millennio,

con memore dolore

di carni lavorate di bisturi e forcipe,

 

e non t’acquieta

 

l’aspettare il prossimo allineamento di pianeti,

o il semplice prodigio che fa in acqua

il petalo attraverso i solstizi,

 

o il figlio di questo tempo illegittimo

che t’attraversa i polsi coi suoi chiodi.

 
 

*

 

Umanità
 

In che cosa ti sei evoluta,

in quale stirpe?

Questo luogo di delitti

consacri in chiese e templi

di Dèi in cui ti specchi.

 

*

 

Il silenzio irrompe

nella piazza della mia anima

e scompiglia i capelli agli amici

che si scambiano saluti

con sonore risate.

Uno stormo d’uccelli piccoli piccoli

ma numerosi

adombra per un momento

il cielo prima chiaro

in attesa che s’allontanino

i passi solitari degli uomini

verso le case.

 

*

 

Emerge da questo ammasso di frammenti

questo buon giorno in technicolor

con la regia del Padreterno.

 

*

 

Treno in ritardo per la morte di un ragazzo2

 

Dispersi in acqua incostante

attraverso quelle lenti

gli occhi del passante

sono cartografie della sua fuga,

in conti liquidati

siamo trasparenti

alla verità che fluisce

attraverso un’odissea

scritta sui muri

scandita nei graffiti.

Lontano da questa stazione

deserta dopo la partenza

poemi indecifrabili

scorrono sotto gli occhi

a lapidarie fermate.

Come quel passeggero

che ruba il tuo riflesso

nel silenzioso viaggio

alla fine degli ultimi

minuti di felicità

un ragazzo va incontro

al già segnato destino.

 

2Nella trascrizione di Domenico Morana.

 

 

*

 

Sto qui a sbattermi

per tirar fuori un nesso

dell’ordine delle cose

con il mio ordine di idee

e di quanto mi sovrasta

e in cui mi immergo,

fuori dall’estensione

in cerca della necessità

sub specie aeternitatis

del mio esistere.

 

*

 

Nascosti come abitanti del confine

che ho intravisto dal mio cannocchiale,

figli di un inafferrabile palpito o pudore,

dèi senza notte occultati nelle tane,

i miei sogni, dopo avermi sconquassato,

dileguano
silenti,

dimessi.

 

*

 

Torneremo a imbrigliare il vento

nelle giacche

sospese ai nostri passi fragili

 

e ci terremo stretta

la scudisciata di questa polvere

che accarezza i polmoni

ma li arroventa.

 

E questo piegarsi in due

doloroso

ci spaventa solo un poco

 

meno del nostro

non esserci.

 

*

 

Sotto la sferza di questo vento

il lato molle della mia anima

atteggia gli occhi a tenui malinconie

ma c’è una parte di me

che vuole opporsi a quella forza

spezzare le correnti

udire i pianti del mondo

e abbattere

il rifugio quieto del Bene.

 

 

[sito web di provenienza: www.ebook-larecherche.it ]

 

 


UMBERTO LUIGI RONCO

Non posso dividere la mia solitudine

Per Teresio di Silvana
e Silvana di Teresio.

NON POSSO DIVIDERE la mia solitudine.
Non posso dividere il mio scheletro
con nessuno.
Il coltello affilato
è conficcato nel sole. Pronto.
Ma la mano arida e screpolata
è una parola di consolazione
sul badile che azzanna il sole.
In questo angolo, il cuore,
è sempre rannicchiato in gola.
Qui, non sei perdonato,
se chini le palpebre secche,
e noi non possiamo dimenticare,
se le piaghe urlano.
Io non posso dividere
il mio scheletro di calce
con nessuno.
Le mie pene sono mie.
Né posso disgiungere la luce dell'anima.
Il mio nome non lo debbo dimezzare.
Il mio nome, qui, è puro.

Sebbene sia inchiodato e ribadito
ai muri per i calcagni.
(E, oggi, non s'odono
le campane esauste del tempo.)
Il sibilo crudo dei venti
fa sbiadire la pelle delle ore.
Le lente ore della segregazione
del cuore.
Tutto sembra che sia morente, oggi.
Tutto predice che domani
sia un altro giorno uguale.
Lungo, che sale faticoso dal nulla.
Ammutoliti, i compagni, seguono,
al crepuscolo, il conteggio delle ombre
sulle sbarre.
Come freddi di speranze perdute
tra i freddi vermi colorati dell'angoscia.
A rischio di compromettersi con la paura.
A rischio di sogghignare sul filo
invisibile della pazzia.

Che strano linguaggio ha questo silenzio
che ci nasconde l'uno all'altro!
Che ci fa pietra di cielo,
una volta ancora,
prima della morte del giorno.
Che strano linguaggio ha questo silenzio!
Ma, qui, noi, nel penitenziario,
ci sappiamo perdonare.
Ci sappiamo perdonare
per poter portare, pura,
nel cuore, l'alba di domani.
Qui, mi perdonano,
proprio perché non posso dividere
la mia solitudine di poeta.
Qui, sono tutti poeti.

[dalla rivista LOGOS, n. 19, marzo-aprile 1986]

*

FRANCESCO SCADUTO

Sono le ore nude

Sono le ore nude
del silenzio
a inumidire
i tonfi del dormiveglia.
Sono le vampe dei bui galoppi
a vangare i colori del cuore
per annodare la croce
agli umani tumulti.
E' la brina della luna
a trascinare i risvegli
per affrescare le speranze
dei girasoli lontani.
Sono i canti affamati
a slabbrare le sguaiate rughe
dei nostri infantili gridi
assetati di verità.

[da LOGOS, n. 20, maggio-giugno 1986]

*

NICOLA FIORELLA

DIARIO D'INVERNO

Verdi onde salate muovono il linguaggio solare
nella stagione che brucia le foglie.
Qui di fronte al mare
apro il mio diario d'inverno
con le pagine logorate dal tempo
e urlo per il sangue perduto,
per il sole che cade nei giardini di pietra.
Vibrazioni di voce
narrano la storia dei mondi rovesciati
nel vuoto del cielo.
Un grido di terra
nelle sfere ossidate, una luce ferita
fra le ombre tradite
battono le pietre nel gioco crudele degli atomi.
Ora che l'uranio muove le ruote atomiche
entro nel vuoto delle chitarre infelici
dentro il labirinto della vita
e con la rabbia del vento
cancello tutte le memorie del computer.

[dalla III Rassegna Int.le di Letteratura
LOGOS 1988]

*

TERESIO ZANINETTI

A questo non m'abituo
(Leggevo il tuo profilo esangue nei libecci
arrancando tra gladioli e fiordalisi
dentro i covoni della morte in panne):
questa luce falsa gli occhi, tradisce
bisogni e pazienze, stronca
sul nascere bocci - a questa luce
dai lividi brulli non m'abitua
il liso ricordo del domani in croce.

(Leggevo le tuen rughe nei cristalli tintinnanti
assaporando intrecci mozzati di mani giunte
nel girotondo degli scorticati vivi) -
Forse era natale o capodanno, viziate
di droga capitalista le famiglie serravano
pance e manette (panettoni, anitre all'arancia
figli & figlie parenti stretti al collo
da gustare al dente)
- forse era l'altr'anno o non ancora.

Sta di fatto che a quest'aria di morte non m'abituo

Mentre il boia sorride con piacere automatico
ancora la mia mano rifuta dovute tenerezze.
Sto con le mie prigioni dentro il piombo
delk mio corpo stretto. Sto.
Non so come né quando. Sto.
Con il cranio dell'odio di classe. Sto
In un mattino disatteso e stanco
qualcuno esplorerà il relitto
delle ossute gimkane a piedi freddi.
A questa maturità che selvaggiamente delicata cresce
solo un grido - domando - di vendetta e di riscossa,
dolce e tremendo come il dolore
nel tuo profilo esangue, trasparente, vivo.

Teresio Zaninetti (fondatore e editore della Rivista) - 1988

[da LOGOS, 1991]

*

CARLO ERBETTA

BALLATA N. 8

CHI MI DARA'
palizzate d'oniriche
speranze su zattere
naufraghe in marciti
fosforiche la
meridiana d'ore a
illudere il tempo proiezioni di
sole dilaniato sul
l'antico quadrante del
cuore?

CHI MI DARA'
oltre pantografi numerati sul
la tavola pitagorica del
cemento lontananze di
muschio comignoli non
blasfemi presso un
Natale di poche
noci?

CHI MI DARA'
fiocine d'istanti
esplosi entro coralli di
rugiada tramontane a
frugare lunari
soffitte dietro chiuse
vetrate per
accogliere innesti di
amore?

CHI MI DARA'
su caste pale una
fronte di trittici rosa-
pallido e oro la
Annunciazione senza
fiocchi d'organza o Rolls-
Royce per vivi cassa da
morto?

CHI MI DARA'
periferie gitane a
percuotere cieli di
rame gli orti lavati in
absidi di nuvole il
fragore di variopinte
balere a
dilatare vicoli in
festa?

INTANTO IL
frantoio dei sogni da
bidoni rovesciati inesorabile
rigurgita pattume su
anime di
asfalto.

[da Alla bottega -
2° Premio al Concorso di Poesia -Aspera- 1974]

*

BALLATA N. 2

RIDATEMI
arcobaleni di gazze
crocifisse su pali
telegrafici di lira
cherubini suonatori da
arcate bramantesche a
planare su
sguardi d'ogivale
stupore
(Piangono dèmoni
nascosti in pieghe di
tufo con un occhio
solo appollaiati!)

RIDATEMI
pascoli di nubi
scotonate come
tragiche meduse in
metamorfosi d'acquario
mani senza
dimensioni algebriche né
spazi incatenati da
diagrammi di
colore.
(Il colesterolo morde
coronarie aggrumate
l'Amore sbadiglia
nella noia del
coito!)

RIDATEMI
binari di fumo
palette ancora
verdi su pensiline senza
ritorno radure di
carri imbalsamati nel
sole trito da
cicale a battere il 
tempo.
(Cornamuse di luna
cantano remoti
peana all'abbaglio
angoscioso del
laser!)


*

BALLATA N. 5

TORNERANNO
tènere sul mangiafumo
coccinelle multicolore feltri
giocheranno specchiere
murali a
Portobello.

TORNERANNO
filari di pace
stemperata da
nuvole d'erica dischiusi
cancelletti in
distici di
rose.

TORNERANNO
pagine di azzurro
sfilacciate ciglia del
mattino una
pausa di sole la
paletta su
vicoli di
fiaba.

TORNERANNO
abbaini di polline
spiovente sintonia per
disperse dolcezze ritrovate
se
una foglia vizza dietro
Nelson potrà ancora
essere la
luna!

[da Alla bottega, n. 4 - luglio-agosto 1975]

 



GIOVANNI COZZA

iPOGEO


Datemi uno spintone perché io
cada riverso e mi
metta a cercare sotto nel
magistero sepolto delle
cose passate la
cenere ultima di un
amplesso ignorato remoto. Io e
la mia terra dentro e non vale ciò
che sta sopra nella stentorea figurazione di
primavere ricorrenti. Fantasmi per
non addetti ai lavori. Noi
qui soltanto invece stiamo con
ceri accesi nei
mausolei di Tanatos ascoltando
altre preghiere e sermoni. Spezzoni e
fioco lume di alta vetrata absidale confondono
ira e pianto. Intanto l'idea
muore annaspando sul
tuo corpo di stalattite immota fatto di
carne consumata per
disarmare la
potenza del nulla e
finito per sempre.

*

POESIA PERCHE'

Non è questa
poesia in forma di
rosa. E' questa
sentenza. Ma quale può
verificarsi sentenza se
non è il sentire di
tutti e se già dubbio è
sentire. Come solitaria
cicogna sui frastagliati
merli al deserto tesa, la
mia parola vive nella
maciullata idea di un
frasario zoppo e si
disperde nella
sterile forma. Al
tramonto la luce è
falsa e più non stordisce la
pietra vuota senza
trono di re.

*

ANCH'IO SEDENDO E MIRANDO

Capisco le tue
stazioni e le tue
fughe. Oggi sono le
mie stesse
anticamere sul
baratro vuoto. Eppure
rompere l'ingranaggio di
delicato anonimo
miscuglio cerco e siedo e
miro al mondo nella
notte lunga dei tigli e
delle viole
selvine. Creo l'indugio. Il
profilo di uno
scoglio si oppone e
occupa tempo e
spazio.

[da Alla bottega, n. 1 - gennaio-febbraio 1977]

*

GUIDO PAZZI

MADRI DI SOLITUDINI


Vicino a stelle che indossano vesti di malinconia
ha vita un pasto di luci dovendosi posare fra occhi di bimbo
con lievità sconosciuta e togliere dolore da madri
con il cuore racchiuso in taglienti solitudini.


*

TERESIO ZANINETTI

CANZONE


già da sempre impiccati
all'albero maestro i predoni
della storia ricamata
con cocci di diamante
dal lustrascarpe di turno
(per ossari e sacrestie
conducevano il fanciullo censurando
i clamori dell'incenso e i guaiti
della folla incatenata
al cerchio di luce sul capo)
e se ancora la pioggia trasforma
in palude il granaio
restiamo insieme a rammendare
il lacerato cielo sopra
questa terra insanguinata.

*

GENESI UNO E DUE

aruspice, dinastia di suoni amorfi
cui il guanto sta come
un seno alla donna. che se
poi rughe sui ginocchi incrociandosi fanno
vento si muore
d'infamia procreando rettili. e
così(s)sia
(nell'antro del lupo). ma
domani
(sotto un sole nuovo)
sventoleremo il giorno sopra
le macerie dell'uomo
(il mai nato di ieri che parla
linguaggi di neve
smussata agli albori
tra scorie e cascate di sangue).
e saremo.

[da Alla bottega, n. 3 - maggio-giugno 1977]

*

GIOVANNI COZZA

IO, NON SONO POETA


Plateale cosmica falce di
Sigfrido e l'ombra valchiria
tremebonda all'orizzonte della
mia data salì nel cielo
maestosa di notte. Fatidica psicotica
ancella, così l'hanno chiamata
voluttuosa e afrodisiaca, per
concludere nel verso la
loro nevrosi i
poeti. Oggi indifferente e
ridancina, oggetto encomiabile e
misterico, perseverante innocua sul
mondo. Anche se
chiamo luminarie le stelle e
sereno concordo l'urlo del
fatiscente umano, io, non
sono poeta. Sono uno che
viene meno giorno dopo
giorno e chiama la
morte per nome. Alle placide
acque intrise di
luna non oso parole.

[Alla silloge dal titolo omonimo è stato assegnato il
Premio Letterario -La Mole- 1977 -
La poesia è riportata da Alla bottega, 1977]

*

GUIDO PAZZI

GIARDINI DI LUNGO IGNOTO


In un giardino di attimi abbigliati
a lungo dall'ignoto termina un pasto di luci;
dovendosi dileguare fra occhi di bimbi
che tolgono lagrime da madri cariate di dolore
e balzi di solitudine.
E riposano dove il pudore sorride alla luna
che sibila bianca eternità e dona fonti
di silenzio purpureo che abbacina
le notti dei sogni col cuore del vento.

[da Alla bottega] 
 
 

 IAGO


Da  L'ALIBI PERFETTO



Svezzamento

Invecchia la pelle appena nata
nei giorni armati dal progresso.
Succhia l'infante dal biberon al whisky,
la poppata diventa bastone
nell'arrembante progenie stagionata
che si eclissa nella morsa
- poco prima di cambiare i denti -

(poesia tratta da "L'alibi perfetto" di Iago, Bel-Ami Edizioni, 2011)

*

Il Nome

Da tanto non parlo a me di me
indaffarato a prender senza chiedere
vivo negli spazi delle isole
dove le prede nuotano ignare.

Il mio anfitrione è l'orgoglio
killer prensile, parassita della buona creanza
che mira all'abbraccio di amori diversi.
Ero nell'uomo, esco dall'uomo, vivo nell'uomo.

Esisto da sempre,
religione di infallibile immortalità.
Ricopro i cuori con buste d'acciaio
"ognun per sé" è il mio motto,

superbia e ottusità le mie sorelle.

Alcuni di voi mi affrontano
spremendo calore da ossa dorate,
merce divina che affolla l'inferno.
Non ce la faranno a far sapere
che per uccidermi
serve un semplice gesto d'amore.

Le case dei miei figli,
giardini indifferenti chiusi al rispetto.
Il mio nome è Egoismo
e la mia ragione d'essere
sta nel vostro motivo d'esistere.

(poesia tratta da "L'alibi perfetto" di Iago, Bel-Ami Edizioni, 2011)

*

Il prodotto della Terra

Infiniti salmi regalano intimità
vagiti, febbrilità, echi di rivalsa.
Confessioni di lana sulle ali dei cherubini
precetti in aspettativa.
Singoleggiare con idee votate al rischio,
l'attimo lustra le scarpe al presentabile.

Un bambino rammenta di essere stato vecchio,
fulmine che implode tra le nuvole
che lo hanno generato.
La paura toglie i denti al leone,
ruggisce singhiozzi d'avena
in dispersione sulle colline nervose.
Vespa e farfalla si posano
sullo stesso fiore,
una per uccidere l'altra per morire.

Levarsi la camicia della coscienza,
eseguire segnali di fumo
con lo smog di una città ingrata
venature sulle braccia del crepuscolo.
Stracci d'anzianità coprono la mente
ristretta nel ventre ubriaco,
vedute in lontananza si respingono
repressione dell'io.
Nel cesto invenduto,
la malvagità abbraccia la convenienza
il frutto del bene resta acerbo,
bramando la maturità perduta.

(poesia tratta da "L'alibi perfetto" di Iago, Bel-Ami Edizioni, 2011)

*

Moda

Creare perle da ingoiare,
la deformità gode nella virtù dei profili.

Fili d'ossa in fila
nervi di rame stipati
scosse in pausa, vibrazione d'ottone.
Lontanamente la mente mente a se stessa.

Abbraccio innaturale, carnefice e vittima
arroventati nel ferro dolciastro
che stringe il collo dell'utero
la nascita si lascia morire ancora,
manca lo spirito
per dar fuoco all'anima.

(poesia tratta da "L'alibi perfetto" di Iago, Bel-Ami Edizioni, 2011)

*

Giostra

Libertà,
giochevole atterraggio
e prima di riprender quota
lascia in pista la prevenzione
con lo scopo di riesumare i vivi
per non far piangere i morti.

(poesia tratta da "L'alibi perfetto" di Iago, Bel-Ami Edizioni, 2011)

*

Saluto

La bellezza del corpo precipita
con la maturazione del vizio,
s'impianta sulla spiaggia del ricordo.

Il mare non sa quanto stupido è l'uomo,
continua a sputare sale
sulle orme divise dall'onda.

Buongiorno vita,
sogna la forma che inganna
e poni i tuoi sogni
alla deriva del suono.

(poesia tratta da "L'alibi perfetto" di Iago, Bel-Ami Edizioni, 2011)

*

Simbiosi

Siamo di altri inganni,
mai fedeli alla coerenza del pensiero
svelti a danzare sull'emergenza di turno.

Movenze sulla scacchiera dell'esistenza
mosse che guidano il libero arbitrio.
 
Il tempo carnivoro si inserisce
nella clessidra erbivora,
gli avanzi di pasto
sono già prateria di cemento
nei fatti che nascono veri
per essere poi mascherati.

(poesia tratta da "L'alibi perfetto" di Iago, Bel-Ami Edizioni, 2011)




UMBERTO LUIGI RONCO

Non posso dividere la mia solitudine

Per Teresio di Silvana
e Silvana di Teresio.

NON POSSO DIVIDERE la mia solitudine.
Non posso dividere il mio scheletro
con nessuno.
Il coltello affilato
è conficcato nel sole. Pronto.
Ma la mano arida e screpolata
è una parola di consolazione
sul badile che azzanna il sole.
In questo angolo, il cuore,
è sempre rannicchiato in gola.
Qui, non sei perdonato,
se chini le palpebre secche,
e noi non possiamo dimenticare,
se le piaghe urlano.
Io non posso dividere
il mio scheletro di calce
con nessuno.
Le mie pene sono mie.
Né posso disgiungere la luce dell'anima.
Il mio nome non lo debbo dimezzare.
Il mio nome, qui, è puro.

Sebbene sia inchiodato e ribadito
ai muri per i calcagni.
(E, oggi, non s'odono
le campane esauste del tempo.)
Il sibilo crudo dei venti
fa sbiadire la pelle delle ore.
Le lente ore della segregazione
del cuore.
Tutto sembra che sia morente, oggi.
Tutto predice che domani
sia un altro giorno uguale.
Lungo, che sale faticoso dal nulla.
Ammutoliti, i compagni, seguono,
al crepuscolo, il conteggio delle ombre
sulle sbarre.
Come freddi di speranze perdute
tra i freddi vermi colorati dell'angoscia.
A rischio di compromettersi con la paura.
A rischio di sogghignare sul filo
invisibile della pazzia.

Che strano linguaggio ha questo silenzio
che ci nasconde l'uno all'altro!
Che ci fa pietra di cielo,
una volta ancora,
prima della morte del giorno.
Che strano linguaggio ha questo silenzio!
Ma, qui, noi, nel penitenziario,
ci sappiamo perdonare.
Ci sappiamo perdonare
per poter portare, pura,
nel cuore, l'alba di domani.
Qui, mi perdonano,
proprio perché non posso dividere
la mia solitudine di poeta.
Qui, sono tutti poeti.

[dalla rivista LOGOS, n. 19, marzo-aprile 1986]

*

FRANCESCO SCADUTO

Sono le ore nude

Sono le ore nude
del silenzio
a inumidire
i tonfi del dormiveglia.
Sono le vampe dei bui galoppi
a vangare i colori del cuore
per annodare la croce
agli umani tumulti.
E' la brina della luna
a trascinare i risvegli
per affrescare le speranze
dei girasoli lontani.
Sono i canti affamati
a slabbrare le sguaiate rughe
dei nostri infantili gridi
assetati di verità.

[da LOGOS, n. 20, maggio-giugno 1986]

*

NICOLA FIORELLA

DIARIO D'INVERNO

Verdi onde salate muovono il linguaggio solare
nella stagione che brucia le foglie.
Qui di fronte al mare
apro il mio diario d'inverno
con le pagine logorate dal tempo
e urlo per il sangue perduto,
per il sole che cade nei giardini di pietra.
Vibrazioni di voce
narrano la storia dei mondi rovesciati
nel vuoto del cielo.
Un grido di terra
nelle sfere ossidate, una luce ferita
fra le ombre tradite
battono le pietre nel gioco crudele degli atomi.
Ora che l'uranio muove le ruote atomiche
entro nel vuoto delle chitarre infelici
dentro il labirinto della vita
e con la rabbia del vento
cancello tutte le memorie del computer.

[dalla III Rassegna Int.le di Letteratura
LOGOS 1988]

*

TERESIO ZANINETTI

A questo non m'abituo
(Leggevo il tuo profilo esangue nei libecci
arrancando tra gladioli e fiordalisi
dentro i covoni della morte in panne):
questa luce falsa gli occhi, tradisce
bisogni e pazienze, stronca
sul nascere bocci - a questa luce
dai lividi brulli non m'abitua
il liso ricordo del domani in croce.

(Leggevo le tuen rughe nei cristalli tintinnanti
assaporando intrecci mozzati di mani giunte
nel girotondo degli scorticati vivi) -
Forse era natale o capodanno, viziate
di droga capitalista le famiglie serravano
pance e manette (panettoni, anitre all'arancia
figli & figlie parenti stretti al collo
da gustare al dente)
- forse era l'altr'anno o non ancora.

Sta di fatto che a quest'aria di morte non m'abituo

Mentre il boia sorride con piacere automatico
ancora la mia mano rifuta dovute tenerezze.
Sto con le mie prigioni dentro il piombo
delk mio corpo stretto. Sto.
Non so come né quando. Sto.
Con il cranio dell'odio di classe. Sto
In un mattino disatteso e stanco
qualcuno esplorerà il relitto
delle ossute gimkane a piedi freddi.
A questa maturità che selvaggiamente delicata cresce
solo un grido - domando - di vendetta e di riscossa,
dolce e tremendo come il dolore
nel tuo profilo esangue, trasparente, vivo.

Teresio Zaninetti (fondatore e editore della Rivista) - 1988

[da LOGOS, 1991]

*

CARLO ERBETTA

BALLATA N. 8

CHI MI DARA'
palizzate d'oniriche
speranze su zattere
naufraghe in marciti
fosforiche la
meridiana d'ore a
illudere il tempo proiezioni di
sole dilaniato sul
l'antico quadrante del
cuore?

CHI MI DARA'
oltre pantografi numerati sul
la tavola pitagorica del
cemento lontananze di
muschio comignoli non
blasfemi presso un
Natale di poche
noci?

CHI MI DARA'
fiocine d'istanti
esplosi entro coralli di
rugiada tramontane a
frugare lunari
soffitte dietro chiuse
vetrate per
accogliere innesti di
amore?

CHI MI DARA'
su caste pale una
fronte di trittici rosa-
pallido e oro la
Annunciazione senza
fiocchi d'organza o Rolls-
Royce per vivi cassa da
morto?

CHI MI DARA'
periferie gitane a
percuotere cieli di
rame gli orti lavati in
absidi di nuvole il
fragore di variopinte
balere a
dilatare vicoli in
festa?

INTANTO IL
frantoio dei sogni da
bidoni rovesciati inesorabile
rigurgita pattume su
anime di
asfalto.

[da Alla bottega -
2° Premio al Concorso di Poesia -Aspera- 1974]

*

BALLATA N. 2

RIDATEMI
arcobaleni di gazze
crocifisse su pali
telegrafici di lira
cherubini suonatori da
arcate bramantesche a
planare su
sguardi d'ogivale
stupore
(Piangono dèmoni
nascosti in pieghe di
tufo con un occhio
solo appollaiati!)

RIDATEMI
pascoli di nubi
scotonate come
tragiche meduse in
metamorfosi d'acquario
mani senza
dimensioni algebriche né
spazi incatenati da
diagrammi di
colore.
(Il colesterolo morde
coronarie aggrumate
l'Amore sbadiglia
nella noia del
coito!)

RIDATEMI
binari di fumo
palette ancora
verdi su pensiline senza
ritorno radure di
carri imbalsamati nel
sole trito da
cicale a battere il 
tempo.
(Cornamuse di luna
cantano remoti
peana all'abbaglio
angoscioso del
laser!)


*

BALLATA N. 5

TORNERANNO
tènere sul mangiafumo
coccinelle multicolore feltri
giocheranno specchiere
murali a
Portobello.

TORNERANNO
filari di pace
stemperata da
nuvole d'erica dischiusi
cancelletti in
distici di
rose.

TORNERANNO
pagine di azzurro
sfilacciate ciglia del
mattino una
pausa di sole la
paletta su
vicoli di
fiaba.

TORNERANNO
abbaini di polline
spiovente sintonia per
disperse dolcezze ritrovate
se
una foglia vizza dietro
Nelson potrà ancora
essere la
luna!

[da Alla bottega, n. 4 - luglio-agosto 1975]


 
GIOVANNI COZZA

iPOGEO

Datemi uno spintone perché io
cada riverso e mi
metta a cercare sotto nel
magistero sepolto delle
cose passate la
cenere ultima di un
amplesso ignorato remoto. Io e
la mia terra dentro e non vale ciò
che sta sopra nella stentorea figurazione di
primavere ricorrenti. Fantasmi per
non addetti ai lavori. Noi
qui soltanto invece stiamo con
ceri accesi nei
mausolei di Tanatos ascoltando
altre preghiere e sermoni. Spezzoni e
fioco lume di alta vetrata absidale confondono
ira e pianto. Intanto l'idea
muore annaspando sul
tuo corpo di stalattite immota fatto di
carne consumata per
disarmare la
potenza del nulla e
finito per sempre.

*

POESIA PERCHE'

Non è questa
poesia in forma di
rosa. E' questa 
sentenza. Ma quale può
verificarsi sentenza se
non è il sentire di
tutti e se già dubbio è
sentire. Come solitaria
cicogna sui frastagliati
merli al deserto tesa, la
mia parola vive nella
maciullata idea di un
frasario zoppo e si
disperde nella
sterile forma. Al
tramonto la luce è
falsa e più non stordisce la
pietra vuota senza
trono di re.

*

ANCH'IO SEDENDO E MIRANDO

Capisco le tue
stazioni e le tue
fughe. Oggi sono le
mie stesse
anticamere sul
baratro vuoto. Eppure
rompere l'ingranaggio di
delicato anonimo
miscuglio cerco e siedo e
miro al mondo nella
notte lunga dei tigli e
delle viole
selvine. Creo l'indugio. Il
profilo di uno
scoglio si oppone e
occupa tempo e
spazio.

[da Alla bottega, n. 1 - gennaio-febbraio 1977]

*

GUIDO PAZZI

MADRI DI SOLITUDINI

Vicino a stelle che indossano vesti di malinconia
     ha vita un pasto di luci dovendosi posare fra occhi di bimbo
          con lievità sconosciuta e togliere dolore da madri
                con il cuore racchiuso in taglienti solitudini.


*

TERESIO ZANINETTI

CANZONE

già da sempre impiccati
all'albero maestro i predoni
della storia ricamata
con cocci di diamante
dal lustrascarpe di turno
(per ossari e sacrestie
conducevano il fanciullo censurando
i clamori dell'incenso e i guaiti
della folla incatenata
al cerchio di luce sul capo)
e se ancora la pioggia trasforma
in palude il granaio
restiamo insieme a rammendare
il lacerato cielo sopra
questa terra insanguinata.

*

GENESI UNO E DUE

aruspice, dinastia di suoni amorfi
cui il guanto sta come
un seno alla donna.  che se
poi rughe sui ginocchi incrociandosi fanno
vento si muore
d'infamia procreando rettili. e
così(s)sia
(nell'antro del lupo). ma
domani
(sotto un sole nuovo)
sventoleremo il giorno sopra
le macerie dell'uomo
(il mai nato di ieri che parla
linguaggi di neve
smussata agli albori
tra scorie e cascate di sangue).
e saremo.

[da Alla bottega, n. 3 - maggio-giugno 1977]

*

GIOVANNI COZZA

IO, NON SONO POETA

Plateale cosmica falce di
Sigfrido e l'ombra valchiria
tremebonda all'orizzonte della
mia data salì nel cielo
maestosa di notte. Fatidica psicotica
ancella, così l'hanno chiamata
voluttuosa e afrodisiaca, per
concludere nel verso la
loro nevrosi i
poeti. Oggi indifferente e
ridancina, oggetto encomiabile e
misterico, perseverante innocua sul
mondo. Anche se
chiamo luminarie le stelle e
sereno concordo l'urlo del
fatiscente umano, io, non
sono poeta. Sono uno che
viene meno giorno dopo
giorno e chiama la
morte per nome. Alle placide
acque intrise di
luna non oso parole.

[Alla silloge dal titolo omonimo è stato assegnato il
Premio Letterario -La Mole- 1977 -
La poesia è riportata da Alla bottega, 1977]

*

GUIDO PAZZI

GIARDINI DI LUNGO IGNOTO

In un giardino di attimi abbigliati
a lungo dall'ignoto termina un pasto di luci;
dovendosi dileguare fra occhi di bimbi
che tolgono lagrime da madri cariate di dolore
e balzi di solitudine.
E riposano dove il pudore sorride alla luna
che sibila bianca eternità e dona fonti
di silenzio purpureo che abbacina
le notti dei sogni col cuore del vento.

[da Alla bottega] 

 
 
 
 
 
 
GIOVANNI CHIELLINO

IL CAVALLO

Pura velocità,
arco di vento,
percuoti il suolo
con zoccoli di fuoco,
porti negli occhi
l'ansia della corsa,
la fiamma alta
della meta certa.
Il tuo nitrito
è un brivido del tempo
protendi il capo
nei campi della luce,
tu maestoso segno
del sogno del ritorno
cavalchi i miei deserti
apri le chiuse porte
del pensiero che cede
all'ombra dell'ignoto,
della voce caduta
nel silenzioso vuoto.
Tu pupilla limpida
che osservi le distanze,
ritmo impetuoso dell'impazzita danza
dove il mio sangue torbido
apre rissosi vortici
e genera virgulti per la vorace morte,
tu palpito di eterno
sollevi la mia attesa
col tuo cocchio lucente
nel mondo delle stelle
oltre il grido del nulla
nell'attimo infinito dell'infinita mente.

*

TRA SISTOLE E DIASTOLE

Tra sistole e diastole
il silenzio;

tra sistole e diastole
l'assenza;

tra sistole e diastole
l'attesa.

E' la voce che manca
a riempire la fossa del tempo.

Con corde di memoria,
seguendo la via della croce,
dagli abissi del vuoto
ho scalato il tuo volto
mentre la via scavava
caverne d'abbandono.

Alla tua lontananza
ho legato il mio cuore
e al centro della pausa,
sui battiti che contano le perdite,
nel dubbio oscillo
tra l'onda che avanza e scompare
e l'infinito stupore del mare,
tra il giorno che sale e discende
e l'anima che sempre risplende.

[Dalla rivista  Alla bottega]

*

FURIO ALLORI

DISSOLVENZA

mi piace osservare
il crollo
intorno a me

ammiro
la solitudine di vuoto
che mi si crea
accanto

adoro
questa sensazione
di dissolvenza
in me

amo essere cullato
dall'illusorio gioco
dell'impermanenza

galleggiando
sugli archetipi
di maya
dalle allungate
candide dita

flessuose
di nirvana

[Da Alla bottega]

*

GIUSEPPE BOVA

L'ORIZZONTE TIRA LE SUE RETI

L'orizzonte tira le sue reti
tutte le mani sembrano una retta.

Io non mi sento né bianco né nero.
Non sono l'elemento di ogni seme.

Appaio dove pare non si esista.
Alzo la tenda e ormai non ho parole.

Stupisco al solo esistere di forma.

[Segnalazione al XLIX Concorso "Aspera" di Poesia]

*

IVAN FEDELI

RACCOLGO IN UN FRAMMENTO...

Raccolgo in un frammento questa luce
che punge gli occhi e s'apre come nuova,
ùconservandola per poco, il resto è incerto.
Sai, la moda è fuggire la memoria:
triovarla, una parola per fermare
un giorno. O non c'è posto per i nomi,
più brevi le stagioni, e s'allontanano.
Allora lasciami per poco al tempo
che tenta il punto dove trovo un cielo.
E' qui la linea dell'abbraccio, il sogno,
e il mondo non va via dentro le cose.
Così rimane il senso che ci manca,
ed il silenzio sulla paima verde,
nelle case accese, in lontananza.

[3° Premio al XXXVII Concorso Aspera di Poesia]

*

APRIVA POI L'ESTATE

Apriva poi l'estate questa forma
di vita tutta da addomesticare,
resti d'asfalto agli occhi pelli avare
addosso sogni consumati appena.
Credi, era il suono già impaziente, il suono
ladro del giorno che spezzava il cielo
e lo faceva gesso, l'abitudine
alla luce allucinata poi a rendere
sorrisi fiacchi intorpiditi a fondo
e non capivi se una strada ancora
o un passo impervio imparava il mondo
intramontabile dell'elegia
e quell'attesa avida di parole.

*

E' IN UN SILENZIO

E' in un silenzio seducente, vago,
questo attimo scoperto per trovarci.
Ma il tempo fugge, come un crampo morde,
ben si nasconde agli occhi, ai cocci rotti
da zoccoli feriti, e il fondo è vuoto.
Traghettami, se vuoi, col tuo Caronte
in notti senza urti, senza magie:
o è foschia, la cappa che s'attacca
alla terra già solcata, una polvere
che muta col ricordo, che è una resa.
Così il verso si trasforma, diventa
appartenenza, un codice di nomi,
di fatti da salvare, una memoria
che s'accinge, si sottrae con noi,
tra i muri e le radici, senza gloria...

[Da Alla bottega]

*

FRYDA ROTA

PERCORSO

Il percorso - privato - intraprese
segreto viaggio senza stridori
pattinò sul silenzio - il suono
era sott'acqua .- e con dita opache
sgusciò sottili geroglifici che
celavano oracoli dolenti: alla fine
spalancò la bocca e stridettero
ferite di parole. Torpido un verso
snodò ali gualcite: un foglio fu
mirabile cornice.

[Da Alla bottega]




BRUNO DOMENICHELLI

IL TUO COLTELLO DI LUCE

  Ancora
vertigini d'erba molle
e di respiri scambiati.

  Desideri
che scavano nel cielo.

  Osservo
in disparte,
il tuo coltello di luce
penetrato
nella mia notte.

  E non so dirti che t'amo.

[Da "Alla bottega"]

*

ROBERTO PAPPACENA

MIRAMARE

Giuochi di foglie
agghindano fontane,
bianca sull'acqua putrida
galleggia l'illusione
e ci sorride incerta,
alta nell'aria
un'infanzia sospesa
a triste vento.

E tra i meandri
di straniere piante
gesti di gesso
gelano parole,
lungo la diga inerte
della sfinge
il suo guardare vuoto
senza amore.

[Segnalazione al XX Concorso "Aspera"]

*

FRYDA ROTA

LE BAMBOLE

Conto a volte le bambole morte che nel sepolcro
di cassetti chiusi maturano la scorza
dei giorni in debito. Ogni bambola un poco
mi somiglia - labbra gonfie di parole non dette
- sguardi fissi sugli assurdi grilli di verità alterne
da non credere - le ferite fasciate di polvere
 - strette in abiti di pergamena: ogni bambola
mi è insieme specchio e radice - inizio e approdo.

*

GIANCARLO ARSIENI

HO LASCIATO IL CAMPO

Ho lasciato il campo,
attorno alberi in verde
la terra appena increspata.

Il cielo nei tuoi occhi.
Ti cerca la mano
il seme scalda zolle in erba.

Tu sei il punto.
Lettera latissima in una pratica
che a dire parole
ci fa uccelli da preda.

Assassini sulle ossa dei morti.

*

IGNAZIO URSO

VA', AMICO

Va', amico, compagno di sventura
la tua vita è un'onda
di un fiume in piena corsa
all'abbraccio di un mare smisurato.
Non grida più il gabbiano
ferito alle tue orecchie
né suona la campana al tuo richiamo
né scalpita il cavallo
al tocco delle redini.
Il tuo destino è scritto
nella pagina sbagliata
del libro della vita.

Ora tace la tua chitarra
che pende
sul ramo più alto dell'ulivo.

Nella curva in declino
di un orizzonte indefinito
tramonta con te
l'ultimo squarcio
d'un sole moribondo.

[Da LOGOS - n. 7/1983]

*

GIUSI VERBARO CIPOLLINA

IPOTESI DI UN AMORE

Fu festa riso amore: ne fu piena
l'incredibile notte - ventre profondo
abbraccio senza fine
bagliore
volo d'angeli
confine
e accese veglie  a vino vecchio e canti.

Fu braccia - mare - braccia
l'incredibile notte che sciolse il miele
dentro la ferita
slegò gli ormeggi e lacerò i programmi
(giustifica la febbre dell'amplesso
l'agonia dell'attesa: la marea si solleva
mare  di carne
cerchi d'occhi ed ali
e lune liquefatte).

    Ma ha fredde braccia l'ombra
    e i fantasmi non reggono alla luce
    Struggente gioco tenero d'ipotesi: gioco crudele
    pena assenza morte.

    All'alba non ha regole il mio gioco.

[...]

[E' uno stralcio da una poesia molto più lunga -
Vincitrice al 3° Premio naz.le "Achille Marrazza" -
edita su LOGOS] 

 


 
GIOVANNI BARRICELLI

RESURREZIONE

Invocando vite inapparenti m'indussero
le zolle sentore di prodigio, dai visceri
del cardo d'impeto sgorgò il fiore giallo.
Era la terra che impugnava il pennello
a tempestare il grembo di colori nuovi.
Il presagio del chicco morituro quando
il pugno vibrava nuvole di grano simile
a proclama: - Fango risorgerò dalle fibre
infrante, in più vite rivivrò verde
linfa ritornata sangue.

*

IO SONO DEL TUTTO E DEL NULLA

Nel breve giro in quegli mi alleno, nel
rapido abbraccio riscopro ambedue, il
pianto ed il riso in comune.
Sprofondo alla terra laddove radice è
l'anima mia che arde in grovigli di spini,
risalgo alla somma del tronco, ritrovo nei
rami deformi le braccia che avevo perduto
e dallo stormire di foglie richiamo il
verbo facendolo mio.
Io sono del tutto e del nulla e l'occhio
m'è cieco perché ogni piccola piaga del
mondo ricalca lo sguardo.
Porziuncola di corpo, trattengo soltanto
una parte di ciò che fu mio, che il più
fu perduto dal seme che spiego nutrendone
il mondo.

*

I RESPONSI DELLE NUVOLE

Messaggi scritti sulla sabbia del cielo
e tu che trattieni e rendi incancellabili
geroglifici di steli
sommersi da altre nuvole che incidono
responsi, parole nuove su lavagne
anch'esse inabissatesi e consunte
tanto via via sbiadisce
il detto e all'occhio trascolora
perché si accavallano le nubi.
E' tutto un rinnovarsi di coscienze
che recano messaggi sopraggiunti.

*

MIRAGGIO

Ritorni come un simbolo che fugge
e più e più imperversa
tu sei che parti e torni
e nel perenne bilico che urge
svanisci come un sogno.
Sei luce e sei la morte
abbarbicata a me come la vite
e abbranchi coi peduncoli
di una invitta forza ch'è
data più dal debole lascivo.
Uccello ferito che trasmigra
ma resta in memoria dei colori
rapita la sua veste.
Sei la notte e il giorno perché
vivi e non vivi,
l'aurora ed il tramonto,
perché muovi dalla luce rossa
che incendia l'alba
e precipiti nel buio.
Sei e non sei, vivi benché morta
che illusione è la tua gialla veste
e il nimbo che piove dagli occhi.
Tu che di rozza creta confusa
nelle zolle,
una silente vita non risorta
e zolla, e creta e sasso e polvere
di fango
scesa dai monti che muove nel
torrente
ove non più il tuo viso,
non le movenze, musica taciuta,
rozza di sasso sciolta con te
creta.
Tu purpurea e negra
sospesa all'onda che di te
non reca se non raminghe spoglie,
taci ed io scrollo la nuca nell'attesa
assaporando il canto ancora ignoto.
E' l'eco che tramanda la memoria,
miraggio colora gli occhi a un'ombra,
fattezze plasma la lucida pazzia
e il marmo ammorbidiscono le tue nocche.
E' un parto della mia follia
se alla tua gola soffio fremiti
di voci.
Tu non fosti e non sei.

[Da Alla bottega]



 

NEVIO NIGRO

SULLA SABBIA

E' come astratta
questa donna sdraiata
sulla sabbia.

Bellezza quasi nuda
ha insolito candore.
Odore d'alba.

Io non so
dove siano finiti
i sospiri di luna
se tra i pini
o nel mare
di questo mattino.

Il fulgore di rame
della pelle
non ravviva 
la musica perduta.
Ma illumina
la finzione del tempo.

Gli alberi inquieti.
Le finte primavere.

E il vento.
E la vela che va.

E questa sera...

*

CONSOLAZIONI

Anche gli amori stancano.
E i sussurri.

Forse il cuore
è pentito.

Gli giungono
ancora
parole segrete.

Ma
le labbra
non baciano i sogni

E dolcezze
si spalancano
nuove
ad imitar la gioia.

Il mare è adesso.
E' qui.
E la luna.
E il canto.
Infine.

*

L'AMICA

(in memoria)

Quella che mi fu amica
dorme.

Ritorna come idea
cessato il bacio.

E' come un soffio d'aria
su un paradiso andato.

Sicura la sua notte.
Sicura la mia sera.

Ma dolce è il vento
di questo nostro mare.
E il calore
bevuto in un respiro.

*

INCONTRO

L'età delle rose
non muove a ritroso.

Quella che vidi bella
non è che un ricordo spossato.

Eravamo lei ed io.
Un po' d'erba a morire.

La bellezza appassita
è mansueta.

Non disfa la notte.
Ma crea
una pioggia di lune.

*

LA NOTTE E' DOLCE
(stanchezza)

Quando si chiudono
le finestre del tempo
al vento della sera
non è perverso
il gioco dell'attesa.

La notte è dolce.

E' stanco il passo
che si fa memoria.
Esile verità
non
ascoltata.

La notte è dolce.
Quando scende piano.

*

CONFESSIONE

Talvolta
nella notte
mi raggiunge
una voce.

Come di donna.
Senza corpo.
Sola.

Dice d'amore.
Dolce.
E dopo fugge.

Di nuovo
la vorrei.
Per darle
un nome.
Per toccare
un corpo.

Con lei
fugge la notte
e la sua sete.

Come bevuto
a una fontana.

*

QUANDO FA NOTTE

Quando fa notte
il tempo
è un volo
d'angeli tristi.

Rimane sola
l'anima.
Povera e ricca
crudele e dolce.

La speranza
è una nuvola
d'oro
tra gli olivi.


[Dalla rivista Alla bottega]



GIORDANO GENGHINI

QUOTES – 1 [BY GREGORY CORSO – ORIGINAL IN ENGLISH 
(E MIA LIBERA TRADUZIONE ITALIANA)]

SPIRIT

Spirit
is Life
It flows thru
the death of me
endlessly
like a river
unafraid
of becoming
the sea
.

SPIRITO

Spirito
è vita
che scorre
attraverso 
la mia morte
incessantemente
come un fiume
che non teme
di diventare
il mare.

*

ANTHOLOGY OF GREAT POEMS AND OF MY VERSES FREELY 
INSPIRED BY THEM – 11 – [LANGUAGES: DEUTSCH – ITALIANO]

STEFAN ZWEIG (1881 – 1942) 

DER SECHZIGJÄRIGE DANKT (LETZES GEDICHT)

Linder schwebt der Stunder Reigen
Ueber schon ergrauten Haar,
Denn erst an ders Bechers Neige
Wird der Grund, der gold’ne klar.
Vorgefühl des nahen Nachtens
Es verstört nichtes entsch wert !
Reine Lust des Weltbetrachtens
Kennt nur, wer nichts mehr begehrt,
Nicht mehr fragt, was er erreichte,
Nicht mehr klagt, was er gamisst,
Und dem Altern nur der leichte
Anfang seines Abschieds ist.
Niemals glänzt der Ausblich freier
Als im Glast des Scheidelichts,
Nie liebt Man das Leben treuer
Als im Schatten des Verzichts.

... E LE MIE QUARTINE DI ENDECASILLABI RIMATI, LIBERAMENTE 
ISPIRATE DA “DER SECHZIGJÄRIGE DANKT”

IL RINGRAZIAMENTO DELL’ANZIANO

Più dolcemente danzano le ore
quando è grigio il colore dei capelli:
se incliniamo la coppa, appaiono ori
sul fondo, con i preziosi ceselli.
La vista della porta per l’uscita
non angoscia: fa lieve ciò che pesa.
Trova le pure gioie della vita
chi non è più negli anni dell’attesa.
A traguardi non bada più il pensiero
né a piangere si ostina sul passato:
quando si è anziani, sul volto un leggero
sorriso nasce, e prepara al commiato.
Diventano più liberi gli sguardi
nel sole che si avvia verso il tramonto.
Gli altri e le cose noi amiamo, se è tardi
e le prime ombre scendono sul mondo. 

*

“DE QUE NADA SE SABE”, soneto de JORGE LUIS BORGES
con mi libre traducción en idioma italiano.

La luna ignora que es tranquilla y clara
Y ni siquiera sabe que es la luna ;
La arena, que es la arena. No habrá una
Cosa che sepa que su forma es rara.
Las piezas de marfíl son tan ajenas
Al abstracto ajedrez como la mano
Que las rige. Quizá el destino humano
De breves dichas y de largas penas.
Es istrumento de Otro. Lo ignoramos;
Darle nombre de Dios no nos ayuda.
Vanos también son el temor, la duda
Y la trunca plegaria que iniciamos.
¿Qué arco habrá arrojado esta saeta
que soy? ¿Qué cumbre puede ser la meta?

.

“NULLA SI SA”: sonetto che mi è stato ispirato da una mia libera traduzione
 in lingua italiana di “DE QUE NADA SE SABE” di Jorge Luis Borges.


La luna ignora che è serena e chiara:
neppure può sapere che è la luna.
La sabbia, che è la sabbia. Non c’è una
cosa che sappia quanto ha forma rara.
Le pedine d’avorio sono aliene
per l ’astratta scacchiera, e lo è la mano
che le guida. Forse anche il fato umano
che intreccia brevi gioie e lunghe pene 
è strumento dell’Altro. Lo ignoriamo;
né aiuta chiamar l’Altro con un nome.
Sono vani il timore e il dubbio, come
la interrotta preghiera che iniziamo.
Quale arco avrà scoccato la saetta
che io sono? E per condurmi a quale vetta?

*

MINHA IMITAÇAO DOS GRANDES POETAS - 6 - 
[LINGUAGEM: PORTUGUÊS - ITALIANO]

O ABISMO... (FERNANDO PESSOA, “OC VII, 125”, 1929)
O abismo é o muro que tenho
Ser eu não tem um tamanho.
.

L’ABISSO... (IMITAZIONE DA FERNANDO PESSOA)
L’abisso è questo muro che possiedo
e l’io è la dismisura che in me vedo.

*

IMAGENS & CITAÇÕES LITERÁRIAS - 3 -] 

“Atraversa esta paisagem o meu sonho dum porto infinito / 
E a cor das flores é trasparente de as velas de grande navios/ 
Qué largam do cais arrastando nas águas por sombra / 
Os vultos ao sol daquelas árvores antigas.... // 
[...]” 
(Fernando Pessoa – 
A primeira quadra de « Chuva obliqua », I, em « Poesias”)
.

[La mia traduzione in Italiano:]
 
“Attraversa questo paesaggio il mio sogno di un infinito porto / 
ed il colore dei fiori traspare dalle vele dei grandi vascelli / 
che salpano dal molo trascinando nelle acque fra le ombre / 
i profili rivolti al sole di quegli alberi antichi... // 
[...] .” 

*

DOMANDE

Che mondo può mai vedere 
un ragno con i suoi occhi?
Non quello visto dall’uomo.
E quale mondo vedrebbe,
specchiandosi, l’universo, 
se l’Altro - con uno sguardo
per noi invisibile - un giorno
volesse mostrargli ogni dono?
Non quello visto dall’uomo.
Appare un mondo strano
all’angelo? Non lo sappiamo...
A noi, che possiamo guardare
racchiusi nei nostri visi,
sfuggono le vere cose:
e forme e suono e colore
e inferni, e i paradisi... 
O forse vedremo, uscendo
dal tempo e dalle sue ore
un giorno - fra le rose e il vento?



LORETO ORATI
da Facebook



LE PAROLE RINCHIUSE NEL SILENZIO DEI MIEI ANNI


Ti porto in dono i miei occhi,

madre,

perchè il tuo orizzonte si fa tramonto

mentre io vivo ancora di un Sole maturo,

e sarà luce a rischiarare i giorni dell'ombra,

quelli che verrano, decisi,

di inevitabili lentezze e una nuova tenerezza,

e tu, padre,

ti guardo e vedo me,

e il tempo che piega, e quasi spezza,

e invita a carezze da troppo rimandate,

e racconta di prossime notti d'insonnia,

di stanze ancora in fiore, destinate all'inverno,

il tempo che ancora vi accarezza, con mani consumate,

il tempo che mette con le spalle al muro, e mi suggerisce parole,

quelle ancora rinchiuse nel silenzio dei miei anni...


*

ANCHE LA DOMENICA HA UNA SUA LUCE


Stento a trovare il senso della domenica,

di questo tempo che s'infrange sulle strade vuote,

sul rintocco di campane stonate,

e guardo scorrere i minuti

come acqua invisibile in un fiume in secca,

come vento di ponente tra alberi che restano immobili,

ma abbraccio questo silenzio, è un caro amico che vedo poco,

e sorrido alle urla dei bambini in festa, anche se manca il mio,

e forse capisco che anche la domenica ha una sua luce,

perchè mi volto, appena di lato,

e posso vederla nascere dal tuo risveglio leggero...

*

E IL SALENTO ANCORA MI CHIAMA, CON VOCE MUTA


Ho sabbia nelle scarpe, di spiagge che non conosco,

ho sale sulle labbra, di un mare nascosto ai miei occhi,

ho voci sussurrate, di notti quasi dimenticate,

e il respiro della donna-salice, sul mio respiro,

come un contorcersi del desiderio,

di lontananze dovute alla vita, mai al cuore,

ho questo silenzio, inchiodato ad un muro,

al mio canto spezzato,

e sabbia, e sale, e mare,

e il Salento che ancora mi chiama,

con voce muta...

*

CHISSA' PERCHE' CERTE PAROLE NASCONO DI NOTTE


Chissà perchè certe parole nascono di notte,

nel frutteto del silenzio,

nell'assenza d'alfabeto,

proprio quando ogni cosa si fa muta,

muta la casa,

mute le strade,

muta quella bocca che ami,

forse perchè certe parole vivono d'insonnia,

e strappano sillabe alla lingua del sogno,

e ne fanno carne,

tormento,

ritorno di stupore,

e tentativo di poesia, per abbagliare le ombre...

*

lasciare che questa poca luce illumini la strada,
che l'inverno prenda il nome della speranza,
entrare nei giorni indecifrabili, in bilico, senza timore,
lasciare che la rupe ci chiami, e scendere a valle,
lasciare che l'amore ci chiami, ed essere già lì, da sempre...

*



GIORGIO BARBERI SQUAROTTI

Per anni non fu che un'agonia (cioè - disse - una
lotta o, meglio, una gara non voluta, una corsa obbligata avanti agli
occhi dei carnefici, fra i curiosi attardati per le strade
delle sere lunghe di dicembre), c'era di là forse la vita, ma
non seppe mai quale voluntate fosse pace per te per lui per il Dio che
ogni tanto pregava nel timore degli autunni o dei fulmini o dei giorni
di veglia accanto al tuo sonno inquieto, alla tua febbre,
o se di tutta la fatica e l'affanno il senso fosse
continuare resistere durare
senza fare domande.

*

SILVIO BELLEZZA

PRIMA NEVE


Si era fermato
il mantice del vento,
e fremevano gli abeti.

Un coriandolo di cenere
iniziò una danza
tra pareti di madreperla,
e trine d'argento
ricamarono i tetti.

Un guanto di silenzio
ovattava richiami,
si avvertivano lontano
leggende di campane
e mormorii di torrenti.

La trappola del giorno
tese l'ultimo agguato
al sussulto della luce.

*

FRYDA ROTA

UGUALE LA SORTE


Ho detto al mio cuore di scegliere
tra odio e amore: ha preferito
dimenticare gli ossi del sentimento
e addormentarsi - cane sazio - anche
se la pancia rodeva dentro. Ho voluto
fosse il destino a decidere tra
colpevole e innocente: una bilancia
non equa ha pesato e concluso.
Giurare a caso è come spergiurare
né la verità è diversa dal fesso
pianoforte della menzogna che su
trilli acuti si dimentica di sé
e finge non sapere che di tutti
è medesima la sorte.

*

GIOVANNI COZZA

IL CERBIATTO


Qui senza
trionfi a leccarci la
noia peregrina che
ritorna da una bocca
amara ad un'altra più
elemosiniera e
conversa a mistiche
credenze. Io
siedo e tu qui a
serrarti alle mie pupille perché
possa io guardando plastificare dal
mondo menzogne serene per
noi. Tu hai esigenza
d'eterno e miri al mio passivo
angosciato senza finzione di
stanco. Dilatati occhi a
divorarmi. Eppure non
può il mio male il
tuo offuscare chiomato
sorriso. Altrimenti verrò a
lenire le tue ferite. A
colmare la tua
sete. A
miscelare i tuoi
sogni.

[dalla rivista CONTROCAMPO - 1976]

*

TERESA M. CAPALDO

POMERIGGIO D'INVERNO


Ho sognato
il mio vento sul mare
spettinava le stelle
lucenti come i tuoi occhi
quando parli d'amore.
Ho sognato
il posto dei ciclamini
sotto le siepi
del nostro bosco fanciullo.
Ho sognato
il nostro nome
inciso sulla foglia sofferta
di un'agave stanca.
Sulla pianura della mia sconfitta
scende la neve.

*

GISELLA DE MARCHI

QUESTA NOTTE CHE NON HA VOLUTO
IL MIO CADAVERE


Luce, deserto, avvoltoi,
in nome di questa notte
che non ha voluto il mio cadavere,
io rinuncio ai vostri sortilegi
e sbriciolo le catene pesanti
che mi avete attorto al collo.

E sia finita questa lunga ascesa,
questo delirante, solitario,
meraviglioso supplizio di splendore,
al quale io stessa
mi ero condannata.

Con la stessa avidità
con la quale la luce divora
il colore delle cose
che illumina,
essa fa svanire
di giorno in giorno
i miei contorni.

Passività ardente, io non ho
più volontà davanti ai macigni;
mi frango contro le loro voci
imperiose e brucianti,
e una dopo l'altra
esse mi attirano
con il loro magnetico sguardo
verso un centro infuocato
come se ubbidissero all'ordine
di fondermi nel magma.

Dilatandomi d'estasi,
impazzita d'eternità
il deserto apre in me
un vuoto immenso:
l'infinità ove si decompone
tutto il mio essere.

La magnificenza del mondo è la mia
e mia la sua eternità,
il mio sangue circola
da un punto all'altro dello spazio
e come fiume, scorre lungamente
nel mio spirito come la saliva
risplendente d'un mistico fulmine.

Ma in nome di questa notte
in cui ho scoperto l'inutilità della luce,
vorrei carpire i segreti delle ombre,
ma non trovo altro che mercanti
che barattano minutaglia di vetro
con massacri di inutili eroi
alla luce bastarda della luna.

[da CONTROCAMPO - 1977]

*

GIULIANO AVIDANO

FRAGILI BARBAGLI


Fragili barbagli ai pontili
dischiudevano
l'intermittenza fugace
della loro tristezza vetrosa.
Il tuo addio irripetuto
mi corrodeva col suo verde splendore
mentre lontano approdava
il delicato fastigio
della mia stanchezza traboccante.
Era allora che ti porgevo
le sbavature audaci
dei miei versi di cane e di nebbia.

[da CONTROCAMPO]
 




RUGGERO B. VOLTA

SPAZIO TERRENO


Mi lavo le mani
in quest'acqua colore delle stelle
e annego la mia storia umana
nel canto di affascinanti ipotesi

questa voglia di morire
da dove e perché nasce
ha spazio terreno
è uno strano miraggio
che parte dal centro del mare
per abbellire la mia miseria

con la coscienza di essere pulviscolo
non dovrei desiderare che i colori
ed essere come una tartaruga
arrancante su scale interminabili
ma la mente non si assopisce
è una farfalla che vola nel vento
sul fiore di un glicine
che già non c'è più.

*

MICHELANGELO MAZZEO

LONTANANZE


Sul fuoco delle guerre
ora l'erba
addolcisce la guancia.
Tornano i fiori di prato
a punteggiare il silenzio.
Nell'occhio del tempo
la memoria si scolora;
lontananze
vestono il passato
di oblii.

*

RENATA CAPELLO

LE MILLE BOCCHE DEL CIELO


Guardo fisso le mille bocche del cielo
che ridono sedute sulle stelle.
Con denti di luna divorano
i miseri resti di chi s'è bruciato al sole
senza udire il dolore
che sparge crudele
vaghi sospiri nel vento.
Nutrono l'insaziabile ventre cosmico
di brandelli umani senza volto
senza aver conosciuto
alberi finti con foglie di velluto
senza aver visto
ali tarpate nelle tagliole
con lo sguardo liquido
rivolto al sole.
Non lacrime, non voli,
ma passi leggeri sui sogni
come in terre seminate
lasciando mille bocche affamate.

*

GIORGIO BARBERI SQUAROTTI

IL FOGLIO


Candido un uccello bucò il foglio
scialbo del cielo d'estate, lentamente
si abbassò sul popolo di anime
nude sotto il vento basso: e dallo strappo
ecco uscire gonfi pesci nerastri con la bocca
aperta, un volo di locuste, le gote rosse di un ragazzo
che soffia invano dietro l'ombra lieve
di una nube rotonda come un'ultima
difesa del pudore sopra questa
vulva spalancata della storia che produce
vermi scorpioni re coronati che severi
assistono alla morte degli schiavi
topi con le lunghe code ispide
un volo biondo di capelli un riso ambiguo
sopra un volto catprino l'ano nero
di una scimmia che vomita monete
d'oro l'urto di una tempesta che forse
è esplosa in qualche parte del tempo dove lascia
rami spezzati, strade piene di fango, foglie,
stracci di vapori velenosi, torri
infrante, schegge di vetri in cui si specchia il nulla
di un giorno senza fine, in cui già tutte
le possibili storie sono state
rappresentate fino in fondo, nessuna traccia ne rimane
negli occhi fitti della gente che ora un poco
si muove sulla spiaggia, scuote dalla
memoria le immagini di fumo, le figure d'aria,
i fantasmi usciti dalla pagina
bucata del libro di Babele: un uccello,
il primo che quest'anno giunge fin qui,
con un pesce che ancora s'agita nel becco,
poi si perde nel vuoto verso terra,
il cielo si è richiuso sull'estremo guizzo di una coda,
il tempo muore, e non c'è altro segno
che quello di Giona.

*

GIAN LUCA FAVETTO

PER UNA VOCE SOLA


In una sera - quando ancora è giorno - buia di libri
annego. In alto tra le medesime fiamme
giacciono gli immortali invecchiati sonni.
Il vento non li avesse amati! e musiche
come preghiere, abbracci distruttori.
Sfilano parole cicatrici che incantano e ribrezzano
i cieli di fredde stelle e lune - chiazze
nel lago, simili a lenzuola da poco usate.
Allora immergo la mia pen(n)a e vorrei un altrove
debole ma vero, ma fuggito all'imballo della carta.
E mentre parlo dormo e il veleno in me è pace.
Dilenziosa gioia per le ringhiere degli occhi
sale lenta e senza affanno: che so che posso
amare ancora fuori d'ogni inganno.
Contro il futuro ed il possibile già digerito
s'agita in lanterna una lamella d'inconnu,
nuvola sospesa su altre nuvole
piove - rada - ripida - e fulgente.
Ed andavamo io e lei che era notte e alba e giorno fatto
ed andavamo ancora.

*

CARLO MOLINARO

PARABOLA DEL BRUCO


Il bruco, che era molto illuminista,
volle seguir virtute e conoscenza.
Scavò la mela da una parte all'altra,
in su, in giù, di qua, di là, con metodo,
finché nulla rimase inesplorato.
Allora disse: "Il mondo è tutto qui?
E' troppo triste la mia condizione..."
E si fece saltare le cervella.
(Non seppe mai che pochi giorni dopo
sarebbe diventato una farfalla).


[poesie tratte da CONTROCAMPO - anni '80]

*

DAGOBERTO WANDURRAGA LESMES

COSTELLAZIONI D'ACQUA


Ascolto il vento
come mi porta scampoli di cristallo,
volo di uccelli
che nell'orgoglio del crepuscolo
si perdono.
La tua bocca, il vento
le nuvole che non torneranno,
i baci di grano
che la sera si portò via.

Ascolta la mia parola assente,
la notte che s'adagia sul tuo corpo,
le radici dei miei sogni
che nel campo non cresceranno.

Piove ii silenzio
sulle fredde finestre dei tuoi occhi
ed un pianto di bimbo
ti s'affoga nel ventre.

Dolore sul dolore,
la voce diventa urlo
ed è forse urlando
che il canto pietroso dell'onda
sulla sabbia agonizza?

O dimmi tu, che nel Pacifico raccogli
le voci misteriose
di marinai senz'ali,
erranti pellegrini
su costellazioni d'acqua.
Dimmi tu, sin dalla coppa azzurra del tuo sguardo,
sin dalla tunica verde delle tue mani,
dove nascono le onde?

Premio speciale "La Mole" 1983
[da CONTROCAMPO]

*

MARIO RONDI

L'ENIGMA DELLA BAMBOLA BIANCA


La bambola bianca che scivola nell'onda al soffio della luna
dimentica il bacio del topo di miele nella notte dei raggiri
e le parole si consumano al delirio del vento impazzito
nella fuga del re senza corona sulle ali del cigno dorato
che nasconde nel vortice degli occhi sospesi il segreto
dell'acqua ballerina al tuffo di una goccia d'ambra
sciolta nel veleno della strega che spruzza il mirto
quando il serpente lecca le orecchie a svelare l'enigma
disperso nel labirinto dei sorrisi soffusi nell'ora
che il sogno si confonde nel tenero abbraccio...

Premio speciale "silloge inedita" Premio "La Mole" 1984
[da CONTROCAMPO]

*

MARINA REGNO

ADEUS


Un giorno mi ucciderò
mi sfilerò le venerdì
e le metterò al sole ad asciugare
come in un diaframma borghese
fitto di parole amare
Che mi importa se tutti verranno al mio funerale
piangendo senza riconoscermi...
Sarò già lontana a distillare finalmente
il vino della verità
Che mi importa se caricheranno il mio corpo
su una carrozza tirata da due cavalli bianchi...
Era quello che volevo, una morte da spettacolo
che deve continuare...
Adeus miei cari, farfalle frementi
Adeus sconvolti messaggi di un mondo di cartapesta
Morire in estate come le grandi menti allucinate
dall'ansia del vivere male
Il bene, quello sì, ti porta via
su un carro dorato ricolmo
- ma chissà perché -
di nostalgia.

[dalla silloge "Esercizi di un'Astrologa"
riportata sulla rivista Noialtri - maggio/giugno 2001]

*

IN MEMORIA DI PETER RUSSELL

ARRIVO


Nella caverna strani uccelli (o erano pipistrelli?)
Mi strapparono via la veste mortale che indossavo
Non sentivo più il fuggire precipitoso dei ratti,
Ma mi trovai su una luminosa spiaggia -
Dove onde blu sciabordavano la sabbia dorata
E bianchi gabbiani disegnavano cerchi nell'aria,
E come un gioioso Viandante scrutai
I Cancelli del Nord, Orione e l'Orsa.

Londra, 27 novembre 1966

[da Noialtri - marzo/aprile 2003]

*

MARIA TERESA LIUZZO

VENTO DI MISTERO ALITA


Consistiamo
in un sogno di creta
o sopra un filo di ere
sopravvissuti gradini
della specie o miraggio
di un'essenza
che s'illude divina.
Cedono le colonne
al peso dell'esistere,
ma l'anima è lieve,
il mondo di ombre.
I giorni sono guerrieri
che non demordono
alterni fra miseria
e abbondanza. Vento
di mistero alita.

[da Noialtri - luglio/agosto 2003]

*

MARCO CECCHERINI

UNA VITA


Il turbamento danza la mia persona
in un incanto di trasparenza
rimasto imbrigliato nella marea continua
tra il suono del vento e il vento del suono,.
La bruma che sale alle stelle, rallegra l'ansia senza nome.
Il mare delira lo spazio libero sotto un cielo guizzante.

Lo sguardo polline d'aria
nella goccia di vita aggrappata a mille età,
ha seguito, segue, seguirà la natura prepotente della stagione.

Per gradini mangiati di salsedine
ho lottato le ferite, vissuto la morte, amato la vita.
Non preoccupatevi per me.
Il mio sguardo mostra tonalità indefinite
colline che osservano il corpo.

A volte, amo affondare il "punto" fino all'intimo
pur rimanendo brandello di me stesso,
perché morire è vivere nelle viscere stellari
che ci circondano nel buio dello spazio,
per poi tornare lucidità improvvisa
a ripercorrere ideali, amori, una vita.

[da Noialtri - gennaio/febbraio 2004]

*

FERDINANDO BANCHINI

L'OMBRA


C'è un'ombra che emerge dal buio
compatto profondo, dal vortice
di nebbia del cosmico abisso,
eterno mistero insondabile.

Dal fitto di tenebre, l'ombra
sottile si stacca, inquieta
dilegua, tenace ritorna,
mi segue, mi affianca, mi avvolge,
e nera s'incrosta al mio volto,
lo copre, lo chiude. Per sempre.

[dalla silloge "Approdi"
riportata da Noialtri - maggio/giugno 2004]

*

FERDINANDO BANCHINI

EVENTO


Monti gregge violaceo che sta
ammusato brucando la pianura
vaporante la sua vita segreta,
grani di luce che si spande lenta,
stupore mattutino.
Scacchiere colorate, luccichii
d'acque di strade, chiazze verdi bianche
d'alberi casolari, pigri fiumi,
lo stridulo sfrecciare delle rondini,
l'aprirsi del miracolo, l'avvento
di sgomento e di fiamma, del mio tempo
di cenere e di canto, la presenza
che si staglia nel giorno.

[da Noialtri - marzo/aprile 2007]

*

ANSELMO PELLECCHIA

A. W.


Farfalla, tracciavi sui prati
dolci storie d'amore
e non sapevi come
il fiume leviga le pietre,
cosa la foglia morta
nasconde sopra il greto
e quanti sogni celano le siepi,
muta ogni cosa al suo passaggio.
il tempo, cancella ogni segreto,
pure i sogni racchiusi tra le ali.


*

ANGELO DI MARIO

ASSENZA DI SE'


Egli esiste nell'Assenza di SE',
di cui sono fatte tutte le Cose.
Egli non E', ma diviene l'Esistere,
anche l'Undici settembre di cenere.
C'erano DEI degli uomini, Egli c'era,
e quando l'odio e l'amore irruppero,
intatto c'era, ed al crollo del rito
come diamante fulgido splendente,
prendendo il cuore degli uomini, fulmine
del suo cuore, e mescolò il suo sangue
ai frementi orologi in frantumi.
Gli dèi degli uomini fermi sugli echi,
non sapevano più pregare, più.
Ma lui c'era, immanente illimite,
con uno sguardo d'ardua apocalisse,
aspetta i morti dèi, lama di grido.

[dalla rivista Il Tizzone]



Letizia Dimartino

 
Da: Una domenica mattina

Lettere

 

 

È una domenica mattina.

Un giorno come un altro.

 

La lettera porta fuoco

entra dentro ogni sguardo

se solo avessi accanto

occhi bruni, quelli di un tempo.

 

Ho spalle che pesano

il vestito abbandonato

la ruga allo specchio

 

non scomparire, là dove luci

di notte si uniscono

e io immagino vite diverse

perché senza il bianco

del tuo viso non si può vivere

 

ora auto scorrono per la via

e il silenzio non riconosco

giornali sul letto, briciole

cuscini bagnati.
 

Fra le gambe il lenzuolo

 

volevo darti un poco del mio vivere

nelle parole che non riconosci

sono sempre io, piccola.

Senza ali però.
 

Cammina tu per me, io sosto nel tempo.

Io resisto, con le carte della vita

senza respiri.

Di questo giorno come un altro

tengo il silenzio.

Tu, tu conosci la geografia del mio corpo

misera mappa, e quello che dentro nascondo.

 

Senza pietà.

 

*

 

Il filo del vivere tengo

qui, intorno alle dita

 

leggi pure queste mie parole

 

i miei sbagli, certe lacrime scappate, libere

e la catena delle ore

 

prendi questo foglio

stropiccia la carta

come se fossi io

- tenera morte la mia –

 

ho sulla tavola acqua

piatti svuotati, briciole sul letto

là, dove ogni sogno si fa piccolo

e tutto finisce veloce

 

non pensiamoci, i giorni

sono questi, li conosciamo

lasciamo che dilaghino

 

le tue braccia lunghe

il fragile delle gambe

gli occhi pronti all’addio

 

e le strade non più attraversate.

    Sì, non più.

 

*

 

I miei vestiti non li conosci

pendono, chiusi.

Sembra che nella loro anima

scenda l’inverno, li tocco

e sento la pioggia sulla stoffa

la trama di certe sere

quando seduta al mio divano

cerco di viaggiare, le mani rigide

e il respiro lungo che nella notte

si piega in sogno. Un sogno senza nessuno.

 

Un vagare per strade, nel cammino nervoso

e impossibile. Li conosco questi sogni

senza paura, sai? Tu stammi lontano

potrei portarti nel lontano dei giorni

su strade grigie senza luci

senza tramonti.
 

Ho scarpe nuove, dovrei andare..

ogni avventura necessita di occhi

i tuoi, calmi, mi seguirebbero?

E i confini sarebbero quelli della mia casa

e metterei cappelli e sciarpe

e guanti, e poi carezze

 

sarei io, tu scopriresti

che una casa può portare

fuori dalla sera

e ogni tuo poro, ogni dito

starebbero a dirmi che ci sei,

    finalmente.
 

Andiamo, qualcuno ci attende.

    Andiamo.

 

*

 

I mobili, il grigio del legno

il divano lucido di colore

 

questo voglio raccontarti

 

dirti che vivo qui

 

dentro una stanza piena,

che sento il vento di tutte le voci

e che la tua illumina certi mattini

o pomeriggi senza fuoco

 

ho sedie vuote, sparse

 

e carta su cui scrivere

“mio caro ti aspetto perché muoio”

 

ma nessuno può suonare campanelli

la porta resterà chiusa

e la mia gabbia chiuderà

questo corpo che nasconde

ogni piccolo respiro

 

ora ho vite infinite

tutte da spiegare

ci vuol pazienza

siediti, e ascolta

comincerò da un sempre

 

e forse sarà difficile finire.

 

Intanto leggimi, solo così

legherai le mani alle mie.

 

Vorrai?

 

*

 

Cosa trovo, di ogni punto

quando spilli pungono

il silenzio di questo mattino

tolto il vestito, tolta la pelle

restano vertebre
 
senti? Gridano
 

ma non sai ascoltare

 

e io non ho più voce

 

troppi anni, troppe notti

con la paura

di non riavere il perduto

stavo sul mio letto e tutto,

tutto sfiniva la mia vita

 

ora le voci accompagnano

 

ora le dita sui capelli

i baci inesistenti

non dolgono
 

- devo aver sognato -

ho lottato per averti.

 
Ho pure atteso
hai pure atteso.
 

E gli anni sono nostri,

senza perdere, ormai.

 

*

 

Ero la fantasia. Ero ogni parola

che non dicevi. Perché tu vivevi

e il mattino sorgeva solo

nella stanza
nessun odore

nei capelli il sudore del poco,

del niente. Di chi sparisce

 

ma io inventavo giorni

 

e tutto appariva del colore

dei miei occhi, miseri ormai.

 

Aprire persiane, mare che entra

vento sulla veste, musica muta,

prendi queste mani.

 

Prendi ogni mio verso,

solo così esisto, fuori da tutto

fuori dove non vado

 

e vivere sarà più facile.

 
Senza promesse.
 

Solo per quel che dico

     lì, vicino alle labbra.

 

*

 

E i passi non li sentii più

 

avevo mani da non stringere

spalle da sollevare

 

avevo lacrime, abiti smessi

sorrisi infetti, gambe senza strade

 

perché tutto poi cambia

e l’inferno entra nelle vite

il respiro imperfetto del giorno

parole smunte, colori di fango

 

ti cercavo sui muri bianchi

fra lenzuola senza pieghe

in mezzo alle cose e i cuscini

 

era un dolore eterno

 
e tu non sapevi.
 

Nel silenzio, camminiamo.

 

*

 

sito web di provenienza: www.ebook-larecherche.it







MARIANNA SCAPINI

MY HUCKLEBERRY


"Ci incontrassimo un giorno laggiù, alla fine
dell'arcobaleno, aspettandoci lungo la sua
scia, il mio amico Huckleberry, il fiume
della luna, ed io."

Incontriamoci dove finisce la notte,
dove l'ombra delle terre lontane compare con
l'alba,
quella strana luce di mattine di inverno,
quando dentro di noi affonda lunga e scialba
quella grande paura del giorno.

Portami lontano, tu, maschile e trasparente,
diventa mio padre, oggi, e mio compagno,
laggiù dove in modo complicato muore il
giorno,
perché semplice è la forza, e sottile il mio
respiro,
possibile e gentile il domani a sera tardi.

Ed amami, tu, vivo e trasparente,
cuore all'impazzata che mi senti,
perché io amo queste calme barche lente,
queste anatre sottili di ritorno,
e amo il suono delle stelle cadenti
e le lacrime di gioia
infinite, nostre lacrime di sguardi.

*

PER ALLORA

Notti di fine estate pregne di acqua:
fui due occhi splendenti e infantili
accesi di buio e di pioggia.
Fui una morbida testa
in cerca di scatti maschili
e di battiti profondi
felpati, come la notte,
in una stretta calda, gelata al di fuori,
come la morte,
e bagnata, di nuvole dense
di foglie e di stelle nascoste.

Mai più, proiettata nella celeste
atmosfera di pensiero,
in cerebrali congiunzioni di segni,
nel mio solitario faro, e terso,
come l'inverno,
avrei dimenticato...
l'umbratile scossa animale
di sensi ansiosa cecità
viscerale, deliziosa
narcotica fitta di male,
dal profumo di terra.


[da: Alla bottega, maggio-agosto 2009]


 

DAI DIARI DI ANTONIA POZZI


“Natale 1926.
È passato anche questo Natale. Giorno lieto, di una letizia un po’ tradizionale, come il panettone e il tacchino, come il vischio portafortuna, come il Presepio o l’Albero di Natale; giorno dunque di festa ma, come ogni data singolarmente importante e solenne, di rimpianto per quelli passati.
Sentimento strano, ingiusto in me, che sono ancora quasi bambina, che dovrei guardare solo all’avvenire, fiduciosa, serena! Forse gli anni scorsi sentivo così; quest’anno, invece, no; è diverso, non so perché. Ho paura, e non so di che: non di quello che mi viene incontro, no, perché in quello spero e confido.
Del tempo ho paura, del tempo che fugge così in fretta. [...].”

*

Rigurgito di giovinezza 
a L. B. 

Umida strada
cielo d'ametista
...lacrime e lacrime
sulle tue lunghe ciglia
sulle mie lunghe dita
ma la mia anima
canora contro il vento
come un drappo di seta
a sbandierare
frenetica di strappi
per versare in uno squarcio
la sua giovinezza
ed inondarne te
nuvola bionda
impolverata dalla vita

*

LA CAMPANA SOMMERSA

Per i miei occhi malati,
una trasparenza di falso cielo,
dentellata di falsi pini.
Da una tempia all’altra,
sospeso a una tensione acuta di violini,
un dondolio di intensità diverse,
rotto da scrosci fondi.
Nell’anima,
nessun motivo costringente:
poche note sgranate e increspate
liberamente.

*

CONVEGNO

Nell’aria della stanza
non te
guardo
ma già il ricordo del tuo viso
come mi nascerà
nel vuoto
ed i tuoi occhi
come si fermarono
ora - in lontani istanti –
sul mio volto.

*

Mano ignota 


Tu non sai come sia triste

... tornare per questo sentiero

fangoso

con queste vesti

imbrattate –

nella sera nera

nella nebbia nera –

brancolare tra i rododendri

stillanti –

fiutarne l'odore amaro –

per non cadere aggrapparmi

a questa mano che mi porgi

ignota

come il tuo volto immerso nel buio –

come il tuo nome dimenticato –

andare verso una tenda

che la pioggia confina

in fondo al suo pianto –

aver dovuto – voluto

scostare

nella notte più oscura

l'unica mano sorella –

andare verso un domani

che la solitudine chiude

in fondo al deserto...



(Breil) Pasturo, 15 agosto 1933

*

VOTO

Ed è tanta la pace
ch’io dico:
- oh, possa tu incontrare la donna
che ti ridìa
la creatura che abbiamo sognata
e che è morta –
dico:
- si faccia solco
almeno per te
la fossa
e si confonda con la pioggia del cielo
il mio pianto:
bagni il tuo crescere
senza essere scorto -

*

SERA D’APRILE 
(1931)

Batte la luna soavemente
di là dai vetri
sul mio vaso di primule:
senza vederla la penso
come una grande primula anch’essa,
stupita,
sola,
nel prato azzurro del cielo.

Da “Parole”.




FERRUCCIO BRUGNARO

IL SILENZIO DEL VECCHIO


Non brami nulla
eppure una strana magia
di ombre e di gemme
ha bagnato il tuo voltto
di calde espressioni.
Un calice bianco
ti attrae
da uno scialbo giardino.
Raggi di diamante
bucano il silenzio lucente
che ti tiene la mano
lungo il viale.
Ma del vuoto
come del fiore
hai una precisa sapienza.

[dalla rivista Noialtri - genneio/febbraio 2008]

*

FERDINANDO BANCHINI

OLTRE


La sera allarga il suo varco quieto
nell'ordito rosa-viola, avanza
nel gioco indolente d'un soffio
di vento salso fra gli ulivi. Sparsi
segni fugaci brillano a un riverbero
ultimo, di splendori in numeri annunzio
sereno. Ampio indugio pacato
bellezza rinnovantesi. Voci alate
sommesse si rispondono nei folti
cupi dei lecci. Oh certo trepide mani
ora illudono volti di fiori e di luci,
svanendo ansie in parole lievi.
Quale gioia si spande, quale accordo
mite si compie? Intorno
la buona terra odora.

Ma altrove, altrove è l'eterno.
Oltre sabbie riarse, aerei picchi,
alta aspra è la vita.

[da Noialtri - gennaio/febbraio 2009]

*

FERRUCCIO BRUGNARO

MATTINA DI PASQUA


L'alba gonfia di pioggia
riapre il porto
con le sue punte di ferro alte,
con le sue schiere di fumi.
Il solforico, la trielina
s'insinuano nelle narici
terribili.
Il desiderio
di resurrezione
di luce
in noi
grida come il vento delle steppe.

[da Noialtri - gennaio/febbraio 2009]

*




[Poesie tratte dalla rivista Alla bottega]


FERDINANDO BANCHINI

GIOVINETTA


T'ho vista andare
per vie odorose di mirti e rose,
ai sogni offerta
che un soffio inarca,
per luminose
vie verso il mare - lievi onde,
chiare -,
o giovinetta
dal viso d'alba.

*


GIORGIO PIZIALI

BRILLA L'OMBRA DEL GRIDO


Brilla l'ombra del grido
adagiata rossa
sui campi di fango.

La radice azzurra del bene
s'infila una collana di
occhi:
all'estrema fine del bosco
danza nuda sul cielo
rovesciato nel prato.
(le margherite sono stelle)
I coralli di fango
infilati in un filo di strade
brillano d'ombre di grida.

I fianchi della donna di trifoglio
sussurrano i segreti delle
nuvole scosse;
vedono i suoi gigli,
e fra ricci e cardi,
le sue rose parlano;
la radice del bene
ora seduta nel pino
e pulita dal fango,
ora brilla in un grido che va, si accartoccia
nel cuore

*

FRYDA ROTA

OGNI PAROLA E' UN'ISOLA


All'ombra profondissima di un foglio
consegno insieme alle parole voci
contorte d'anima: così accedo
alle braccia del tempo che labile
dimentica e pongo un guinzaglio
ai pensieri troppo facili alla fuga.
Appuntata nel cuore del foglio
ogni parola diviene isola.

Quando sorgerà l'attimo imprevisto
ad imterrompere la trafittura quotidiana
in qualche crepa segreta della casa
da una rete di oblio sgusceranno
le remote promesse e gli incontri
che si conclusero in un vicolo cieco.

Allora le parole che guaste in bocca
furono poi scritte tenderanno mani
alla memoria e con sottile grazia
funambola ripercorreranno la trama
del ricordo in un sapore di terra ritrovata.

*

GIOVANNI COZZA

SERA ESTIVA


L'incarnato scoglio del nulla con
districate ali viene planando sulla
mia casa quando l'offertorio del
sole apre alla tenebra nell'ultimo
tramonto fatto di nubi altere. Così
pronto e vassallo scendo all'ospizio
della disgregazione e del principio con
tante mani, mani pulite per
adorare corpi distesi e vivi.

*

NINNI DI STEFANO BUSA'

NEL BREVE MORIRE D'OGNI VOCE


Caduta in verticale
quel senso di rifiuto
ad un'alba che preme d'amaro
se, oltre il lago dei tuoi occhi
non trovassi eternità di spazi.
Nell'incavo di un cuore
fatto d'essenza cristallina,
vena di sangue disseta
l'arsura smisurata
oltre il confine di memoria.
E si ripete il gesto
monosillabo d'amore, che placa
uragani d'ansia nelle strettoie insolute
della sorte.
Come urlo di vento viaggiamo
tra i pinastri irredenti
di una croce paleolitica.
Un segreto dolore scandisce
ritmi alla vita.
Sulla scia di risonanze d'echi
cammina a piedi nudi il tempo,
verso una terra d'ombra
che approderà a campi di zagara,
con il sole trafitto
nel breve morire d'ogni voce.

[Segnalazione al XXVI Premio "Aspera" -
apparsa su Alla bottega]



FRANCESCO MAROTTA

LA CANZONE DEL SONNO


città irate cieco confine
di cui diranno il nome
frugando luci
che gemono
fra le pietre mappe
invisibili
che ondeggiano confuse armonie
febbre di mani
che si dissetano
nella pietà di un fiore
i passi somigliano
di lampade
verso orizzonti murati
nel gelo
di una voce gli occhi
scomposti
come lontane aurore
questo notturno appesantire di stelle
prive di mondi
attendono gli sguardi e forse
inventeranno un sole
sulle pareti
di palazzi vuoti
giocheranno i domani
come approdi sognati di sete
dove è già tramonto
ogni storia che strapparono ai giorni
canti deserti
di ore rovesciate
le stagioni negate alla terra

**

perché è autunno
l'anima che vedi rotolare lontano
distaccata
risonanza di abbandono
che per nessun volo
saprebbe ormai farsi sentiero
o dimora costretta
a stupore di liquidi ciechi
di carne
e memoria esplosa
tra le rotaie
e la sera compagna
di un grido
compagna di un dio che trascorre
come chi semina
voci di pietre
e frutti domanda a penombre
di sabbia
un dio che morde e avvampa
vestito da bambino
che uccide le sue mani
simili a vento
profumo di spine
dagli anni feriti parole fiorisce
di un oggi che è tempo
che non pesa
e in pozzi di strade
annega
di luce
che non conosce immagini

***

nome non ha né giorno
questa città che mi scoppiava
in mezzo agli occhi
di maschere liberate
nella ritualità
del suo dolore danza
lungo il grigio delle ombre
e i suoi istinti
e notte il canto assenza il viso
che si dispiega per cammini
sterili nulla la voce
che la guida
tranne talvolta quell'unico
lamentato silenzio
che non grida che
non chiede
non dice i passi
non legge l'ora sanguinante
al fuoco dei suoi muri
l'ombra dipinta
che ti viene incontro la polvere
che degli anni è rimasta
impigliata in graffi lenta
curva di lampi
franati
su strade arate di luna
e porti di vento intorno
che affondavano lievi
il cielo supertite
il giorno nell'acqua dei navigli

****

a fatica sospeso in voli di peste
ricompongo le voci
del suo canto io vado là
nel sole di un altrove sommerso
a leggere torri di vetro
stagioni di sale
in un nome a gridare
preghiere senza sonno
come fossi già un passo
sopra l'altro
tra Milano e la follia
più vicino alla lingua
che senza sangue
fa rivivere i volti
non riflessi dagli specchi del giorno
che abita grovigli di vite
accenti e rumori di esistenze
bruciate e neppure c'è un dio
oltre il sonno
ma un cielo compare
e parla di giorni invisibili
racchiusi in un punto io
li penso così
e trovano il tempo di fermare la mano
sul cuore
sia veglia sia sonno
fosse anche l'ultimo sogno
trovano spazio ancora recisi
di sbocciare da radici
di pietra

[dalla rivista Alla bottega]





HART CRANE

GIARDINO ASTRATTO


La mela sul suo ramo è il desiderio
di lei, - sospensione lucente e mimica del sole.
Il ramo le ha tolto il respiro, e la sua voce,
nell'inclinarsi e levarsi su di lei di ramo in ramo,
articolata sordamente ecco le annebbia gli occhi.
Lei prigioniera dell'albero, delle sue dita verdi.

Giunge così a sognare d'essere divenuto albero, col vento
che la possiede e intreccia le sue vene giovani,
la stringe al cielo e al suo rapido azzurro, annegando
la febbre delle mani nella luce
del sole: E non c'è in lei memoria, paura né speranza,
oltre l'erba e le ombre distese ai suoi piedi.




NAZIM HIKMET

SONO CENT'ANNI CHE NON HO VISTO IL SUO VISO


Sono cent'anni che non ho visto il suo viso
che non ho passato il braccio
attorno alla sua vita
che non mi son fermato nei suoi occhi
che non ho interrogato
la chiarità del suo pensiero
che non ho toccato
il calore del suo ventre

eravamo sullo stesso ramo insieme
eravamo sullo stesso ramo
caduti dallo stesso ramo ci siamo separati
e tra noi il tempo è di cent'anni
di cent'anni la strada
e da cent'anni nella penombra
corro dietro a te.



VELIMIR CHLEBNICOV

LE RAGAZZE, QUELLE CHE CAMMINANO


Le ragazze, quelle che camminano
con stivali di occhi neri
sui fiori del mio cuore.
Le ragazze che abbassano le lance
sui laghi delle proprie ciglia.
Le ragazze che lavano le gambe
nel lago delle mie parole.



EMILY DICKINSON

Se potrò averlo, appena morto,
io mi contenterò -
se, cessato il respiro,
mi apparterrà

prima d'essere chiuso nella tomba,
sarà per me gioia incommensurabilke -
perché, anche se ti chiudon nella tomba,
io possiedo la chiave.

Pensa, Amore! Tu ed io
potremo infine stare faccia a faccia
dopo tutta una vita, o diciamola Morte,
perché quella era Morte,
mentre questo sei tu.

c. 1862



ALFONSO GATTO

PRO MEMORIA


Amico d'una volta,
allegro giustiziere,
ascolta.

Forse di me dovrai dire:
è morto per sbaglio
o voleva morire.

S'accusa sempre l'errore
in ogni tempo di viltà.
Sempre s'uccide il fiore.



AGLI AMICI

Fumeremo nel bastimento della bottiglia
tra le grandi lettere tremolanti sull'acqua
la pipa dei racconti, il dolce odore del legno.
Poi dal clamore esiterà nel nulla
l'ultimo sparo che dondola il capo.



SAMUEL BECKETT

MORTE DI A. D.


e qui essere qui ancora qui
schiacciato contro la mia vecchia asse sifilitica del buio
dei giorni e delle notti triturati alla cieca
ad essere qui a non fuggire e fuggire ed essere qui
chinato verso la confessione del tempo che muore
per essere stato quello che fu fatto quello che fece
di me del mio amico morto ieri con l'occhio lucido
i denti lunghi che ansimava dentro la barba che divorava
la vita dei santi una vita al giorno di vita
che riviveva nella notte i suoi neri peccati
morto ieri mentre io vivevo
ed essere qui a bere più in alto della tempesta
la colpa del tempo irremissibile
aggrappato ai vecchi legni testimone delle partenze
testimone dei ritorni



Meth Sambiase

 

 

Il segno semplice
 
BioVite Versificate
 
 
 

la plastica serve a rendere corpo la linea

sono i colori quelli che ne debbono ballare

invece i danzanti avevano i piedi mutilati

né danzavano né si muovevano

la stasi cinetica, il piatto colore pure.

 
 
1872
 

Lesse di lui. Era nato il giorno in cui lei era nata.

Guardava le stelle sopra il Nord del mare

 

l’universale, l’universale

 

s’impegnava a destrutturarle

l’anima dev’essere un luogo semplice per ospitare lo spirito

dov’era il segno semplice?

 

Cominciò con una linea orizzontale

la incrociò con una linea perpendicolare, la sgonfiò

ridusse l’occhio fino alla linea orizzontale

ma l’occhio era ancora un cerchio troppo infinito

dov’era il segno semplice?

 

(ri)Cominciò con una sola linea. Orizzonte orizzontale

(ri)prese una linea in verticale

ma ne centrò il cuore

e creò una semplice prima stella

era quella la stella era quella l’onda era quello il mare

Tutto si compone con una crocifissione di orizzonte e mare

la perfezione intatta di un angolo giro trafitto

un palo conficcato nella terra per crescere le viti

una vite conficcata nella terra per segnare le tombe

 

è l’incrocio il segno semplice

bisogna insegnargli a vivere come uomo

dare piacere: un impulso un flusso un orgasmo

ti scorra addosso l’arcobaleno la curva dei colori

 

(Dicono che il suo studio fosse una sotterranea Babele

oltre, sul tavolo, la pace del segno che riproduceva e viveva)

 

Nel perfetto nulla è sbilenco

le molecole del tutto sono silenziose

non recano tracce di dubbiosa infiltrazione

per l’essere puro si dipinge né dolenza né delizia

 

ma le croci cantano nella tela

si rincorrono si mordono si fondono come uomini

disobbediscono alle regole della distanza

tutti disobbediamo, perché non dovremmo?

 

*

 

 
1960
 

Sono il re degli idioti

mi concentro e resto ben dentro il trono

la domanda è nel perché

il riflesso è (in)condizionato si

vuole si necessita, si bisogna si schizza il colore

si spruzza

si inietta si raffina

si scopre né il come né il mai

funziona ancora il corpo se

se ne avvelena ogni sezione

l’ossimoro è l’unica vitale funzione

più mi contraggo più ho bisogno di spazio.

 

Bella mia sono rossi i tuoi volti

ero profugo e tu mi hai dato i colori

Nel nulla dai troppi rumori

ho continuato a crescere e diventare forma di uomo

ma ancora sento quel pezzo che manca

un covone una rete una milza

una pula un bozzolo un’eclisse

ci sono due teorie sull’essere dipendente

io voglio dipendere da te

io non voglio pendere fuori da nessun altro al di fuori di te.

 

Il nero è il mio muro enorme

se è bianco allora ci dipingo il mio me in nero

non ho mani ho pugni

e i pugni sono ferro di carne nei guantoni da boxe

perché l’arte è un ring su cui combattere

 
guardami non cedo
son pieno

di graffi che coloro e mi amo

così tanto che mi riempio in ogni figura

ho lenti a specchio, senza lenti, ho capelli alti, senza capelli

alti,

dopo il nero arriva il sangue

il rosso è il sangue del sole

dopo il sole arriva il bianco

il bianco è l’osso del dente

e i denti servono a poco per questo li mostro così tanto

mangio poco, però è tanto il mangiare che mi fanno

mi vendevo per così poco

una cartolina, un bacio, un viso addosso.

 
 

non mi basta più, madre

ora ho paura non ci sono più colori

mi tremano le mani quadre

è questo l’inferno non avere più colori

 
ho ancora le parole

non le sente nessuno

sono inflitto in una camera di dolore

infettato scritto sotto sopra

credimi o no, io realmente posso farmi meno male

 

*

 

1932

Mi lascio vivere in mezzo allo specchio

sembro vera

dietro ho una fossa impaziente, l’appiglio

dattorno l’argento dei capelli neri, l’alterazione

colma in ogni ferita

voglio (ri)cominciare ogni volta

se ne avessi di tempo se ne fossi ristabilita

sarebbe strabiliante il mio canto sulla salita.

 
 

mi butterò dalla finestra,

mi butterò dalla finestra

 
 

Ho poche ossa asciutte

c’era il diluvio nell’ottavo girone

il peccato capitale era il profeta:

che sia vuoto l’eco di ogni camera!

 

Ho finto di non sentire

ho continuato a cantare

piccoli ghiacci come fiammelle mi spegnevano la voce

Mi sento una disgraziata

ho i forni da lucidare i bicchieri spaiati

l’eternità da ricomporre

i giorni del calendario, fuori a guardare

lo spiedo del sindaco, gli anni degli alberi

 

Mi vesto e mi snervo

gli abiti sono pallidissimi, inguainano i fianchi,

sono stretta, un futuro

è un morso, prossimo a venire

dovrò vedere nove persone

otto dottori, un solo marito

- giovane vecchia sentimentale -

nessuna relazione solo la distanza

fra l’uno e l’altra messa distillare

ricomporre ogni separazione è questa la speranza.

 

“occhi e facce sono tutti verso di me”

 
 
 
 

Non avrò il bianco del velo,

il colore della luce sarà la polvere

frantumata delle ossa

quando ancora sola

non mi alzerò più da nessun letto

- ogni fame mondata, ogni fame bendatami

stenderò in un calco di legno

un filare segnerà il riposo, le assi,

la fine, sotto il morso delle arvicole

l’atarassia, la nuova ospitale casa

fedele perché il Nulla è amorevole

un nome unito e cancellato

 

*

 

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Dall'intimità - J.L. Borges


Non sarò più felice. Non importa

forse, ci sono ben altre cose al mondo;

un istante qualunque è più profondo

e più vario del mare. Breve il vivere

benché lunghe le ore, e in una d'esse

un oscuro miracolo si cela:

la morte, un altro mare, un'altra freccia

che ci fa liberi da sole e luna

e dall'amore. Il bene che mi desti

e mi togliesti devo cancellarlo;

ciò ch'era tutto dev'essere niente.

Solo mi resta il gusto d'essere niente.

Solo mi resta il gusto d'essere triste,

l'abitudine vana che m'inclina

al Sud, a quella porta, a quel cantone.


*

Il Sud - J.L. Borges (Dall'intimità)


Da uno dei tuoi cortili aver guardato

le antichissime stelle,

dalla panchina in ombra aver mirato

le loro luci sparse

che il mio ignorare non ha ancora appreso

a chiamare per nome

né a ordinarle in costellazioni,

aver sentito l'acqua che fa circoli

nell'occulta cisterna e l'odore

di gelsomino e caprifoglio,

il sonno silenzioso dell'uccello,

sapere l'arco dell'androne e l'umido:

questo forse è poesia, non altro.



FERNANDO PESSOA

Grandi misteri stanno
sulla soglia del mio essere,
la soglia su cui si posano un momento
grandi uccelli marini che mi fissano
se lento avanzo a guardarli.

Sono uccelli degli abissi,
come quelli dei sogni.
A pensare mi riempio di dubbi,
per l'anima è un cataclisma
la soglia su cui posa.

Allora mi scuoto dal sogno
e mi rallegro alla luce,
se pur il giorno è triste;
perché la soglia è terribile
e ogni passo è una croce.

[traduzione di Vittoria Corti]



ANTONIA POZZI


INCREDULITÀ

(1934)

Le stelle – le nubi esiliate
di là dal vento
chissà per quali
spazi ignoti camminano.

Ieri correvan ombre
sulle nevi del colle –
come dita leggere.

Occhi non miei
che la nebbia invade -

Da “Parole”.

*

LEGGENDA

Mi portò il mio cavallo
tra le foglie
con soffice volo.

Calda vita nel vento
il suo respiro,
i molli occhi
fra colori d’autunno
era oro nel sole il suo mantello.

Le pietre si scostavano
sui monti
al tocco degli zoccoli d’argento...

1935
In “Parole”.

*

CERTEZZA

Tu sei l’erba e la terra, il senso
quando uno cammina a piedi scalzi
per un campo arato –
Per te annodavo il mio grembiule rosso
e ora piego a questa fontana
muta immersa in un grembo di monti:
so che a un tratto
- il mezzogiorno sciamerà coi gridi
dei suoi fringuelli –
sgorgherà il tuo volto
nello specchio sereno, accanto al mio-

1938
In “Parole”.

*


Alfonso Gatto
Il Caprimulgo


Tornerà sempre l'ironia serena
del sortilegio sulle tue corolle,
fiore disfatto.
E tu che voli e piangi
stridendo coi tuoi grandi occhi oscuri,
o caprimulgo dalle piume molli,
il buio sempre ingoierà la notte
delle farfalle nere, le lucenti
blatte in cui l' uomo misero rattrae
le mani e gli occhi a rispettarle,
umane della pietà per sé.
Per la scala degli inferi discende
il consenso perenne, l'ordinata
congrega delle vittime plaudenti.
O misura dell'uomo in sé dipinto
costretto oltre la morte, mummia salva
a schermo delle mani,
a non aver più limiti, distratta
è la forza latente, il bruco insonne
della materia che ci traccia e insegue.
Un fenomeno oscuro il divenire
l'enfasi sorda che alle sue parole
non crede più, ma giura. Ancora scende
questa scala degli inferi e l'informe
che chiede un senso smania di figure.



Maria Musik
 
Da: Copertina
 
 
 
 
I miei cari morti
 

I miei cari morti

Vengono a visitarmi

E portano una sacca

Che aprono,
Piano piano,

Restituendomi intatte

Le trascorse primavere.

Ecco che, fra mandorli in fiore,

Zampilla la fontana

Dove guizzarono pesci rossi

E mani di bambini.

Ritorna la mimosa

Attaccata a gonne fluttuanti

E a zoccoli che marciarono

Battendo strade a divieto di transito.

Salgono spirali di fumo

Profumato di salsedine e notti stellate

Ad illuminare il sabbioso spartito

Per una chitarra accarezzata e percossa.

Si fa carne l’aprile più bello

Fragrante di talco e latte

Dimentico di urla, ricolmo di vagiti

E morsi voraci che dolci azzannarono i seni.

Vengono i miei cari morti

Lasciano una sacca vuota

Per ricordarmi

Che sono ancora viva.

 

*

 

 
Scambio di ruoli
 
Se fossi uomo
e tu donna

t’avrei stretta forte fra le braccia

t’avrei baciato il volto e le labbra.

Ti avrei frugata

ed accarezzando ogni dolore,

tramutato il lamento in gemito.

Ti avrei presa, nell’algido tramonto

per riempire di me

il tuo vuoto profondo.

 

*

 

Miagolare pallido e assorto
 

Un gatto miagola accorato

Nella notte che suda.

Gli rispondo con un lamento

Languidamente filtrato dalle grate.

Questa estate

È un doloroso amplesso

Che impudico

Si strappa di dosso le lenzuola

E disturba gli impotenti silenzi

Della città deserta.

 

 

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SE TEMPO E SPAZIO, COME I SAGGI DICONO

Se Tempo e Spazio, come i Saggi dicono,
sono cose che mai potranno essere,
il sole che non cede al mutamento
non è per nulla superiore a noi.
Così perché, Amore, dovremmo sperare
di vivere un secolo intero?
La farfalla che vive un solo giorno
è già vissuta per l’eternità.

I fiori che ti diedi allorché la rugiada
tremolava sul tralcio rampicante,
prima che l’ape volasse a suggere
la rosellina di macchia erano già appassiti.
Così affrettiamoci a coglierne ancora
senza tristezza se poi languiranno;
i nostri giorni d’amore sono pochi:
facciamo almeno che siano divini

(T. S. Eliot - Poesie giovanili, 1905 - trad. Roberto Sanesi)





Paul Celan

Todesfuge


Nero latte dell’alba lo beviamo la sera
lo beviamo al meriggio, al mattino, lo beviamo la notte
beviamo e beviamo
scaviamo una tomba nell’aria lì non si sta stretti

Nella casa c’è un uomo che gioca coi serpenti che scrive
che scrive in Germania la sera i tuoi capelli d’oro Margarete
lo scrive e va sulla soglia e brillano stelle e richiama i suoi mastini
e richiama i suoi ebrei uscite scavate una tomba nella terra
e comanda i suoi ebrei suonate che ora si balla

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al mattino, al meriggio ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
Nella casa c’è un uomo che gioca coi serpenti che scrive
che scrive in Germania la sera i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una tomba nell’aria lì non si sta stretti

Egli urla forza voialtri dateci dentro scavate e voialtri cantate e suonate
egli estrae il ferro dalla cinghia lo agita i suoi occhi sono azzurri
vangate più a fondo voialtri e voialtri suonate che ancora si balli

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al meriggio e al mattino ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
nella casa c’è un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith egli gioca coi serpenti
egli urla suonate la morte suonate più dolce la morte è un maestro tedesco
egli urla violini suonate più tetri e poi salirete come fumo nell’aria
e poi avrete una tomba nelle nubi lì non si sta stretti

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al meriggio la morte è un maestro tedesco
ti beviamo la sera e al mattino beviamo e beviamo
la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro
egli ti centra col piombo ti centra con mira perfetta
nella casa c’è un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
egli aizza i suoi mastini su di noi ci dona una tomba nell’aria
egli gioca coi serpenti e sogna la morte è un maestro tedesco

i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith

da “Papavero e memoria”



Per il mio cuore basta il tuo petto
di Pablo Neruda



Per il mio cuore basta il ...tuo petto,
per la tua libertà bastano le mie ali.
Dalla mia bocca arriverà fino al cielo,
ciò ch'era addormentato sulla tua anima. In te è l'illusione di ogni giorno.
Giungi come la rugiada alle corolle.
Scavi l'orizzonte con la tua assenza.
Eternamente in fuga come l'onda. Ho detto che cantavi nel vento
come i pini e come gli alberi di nave.
Com'essi sei alta e taciturna.
E ti rattristi d'improvviso, come un viaggio. Accogliente come una vecchia strada.
Ti popolano echi e voci nostalgiche.
mi son svegliato e a volte emigrano e fuggono
uccelli che dormivano nella tua anima.

*

Io sono una pagina per la tua penna.

Tutto ricevo. Sono una pagina bianca.

Io sono la custode del tuo bene:

lo crescerò e lo ridarò centuplicato.


Io sono la campagna, la terra nera.

Tu per me sei il raggio e l’umida spiaggia.

Tu sei il mio Dio e Signore, e io

Sono terra nera e carta bianca.


Marina Cvetaeva

*


DALLE POESIE DI ANTONIA POZZI


MORTE DELLE STELLE


Montagne – angeli tristi
che nell’ora del crepuscolo
mute piangete
l’angelo delle stelle – scomparso
tra nuvole oscure –

arcane fioriture
stanotte
nei bàratri nasceranno –

oh – sia
nei fiori dei monti
il sepolcro
degli astri spenti –

1933. In “Parole”

*

Mattino


A lungo dalla luna infranto

... or ricompone il lago

la sua incolumità

cerulea.

Presso l'isola inferma un cipresso

trae dalle nebbie le bende

per le ferite nascoste:

tacito prega, votando

il nuovo giorno – al cielo.

*



Ricordo che, quand’ero nella casa

della mia mamma, in mezzo alla pianura,

avevo una finestra che guardava

sui prati; in fondo, l’argine boscoso

nascondeva il Ticino e, ancor più in fondo,

c’era una striscia scura di colline.

Io allora non avevo visto il mare

che una sol volta, ma ne conservavo

un’aspra nostalgia da innamorata.

Verso sera fissavo l’orizzonte;

socchiudevo un po’ gli occhi; accarezzavo

i contorni e i colori tra le ciglia:

e la striscia dei colli si spianava,

tremula, azzurra: a me pareva il mare

e mi piaceva più del mare vero.


Milano, 24 aprile 1929

*


Riconciliazione


La luna è vitrea e lieve

... ancora, nel vasto tramonto.

Perché non uscire

di qui? Perché non portare

laggiù, nelle strade, la mia

nostalgia dei monti perduti,

tradurla in amore

pel mondo

che amai?



Già troppo soffersero

del mio rancore

le cose: e vivere non si può

a lungo

se silenziosamente piangono

le cose, su noi.



Stasera, stasera,

quando i volti degli uomini

saran macchie d'ombra e non più –

quando le case

al sommo

sole vivranno di luce –

io troverò me stessa

nel vecchio mondo

e profondo

sarà l'abbraccio

delle cose con me.



Riconteremo i fili

che legano i miei occhi

agli occhi illuminati delle vie,

riconteremo i passi

per cui l'anima versa

la sua sete di strade

sopra la buia terra –



Forse le cose

perdoneranno ancora –

forse, facendo

delle gran braccia arco

su me,

pergolati di sogni stenderanno

domani sovra il mio

solitario meriggio.



3 novembre 1933
Tratto da: Parole

*

Non c'è nessuno,
non c'è nessuno che vende
i fiori
per questa strada maledetta?

E questo mare nero
e questo cielo livido
e questo vento avverso -
oh, le camelie di ieri
le camelie bianche rosse ridenti
nel chiostro d'oro -
oh, l'illusione primaverile!

Chi mi vende oggi un fiore?
Io ne ho tanti nel cuore:
ma serrati
in grevi mazzi -
ma calpestati -
ma uccisi.
Tanti ne ho che l'anima
soffoca e quasi muore
sotto l'enorme cumulo
inofferto.
Ma in fondo al nero mare
è la chiave del cuore
peserà
fino a sera
la mia inutile messe
prigioniera -
O chi mi vende
un fiore - un altro fiore
nato fuori di me
in un vero giardino
che io possa donarlo a chi mi attende?

Non c'è nessuno,
non c'è nessuno che vende
i fiori
per questo tristo cammino?

*


Roberto Mosi

con pitture di Enrico Guerrini

 

Sinfonia per Populonia
 

Quattro tempi: Inverno, Primavera, Estate, Autunno

 
 
 
Da: INVERNO

CAOS

 
 
“Il temporale scioglie

la notte” la voce del lucumone

“Populonia rimane muta

aggrappata alla costa,

la melma dei ruscelli

uccide le creature del mare,

rosticci di ricordi galleggiano,

precipitano sul fondo.”

 

*

 

“Sono cinque giorni

che mangiamo arance

nascosti nell’aranceto.”

La faccia nera appare

al telegiornale della sera.

Per le strade di Rosarno

la furia della gente,

ronde di bianchi in giro.

 

*

 

“Seduti nell’ombra

aspiriamo crack”,

fiammelle per la dose,

luce negli sguardi,

a Castel Volturno.

Sopravvissuti alla droga,

pelle di cenere.

“Gli altri morti, senza nome.”

 

*

 

Osserva l’andare

alla via Domiziana

e il ritorno per la droga.

Vedi questo squarcio

d’Africa.” Non muoiono

tra le lenzuola, chiudono

gli occhi tra la spazzatura.

immigrati, neri africani.

 

*

 

“Ogni sera sono qui

alla terrazza Mascagni.”

I gabbiani guidano le navi

nel porto, alla Meloria

si accende l’occhio rosso.

Si allontana l’ombra

della Moby Prince

per il destino di fuoco.

 

*

 

 

Da: PRIMAVERA
NASCERE

 

 

Esposizione
 
 

“Oh sacro Amore, nella casa

avvolta dalle ombre dell’inverno

risuonino accordi di chitarra,

i canti riempiano le stanze,

si alzino calici di vino,

il colloquio con le ombre

diventi dolce e sommesso.

La vita ha generato la vita.”

 

*

 

Da: ESTATE

FIORIRE

 

 

Dalla loggia sul giardino

assaporo lo stupore

del cielo stellato, nella notte

che avvolge la casa.

La campagna sonora di grilli

è appesa lontano, lontano

all’eterna fiamma, alta

sui fumi dell’acciaieria.

 

*

 

Il giardino si alza

dai campi di pomodoro,

dai solchi di piante

dagli occhi arrossati,

fino alle colline.

Impazzisce il canto

imperturbabile delle cicale

arroventate dal sole.

 

*

 

La spiaggia un tappeto

di trame a colori disegnate

dalla storia degli Etruschi:

il rosso dei forni,

l’argento della polvere di ferro.

Intorno le braccia aperte

del Golfo di Baratti,

verdi di antiche pinete.

 

*

 

I girasoli circondano

la casa del mare.

Dalla loggia ascolto

il silenzio dei girasoli,

i grandi occhi gialli

seguono le nostre storie.

Fissano nella memoria

i ricordi dell’estate.

 

*

 

Da: AUTUNNO

TRAMONTO

 

 

“Ti vesti di parole

sempre nuove.”

Mi spoglio di parole

sempre nuove,

volano via i nomi

dalla stanza della mente.

Rimane l’ombra

dei vestiti appesi.

 

*

 

Se il nome riemerge

è festa, l’incontro

con l’amico ritrovato.

Al centro della mente

s’innalza la dimora

raggrinzita dell’Io.

La porta aperta

per l’ultimo volo.

 

*

 

Ho strappato trenta fogli

dal quaderno delle poesie.

Li lancio dalla terrazza,

aeroplani di carta rosa.

Cadono a capofitto

sulle pietre della strada.

Solo uno si alza in volo,

sulle ali lampi di ricordi.

 

*

 

Ascolto il silenzio

dalla Rocca di Populonia

lontano da spiagge affollate,

da strade stipate di motori.

L’aruspice etrusco segue

il volo del falco, coglie

i segni del cielo, disegna

la figura delle ombre.

 

*

 

“La violenza del giorno

è lontana, la città torna

all’antico mistero.”

I sacerdoti escono dal tempio,

la processione sale all’altare

sulla collina per il sacrificio.

Il nuovo sangue

nutre la vita del mito.

 

*

 

Mi lascio andare

alle onde, l’acqua accarezza

il mio andare leggero.

Sotto di me le ombre,

le creature del mare

vivono il mistero della notte.

Davanti la luce di Febo,

la bellezza a portata di mano.

 

*

 

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Poesie di Antonia Pozzi


La voce


Aveva voce in te

... l'universo

delle cose mute,

la speranza

che sta senz'ali nei nidi,

che sta sotterra

non fiorita.



Aveva voce in te

il mistero

di tutto che presso una morte

vuol diventare vita,

il filo d'erba

sotto le putride foglie,

il primo riso del bimbo salvato

a fianco di un'agonia

in una corsia

d'ospedale.



Or quando cade dagli alti

rami notturni

dei campanili – un rintocco –

e in cuore affonda come

il frutto dentro il campo arato –



allora hai voce

tu in me –

con quella nota

ampia e sola

che dice i sogni sepolti

del mondo, l'oppressa

nostalgia della luce.


*


Il cielo in me


Io non devo scordare

che il cielo

fu in me.



Tu

eri il cielo in me,

che non parlavi

mai del mio volto, ma solo

quand'io parlavo di Dio

mi toccavi la fronte

con lievi dita e dicevi:

– Sei più bella così, quando pensi

le cose buone –



Tu

eri il cielo in me,

che non mi amavi per la mia persona

ma per quel seme

di bene

che dormiva in me.



E se l'angoscia delle cose a un lungo

pianto mi costringeva,

tu con forti dita

mi asciugavi le lacrime e dicevi:

– Come potrai domani esser la mamma

del nostro bimbo, se ora piangi così? –



Tu

eri il cielo in me,

che non mi amavi

per la mia vita

ma per l'altra vita

che poteva destarsi

in me.

Tu

eri il cielo in me

il gran sole che muta

in foglie trasparenti le zolle



e chi volle colpirti

vide uscirsi di mano

uccelli

anzi che pietre

– uccelli –

e le lor piume scrivevano nel cielo

vivo il tuo nome

come nei miracoli

antichi.



Io non devo scordare

che il cielo

fu in me.



E quando per le strade – avanti

che sia sera – m'aggiro

ancora voglio

essere una finestra che cammina,

aperta, col suo lembo

di azzurro che la colma.

Ancora voglio

che s'oda a stormo battere il mio cuore

in alto

come un nido di campane.

E che le cose oscure della terra

non abbiano potere

altro – su me,

che quello di martelli lievi

a scandere

sulla nudità cerula dell'anima

solo

il tuo nome.



11 novembre 1933


*

VENEZIA

Venezia. Silenzio. Il passo
di un bimbo scalzo
sulle fondamenta
empie d’echi
il canale.

Venezia. Lentezza. Agli angoli
dei muri sbocciano
alberi e fiori:
come se durasse
un’intera stagione il viaggio,
come se maggio
ora
li sdipanasse
per me.

Al pozzo di un campiello
il tempo
trova un filo d’erba tra i sassi:
lega con quello
il suo battito all’ala
di un colombo, al tonfo
dei remi.


1933. In “Parole”.




BRUNO SOURDIN

[Dal poemetto "Recandomi a Lisbona dopo una visita a Francois Augieras senza incontrarlo" - facente parte del libretto "Paris git-le-coeur", fuori serie della rivista Quetton L'Arttotal, 4° trimestre 1994, per la collana Poesie clandestine]

.

Neon ammiccanti, bagliore selvaggio, sul marciapiede all'alba
Vento leggero, dopo una lunga notte magica
Coltivata sotto un riflesso, strada misteriosa
Le auto filano senza arrestarsi
Sogno lampo, nell'aria scintillante

*

E io t'immagino entro la gioia
Selvaggia di questo sole che sorge
Solo appollaiato sul bordo di scogliere
Da dove guardi scorrere la Dordogne
In compagnia di uccelli di serpenti
E del cri di cicale che ami

*

Nuvole fluttuanti del mattino
Rotolate nel mio sacco a pelo
Ho male a svegliarmi
Cielo freddo, alcune case, colline

*

E t'immagino nel silenzio
Selvaggio di questa caverna
Accendere fuochi sul ciglio del vuoto
Il tuo fumo sale verso il sole
Tu sei felice e chiudi gli occhi
Nella forza nascente del giorno

*

Si fila attraverso la Spagna
Muscoli irritati, ubriachi di stanchezza
Gli insetti gracchiano, gioia vigorosa
Vento chiaro, ronzio di conversazioni
La strada s'immerge attraverso la grande pianura accesa

*

E t'immagino nel sogno
Selvaggio di questa notte d'estate
Solo nel profondo segreto della pietra
Donde fai cantare le corde del tuo arco
I suoni si perdono all'infinitop
Ed è così che tu adori l'universo

*

Mille nuvole, sole già alto
Erbacce, polvere fine, la strada profuma
Noi parliamo, scherziamo
Spirito chiaro, Lisbona appare
Questa pura gioia del giorno, a che assomiglia?

*

E t'immagino nel sogno
Selvaggio di questo pianeta
Solo e felice di eternità
Tu guardi a lungo il cielo crivellato di stelle
Vecchio uomo venuto dagli astri
Tu ami l'universo che è il tuo dio

*

Percorro Lisbona sacco in spalla, i grandi occhi aperti
Rilucenti di sudore, stanchi

Di nuovo solo, nel polverìo del sole
Già vedo il Tage, mille dita s'agitano, cielo immenso
Strade polverose, capelli al vento,
Assaporo la luce pura, immacolata
Una volta ancora rivedo la mia vecchia vita
Vita magica, lasciatemi in pace
      Ah! questa chiara gioia
      D'esistere
      Lontano dagli uomini

.

Bruno Sourdin (traduzione di Felice Serino)



Davide Morelli

Da: Dalla finestra
 
 
 
ALL’IMBRUNIRE:

C’è un sovraccarico di segni

a quest’ora del giorno.

L’aria si fa più fine.

L’animo fa il calco

di questo tramonto.

Tutto passa, anche il passato.

Ma non dirmi il sottinteso, il traslato.

Sembra che non ci si possa esimere

dall’hic et nunc, dai rebus insolubili,

dalle associazioni di idee,

dalle giaculatorie brevi ed ingenue,

che avvitano la mente all’imbrunire.

 

*

 

LA LUCE DEL MATTINO:

La luce istoria il pulviscolo

(sono uno dei tanti commensali

dell’ alba, della luce del mattino).

 

*

 

TROPPO PRESTO:

L’oscurità inghiotte la città.

La notte capovolge la realtà.

Ritorna un fantasma dalla memoria:

ricordiamo insieme una triste storia.

È morto giovane. Troppo presto.

Restano pochi gesti, poche frasi.

Restano solo pochi aneddoti:

finiranno nel nulla dopo di noi.

Il vento fa da perno al rumore

delle cose e delle nostre parole.

 

*

 

IN NIENTE:

Mi chiedo cosa ci sto a fare

io che purtroppo non credo in niente.

Forse è un qui pro quo, uno scambio

di persona; forse un puro accidente

o per scrivere qualche telegramma.

Forse qualche lettera rispedita al mittente.

 

*

 

GIROTONDO:

Il dolore rimanga sullo sfondo.

Facciamo un macabro girotondo.

Andiamo oltre l’orrore del mondo.

 

*

 

POLVERE:

Noi siamo polvere per i millenni,

ma viviamo di sguardi, gesti, cenni.

 

*

 

ALTROVE:

Cerca e trova pure parole nuove,

ma sappi che la vita è altrove.

 

*

 

UNA SERA:

Freddo è il mattino. Fresca è la sera.

È l’ora che la vita si invera

nella meraviglia dell’esistente.

Noi attraversiamo l’ultima luce

e un’aria intrisa di parole.

 

*

 

SOLITUDINE:

Colui che ama la solitudine

finisce spesso con il cadavere

putrefatto sul divano di casa.

Gli altri condomini alla fine

si accorgeranno della sua morte

da certe esalazione putride.

Io non ti so dire se è più triste

morire da soli o avere gente

al capezzale. Davvero non lo so.

La morte è sempre inaspettata

e purtroppo ci coglie sempre soli

anche quando si muore tra la gente.

 

*

 

COME RAMARRI:

I ramarri correvano veloci

sugli argini. Lottavano tra loro.

I maschi mordevano le femmine.

Il tramonto irradiava i nostri volti.

La nostra campagna non era altro

che un’intermittenza di luci e voci.

L’amore era la questione cruciale.

La morte era una questione lontana:

una cosa da vecchi o una disgrazia.

 

*

 

PER INERZIA:

Scorrono i titoli di coda del giorno.

I figuranti diventano protagonisti

solo nella cronaca nera.

Tutto ora procede per inerzia

fino a che uno sciocco dettaglio

ci sembra capovolgere il mondo.

 

*

 

IL MIO MONDO:

So la traiettoria delle rondini,

la forma bizzarra delle nuvole

rasentate dal volo degli stormi.

So che il sudario del tramonto

si adagia sempre sulle colline.

Ma questo mondo di andate e ritorni

non passa più dalla cruna dell’alba

e le idee non sono resistenti

come gli esili fili dei ragni

(la polvere è un groppo di morte,

che attraversa tutta questa pianura).

 

*

 

NELLA MENTE:

Pensavi di averlo seppellito

ed invece riaffiora casualmente.

Non hai alibi, ma ben più di un movente.

Difficilmente ci si può disfare

di ciò che resta impresso nella mente

(arcata di ponte oppure portone,

epigramma o semplice canzone).

 

*

 

IL TESTAMENTO:

È l’ora in cui gli ubriachi si specchiano

nel fondo del bicchiere, i solitari

si affacciano all’abisso o ad un pozzo.

Bisogna abitare l’immaginario,

fare il testamento all’essenza

del fogliame e delle nuvole.

Come si sa le cose che non sono

compatte avvicinano al sogno.

 
*
 
 

LA NOSTRA LIBERTÀ:

Noi siamo animali metafisici.

Potete anche restringere la gabbia,

allungare all’infinito la pena.

Però nessuno potrà mai negarci

questa nostra libertà dell’inconscio,

la meraviglia per le cose attorno,

la continua sospensione tra reale

ed immaginario. Così suppongo.

 

*

 

PER ORA:

Pensi che non verranno recisi

i refi del pressappoco e dell’effimero.

Pensi che tutto sia intrattenimento o distrazione.

No. Certo. Non c’è assoluto nella parola.

No. Non si può nemmeno oscillare

tra l’indecidibile e l’indicibile.

No. Non ti interessano la storia

con i suoi popoli e i suoi secoli.

Non ti interessano le migrazioni e le costellazioni.

È meglio avere pochi pensieri.

È meglio essere guardati come una cosa.

Ma noi siamo meno di ombre

e la fiamma arde sempre per ogni vita

fino ad intaccare il nucleo primordiale.

Io non mi ritengo assolutamente innocente

e non aspetto una remissione.

Per ora resisto alle istanze del cielo.

 

*

 

I FILI DELLA MEMORIA:

Se noi ricordiamo i nostri morti

in qualche modo ci sono ancora

anche se ormai non esistono più.

Viene quindi da chiedersi ora:

chi è che tiene i fili della memoria?

 

*

 

COME UN PINO:

Conti i silenzi ed è inutile come

cercare di ammaestrare il vento.

Come un pino che stilla la resina

io faccio uscire le mie parole.

 

*

 

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Alberto Toni
 
Mare di dentro e altre poesie
*
 
Da Mare di dentro
 

Puntoacapo Editrice, 2009

[testi proposti nella rubrica Poesia Condivisa su poesia2punto0 ]
 
 
 

Piove a dirotto e là sullo scoglio

dei miei segreti c’è tutta la solitudine

del mare. Sì, eccomi piccolo e solo

mentre mi giro intorno, amore. Sai

la fatica delle parole che ritornano

a frotte nei giorni della conta e del

destino segnato. Inseguo l’altra faccia

della medaglia, la lieve incrinatura

del legno.

 

*

 

Da: Alla lontana, alla prima luce del mondo

Jaca Book, 2009
 
 
Alla lontana, alla prima luce del mondo
 

Alla lontana, alla prima luce del mondo,

quando per te è giorno, moglie mia, io ti

ricordo dietro la benda che mi copre e mi

vieta di esistere. Sarà giorno, è vero, come

quando facevamo colazione nella stanza

sul giardino. È un po’ che non sento piangere

i figli dei vicini, la piccola aveva un anno

quando sono partito. Il rumore qui sopravanza

di gran lunga il cielo e l’infanzia. Il nero di notte

è nero, alla fuga, ai lampi, di maceria in maceria,

rompe il sonno che non è sonno. Non so che fanno

i soldati di là dal fiume, so che mi tocca rispondere.

 

*

 

Da: Inediti, 2012

 

Stasera non c’è molto da fare.

I richiami giungono morbidi come se

non dovessi ascoltarli. Sì, torna, ché

se ti allontani potresti perderti,

sparire in un abisso senza ritorno,

l’altro potrebbe per sempre chiudere

la visione del cuore, decidere di partire.

Là dopo i cento metri di verde c’è

l’occhio vigile della città, lo sapevano tutti i visitatori.

 

*

 

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DALLE POESIE DI ANTONIA POZZI


Secondo amore



Piansi bambina, per un mondo

più grande del mio cuore,

dentro il mio cuore

rinchiuso – morto;

piansi con occhi giovani,

penosamente arsi arrossati –

e sola vicina alla terra

domandavo agli oggetti muti,

alle radici dei fiori divelti,

alle ali degli insetti caduti,

il perché

del morire.



Mi rispondeva la terra, fedele,

prima ancora che fosse

primavera colma,

da anni e secoli – sotto un arbusto

con una pallida primula

rifiorita.

E in essa era la linfa,

era il respiro – di tutte

le primavere perdute,

in ogni fiore vivo la bellezza

degli innumeri fiori

spenti.



Oh grazia – ora dico –

del secondo amore,

giovinezza profonda intessuta

di vinte vecchiezze, di esistenze percorse –

– ed ogni esistenza, una ricchezza

conquisa, ogni pianto deterso

un sorriso più lungo imparato,

ogni percossa, una carezza più lieve

che si vorrebbe donare –

oh benedetto il mio pianto

– ora dico –

benedetti i miei occhi

di bimba, arrossati riarsi –

benedetto il soffrire, il morire

di tutti i mondi che portai nel cuore –

se dalla morte si rinasce

un giorno,

se dalla morte io rinasco

oggi – per te,

me stessa offrendo

alle tue mani – come

una corolla

di dissepolte vite.



4 dicembre 1934


*

NEVAI

Io fui nel giorno alto che vive
oltre gli abeti,
io camminai su campi e monti
di luce –
Traversai laghi morti – ed un segreto
canto mi sussurravano le onde
prigioniere –
passai su bianche rive, chiamando
a nome le genziane
sopite –
Io sognai nella neve di un’immensa
città di fiori
sepolta –
io fui sui monti
come un irto fiore –
e guardavo le rocce,
gli alti scogli
per i mari del vento –
e cantavo fra me di una remota
estate, che coi suoi amari
rododendri
m’avvampava nel sangue –

1 febbraio 1934
In “Parole”.

*


Antonia Pozzi

Bellezza



Ti do me stessa,

le mie notti insonni,

i lunghi sorsi

di cielo e stelle – bevuti

sulle montagne,

la brezza dei mari percorsi

verso albe remote.



Ti do me stessa,

il sole vergine dei miei mattini

su favolose rive

tra superstiti colonne

e ulivi e spighe.



Ti do me stessa,

i meriggi

sul ciglio delle cascate,

i tramonti

ai piedi delle statue, sulle colline,

fra tronchi di cipressi animati

di nidi –



E tu accogli la mia meraviglia

di creatura,

il mio tremito di stelo

vivo nel cerchio

degli orizzonti,

piegato al vento

limpido – della bellezza:

e tu lascia ch'io guardi questi occhi

che Dio ti ha dati,

così densi di cielo –

profondi come secoli di luce

inabissati al di là

delle vette –



4 dicembre 1934

*


Pausa


Mi pareva che questa giornata

senza te

dovesse essere inquieta,

oscura. Invece è colma

di una strana dolcezza, che s'allarga

attraverso le ore –

forse com'è la terra

dopo uno scroscio,

che resta sola nel silenzio a bersi

l'acqua caduta

e a poco a poco

nelle più fonde vene se ne sente

penetrata.



La gioia che ieri fu angoscia,

tempesta –

ora ritorna a brevi

tonfi sul cuore,

come un mare placato:

al mite sole riapparso brillano,

candidi doni,

le conchiglie che l'onda

lasciò sul lido.



7 dicembre 1934

*


L'àncora


Sono rimasta sola nella notte:

ho sul volto il sapore del tuo pianto,

intorno alla persona

il silenzio – che sul tonfo

della porta richiusa, a larghi cerchi

si riappiana.



Lenta nell'acqua oscura

del cuore –

lenta e sicura,

tra le alghe profonde

gli echi delle tempeste le lunghe correnti

le molli ghirlande di onde

intorno a inabissati

scogli –



lenta e sicura,

fino alle sabbie segrete giacenti

sul fondo dell'essere –

fida tenace, con i suoi tre bracci

lucenti

penetra l'àncora

delle tue tre parole:

– Tu aspetta me –.


16 dicembre 1934


*

“PERIFERIA IN APRILE”


Intorno aiole
dove ragazzo t’affannavi al calcio:
ed or fra cocci
s’apron fiori terrosi al secco fiato
dei muri a primavera.
Ma nella voce e nello sguardo
hai acqua,
tu profonda frescura, radicata
oltre le zolle e le stagioni, in quella
che ancor resta alle cime
umida neve:
così correndo in ogni vena
e dici
ancora quella strada remotissima
ed il vento
leggero sopra enormi
baratri azzurri.

(24 aprile 1937)

*




 

Gian Piero Stefanoni

Da: Da questo mare
 
[…]
La tua pace è la sola tua guerra

che sopravvive e ancora risale

da questo mare

che della memoria

affonda anche le lastre.

 
Non hai nome

ma appartieni alla serie dei nomi

che non sono fra la schiera degli angeli:

il tuo spazio adesso è fra la riva e la terra.

 

IL TUO SPAZIO ADESSO

è in nessun altro ventre- mareggiato

e concluso

entro una morte venuta per acqua.

 

Di te da qui non possiamo

ma dobbiamo parlare.

 

(Del piatto che misura e cancella

la notte. Del salto che ripeti

e in cui ti perdi ogni giorno).

 

Di te da qui non possiamo

ma dobbiamo rispondere.

 

(Dalla bocca che incalza

la sabbia. Dal mondo che riveli

ancora nell’occhio).

 
[…]

… Virgulto

 

che poi hai tentato, a cui ti sei appeso

come anello a tracciare il confine

del giardino che deve restare sacro,

muto e ignoto ragazzo la cui bracciata

è mancata, la cui statura s’è rotta

nella rena coperto da insetti.

 

Tu che volendo dire la vita

hai pronunciato la morteti

sei pronunciato alla morte-

dalla pancia di una nave madre

ad un’acqua senza cordone-

incontenibile, inesauribile

che non comprende e che non ha requie.

 

Che non ha tempo-

e non ha divenire.

Che non ritorna-

e cancella le tracce.

 

Che non ha termine-

ma solo correnti.

Acqua su acqua- che continua e continua.

 

Sì, acqua su acqua

che ANCORA continua, sempre

più cupa, sempre più scura

mentre la fame

supera il freddo

ed anche la luna volta la faccia

in una traversata da cui non si torna.

 

E che il gruppo subisce

compatto, chiuso- in due, tre

o quanti più giorni- in tre,

quattro o quanti più malori- nella cittadinanza

senza cittadinanza, nel nutrimento

senza nutrimento.

 

Gli occhi solo dei lupi

a cui s’è affidata la carne, per uscire

dalla favola antica.

 

Ma per cui non vale il racconto

nella parte che mai avrà freno

quando il cielo non riconoscendo le nubi

del mistero teme il respiro

e la corrispondenza della violazione col fuoco

nella necrosi da cui si lasceranno portare.

 

Qui è il lampo a decidere il tempo

e il rigetto, nella divisione veloce

di umano e non umano.

 

Qui è la parola a nascondersi

ed è per questo che il canto non sale:

non può, NON DEVE,

il battito

reciso al suo metro.

 

[…]

Eppure- accade- il vero male,

la vera morte, è nella fatalità del male

nella fatalità della morte; l’accettazione

oscura che poi il cuore confonde

e divide, possiede, ognuno dell’altro

non riscattando la perdita.

 

Così, per spegnimento avviene

la resa, per contenzione, nella deriva

non ricordando l’inizio o il motivo

dell’offesa della carne ai suoi figli

se al tempo nessuna coscienza è ridata

e nello spirito lo spirito più non rifrange.

 

Ché senza rete è la pesca, che rompe

l’illusoria barriera del gruppo e batte

secondo lo squarcio; che recide

e colpisce nella fissità del terrore

i primi, soli, animali sorpresi.

 

Come te- tra le alghe e la forra.

Come te- il cuore impazzito,

le mani, i piedi ed il busto

slegati,

la vita in uno spazio non suo.

 

Come te- che solo d’acqua hai imbevuto

i polmoni in prossimità del vicino respiro.

Che solo l’affondo ha raccolto-

 

[…]

Mare, e suolo, che non incontra

più il suolo, che non incontra più il mare

in una unione che non si rinnova

se non per frattura e lacerazioni;

FERITE che ognuno ha già segnate sui tendini

nell’imposizione data alla corsa,

nell’orizzonte forse

che non ha stazioni alla curva.

 
 

E dove la negazione

per occlusione agisce, abusa, oscurità

spargendo

e spregio-

al fuoco non bastando mai cenere.

 
 
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Armando Tagliavento

(Hermann)

Da: Una vita a pezzi
Antologia di poesie a cura di Ennio Abate
 


 
 

Montecassino (Montecassino, FR)

 

La strada sembra voglia

lambire una rocca di sassi

che ammalapena si sbroglia

a mutoli passi

e si perde nelle rupi

dove carogne e lupi

mi spolpano il cuore, muffo.

 

*

 

Lanciano alle spalle Villa delle rose (Lanciano, CH)

 

I fiori e le foglie

affogati nel sole;

un pallone giocato

in un campo vuoto.

Una rete senza porta,

la Villa delle Rose ricorda

la sera fredda morta;

crudele si gira la vita;

la giornata è finita,

ha chiuso la porta.

 

*

 

Crepuscolo (Milano)
 
Il sole galleggia sul tetto
del caseggiato dirimpetto
e s’affoga dietro il comignolo
come un nero morente lucignolo
smorzato d’amore inetto.

Stasera fuma odio il mio caminetto;

cala la notte, è buio, giro il grilletto

e mi getto sparato nel letto.

 
*
 

Addio amore! (Fossacesia, CH)

 

Come un’immane salacca14

l’onda spacca

la riva selvaggia.

Risacca con rabbia l’acqua

la morgia di lacca;

assaggia il sole cocente

la rena giallina.

Col viso di mera bambina

la donna ricama una rete

pescosa per catturare

lo sposo in salamoia.

Seduta all’ombra perenne

la bimba carezza il mare,

che si ribella con schiaffi

bagnati di lacrime nere.

Che pena vedere i marosi

spumare azzurri volumi

di niente.

L’uomo si uccide con lei,

veleno ai denti.

Come viene la sera, eppoi la notte

crudele, dormiamo sotto il manto

con lei, la morte serena.

Con smorfia l’acqua vuota e fredda

mina il cuore.

Sulla spiaggia si gioca l’onore

l’uomo che ti crede ancora,

serpe piena di fiele!

____

14 Aringa.

 

*

 

Ansia (Fossacesia Marina, CH)

 

Corri da me sulla spiaggia,

dea lucana!

I tuoi seni in guaina

hanno la forma

di poponi aulenti.

Io pezzente d’amore

ti chiedo un bacio di mare.

Tornami a mente,

vieni a starmi vicino,

corpo di melagostana.

Sulla maretta il tuo viso

montano si specchia

in occhi ippocastani.

Pazza colpisci i miei

in una tazza di latte;

senti il mio cuore che batte

per te?

Ora ti copri tutta

col bel vestito di sole

e t’avvolgi nella verde sottana,

torna da me, Dea lucana!

 

*

 

Mariuccia (Ortona, CH)

 

Il sole ti pitta gli occhi

lustri.

Incollata alla bitta

la nave emette un lamento.

Si parte, è l’ora

di andare alla morte.

È un orso cecato

il tuo seno d’attracco,

una piovra gigante.

Se batto il vento a scopone

scientifico con false carte,

muoio sul molo,
aspettando te,

solo.

 

*

 

Amore (Fondi, LT)

 

Quando non posso riposare

nelle lenzuola di sasso,

scrivo e penso a te.

Intingo la penna di stoffa

nella tua boccuccia di saccarosio

componendo su carta mielata

frasi assai disperate.

Punti non metto, virgole nemmeno,

lascio ai ragnetti lavoratori

cucire le trame d’amore

coi loro teli infarinati.

Anche stanotte ho lavato

la biancheria

coi miei pensieri salati.

Se mi dai il cielo,

lo tramuto in veste lillà,

se mi offri il mare, invece,

non posso che baciare

il tuo faccino ovale.

 

*

 

Santanastasia (15-7-78, Fondi, LT)

 
In pieno sole

esco dal sogno macchiato;

non riposo nel verde sereno del mare;

un mezzo mi porta lontano,

spiaggia natura.
Tra i ficocci61 la vipera dolce

morde il seno alla Vergine santa.

Una capra con pizzo e gitani lobati

bela canzoni salate.

Le civette sono gelose

del sole dunale;

ecco le barche a vapore sciare

sulla tua faccia crudele.

Il costume del marocchino

che ride di beffa

è la paranza allumata dal sole beato.

Il mare inonda le sedie volanti.

Il vento leggero smuove

la tua coscienza di latta.

 

_____

61 Fichi?

 

 

*

 

Terra (Milano)

 

In una fetta di terra

lascio i miei anni a pensare.

I fiori non sono maturi

dentro la cuna legnosa.

La selva del corpo mio

bruciata dal farmaco sozzo.

Nuvole scure coprono

il mio spessore.

Calano ribelli dal cielo nerastro.

Appena morrò, vola la croce

sui mari.

Bella la via della virtù.

Un giornale ventaglia

la mia segreta esistenza.

Pesco con larga rete

miseri squali:

baraonde di tristi bugie

in mausolei baccanti.

Donne briache fanno quadriglie

a braccetto.

Ride la morte serena

nei campi
dei grilli

contenti.

 

*

 

La vita (Milano)

 

Più dell’aria e più dell’acqua

sei leggera; il tuo corpo

è la traccia del mio cuore.

Nero è il cielo stamattina, tetrogialla

la terra.

Il gallo di vetro ha lacerato la notte

col suo canto di livore.

L’acqua sorte a sbruffi di sangue

dai miei occhi frolli

e parla cattivo col tempo di fango.

Il vento ci vede e domanda:

“Chi sei tu, che mi passi davanti

sul bianco cavallo?”

“Io sono io!” gli rispondo.

E con un pezzo di gesso rotto

e fatto a matita disegno il suo nome,

le labbra spellate di lei,

il blasone delle sue tenere cosce,

sulla lavagna del cielo abbruciato.

Sulla porta tabù della sua vita

lontana scalfisco il mio nome,

infino a fare vestire di sangue

la lama arrotata del mio temperino

di pietra. Ma la pietra è il tempo,

è il vento, secoli di vento.

Gli alberi umani sono il tempo;

il cuore della gente è di pietra.

Il vento fa nuovamente ritorno

e mi ridomanda di te,

che volando vai nel cielo di ferro.

 

*

 

Riflessione (Milano)

 

Mentre bevo una tazza di birra vedo,

oltre la tendina di un bagno,

una coppia che s’ama nuda e laboriosa;

si avvertono nette quelle membra sudate.

Mentre, dentro un’auto urtata,

un’altra coppia giace a brandelli,

insanguinata.

 

*

 

sito web di provenienza: www.ebook-larecherche.it

 

 

ANTONIA POZZI


Evasione



La strada porta tra case oscure –

ma in alto

salpo dal braccio candido

del valico, come da un molo –

lascio nella terrena ombra

i faticosi lumi degli uomini,

il loro fioco alone

sulla neve.



Via – negli occhi raccolta

la gioia dura d'essere

creatura in sé conchiusa,

unica nel freddo cielo

invernale –

diritta ai piedi

d'invisibili antenne,

sulla nave che ha vele di nubi

e fari di stelle,

a prora un volto

d'attesa.



11 gennaio 1935


*

(ad A.M.C.)

Dai viali, a fiotti, corre sullo spiazzo
una fragranza amara d’oleandri.
Roma, immensa, s’abbuia a poco a poco,
sfiorata di rintocchi. Non un volto,
né una voce, né un gesto afferro intorno:
solo l’anima tua, solo il mio amore,
sbiancato dalla tua purezza. In breve,
nel cielo smorto di sfrenata attesa,
proromperà un rimescolio di stelle.

(Roma, 27 luglio 1929)

[In Parole]

*

MONTAGNE

Occupano come immense donne
la sera:
sul petto raccolte le mani di pietra
fissan sbocchi di strade, tacendo
l’infinita speranza di un ritorno.
Mute in grembo maturano figli
all’assente. (Lo chiamaron vele
laggiù – o battaglie. Indi azzurra e rossa
parve loro la terra). Ora a un franare
di passi sulle ghiaie
grandi trasalgon nelle spalle. Il cielo
batte in un sussulto le sue ciglia bianche.
Madri. E s’erigon nella fronte, scostano
dai vasti occhi i rami delle stelle:
se all’orlo estremo dell’attesa
nasca un’aurora
e al brullo ventre fiorisca rosai.

(Pasturo, 9 settembre 1937)

[In Parole]

*

Canto selvaggio

Ho gridato di gioia, nel tramonto.
Cercavo i ciclamini fra i rovai:
ero salita ai piedi di una roccia
gonfia e rugosa, rotta di cespugli.
Sul prato crivellato di macigni,
sul capo biondo delle margherite,
sui miei capelli, sul mio collo nudo,
dal cielo alto si sfaldava il vento.
Ho gridato di gioia, nel discendere.
Ho adorato la forza irta e selvaggia
che fa le mie ginocchia avide al balzo;
la forza ignota e vergine, che tende
me come un arco nella corsa certa.
Tutta la via sapeva di ciclami;
i prati illanguidivano nell’ombra,
frementi ancora di carezze d’oro.
Lontano, in un triangolo di verde,
il sole s’attardava. Avrei voluto
scattare, in uno slancio, a quella luce;
e sdraiarmi nel sole, e denudarmi,
perché il morente dio s’abbeverasse
del mio sangue. Poi restare, a notte,
stesa nel prato, con le vene vuote:
le stelle – a lapidare imbestialite
la mia carne disseccata, morta.

(Pasturo, 17 luglio 1929)

*

Africa


Terra,

sei di chi affonda

nella sabbia le mani,

in un'esigua conca

pianta un ulivo.



Non hai strade: misuri

il tempo del cammino

con la distanza dei pozzi,

cippi sono

le bianche tombe dei tuoi santi

nel deserto.



Non hai bàratri: proteso

è il tuo colore biondo

senza confini.

Abbeverate di cammelli chiamano

lembi di cielo

sul tuo volto scoperto.



Cielo

che dilati le stelle,

vento – che imbianchi

d'eucalipti le sere,



o terra,

cielo vento –

libertà

di sogni.



28 gennaio 1935


*


 VALERIO GRUTT

 
Da: “Una città chiamata le sei di mattina”
 
 

Farei l'alba e le linee del cielo
con i segni lasciati dal cuscino
sul tuo volto appena sveglia, meraviglia
che ti togli dal sonno e vieni come gli uccelli
di giorno, la tua risata è chiamare il bene
per nome, alzi le reti dei fiori con lo sguardo.
Il fuoco e i confini, le sere gialle hanno la brezza
del tuo respiro, io ti sento esistere nel vento
che piega gli ombrelli, nel petto aperto
contro la notte che si abbassa addosso.
Voglio essere con te l'onda che s'alza
e si fa nuvola, fare come il polline chiaro
sui campi e la luce che libera gli angoli.



Sito dell’autore: www.valeriogrutt.org

 link d'origine
 
<
 
 
SALVATORE D’AMBROSIO
 

Immutabile apparenza

 


C’è una precisione di distanze

un equilibrio di misure

una geometria perfetta in sapiente

calcolato rapporto tra luce e buio

preordinato assetto dell’immutabile apparenza

matematiche esattezze sconosciute eppure certe

nell’invisibile mondo oltre il potere dell’occhio

dove l’esistere di pianeti orfani di stelle

solitario vagare nello spazio

 
 

Qui dall’altra parte

dove coperta di cielo poco riflette

precisioni distanze equilibri

solo vagare non altro

senza mai trovare di brillio riferimento

o dei passi l’orma permanente

 
 

link di provenienza

 
<
 
 
IRENE ESTER LEO – Un inedito
 
 

Vive in noi la duplice maledizione.
Il falco e la formica,
nella fratellanza della nascita
graffiano nei cardini divelti.
Il nord albeggia,
spinge verso l'alto
e insegna alle tempeste,
alla pioggia
ad allagare l'occhio
e l'artiglio ben oltre.
Il sud ci atterra
sino alla sottomissione aulica,
radice che si abbandona
alla dolcezza,
carapace di argilla,
precoce odore di pane,
nell'ora delle nascite.

 
 

link di provenienza

 
 
 
 
 
GIOELE E MARTINA, un poemetto di GIUSEPPE VETROMILE
 
 
 

Gioele e Martina



Canto primo

Gira il vento un’altra pagina del giorno
anche da queste parti è l’imbrunire
la terra è tutta scura e stanca o Signore
ecco è l’ora di pregare in un ultimo
millimetro d’angolo di luce prima del
disfarsi del sole dietro i Camaldoli
con te Martina pregherò attendimi
al crocicchio stasera alle otto dopo
essermi diluito lungo il tramonto
appiattito a ridosso dei muriccioli
sgretolati del quartiere nessuno
mia cara potrà avvertire la mia
ala silenziosa sorvolare il respiro
trasparente del cielo stellato
Per me Martina sarà bello il solito
tuo spuntare dall’amalgama di folla
ribollente dietro l’ansimare del freddo
avventuroso vagone tranviario giù
alla fermata obbligatoria della
Stazione Centrale il nostro arcano
appuntamento al bivio del giorno
trascolorato in un impeto di
sragionato immenso amore

Per raccontarti tutto questo azzurro
ho ascoltato molte volte l’allodola
rinchiusa nel suo volo sopra i grigi
prati della fabbrica d’automi laggiù
in fondo all’allegria gratuita e non
poteva più uscirne libera che a sera
insieme a me e a mille altri fuggitivi
oltre gli schemi dei cancelli automatici
ho sopportato a lungo montagne di delitti
da ore immemorabili vedevo il cielo
e il sole morire dentro le inutili
stagioni del cuore imprigionato
Mi dissero pure che altro vuoi Gioele
da questa diritta vita di cemento
e di blandizie surrogate ? Il Giardino
delle Esperidi non è certo dietro l’angolo
accontèntati dunque di questo breve
viaggio giornaliero senza meraviglie
e senza caso dall’oggi al domani
senza incertezze io credo allora
che la polvere dei giorni stia piovendo
sul nostro inamovibile cuore ormai
inevitabilmente



Canto secondo

Nelle mani l’anima della città sfiorita ogni
passo una memoria di ciclici motori il
cigolio del tram nella stretta curva di
Piazza Vittoria questa frenesia di volare
sui bassi parapetti verso il mare ora
è tutta chiara la chimera in quest’angoscia
che ci sorprende sul margine di nafta
della scogliera appuntita ferma
da secoli a fermare l’impeto dell’onda
che lambisce grigia limatura probabilmente
la luna s’è spenta più volte tra
questi segreti anfratti putrescenti
regalando nastri d’argento ai pesci
in amore silenzioso noi non vediamo
ormai che i riflessi guizzanti di quel
lontano estraneo mondo sommerso
Ritrovarti quindi sul breve porticciolo
fitto di bitte è stato un refrain inaspettato
alla fine d’un tramonto colorato di mille
fiori profumati e lontano da questa
eterea spiaggia ho deposto per te
Martina la mia quotidiana attrezzatura
limato le unghie del lavoro staccato il
marcatempo aziendale aperto a caso
il mio taccuino da poeta ed ora spira
il mio canto dove più profondo è
lo sguardo dei tuoi occhi di smeraldo
nella fioca spenta luce dei lampioni
ritrovo l’allegria dei tuoi sorrisi il diletto
d’una età perduta oltre il diaframma
dei rispettosi canoni del quieto vivere

Mormora piccole storie la conchiglia
sul canto gaudente di risacca giù
alla marina il tempo breve d’un tuffo
nelle acque smeraldine l’impronta d’un
fiore di madreperla sul bagnasciuga
una reliquia da portarsi al collo
quanto più vicino al petto una corona
d’alghe profumate di salsedine una
stella marina unica fenice del
nostro isolato atomo di mondo
solitaria perla in uno scrigno d’osso
colmo d’amarezze e di rimpianto
Volava così l’airone sul lago oscuro
dei sogni cercando possibili approdi
su un letto acuto di canne barbare
appena un dolce stretto isolotto
di spugne senza lacrime né dolori
imbevute solo di eterna melassa
e noi lì a incutere timore ai rospi
dell’intricato canneto altro non so
mia cara se la morte a pelo d’acqua
privasse i loro corpi delle ali
per innalzarsi verso il più profondo
degli azzurri



Canto terzo

Gronda umide attese il pianerottolo
al terzo piano nei tramonti innumerevoli
nessuna stagione muta accanto ai fornelli
ghirigori di mille sapori umori e suoni
misti dal fondo delle quattro stanze evocano
pieghe di sicure felicità oltre il confine delle
favole scopro un abbandono atroce tutte
le volte che manchi dall’angolo sghimbescio
tra il tavolo e la tivvù assaporando
l’amarezza d’una solitaria regina tuttofare
imbrigliata in meccaniche faccende ma
io ti so Gioele nei meandri azzimi
a risolvere le formule del giorno con
l’atrio grezzo del tuo cuore mentre
con l’altro mai argini la dolce voce
di Erato sul bordo silenzioso della
tua vespertina scrivania quantunque
dicano bene tutti gli altri condomini
caro Gioele che vuoi che sia una
poesia al totale della sera vedi
mancano molti addendi non potrai
mai elencarli come le stelle nell’abisso
misterioso o come Dio nell’intercapedine
delle infinite parole ideate giusto a
presentarlo noi abbiamo solo te
e me all’ora della cena e forse
un’altra luna il sabato sera nella
penombra della radio potrà regalarci
un sogno alla deriva abbracciati insieme
su una zattera d’amore rilegato trascorrerà
la notte senza nome o mio Gioele eppure
così unica non ripeterà mai più
gli stessi baci

Un sogno benedetto amore mio e
così sia indovinando il tuo ritorno
ogni sera frequente e puntuale dai
deliri quotidiani io so che tu saltelli
in un silenzio di colori sulle ventimila
mattonelle ben squadrate della fabbrica
locale dove muta la materia e si fa
mobile ma s’arresta l’anima e il cielo
dietro uno scaffale eppure io Gioele
non ho una poesia che guarisca
ed asciughi le mie mani dal bucato
vesuviano non ho un minimo di verso
che liberi il cuore dal buio dei rottami
e dei rifiuti variopinti in questa casa
circoscritta da mille regole vitali
non ho che i quattro conti della spesa
e il caffè da preparare tra una
novella e l’altra alla tivvù le rughe
distendendo in un disciplinato
rabbioso pianto di pace


Canto quarto

In una catena di giorni uguali
tutto è rovina di clangori e alto
rumore di fondo né luce né tepore
lungo la via del Santuario fino
all’ossidato centro cittadino dove
è fumo denso la fretta dei passi
trema la terra sotto il peso del
gonfiore di cemento e cartastraccia
l’immondizia è fiore deturpato
mostra la sua corolla d’olio unto
ai tristi treni scivolanti sul
selciato blasfemo nitriscono solo
vecchi neri destrieri ansimanti
invadono la cala ottocentesca
monelli batraci di periferia ed io
dal Vomero su frammenti di traffico
precipito lento goccia di sabbia
nella clessidra del basso abitato
o mia dolce Martina è questa
la strofa che canto a voce alta
dietro i dirupi del cuore e nutro
la mia carne verosimilmente
di queste vettovaglie altrimenti
morirei nascosto dalla luna
sotto gli scogli

Non dire una parola già grassa di
retorica ne è piena l’aria della
bocca senza cuore guardami dentro
la pelle e ascolta i passeri sopra
il davanzale zincato del tramonto
quando si espandono i pastelli
della sera nel cielo che attende il
riposo del bagliore appiccicoso
osserva o mia dolce casalinga come
tornano i colombi alle grondaie
noncuranti delle navi per i vasti
oceani di scorie alla deriva
vortico anch’io e tu lo vedi tra
mille onde nei cieli favolosi di
splendore denutrito e mai approdo
ad un’isola diversa dalla mia
scrivania tentando di cucire
tasche di versi agli abiti del
pensiero riponendovi qua e là
notizie vaghe sul nostro
programma esistenziale
Perciò non credere che io finga
preghiere quando piango nei
sogni non è lacrima malata ma
dolore di atomi centrifugati dal
nocciolo del dubbio che altro sia
questo giaciglio tenero d’attesa
verso il solito ufficio del mattino
o mia compagna vesuviana non so
eppure esattamente ogni risveglio
s’insinua una lamina di sole
sopra l’oscuro comodino


Canto quinto

Sui paesi vesuviani sbadiglia l’ora del
risveglio non è come a Sofia o nel
Queensland dall’altra parte del
possibile anche se l’intrico di sole
tra le persiane semiabbassate
può essere lo stesso qui la vita
è di Gioele che si gioca per le strade
entro l’orlo della circoscrizione
tuttavia s’annuncia bene la giornata
dopo il lento consumarsi della luna
nella traiettoria dei sogni inventariati
nell’agenda prima delle croci
nonostante tutto è ancora fresca
la rosa sul balcone e peduncola
il misero ragnetto lungo l’architrave
da ieri non ha concluso ancora
la sua rete né reliquie di rugiada
resistono nei pochi rossi calici
giù nell’erba misteriosa un randagio
annusa speranzoso tra le piante
ignote mai curate

Chi vivrà vedrà Martina mia nell’estate
sarà nostra la feriale avventura verso
i lidi occasionali se anche quest’anno
sarà vuoto l’alambicco che ne diresti
dei soliti passeggi lungo i viali vesuviani ?

Piccolo e breve è il nostro potere d’acquisto
in questa piazza d’affari sgargianti
e il clangore delle monete risuona
smorto nei nostri sogni sempre
vaporosa è la festa della domenica
in un canto di clacson e di campane
verso il porto dei miracoli promessi
nell’odore di frittelle trovi a volte
l’incenso della Messa confusa dal
suono degli organi e dei pulpiti nel
palpito impaziente si consuma la
mezza mattinata e poi langue il
dopopranzo su un primo assaggio
di un’altra sera fallita che ne diresti
di una gita a mezzanotte ? A Mergellina
lungo il molo dove t’incontrai nel
primo amore ora suonano i marosi
e il parapetto odora di lerciume e di
taralli e noi forti caparbi dalle vetrine
del mare sotto le stelle estrapoliamo
l’antica storia della nobile Sirena

In ogni caso è questa la discesa altro
non potevamo essere che semplice
poesia in questo bagno di materia
sarà meglio soffrire le mille partenze
per l’ufficio l’infinita gloria dei piccoli
limoni spremuti sul bollito o il gusto
d’un caffè al bar del Santuario prima
che il cuore urli il suo grande no
definitivo ai raggi dell’ultima luna
sopra il serale comodino

link di provenienza

 
 
 
 

“rapida e serena l’anima ringrazia”, due poesie di Michela Zanarella

 
 

L'anima ringrazia

C'è un amore in me
necessario come una madre,
necessario come un silenzio
che calma le statue, i luoghi,
i sensi.
Dolce tra le fiamme
un sorriso si fa palazzo
sulla spiaggia di un istante.
Di fronte ad una luce maschile
calda
sdraio la sete di un bacio.
Mi sento tra la grandezza
ed altro mare,
ora e vita - musica verde -
sullo stare a cuore spalancato.
E da una parte all'altra
di un cortile di ciglia,
rapida e serena l'anima ringrazia.



Chi ama

Lontana da te non esisto.
Il saperti sul mio seno
in un angolo a stendere il tuo azzurro,
è necessario come un susseguirsi
di stagioni.
Non so, ma la vita è misera
come un secco ruscello d'agosto,
senza il tuo fiato accanto.
Chi ama è ricco in tutto il corpo.
E al suono d' acqua non vuole altro.

 
 

link di provenienza

 
 
 
 

“Ora ti trovo discosto oltremare…”, tre poesie di Federica Volpe

 

Avrei voluto esserti donna tutt'attorno

a sentire il rovistare tra i segreti di soffitta.

Ma tu mi chiedi di esserti al fianco

-come una spina- stretta di silenzio.

Chissà se lo conosci il dolore che fanno

le polveri sulle cose smesse a sbigottire.

 
 
*
 

Ho bisogno del tempo del viaggio per tornare

a concepirti mano che scruta e che non teme.

Vedi, ho contato le tue vertebre come fossero perle

di rosario. Ora ti varco le porte degli occhi

e mi faccio pietra come tra pietre cimiteriali.

Ogni tua costola è una croce d’abbraccio

che gelido ha scaldato il brodo del sangue

che ancora smuovo per questa docile pietà

che mi riporto come un cane fa coi legni.

Vedi, ho risalito i tuoi tendini boschivi in cerca

della fuga. Ora ti trovo discosto oltremare

e mi faccio isola come tra isole fluviali.

Ho bisogno del tempo del viaggio per tornare

a concepirmi mano che scruta e che non teme.

 
 
*
 

Ti sento dentro a crescere i miei inverni,

a tramutare il porto in ossidiana. I pesci

non necessitano di pinne dell'andare

-pinna è solo ancora che cura, che rimane

ma non muore, come pozzo di premure-.

Tu sei l'inverno, il porto, il pesce, il pozzo,

tu sei l'ancora che porta senso

al deserto d'onde del mio stare.

 
 

link di provenienza

 
 
 
 




 

Roberto Maggiani

Spazio espanso
 
 
I
IL FORO
 
 
Il foro
 

Sul piano lucido del comodino

mi sembra di scorgere un piccolo foro

è da lì che immagino entrare nel Cosmo

le leggi da cui hanno origine i fatti

e le storie del mondo –

i codici cifrati della vita.

 

Ma chi lo aprì quel foro

quel barlume interiore

da cui si avviò ogni mia visione?

 
*
 
Indeterminazione
 

Se misurare con precisione

aumenta un’incertezza

il mondo galleggia

su un mare di probabilità

 
Essere o non essere

è il dilemma che già fu dell’Universo –

ma in un istante

di incertezza energetica

cadde nell’esistenza.

 
Chi lo spinse?
 
*
 
 
II
ORIGINI
 

La vita è un ingegno molecolare ben calcolato

sul bordo di un abisso arretrato.

R. M.

 

 
Forma autonoma
 

La vita è materia

con dentro un pensiero:

si osserva e cura se stessa –

materia che mangia materia –

si organizza e spera.

 
*
 
 
La fabbrica dei viventi
 
1
 

I viventi sorgono dalla terra.

 

Dalle molecole alle cellule

aumenta la complessità in riduzione di entropia –

fino a comporre un uomo con istruzioni antichissime

dalla fabbrica dei viventi.

 
2
 
Sono nato anch’io

in uno spazio espanso

all’apice dell’evoluzione –

sottratto all’inesistenza:

composizione chimico-fisica

superlativa –
somma di termini

non uguale al risultato atteso –

qualcosa scontornato dalla materia.

 
3
 

Quante forme ha la vita e quanti tempi?

Ogni cellula che perdo mi lascia qui intero.

 
4
 

Che cosa facevo prima di essere vivificato?

Non riesco a ricordarlo.

è assurdo pensare l’Universo

senza la mia esistenza –

presunzione della vita cosciente.

 

*

 

Stabilità
 

Che cosa confina

le devastanti potenzialità del Cosmo

nella stabilità

 

Chi tiene salde le redini del buon senso

Affinché i cavalli del reale non galoppino follemente –

il dolore resti quiescente nel corpo

il grido nella gola

la voragine nella terra

l’altezza nel cielo

la grande onda nel mare

l’elettricità nella materia

l’esplosione nel Sole?

 
*
 
III
SPAZIO CEREBRALE
MATERIA NEURONICA
 
Espansione
 

L’intelligenza si espande nello spazio del mondo –

come un raggio di luce lo evidenzia

ma non lo comprende.

 
*
 

I sogni residenti

 

Posso con certezza affermare quanto segue:

ciò che io sono non si è mai staccato dal mio corpo

nel quale anche i sogni sono residenti come ricordi –

mai liberi dalla sua biologia.

 
*
 
IV

IL GRANDE SCOPPIO

 
 
Nessuno sa se il vento trascina la luna o se la luna

estrae un vento dal buio.

Le stanze contemplano la notte con una attenzione estasiata.

Facciamo algebra, musica, astronomia,

una mappa

intuitiva del mondo. Il sussulto,

l’agonia, a volte un mostruoso giubilo,

scatenano
bruscamente il ritmo.

– Un dito tocca i templi, s’immerge così profondo

che tutto il sangue del corpo viene alla bocca

in una parola.

E il vento di questa parola è una espansione della terra.

 

Herberto Héder

 

 

Il tempo pidocchio
 

Il tempo sta aggrappato alla nostra testa

come un pidocchio ai capelli –

proprio sopra la mente –

non molla la presa – prude:

è un fatto d’igiene.
 
[…]
 
*
 
 

V

PIANETI
 
 

Il falò azzurro

 

La nostra stella calata dietro la montagna –

nell’andarsene della luce risplendono i pianeti.

La Terra va oscurandosi –

una pozza d’acqua riflette il bagliore del cielo:

è un falò azzurro nel silenzio della sera.

 
*
 
VI

LUCI SCOLORANO IL CIELO

 
 

Non è stato uno schianto o l’esplosione,

nemmeno baraonda o gran fracasso,

ma solo fiato, refolo di vento

appena sussurrato, è cominciato

da lì tutto lo spazio e tutto il tempo,

da un respiro, poco più che questo,

e nascono le stelle ed i pianeti

le pietre l’acqua e i giorni

il tardi e il presto. […]

 

Giuseppe Grattacapo

 

 

Stelle comete
 

Mani invisibili dall’oscurità

mettono pennacchi luminosi

sul cappello del cielo.

 

Aster kometes– dicevano i greci –

stelle dalla lunga chioma.

 
*
 
Supernova
 

Una vecchia stella logora

implode

rimbalza ed esplode –

l’onda d’urto dilaga

attraversa l’Universo –

non trova una sponda.

 

Ma nel cielo della Terra è improvvisa apparizione

di una nuova stella –

un fiume di luce che destina i regni.

 
*
 
VII

OCCHI SU ALTRE LUCI

 
 
Scrivo per inventarti

quando entri nei miei sogni.

 
Rafael Angel Herra
 

 

Caduta
 

Sono qui a scrivere di stelle e particelle

di bolle di big banged espansioni inflazionarie

di ciò che forse è stato o non sarà mai.

Ma poco più in là cado nell’amore:

di questo vorrei parlare

di ciò che non so dire.

 
*
 
VIII

IL CORPO NUDO CI FA UGUALI

 
 
Lo stelo
 

Mi interessano

la bellezza del tuo volto

e i piedi leggeri

sui quali appoggi la virtù –

lo stelo che ambisce

innalzare il tuo fiore

al cielo della vita.

 
*
 

La poesia

 
L’occhio non ha sesso
 

Quando moduli l’azzurro dei tuoi occhi

è come se mi tagliassi

via dal reale

per gettarmi nella fornace dell’amore.

 

Ahimè io che di poesia

non facevo parola ad alcuno.

 
*
 
IX

SPAZIO DI RESPIRO

 
 
Attesa
 

Nelle forze acquatiche vedo le origini.

Ma sul palco della vita

dalle ginestre fino all’orizzonte

è attesa di morte.
 
*
 

Un cuore e due iniziali

 

Mi nascondo tra i cipressi

lungo il viale delle catacombe

sotto un cielo così grigio

che pare immobilizzare il tempo.

Mi nascondo dalla morte

in un presente che dilato –

ancorato a ciò che vedo

spero di saltare il mio turno.

 

Il sole s’abbassa tra le ramaglie

si fa lama e incide un cuore e due iniziali.

 
*
 

In morte di un francese

 

A Perpignan sei sprofondato in una voragine

apertasi nella sabbia sotto i tuoi piedi.

Hanno estratto il corpo

ma la vita è rimasta là sotto –

sepolta anzitempo.

Diciotto anni di esistenza

e nel mondo non ci sei più –

il TG francese ti ha dedicato qualche minuto

poi ha continuato il giro di notizie

dimenticandoti.

 

Se non c’è Dio né resurrezione

ma solo chimica e biologia

sei scomparso per sempre in uno spazio dilatato

come una formica calpestata

per caso nella sabbia

mentre il resto della materia vivente e intelligente

continua ad esistere –

anche se cadrà – poco più in là –

un individuo dopo l’altro.

 

Sei finito nella rete della morte per un gioco inesatto

tra un bambino che scava ed il mare –

spero che Dio esista

e tu possa essere una nascita non sprecata.

 

Quiberon, agosto 2011

 

*

 

Andrea (20 agosto 1989)

 

1

 

Il mio nome è stata la tua ultima parola

nell’aria di questo mondo

mentre qualcosa esplodeva nel tuo cervello

squassando ogni connessione e pensiero.

Mi tenevi la mano

e forse speravi che riuscissi

a trattenerti qui con noi.

 

2

 

Ti volevo bene.

Molte volte in sogno torni vivo –

ed è vero.
 
*
 
Morire
 

La morte avviene

sempre nello stesso modo:

si fermano il cuore e il respiro –

ci si dimentica di esistere.

 
*
 

Stupore di un morto davanti alla vita

 

Credevo che non avvenisse altro

dopo di me

finisse il mondo

si fermasse – almeno

si congelasse… invece…

invece si rinnova –

continua –

per me irreale.
 
*
 
X
DIO
 
 

Dio è l’invisibile evidente.

 

Victor Hugo

 

Dio

 

[]

Ti cerco instancabilmente

ed è solo per la nostalgia che ho di te

che scrivo poesie.

 

*

 

La minestra

 

2
 

Dio ha una verità –

me la ripete di continuo

ma di continuo la dimentico.

Egli prova a mostrarla negli alberi in fiore –

o tra i versi di qualche poesia –

o mentre affétto la carne e rimescolo

la minestra per questa mia biologia –

ma sempre la dimentico.

 

*

 

XI
DISCRIMINANTE
 
 

Angolo d’Universo

 

In questo angolo di Universo

c’è un buco nel tetto

della casa che mi ospita:

nell’azzurro s’appiattisce l’infinito.

 
*
 

Il lago

 

Nel lago vedo immagini che sembrano

appartenere a un mondo reale –

finché il soffio del vento o la pioggia

ne scompigliano la superficie levigata.

Così è la realtà osservabile:

un riflesso instabile che ci pare sostanza.

 
*
 
XII
AFFANNI
 
 

L’affanno del mondo

 

L’Universo è così come lo vediamo perché noi potessimo esserci

o noi ci siamo perché l’Universo è così come lo vediamo?

 

1

 

Si affanna il mondo ad esistere –

sia nei cervelli che nei cuori –

negli spazi aperti

e nella terra compatta e rocciosa.

Non sappiamo da dove arrivi

né il suo destino

o chi lo attenda dietro

la soglia dei minuti e dei millenni.

 

2

 

Sarebbe bello evitare l’inesistenza nella morte –

o se (almeno) prima di scomparire

qualcuno potesse suggerirci – per un attimo tra i pensieri –

la verità sul mondo.

 
*
 
XIII

UNIVERSO A SORPRESA

 
 

L’amore è uno spazio espanso.

R. M.

 

 

Il mio Universo è nato in una piazza

tra le note di Santa Cecilia –

ha inscritti i codici e le leggi

della mia nuova vita.

 

Il mio Universo si è espanso

per un’incertezza non calcolata –

come quei sorrisi rapidi e inaspettati

che s’allargano sui volti –

destinati ad una persona

eppure evidenti a chiunque.

 

Il mio Universo ha un corpo non necessario

ma di cui non potrei fare a meno.

E’ come la pietra di marmo su cui sedeva –

scolpita nel candore della sua forma.

 

 

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DALLE POESIE DI ANTONIA POZZI (1912 – 1938)
RACCOLTE IN “PAROLE” –



“DISTACCO DALLE MONTAGNE”

Questa è la prova
che voi mi benedite –
montagne –
se nell’ora del distacco
la vostra chiesa m’accoglie
con la sua bianchezza di sole
e abbraccia forte la mia
malinconia
col canto
delle campane di mezzogiorno –
Nella piccola piazza
una donna ridente
vende le prugne rosse e gialle
per la mia ardente
sete –
sul gradino di pietra
della fontana
luccica la lama
di una piccozza –
l’acqua diaccia gela
il riso in bocca
a un fanciullo –
stampa lo stesso riso
sulla mia bocca –
Questa è la vostra
benedizione –
montagne.

(Valtournanche, 30 luglio 1933
Pasturo, 23 agosto 1933)

*

“TRENI”

A notte
un lento giro d’ombre rosse
alle pareti avviava i treni: tonfi
cupi d’agganci
al sonno si frangevano.

E lavava
lieve la corsa della pioggia il fumo
denso ai cristalli: sogni
s’aprivano continui, balenanti
binari lungo un fiume.

Ora ritorna
a volte a mezzo il sonno quel tuonare
assurdo
e per le mute vie serali, ai lenti
legni dei carri e dentro il sangue
chiama
lunghi fragori – e quell’antico ardente
spavento e sogno
di convogli.

(Torino, 1 maggio 1937)

*

“DON CHISCIOTTE, I”

Sulla città
silenzi improvvisi.
Varchi
con un sorriso indefinibile
i confini:
sai le spine di tutte le siepi.
E vai,
oltre i fiati caldi degli uomini,
il sonno dopo gli amori,
l’affanno e la prigionia.
Su la petraia che è azzurra
come le corolle del lino,
liberata
canti correndo:
ma chiudi gli occhi
se in fondo al cielo
le ali bianche dei mulini
si dilacerano
al vento.

(21 febbraio 1935)

*

“DON CHISCIOTTE, II ”

Fioche
dalla terra brulla
ti giungono
grida atterrite:
mentre seguita
su l’ala immensa
a rotare
la tua crocefissione.

(22 febbraio 1935)

*

GIUDIZI CRITICI E TESTIMONIANZE SULLA POETESSA ANTONIA POZZI (1912-1938) – 1
DALL'ARTICOLO DI ALESSANDRA CENNI, APPARSO SULLA RIVISTA “SATISFICTION” (17 MAGGIO 2013)

[... ]
[La poesia di Antonia Pozzi] si muove ben oltre il crepuscolarismo e l’ermetismo che attraversa senza farsene influenzare: le sue parole esplorano le verità etiche, esistenziali, denunciano l’urto dei mutamenti sociali, la crisi delle coscienze durante il fascismo e raccontano liricamente il nostro rapporto con la natura e il cosmo grazie a una accorta finezza stilistica e originalità immaginative ed espressive. Mostrano la profondità e vastità della sua cultura, dato che conosceva in lingua originale tutti i principali autori della letteratura europea dissimulandola dietro l’aerea levigatezza del suo stile. Così di rilkiani “frutti di morte” e di ricerca della “pace”, utilizzando lo stesso lessico dei suoi amici [Antonia] Pozzi e [Vittorio]Sereni, [la poetessa Daria] Menicanti allude per un’analoga tentazione, rientrata, nel suo poetico riferimento a quella volontà di morte che contrassegna la scelta di molti di quegli intellettuali della “crisi” e che investiva la loro vita personale, i loro anticonformisti tentativi di salvezza nell’avventura creativa, per ripiegarsi, per impossibilità di ribellione, sotto il peso della sopravvivenza , senza potersi ritrovare o riconoscere vivi nell’ urbano decoro della noia quotidiana.
[...]
[In calce all’articolo di Alessandra Cenni – che fa il punto sulle imminenti iniziative editoriali dedicate ad Antonia Pozzi – si riporta anche una poesia inedita di Daria Menicanti, scritta dopo la drammatica fine di un amore della scrittrice e dedicata all’amica poetessa. La poesia è datata Pavia, 13 agosto 1950 . Eccone il testo.]

ANTONIA
Quando decisi di uscire
per sempre dalla sua vita –
di uscire dalla sua vita -
e dopo tanta febbre, torture e agonie
per lui, volli essere morta –
essere morta –
dicesti che era (alzando parlavi le ciglia
con l’aria di chi sa tutto) che era un suicidio
a parole, uno dei soliti miei suicidi in versi.
e che piuttosto dovevo tirarmi su e mangiare
qualcosa di meglio che tartine e tè amaro.
Invece solo un poco più folta qui dal muro
l’erba fa la mia pace – come dici tu – la mia pace,
ma i giorni di primavera e i canti di primavera
sì, dove sono, dove sono andati?

Daria Menicanti

[articolo prelevato da Facebook]

 






Bloody Marion

Lisa Merletti – Disegnare è la mia vita

 
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DALLE POESIE DI ANTONIA POZZI (1912 – 1938),
RACCOLTE IN “PAROLE”


Vicenda d'acque

La mia vita era come una cascata
inarcata nel vuoto;
la mia vita era tutta incoronata
di schiumate e di spruzzi.
Gridava la follia d’inabissarsi
in profondità cieca;
rombava la tortura di donarsi,
in veemente canto,
in offerta ruggente,
al vorace mistero del silenzio.

Ed ora la mia vita è come un lago
scavato nella roccia;
l’urlo della caduta è solo un vago
mormorio, dal profondo.
Oh, lascia ch’io m’allarghi in blandi cerchi
di glauca dolcezza:
lascia ch’io mi riposi dei soverchi
balzi e ch’io taccia, infine:
poi che una culla e un’eco
ho trovate nel vuoto e nel silenzio.

Milano, 28 novembre 1929

*


Radici


Gronda di neve disciolta

la casa. Trasale
...
l'anima al tonfo delle gocce fitte.



Così sfacendosi

dolorano le cose.



Ma lontano,

oltre i veli del sole e gli insicuri riflessi,

oltre il trascolorare delle ore,

vive un esiguo mondo

d'erba e di terra.



Radici

profonde nel grembo di un monte

a Primavera votate

si celano.



E conosco

io sola

il nome d'ogni fiore

che fiorirà,

la luce ed il pezzo di zolla

in cui prima riappaia la tenera

esistenza delle foglie.



Radici

profonde nel grembo di un monte

conservano un sepolto segreto

di origini –

e quello per cui mi riapro

stelo

di pallide certezze.


15 febbraio 1935

*


IL VOLTO NUOVO

Che un giorno io avessi
un riso
di primavera – è certo;
e non soltanto lo vedevi tu, lo specchiavi
nella tua gioia:
anch’io, senza vederlo, sentivo
quel riso mio
come un lume caldo
sul volto.
Poi fu la notte
e mi toccò esser fuori
nella bufera:
il lume del mio riso
morì.
Mi trovò l’alba
come una lampada spenta:
stupirono le cose
scoprendo
in mezzo a loro
il mio volto freddato.
Mi vollero donare
un volto nuovo.
Come davanti a un quadro di chiesa
che è stato mutato
nessuna vecchia più vuole
inginocchiarsi a pregare
perché non ravvisa le care
sembianze della Madonna
e questa le pare
quasi una donna
perduta –
così oggi il mio cuore
davanti alla mia maschera
sconosciuta.

*


In riva alla vita

Ritorno per la strada consueta,
alla solita ora,
sotto un cielo invernale senza rondini,
un cielo d’oro ancora senza stelle.
Grava sopra le palpebre l’ombra
come una lunga mano velata
e i passi in lento abbandono s’attardano,
tanto nota è la via
e deserta
e silente.
Scattano due bambini
da un buio andito
agitando le braccia:
l’ombra sobbalza
striata da un tremulo volo
di chiare stelle filanti.
Gridano le campane,
gridano tutte
per improvviso risveglio,
gridano per arcana meraviglia,
come a un annuncio divino:
l’anima si spalanca
con le pupille
in un balzo di vita.
Sostano i bimbi
con le mani unite
ed io sosto
per non calpestare
le pallide stelle filanti
abbandonate in mezzo alla via.
Sostano i bimbi cantando
con la gracile voce
il canto alto delle campane: ed io sosto
pensandomi ferma stasera
in riva alla vita
come un cespo di giunchi
che tremi
presso un’acqua in cammino.

Milano, 12 febbraio 1931

 

 

BLAS DE OTERO


SERENA VERITA'

C'è un momento, c'è un lampo in rabbia viva,
tra gli abissi dell'essere, squarciati
in cui Dio si fa amore, e il corpo sente
la sua tenera mano come un peso.
Tanto lungo silenzio già soffrimmo,
a tentoni cercammo, tante volte;
d'orrore e vuoto siamo sì coperti
che, tra l'ombra, la Sua presenza brucia.
Grandi dolori, con immensa fame,
ci mangiarono l'ansie; ma nessuno
è come te, di Dio dolore; all'uomo
leone; eterna fame; sete in bilico.
Ma, subito, in un intimo languore,
(un istante interiore, fatto eterno),
nasce l'amore, irrompe, ci solleva,
ci proietta nel cielo, come un mare.
Siamo cibo di luce. Fiamma a un vento
smisurato vibrando in qua e in là,
vento violentemente verticale
tra le fronde d'amore che si schiantano.
..............................................................
Questo fiume che passa sempre e mai,
questa selva ignorata che mi accoglie,
sono, su portentosi abissi, sogni
di Dio: eternità fluente e immota.
Cercai, cercai. Le mani nebbia sanguinano,
portarono in lavine e calvi picchi,
screpolarono, in piaghe d'infinito,
ma ogni cosa fu vana: Tu evadesti.
E odiai la sua presenza. Odiamo, dissi,
l'Imprendibile. Ah si! Ma più feroce
il supplizio. La sete ardeva sola.
Come un'ondata, m'annegasti tu.
Fiamma in furore fui. Di luce cibo,
vento d'amore che, violentemente,
schiantava i rami e li portava in alto,
sì, li portava in alto, nel tuo cielo.
Là, a uno spiro di zefiro oscillando,
in finissima luce e in acque d'oro,
godon la pace, sembra che ti guardino,
serena Verità, coi miei due occhi.

 


JORGE LUIS BORGES


Rimorso per qualsiasi morte

Libero dalla memoria e dalla speranza,
illimitato, astratto, quasi futuro,
il morto non è un morto: è la morte.
Come il Dio dei mistici,
del Quale si devono negare tutti i predicati,
il morto ubiquamente estraneo
non è che la perdizione e l'assenza del mondo.
Tutto gli derubiamo,
non gli lasciamo né un colore né una sillaba:
qui c'è il patio che già non condividono i suoi occhi,
là il marciapiede dove spiava la sua speranza.
Perfino ciò che pensiamo potrebbe starlo pensando lui pure;
ci siamo spartiti come ladroni
il capitale delle notti e dei giorni.

*

Sabati

Fuori c'è un occaso, gioiello oscuro
incastonato nel tempo,
e una profonda città cieca
di uomini che non ti videro.
La sera tace o canta.
Qualcuno decrocifigge gli aneliti
inchiodati nel pianoforte.
Sempre, la moltitudine della tua bellezza.

* * *

A dispetto del tuo disamore
la sua bellezza
prodiga il suo miracolo nel tempo.
E' in te l'avvenire
come la primavera nella foglia nuova.
Già quasi non sono nessuno,
sono soltanto quell'anelito
che si perde nella sera.
In te sta la delizia
come sta la crudeltà nelle spade.

* * *

Opprimendo l'inferriata sta la notte.
Nella sala severa
si cercano come ciechi le nostre due solitudini.
Sopravvive alla sera
il biancore glorioso della tua carne.
Nel nostro amore c'è una pena
che somiglia all'anima.

* * *

Tu
che ieri soltanto eri tutta la bellezza
sei anche tutto l'amore, adesso.


[da: "Fervore di Buenos Aires"]





PEDRO SALINAS


LA MATERIA NON PESA

La materia non pesa.
Il tuo corpo ed il mio,
uniti, non sentono mai
schiavitù, sentono ali.
I baci che tu mi dai
sono sempre redenzioni:
tu baci verso l'alto,
e qualcosa di me porti a luce,
costretto prima
nel fondo oscuro.
Lo salvi, lo guardiamo
per vedere come ascende,
e vola, per l'impulso che gli dài,
verso il suo paradiso
dove ci aspetta.
No, non opprime la tua carne
e neppure la terra che calpesti
né il mio corpo che stringi.
Sento, quando mi abbracci,
che ho tenuto contro il petto
un lieve palpitare,
vicinissimo, di stella,
che viene da un'altra vita.
Il mondo materiale
nasce quando tu parti.
E sull'anima sento
quest'oppressione enorme
di ombre che hai lasciato,
di parole, senza labbra,
scritte su fogli di carta.
Restituito alla legge
del metallo, della roccia,
della carne. La trua forma
corporea,
il tuo dolce peso rosa,
è ciò che mi rendeva
il mondo più lieve.
Ma ciò che non sopporto
è che mi schiaccia,
chiamandomi alla terra,
senza te per difendermi,
è la distanza,
è il vuoto del tuo corpo.

Sì, tu mai, tu mai:
il tuo ricordo, è materia.


[trad. Emma Scoles]




VICENTE HUIDOBRO


Fatica

Cammino giorno e notte
come un parco desolato.
Cammino giorno e notte tra sfingi cadute dai miei occhi;
guardo il cielo e la sua erba che impara a cantare;
guardo la campagna ferita a grandi grida
e il sole in mezzo al vento.

Accarezzo il mio cappello pieno di una luce speciale;
carezzo il dorso del vento;
i venti, che passano come le settimane;
i venti e le luci con apparenza di frutta e sete di sangue;
le luci, che passano come i mesi;
mentre la notte s'appoggia alle case
e il profumo dei garofani gira intorno al loro asse.

Prendo posto, come il canto degli uccelli;
è la fatica lontana e la bruma;
cado come il vento sulla luce.

Cado sulla mia anima.
Ecco l'uccello dei miracoli;
ecco i tatuaggi del mio castello;
ecco le mie penne sul mare, che grida addio.

Cado dalla mia anima.

E mi rompo in pezzi d'anima sull'inverno;
cado dal vento sulla luce;
cado dalla colomba sul vento.

*


Illusioni perdute

Foglia dell'albero caduta in infanzia
foglia caduta in ginocchio
al centro del suo oblio
dolce balocco di speranze e lampi
che sanguina dalla testa ferita
come le illusioni ottiche
nel palazzo di morte non scordabile
costante nave dal cuore dolente
tra naufragio e ombra che s'affretta

Foglia del nodo caduto in albero caduto in infanzia
dove mai ti trascinano foglia dal dolce cuore
e gli eccessi del fuoco delle aquile visive
foglie dei rami riscaldabili
ferme nell'aria
pronte alla corruzione fra le loro stesse braccia
come le acque stregate

Foglie di fantasmi sorpresi
foglie di uccelli scritti
ciascuna ha un cavallo e una colomba
ciascuna ha un orizzonte ad ogni costo
e per la sua amarezza né albero né vela.

Foglie dell'albero cadute
sul capo del poeta
sul suo desiderio di piangere perché non giunge mai
quello che aspetta in fondo ad ogni verso
quello che attende dietro tutte le ombre





WALT WHITMAN

Da dietro questa maschera
(per far fronte a un ritratto)

Da dietro questa maschera inclinata dai tratti rudi,
Queste luci e queste ombre, questo dramma di tutto,
Questa comune cortina del viso,
contenuta in me stesso per me stesso,
in voi per voi stessi, in ciascuno per lui medesimo,
(Tragedia, dolori, risate, lacrime - O cielo!
I drammi appassionati e debordanti
che questa cortina nasconde!)
Questa superficie liscia e brillante come il più puro
e il più sereno cielo di Dio,
Questa pellicola che ricopre
un ribollente baratro satanico,
Questa carta geografica del cuore,
questo continente minuscolo e senza limiti,
questo insondabile oceano;
Dal fondo delle circonvoluzioni di questo globo,
Quest'orbe astronomico più sottile del sole e della luna,
di Giove, Venere o Marte,
Questa condensazione dell'universo
(di più, è qui il solo universo,
E' qui l'idea, racchiusa tutta intera
in questa mistica particella di carne);
Dal fondo di questi occhi bulinati
- che dardeggiano verso di noi il loro splendore
per passare di là ai tempi futuri,
Per slanciarsi e girare, furtivo, attraverso gli spazi, -
uscito da quegli occhi là,
A voi, sappiatelo, indirizzo uno sguardo

***

Silenzioso e paziente un ragno

Silenzioso e paziente, un ragno
Si teneva isolato su un piccolo promontorio
dove l'ho osservato,
Ed ho rilevato come, per esplorare il vasto spazio
che lo circondava,
Proiettasse fuori di sé dei filamenti,
dei filamenti, dei filamenti,
Che dipanava senza posa,
che agile emetteva infaticabilmente.
E tu pure, anima mia, là dove te ne stai,
Circondata, isolata, tra gli oceani infiniti dello spazio,
stai senza posa a meditare, ad avventurarti,
a lanciarti, a cercare le sfere per unirle,
Fin quando il ponte di cui avrai bisogno sia costruito,
Fin quando la duttile ancora tenga fermamente,
Fin quando il filo della vergine che tu getti
si agganci in qualche parte, anima mia

*

Credevo che nulla esistesse di più splendido del giorno
fino al momento in cui ho visto
quale che il non-giorno mostrava,
Ho creduto che questo globo bastasse
fino al momento in cui, in un tal silenzio intorno a me,
zampillarono miriadi di altri globi...
Oh, vedo bene oggi che, non più che il giorno,
la vita non può mostrarmi tutto,
Vedo che mi conviene attendere
quel che mi mostrerà la morte

*

... Splendido mondo, d'una nuova e più grande nascita,
che si alza ai miei occhi,
Come un'immensa nube d'oro che riempie l'ovest del cielo,
Emblema di maternità universale ritto al di sopra di tutto,
Forma sacra di quella che genera figlie e figli,
Con i tuoi figli giganti che escono in perpetua processione
dal tuo seno instancabile,
che vengono, usciti da una tale gestazione, a raccogliere
la loro parte d'eredità, che da te ricevono e ti donano continuamente la forza della vita,
Mondo di realtà - mondo del due in uno,
Mondo dell'anima, generato soltanto dal mondo delle realtà,
conduce alle realtà, al corpo da sé sole,
Tuttavia non sei ancora che al tuo inizio...
O mondo di meraviglie, sei ancora indefinito, informe,
ed io non credo più di definirti,
perché come potrei perforare l'impenetrabile
sconosciuto del futuro?
Sento la tua terribile grandezza, fatta di male come di bene.
Ti vedo avanzare, assorbire il presente,
sorpassare quel che fu non molto tempo fa,
Vedo l'illuminazione della tua luce
e l'ombra portata dalla tua ombra,
come se coprissero il globo intero,
Ma non cerco di definirti, a rischio di comprenderti,
Non faccio in questo momento altro che nominarti, profetizzarti,
Non faccio unicamente che chiamarti!
... L'anima, i suoi destini, tale è la realtà delle realtà,
(il senso finale di tutte queste apparizioni del mondo reale...)





Gianfranco Vacca
Da: Ancora introvabile il padrone del silenzio
 
 
 

Dalla sezione Sarebbe stato un ottimo pazzo

Campanotto Editore, 2011

 
 
I

Spacca il diamante

e sbriglia tutte le potenze

del suo centro.
Pochi giunsero,
lo vorresti tu?

dove nulla è stato, prima

e nulla è

la memoria, i ricordi.

Solo l’immenso apice

già espanso in pioggia di schegge

fra molteplici altrove

che in lui si spalancano.

 
 
Roma
 
*
 
 
III
Odisseas Elitis
 

“Corre in maniera stupenda il cielo

a giudicare dalle nuvole”

loro conoscono il destino

di apparire mobili

o di esserne l’intenzione.

Eppure mentre lui scorre, alto

molta solitudine piove in loro

nel credersi escluse dal moto

delle rotazioni celesti

ed un sentimento fermo

senza giudizio né legge

le ribella, in alto

indecise dove aderire

se tutto muta, tutto è fermo

e apparenza e fine

sperdute

nella memoria del vento.

 
 
Roma/Capri
 
*
 
 

Il vento assumeva

le pieghe del suo manto

e le stelle coloravano la sua forma

ed era come se la luce

emersa nel suo punto

avesse mani e carezze, in me

ed io vidi.
L’invisibile

condensava fumi ed ombre

come avvenute d’incanto

l’occhio stesso le rendeva tattili

ed era, dove prima era il nulla

tu fosti, come non sembrava

e l’ombra si arruolò alla vita.

 
 
Capri
 
*
 
 

Crisopazio, mondo di giallo

primo mattino e splendore —

Cobalto il giorno nel suo mezzo

ampio scudo e certezza

marcia potente di cielo —

Palpabile plenilunio il bianco

come un occhio tattile

mai raggiunto dalla mia mano —

Ma il rosso

è della sera a tal punto

da divenire in lei mutuo sussurro

Posso
Puoi
 
 
Capri
 
*
 
 
Gemello visivo

nella mia ombra sotto la luna

cosa fece di te negligenza

passeggiando il giardino,

non sei tu luce abbastanza?

Nel vestibolo di mimose

irrompe il vento
— vasto fragore

e la notte incontra il cielo

attimo che l’anima vola

da una spettrale inestimabilità di tali immensi

che le sue frontiere mortali

annulla.
 
 
Roma
 
*
 
 

Quando sono morto

fino a che sarà possibile

consegnerò il nulla che resta di me.

Non vedrò

nel vederti raccogliere le mie mani

tese a stringere ancora un poco

il cuore

per conoscere chi sono, in me, chi ero

per cederlo, se anche tu mi arrenderai.

 
 
Capri
 
*
 
 

Inediti

 

 

Quando io sono io

e uno di me è altrove

quell’uno più il mio uno

sarà sempre uno,

siamo tutti presenti

sostanza – di me –

espansione
ubiquità

Il primo io sarà il mio ipnotico

il secondo la mia ossessione

il terzo, nel primo

ma il secondo nell’uno

restituisce me stesso all’ignoto

per fare, all’eccelso

della mia casa rovina.

 
*
 

Sito web di provenienza:

 
 
 



DALLE POESIE DI ANTONIA POZZI


“VOCE DI DONNA”

Io nacqui sposa di te soldato.
So che a marce e a guerre
lunghe stagioni ti divelgon da me.
Curva sul focolare aduno bragi,
sopra il tuo letto ho disteso un vessillo -
ma se ti penso all’addiaccio
piove sul mio corpo autunnale
come su un bosco tagliato.
Quando balena il cielo di settembre
e pare un’arma gigantesca sui monti,
salvie rosse mi sbocciano sul cuore:
che tu mi chiami,
che tu mi usi
con la fiducia che dai alle cose,
come acqua che versi sulle mani
o lana che ti avvolgi intorno al petto.
Sono la scarna siepe del tuo orto
che sta muta a fiorire
sotto convogli di zingare stelle.

(18 settembre 1937)

*


Prati

Forse non è nemmeno vero
quel che a volte ti senti urlare in cuore:
che questa vita è,
dentro il tuo essere,
un nulla
e che ciò che chiamavi la luce
è un abbaglio,
l'abbaglio supremo
dei tuoi occhi malati -
e che ciò che fingevi la meta
è un sogno,
il sogno infame
della tua debolezza.

Forse la vita è davvero
quale la scopri nei giorni giovani:
un soffio eterno che cerca
di cielo in cielo
chissà che altezza.

Ma noi siamo come l'erba dei prati
che sente sopra sé passare il vento
e tutta canta nel vento
e sempre vive nel vento,
eppure non sa così crescere
da fermare quel volo supremo
né balzare su dalla terra
per annegarsi in lui.

Milano, 31 dicembre 1931

*


Gioia

Lo splendore del sole
ti abbacinava ieri
dolendo
come la piaga
nelle pupille del cieco.
ma oggi
lo splendore del sole
non è abbastanza lucente
per la lucentezza tua:
nell’infinito mondo non c’è
che questo tuo splendore vero.

6 marzo 1932

*


L'orma del vento


Corre incontro al sereno il folle vento

recando nelle aeree braccia

una tremante attesa di gemme.

Corre l'anima incontro

a un ignoto miracolo

recando in tutto l'essere

un'infinita, prodigiosa attesa.

Tornano i passi a strade abbandonate,

per un sole che ride

come in luoghi lontani,

per un'aria che odora

come in perduti giorni.

Torna l'ansia di un tempo

e la certezza

la divina certezza ritorna:

oh, tu ancora mi attendi

in fondo a questa via,

presso il vecchio cancello

mascherato d'edera nera!

ancora, ancora

tu mi prendi le mani

e me le baci

e mi chiami giaggiolo...



Urta il folle vento e si spezza

contro un cumulo greve di nubi.

L'aria sembra morire

senza respiro.



Oh, tu non torni,

tu non puoi tornare!

Ben altra pena,

ben altro sangue

chiama i miracoli!



Cade il folle vento: si perde

dietro le nebbie grigie il sereno.

L'anima sembra morire

senza più sogni.



E il cielo è ormai tutto di perla

e chiama, chiama,

nel vuoto enorme,

un sorriso di stelle.

Presso il vecchio cancello,

contro le croci nere dell'edera,

una fioraia ha deposto i suoi fiori.

Per poche lire mi compro

un mazzo magro di fresie,

e a consolarmi l'anima

basta il pensiero

che il grande ignoto miracolo,

il volto arcano

della mia attesa prodigiosa,

si chiuda in queste bocche protese

che mordono con labbra di viola

qualche pallido filo di sole;

in queste tenui vite

che nella malinconia di una sera

calata sopra un'orma di vento,

fanciullescamente mi dono,

per la mia primavera.


Milano, 27 febbraio 1931
 


 

Angela Greco

 

da: «Arabeschi incisi dal sole», Terra d’ulivi, Lecce, 2013

 
 
 

In questo quando d’ombra e presagio

 
 
 

in questo quando d’ombra e presagio

trattienimi parola sul limite oscuro:

è una cicatrice d’alabastro la pelle agli occhi del giorno

dove lasciare polvere di trascorsi e sabbia

assente d’orma che non siano i miei fantasmi

 
 

scivolami addosso nelle pieghe

di un’ora di pioggia e pagine cancellate

raccontami di cieli sottosopra nello specchio

di quanto è stato tolto al ramo e gettato nello scarico

imbiancato da rimorsi e ripartenze

 
 

e poi – soltanto allora, però -

ingannami col ci saremo ancora

all’imbrunire di quel sogno (non più nostro)

mentre accanto al corpo la croce

già esige chiodi e non più mattini.

 
 
*
 
 
Risposte
 
 
 

scivola tra dita bianche “C’era una volta”

d’incertezza e domani al petto allattati

ché perso d’essere fanciullo è il tempo

di luce per il tuo oggi di piccole mani

e d’attesa ancora mugola - fino a quando?

di fiati sorrisi umili di cielo senza stelle

si confondono a tarda ora culle e croci

con filo dorato di paglia intessute

e nell’affanno del giorno che presta mano

a notte fonda nel ricamo del tuo sonno di sogni

vedo stracciati fogli e figli senza colore

in una veglia di silenzio e preghiera

che non sia un rosso scuro terra

ho chiesto una risposta che (ancora) non c’è

 
 
*
 
 
 

frammento da: Epilogo

 
 

io sono il sud

bianco di calce

giallo di polvere

e terre bruciate

di paesaggi azzurri

rive e cieli schiaffeggiati

da distanze indomabili

racchiusi nella conchiglia

che nascosta batte

al sole più alto

 
 
 
 

Per maggiori dettagli rimando a questo link:

 
 

 

 

 

Rainer Maria Rilke

(da "Elegie duinesi", 1923, traduzione di Franco Rella)


[...]
Certo, è strano non abitare più la terra,
non agire più gli usi da così poco appresi,
e alle rose, e alle altre cose piene di promesse
non dare più senso di un umano futuro;
ciò che eravamo in mani illimitatamente ansiose
non essere più, e anche il proprio nome
abbandonare come un giocattolo infranto.
Strano non desiderare più i desideri. Strano
quel che stretto si teneva vederlo dissolto
fluttuare nello spazio. E penoso essere morti:
un continuo ricercare, faticosamente in traccia
di un poco d’eternità. – Ma i viventi compiono
tutti l’errore di tracciare troppo confini netti.
Gli angeli (dicono) spesso non sanno se vanno
tra i vivi o tra i morti. L’eterna corrente
trascina attraverso entrambi i regni ogni età,
sempre con sé, ed entrambi sovrasta con il suo suono.

[...]




POESIE DI ANTONIA POZZI


Abbandono


Tronco reciso di betulla

giaci

in un solco:

a rosse onde declina

il tramonto pei cieli.



E sopra te le nubi

sandali d'oro calzano nel vento

per raggiungere

i fiumi.



Tu stai – bambino desto

nella tua culla

di terra:

mentre a un acceso volgere di mondi

con bianchi occhi s'incanta

la tua immobilità.


16 febbraio 1935


*


Stanchezza


Svenata di sogni

ti desti:

ti è pallida coltre

il cielo mattinale.



Come a un mortale

pericolo scampata,

con gesto umile – i gridi

delle campane scosti:



debolmente,

preghi nel poco sole

un silenzio.

*


“VANEGGIAMENTI”

(ad A. M. C.)

Io l’ho veduto, allora. Tu suonavi
il tuo violino, con la testa bassa:
le ciglia ti segnavano sul viso
due strisce d’ombra. Io vibravo, forse,
insieme con le corde, nei singhiozzi
che l’anima imprimeva alla tua mano
e t’incontravo al sommo delle dita.
O forse ti giocavo sui capelli
insieme con la brezza acre del mare.
Forse m’illanguidivo nei racemi
molli e compatti delle violeciocche.
E un giorno riponesti le tue musiche;
riponesti, piangendo, il tuo strumento:
la Morte te lo avea fasciato stretto
coi suoi velluti neri. Io t’ho veduto,
fratello, allora. Ma non so dov’ero.
Forse ero solo un ramo crasso ed irto
di fico d’India, dietro un vecchio muro.

*



MERIGGIO

In questa doratura di sole
io sono
una gemma pelosa
legata crudelmente con un filo di refe
perché non possa sbocciare
a bagnarsi di luce.
Accanto a me tu sei
una freschezza riposante d’erba
in cui vorrei affondare
perdutamente
per sfrangiarmi anch’io
in un ebbro ciuffo di verde –
per gettare in radici sottili
il mio più acuto spasimo
ed immedesimarmi con la terra

(19 aprile 1929)

*


Nel duomo


Sospingo una delle grevi porte

e mi cade alle spalle

la furia del meriggio ventoso.

A lenti passi m'inoltro,

bevendo l'ombra improvvisa

in lunghi battiti

delle palpebre stanche:

suonano i passi come morte cose

scagliate dentro un'acqua tranquilla

che in tremulo affanno rifletta

da riva a riva

l'eco cupa del tonfo.

Remiga la tristezza ad ancorarsi

in golfi arcani

d'oscurità profonde;

remiga per un mare favoloso,

ove sono i pilastri

tronchi d'una subacquea pineta,

viva e fitta così

per lontananze senza confine...



Brucia nella tenebra

una lucente siepe di ceri:

gli occhi vi si fissano

subitamente

e l'anima discende

dalle sperdute immensità

chiudendosi

in un nodo di fiamme.

Dinnanzi alla tremante fioritura

che chissà qual divino alito

inclina

verso il sorriso di un'antica madonna,

è immoto un bimbo.

Guarda, il piccolo, assorto,

e certo vede

nella cappella accesa

uno stupendo albero di Natale,

a cui siano fronde

le diafane dita dei ceri.

Certo sogna, il bambino,

che sian tutti balocchi

i rozzi vetri sanguigni

in cui esita un pallido lume...

Gli sbocca nei grandi occhi intenti

la piccola vita

e tutta si allarga

nella celeste immensità del sogno.

Sfocia così il tumulto

d'ogni mio male

nel riposo di un'estasi

senza confine

e l'anima ritrova la sua pace,

come un folle balzo di acque

che si plachi, incontrando

la suprema quiete del mare.


Milano, 3 marzo 1931



“DESIDERIO DI COSE LEGGERE”


Giuncheto lieve biondo
come un campo di spighe
presso il lago celeste
e le case di un’isola lontana
color di vela
pronte a salpare –
Desiderio di cose leggere
nel cuore che pesa
come pietra
dentro una barca –
Ma giungerà una sera
a queste rive
l’anima liberata:
senza piegare i giunchi
senza muovere l’acqua o l’aria
salperà – con le case
dell’isola lontana,
per un’alta scogliera
di stelle –

[1 febbraio 1934]

*









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